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Grecia e Troika, l'accordo non c'è. Una storia infinita

La Grecia e la Troika sono ancora troppo distanti. Il copione è sempre lo stesso. Dateci altri prestiti e rinnovateci quelli in scadenza altrimenti se noi saltiamo, saltate anche voi e il sistema dell'euro rischia di collassare

Tagliate le pensioni, è la risposta del Fondo monetario, dell'Unione Europea e della Bce. La loro incidenza sul Prodotto interno lordo è troppo alta (il 16%). Un continuo botta e risposta di proposte e controproposte, la cui sostanza resta però quella della “ristrutturazione” del debito greco chiesta a gran voce da Tsipras. Termine che significa una rinuncia dei creditori a farsi rimborsare i titoli in portafoglio ma anche ulteriori rinnovi delle scadenze. 

Abbiamo già dato, dicono i greci. Nel senso che abbiamo già pagato un prezzo salatissimo in termini di aumento della disoccupazione e della povertà dei cittadini

I governi precedenti, socialista e conservatore, hanno aumentato la spesa pubblica per finanziare le loro clientele elettorali, hanno truccato i conti pubblici con la complicità della Goldman Sachs per poter entrare nell'euro. Poi quando è arrivata la crisi e il peso del debito pubblico (ora al 177% del Pil) si è fatto sentire trasformando i titoli di Stato in carta straccia, sono arrivati i governi tecnici che hanno imposto una politica economica alla lacrime e sangue con tagli delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, con l'aumento delle tasse, e tramite le liberalizzazioni e le privatizzazioni delle aziende pubbliche che hanno ulteriormente asservito la Grecia al capitale straniero. 

Un processo che era iniziato nel quadriennio che precedette le Olimpiadi del 2004 quando, come ha ricordato il qualche volta lucido Giulio Tremonti, in un clima di euforia legato ai lauti guadagni che si annunciavano, le banche europee hanno finanziato tutto quello che c'era da finanziare comprese le “illusioni di benessere” che molti greci, specie dell'alta borghesia, coltivavano, come le classiche ville con piscina. L'euforia, ricordava Tremonti, era stata bilaterale nel senso che i creditori (le banche appunto) incassarono lauti interessi sui soldi prestati ad Atene. 

Chi è allora che ci ha marciato? Entrambi. Ma noi, obietta Tsipras, non siamo responsabili di quello che è successo e non possiamo pagare per i debiti accesi da altri. Ma a qualcuno, obiettano quelli della Troika, quei soldi saranno pure finiti. E gli impegni presi dai governi tecnici vanno rispettati. 

Poi uno va a controllare e scopre che Lucas Papademos, primo ministro tra il novembre 2011 e il maggio 2012, venne nominato consigliere internazionale di Goldman Sachs dal 2005. 

Noi italiani che abbiamo avuto Mario Monti (consulente di Goldman Sachs e di Moody's) non è che siamo messi meglio. 

Il problema del governo Tsipras è di vederla in maniera diametralmente opposta a quella della Troika ma di non avere i soldi in cassa né per restituire la tranche di 1,6 miliardi al Fondo monetario internazionale che scade a fine mese né gli altri 7 miliardi che scadono in luglio e agosto. Quelli del Fmi sono dei criminali, vogliono soltanto umiliare la Grecia, hanno tuonato Tsipras e il ministro delle Finanze Varoufakis che hanno messo sotto accusa anche la Bce per perché continua ad insistere “su una linea di strangolamento finanziario”. La replica di Draghi ha posto l'accento sul fatto che l'istituto di Francoforte, come fa con le banche europee, sta permettendo al sistema bancario greco di sopravvivere grazie a massicce iniezioni di liquidità. 

Nello specifico, la Troika vuole un aumento dell'Iva e insiste sui tagli alle pensioni anche se, per dare un apparente segnale di disponibilità, ha spostato ultimamente il tiro su quelle più alte. Tsipras replica con la proposta di aumentare le tasse sugli utili delle imprese, di imporre un contributo di solidarietà ai cittadini più ricchi, e di aumentare le tasse sulla pubblicità televisiva. Sono provvedimenti il cui gettito non è sicuro e quantificabile, ribattono dalla Troika, ci vogliono riforme e misure “strutturali”. 

Guarda caso, le stesse cose che si chiedono all'Italia. Preferiamo pagare stipendi e pensioni che rimborsare i prestiti, ha proclamato Tsipras, sottolineando che almeno per giugno i due importi coincidono, auspicando che le pretese del Fmi vengano giudicate dall’opinione pubblica europea. 

Nel frattempo al vertice dell'Eurogruppo a Lussemburgo non si è trovato alcun accordo e di conseguenza non è stata sbloccata la seconda tranche di aiuti per 7,2 miliardi che sarebbero serviti per rimborsare una parte dei debiti scadenza. Nuovi debiti insomma per pagare altri debiti. 

Una nuova riunione è stata fissata così per oggi ma appare evidente che, per evitare la bancarotta greca e l'uscita dall'euro, il traguardo finale sarà quello di “un ammorbidimento” del debito. Un eufemismo per sottolineare il fatto che i creditori dovranno rinunciare ad una parte di quanto vantano nei riguardi di Atene. E in ogni caso cambierebbe poco perché si tratterebbe pur sempre di misure tampone. Negli ambienti europei infatti si parla di un nuovo piano di aiuti per 30 o 40 miliardi di euro in autunno con nuovi impegni finanziari che aumenteranno l'impegno degli Stati, Italia compresa che è già esposta per 40 miliardi. 

Il problema è appunto questo. Si è messo in moto un meccanismo infernale grazie al quale l'esposizione delle banche europee verso la Grecia è stata girata agli Stati, quindi ai cittadini europei. Oggi il 60% del debito pubblico greco è in portafoglio ai due fondi europei salva Stati, il 12% al Fmi e l'8% alla Bce per un totale Troika dell'80%. Si tratta della applicazione del principio tanto caro alla Fiat di “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”. Se poi le banche avessero ancora in carico titoli greci e se Atene fallisse, tranquilli. Le banche potranno prelevare dai conti correnti della clientela le risorse per coprire le eventuali perdite, grazie alla legge recentemente approvata dal Senato. Anche questo è Libero Mercato. Il loro.

Filippo Ghira

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