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Il degrado del pudore

Un trentenne, nel bel mezzo del pomeriggio, sta passeggiando in compagnia di una donna per le vie delle città, quando, svoltato l’angolo, incontra un tale; non un individuo qualunque, ma uno che, contro un muro, sta espletando le sue impellenze. Quale sarebbe la reazione più normale, da parte del protagonista? Se non fosse precipitato nella crisi spirituale in cui attualmente tutti noi siamo, il nostro darebbe al tizio una raddrizzata fisica, giusto per essere immediato e arrivare senza troppi fraintendimenti al nocciolo della questione. Purtroppo, però, al nostro trentenne, orfano del salvifico spirito belligerante, importa più la piega del vestito dell’offesa recata a lui e alla sua signora. 

Come se ciò non bastasse, questo signore viene folgorato da un’idea, che altro non è se non una consuetudine sempre più in voga: sfilare dalla tasca lo Smartphone e scattare prontamente una foto, o meglio ancora un video, da postare poco dopo con la speranza che diventi virale. E lo diventerà, suscitando molto clamore e, manco a dirlo, l’indignazione mediatica verso quel tale che ha scambiato la strada per una cloaca.

Così negli ultimi giorni, a furia di like virali, altre persone hanno emulato l’impresa e i quotidiani hanno riportato golosamente le immagini e altri video di donne e uomini, a zonzo per la strada, che si comportano esattamente come se si trovassero nel bagno di casa loro, niente di più niente di meno. 

C’è da indignarsi, eccome, se accade di trovare di fronte alla propria abitazione – nella piazza che quotidianamente si attraversa oppure al parco – qualcuno in procinto di abbassarsi i pantaloni per dare soddisfazione ai suoi bisogni corporali, incurante della ragazza, dell’anziano, del bambino e di chiunque altro stia passando. Seppure increscioso, questo è però diventato ormai da diversi anni un fenomeno di malcostume talmente frequente in Italia, dal Nord al Sud, da spingere parecchi residenti a fare appelli, petizioni e sit-in per chiedere l’intervento delle autorità competenti. A dimostrazione che, come al solito, la parte più “sporca” spetta ai cittadini. 

Il paradosso, qui, sta nel fatto che tocca al privato reclamare la salvaguardia del suolo pubblico – spazio che, appunto, dovrebbe essere di competenza del Comune – e che lo stesso privato deve farsi pubblico, cioè numero, anche semplicemente per tentare di farsi solo ascoltare. 

Hanno comunque tutte le sacrosante ragioni, i cittadini, per reclamare e indignarsi, e sicuramente tra loro c’è anche chi, sempre più esasperato, riprende il malcostume, al fine di mostrare le prove provanti e non fare soltanto teoriche proteste. Sembrano essere ancora pochi, tuttavia, quelli che si muovono in tale direzione; la maggioranza, invece, assomiglia a quel trentenne che, al passo con i tempi, se ne infischia della strada utilizzata come latrina, della donna che gli è accanto e della propria decenza, perché è tutto preso e compreso nella ripresa della scena e già pregusta la riproduzione del “materiale” che per puro caso si trova per le mani: seppure con l’alibi del malcontento, come non approfittare dell’occasione ghiotta e mettere a frutto lo scoop del momento? Basta un “click” e, dopo tutto, giustizia è fatta.

Di fronte a una persona che defeca o urina per strada, si parla di degrado urbano semplicemente perché dovrebbe essere degradante assistere a scene di questo genere; degradante per un ancestrale istinto, che non riguarda esclusivamente il nostro senso estetico, civico o igienico, ma anche e prima ancora la parte più selvatica e indicibile di noi: il pudore. 

Lo proviamo, il pudore, ogni qualvolta ci sentiamo “nudi” e impotenti di fronte a una situazione o a qualcuno che riteniamo possa metterci in ridicolo, in imbarazzo, in soggezione. Non sappiamo sfuggire, a questa acerrima sentinella e, se cerchiamo di soggiogarla, diventiamo forse ancora più ridicoli, imbarazzati e impacciati. Questo, poiché va a toccare sul vivo un sentimento personale o un semplice interesse verso qualcuno o qualcosa, è piuttosto normale e comune. Meno comune e più nobile, invece, è quel sottile ma lampante disagio, che proviamo di fronte a una persona – fosse anche una perfetta estranea – i cui atteggiamenti risultino grotteschi, fuori luogo e persino volgari. Il fatto in sé non dovrebbe riguardarci; non così intimamente, almeno, e a maggior ragione se si tratta di uno sconosciuto; eppure quel pudore, ribelle e generoso, investendoci nostro malgrado in pieno, ci fa sentire come se fossimo noi, i protagonisti di un’azione poco ammirevole. Così, “colpevoli” e pudichi per gli altri, abbassiamo lo sguardo per non dare seguito alla vista di chi, volutamente o meno, si mette alla berlina e denigra il suo status di uomo. 

Tale riguardo è una forma di muta compassione, ma, paradossalmente, anche un atto di vicinanza umana: si manifesta nell’attimo stesso in cui siamo più distanti e più in disaccordo con il comportamento di quell’individuo. Esattamente il contrario, insomma, di quanto avviene ogni volta che, maliziosi e stolti, tiriamo fuori dalla tasca il nostro telefonino per immortalare un evento che sarebbe meglio celare, senza renderci conto di confermare così una volta in più la nostra compiacenza e, peggio, la nostra implicita correità.

C’è sicuramente da indignarsi per tutti i balordi che insozzano la strada, senza ritegno alcuno per gli altri e per se stessi, ma siamo davvero sicuri che molti di quegli “altri”, che si indignano e si atteggiano a offesi, con i loro gingilli tecnologici, non siano ugualmente registi e attori del malcostume imperante?

Fiorenza Licitra

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