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Ci tocca rimpiangere persino la Borghesia

La decadenza politica, economica e morale italiana è anche frutto della mancanza di una borghesia e del suo sapersi porre come classe dirigente in grado di guidare il Paese, di assicurare il senso dello Stato, il rispetto della legge e di difendere gli interessi nazionali.

La borghesia italiana, seppure con molti limiti, riuscì a interpretare tale ruolo, con la Destra e la Sinistra “storiche”, soltanto nei cinquanta anni che seguirono all'Unità, favorita in questo dal fatto che il diritto di voto era appannaggio dei cosiddetti “notabili”. Per lo più, proprietari terrieri, avvocati ed alti funzionari dello Stato. Imprenditori, nel senso di industriali, ce ne erano pochi.

Una peculiarità che poi venne travolta dalla novità del suffragio universale maschile del 1912 che innescò l'avvento della società di massa e dei partiti popolari (socialisti e cattolici) che interpretavano gli interessi e le aspirazioni di riscatto economico e sociale delle classi che fino a quel momento erano state escluse, anche formalmente, dal processo decisorio. Le due guerre mondiali e il ventennio della dittatura, con tutte le loro distruzioni, crearono il terreno fertile per l'assunzione del potere politico ed economico da parte dei tre principali partiti di massa, (democristiani, socialisti e comunisti), che si posero l'obiettivo di mettere le mani sulla finanza pubblica, a parole per redistribuire il reddito a favore delle fasce più povere della società, ma in realtà per crearsi clientele elettorali che gli assicurassero il voto sul territorio. Partiti che, proprio per questo, trovarono i propri quadri tra le fila della piccola borghesia che puntava sul personale avanzamento sociale.
Le ruberie che si ebbero durante la Prima Repubblica non impedirono che, nei politici e nei funzionari pubblici, permanesse un senso dello Stato e della dignità personale che era un retaggio di un costume antico, trasmesso dai propri padri. Un rispetto del proprio ruolo e un senso del limite che durarono almeno fino alla metà degli anni ottanta.

Questo per quanto riguarda la politica. Per quanto riguarda la società civile, e nello specifico il mondo delle imprese, si deve sottolineare il fatto che lo sfascio economico attuale trova, in parte, la sua origine in alcune dinamiche del capitalismo italiano del secondo dopoguerra. In conseguenza di accordi, che avevano la loro ragione di essere anche in influssi e legami internazionali, si vennero infatti a creare due poli finanziari. Quello della cosiddetta finanza “laica” (Banca Commerciale, Credito Italiano e Mediobanca) e quello della finanza “cattolica” (Banco di Roma, le Casse di Risparmio, le Banche Popolari più le sei banche di diritto pubblico come il San Paolo e il Monte dei Paschi). Questo con tutte le riserve che si possono avere sul significato di tali due termini. Al primo polo venne affidato il monopolio nella organizzazione delle operazioni in Borsa, che avvenivano nel quasi silenzio dei mezzi di informazione, con una attenzione di fatto esclusiva per i grandi gruppi come la Fiat, la Pirelli, l'Edison e la Montecatini. Gruppi che, come nel caso della Fiat e della Pirelli, poterono godere per decenni di un mercato protetto. Un aiuto di Stato che disabituò i rampolli delle due famiglie proprietarie dal fare gli imprenditori tanto che, una volta arrivato il Libero Mercato, all'inizio degli anni novanta, quel Mercato che auspicavano ogni momento senza mai volerlo veramente, l'unica cosa che seppero fare fu quella di trasformarsi in finanzieri puri, per non dire speculatori. Come dimostra la vicenda della disastrosa gestione della Telecom da parte della Pirelli.

La conseguenza più deteriore di tale deriva fu la trasformazioni di tali società private in centri di potere che sopravvivevano soltanto grazie al sostegno dello Stato e che, in tal senso (negativo ovviamente), non avevano nulla da invidiare ai partiti politici da essi tanto criticati. Gli esponenti di tali gruppi, l'avvocato Agnelli in testa, nonostante la piaggeria usata nei loro confronti da parte di tanti mezzi di informazione, non furono più di esempio per quello che dovrebbe essere un imprenditore e, nel caso specifico, un grande borghese. E non furono di esempio soprattutto nei riguardi delle migliaia di titolari di piccole imprese che, vedendosi bloccato l'accesso in Borsa, e non potendo contare su santi in paradiso, erano obbligate a legarsi al credito bancario, riducendo di molto le potenzialità di crescita. Imprese che nonostante tutte queste difficoltà, o forse anche in conseguenza di esse, in quanto si rimboccarono le maniche, furono protagoniste del boom economico molto più della blasonata Fiat, diffondendo a piene mani il principio “borghese”, questo sì, dell'etica del lavoro e del prodotto ben fatto e del rispetto della parola data.

