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L’enciclica vola alto, la Chiesa no

Sorprendersi sarebbe sciocco, ma arrabbiarsi no. Arrabbiarsi, di fronte alla nuova enciclica intitolata Laudato si’, non è sciocco per niente. Perché quello che ci viene presentato come un antidoto ai mali odierni è in realtà l’ennesimo tranquillante che non guarirà un bel nulla. Con l’aggravante, imperdonabile, di illudere i malati che la cura sia in arrivo solo perché il primario dell’ospedale – cattolico, si intende – ne proclama a gran voce la necessità, l’urgenza, la divina predestinazione.

Non è la sana teoria che anticipa la pratica, fissandone i princìpi e gli obiettivi. È la teoria truffaldina che sostituisce la pratica, evocandone una rappresentazione tanto edificante quanto astratta. Sciorinata la sua maxi omelia il papa, questo prete “più alto in grado”, scenderà dal pulpito e tornerà ad agire come al solito: incontrerà capi di Stato e di azienda, nonché una lunga serie di vip di varia provenienza, e ci si intratterrà amabilmente, come è prassi (o copione) della pazientissima diplomazia vaticana.

Con la scusa, sottintesa, che gli orizzonti temporali della Chiesa sono assai più ampi di quelli ordinari, la resa dei conti verrà rinviata a chissà quando. Benché tonante, la requisitoria rimarrà in sospeso. Un’amplissima ricostruzione degli scenari criminali che però, ahimè, si scorda di fare nomi e cognomi dei diretti responsabili. Il male esiste, figliuoli, e come vedete lo additiamo a gran voce; ma i malvagi, ahimè, ve li dovete trovare da soli. E venirne a capo da voi, sempre che non preferiate attendere, con cristiana rassegnazione, il Giudizio Universale.

Così eccole qua, le decine e decine di pagine del documento «sulla cura della casa comune». Sul rapporto di ritrovata attenzione, o meglio di rinnovato amore, che merita la Terra, il pianeta su cui viviamo e che «è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia. Questa sorella [che] protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. (…) Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora».

Un approccio che non è certo un’esclusiva del cristianesimo – di modo che al netto di questa ipotetica, suggerita, strisciante paternità il suo messaggio olistico è senz’altro condivisibile – e che implica il «riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri». Una prospettiva che una volta acquisita fa diventare nitidi, e innegabili, gli innumerevoli aspetti della psicopatia liberista. Dai casi specifici, constatando ad esempio che «l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani», si arriva agevolmente alle direttrici generali, per cui «non si possono nemmeno ignorare gli enormi interessi economici internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali. Di fatto esistono “proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, che servono solo agli interessi economici delle multinazionali”». 

Il cerchio sembra chiudersi, e chiudersi proprio come dovrebbe. Avevamo dei punti sparsi e sono stati ricollegati fino a tracciare una circonferenza. Questa circonferenza presuppone di per sé un centro (e magari un compasso) da identificare a sua volta per poterlo cambiare/abbandonare/rifiutare una volta per tutte, spostandosi alla massima distanza dal suo raggio d’azione, e dalle geometrie perverse che vi ruotano intorno.

E invece… Invece il Professor Francesco ha concluso la sua lezione e si limita a consegnarcene una copia, da aggiungere alle tante altre dissertazioni fatte via via dai suoi predecessori. Dalla “cattedra di San Pietro”, dicono loro. Nel doposcuola dell’establishment, diciamo noi.

Federico Zamboni

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