Ma erano pur sempre imprese, i cui proprietari, in conseguenza delle ridotte dimensioni, non potevano trasformarsi in un modello pubblico di riferimento per i cittadini.
Le due borghesie, quella delle imprese dei “salotti buoni” e quella delle burocrazie ministeriali e delle imprese a partecipazioni statale riuscirono in ogni caso a fare dell'Italia una delle prime potenze economiche mondiali.

La fine della Prima Repubblica ha assestato un colpo quasi mortale al sistema Italia. Dal punto di vista economico, l'Italia ha sofferto più di altri Paesi l'apertura al libero mercato e alla concorrenza che ne sono state il corollario perché le grandi imprese private non vi erano preparate e quelle pubbliche, che erano state privatizzate, non vi poterono più fare fronte.
Dal punto di vista politico, la stagione di Mani Pulite aveva spazzato via le classi dirigenti dei principali partiti e aveva portato sulla scena, seppure con altri sigle, le terze linee, quelli che al massimo potevano fare i portaborse del boss politico di turno. Portaborse che, una volta arrivati nella stanza dei bottoni, hanno preso ad arraffare senza alcun ritegno e pudore, finendo immancabilmente sotto il tiro dei magistrati. E non c'è nemmeno da stare allegri con i partiti di nuova costituzione come quello di Grillo, alimentati dalla delusione e dal disprezzo dei cittadini per lo sfascio morale e civile della politica italiana della Seconda Repubblica, come insegnano le vicende di Mafia Capitale. Partiti nei quali gli eletti, pur essendo brave persone che giustamente chiedono onestà e pulizia, non danno però l'idea di avere le idee molto chiare su quali siano le dinamiche economiche internazionali che stanno strozzando l'Italia e su quali siano gli interessi nazionali da perseguire. E soprattutto su quali siano i fondamenti morali sui quali ricostruire il nostro Paese. Fondamenti che sono appunto “borghesi”. Quelli tipici della borghesia di una volta.

In primo luogo il ritorno della cultura del dovere dopo una lunga ubriacatura parolaia di diritti che, pur sacrosanti, hanno però permesso ai furbi e ai mascalzoni di coprire i propri sporchi interessi a danno di chi lavora veramente e si dà da fare. Il tutto, troppo spesso, purtroppo, con l'avallo dei sindacati. Un dovere che significa svolgere bene e con dedizione il proprio lavoro, nell'ambito privato come in quello pubblico. Una cultura del dovere che porta con sé anche la valorizzazione del merito individuale. Una necessità impellente in una Italia come questa, nella quale emergono in continuazione esempi di autentiche mezze calzette portate a posti di responsabilità soltanto perché figli o figlie del barone di turno. Un merito individuale che deve essere fatto passare come principio ad incominciare dalle scuole, dove ogni anno si deve assistere alla vergognosa sceneggiata dei genitori (in particolare le madri, la prima disgrazia dell'Italia) che fanno ricorso al Tar perché il loro bambino ignorante è stato bocciato o minacciano presidi e professori.

Sono necessari allora valori “borghesi” come il rispetto della legge, il rispetto di se stessi e degli altri. Per rinascere l'Italia ha quindi bisogno di una vera e propria rifondazione morale. Una rivoluzione culturale di segno diametralmente opposto a quella del '68 che, sull'onda del maoismo, prese piede e si affermò in Italia in nome di un demenziale egualitarismo e i cui effetti stiamo ancora scontando. Valori “borghesi” in una società nella quale la parola borghese viene fatta passare come una parolaccia. Al contrario di quanto succede in un Paese come la Francia dove a guidare lo Stato, in governi di destra o di sinistra, sono immancabilmente ex funzionari dell'alta burocrazia pubblica. Borghesi orgogliosi del proprio passato e del proprio ruolo di servitori dello Stato, in quanto eredi di una tradizione che, nata in epoca monarchica, è giunta fino all'attuale Quinta Repubblica. Una peculiarità che manca invece all'Italia che, purtroppo, è ancora troppo giovane come Stato Nazionale e che è priva di conseguenza di una borghesia che indichi il cammino da fare.

Filippo Ghira

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