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Per la Grecia, come per tutti noi, il nodo non è il presente ma il futuro

Ogni tanto succede: qualcuno dei media mainstream butta lì un titolo che centra le vere questioni, dietro la sarabanda degli aggiornamenti a getto continuo. Poi, manco a dirlo, ciò che accade di solito è che l’articolo non si spinga ad approfondire davvero quella sintesi iniziale, che perciò resta un lampo occasionale nella solita nebbia della disinformazione.

Così, ieri, sul sito di Repubblica è apparso un pezzo di Ettore Livini intitolato “Grecia, per Tsipras l’ora del prendere o lasciare l’Europa”. Esatto: non solo l’euro, ma l’intera Europa. Ovvero, in base alle categorie correnti, la UE. Quella UE che siamo abituati/indotti a considerare l’articolazione politica dei popoli appartenenti agli Stati membri, all’insegna della democrazia e della libertà di decisione, ma che in effetti è tutt’altro. Il paravento di un sistema economico che è fondamentalmente apolide e che quindi non ha nulla a che spartire con i valori collettivi di cui si ammanta.

L’aspetto cruciale è proprio questo. Lo è con immediata evidenza nella vicenda greca, che si trascina da mesi dopo la vittoria di Tsipras nelle elezioni di fine gennaio, e lo è in maniera più o meno strisciante anche nelle vicissitudini di ogni altra nazione assoggettata agli stessi vincoli. Dietro la superficie delle controversie finanziarie, dalla restituzione dei debiti all’eventuale uscita dall’Euro, la posta in gioco non riguarda tanto il presente quanto il futuro. L’alternativa non è tra default e risanamento, ma tra autonomia e schiavitù. Aderire ai diktat odierni della Troika significa consegnarsi, senza scampo, a degli obblighi permanenti, che in seguito non avranno più bisogno di essere imposti con interventi eccezionali per il semplice, terribile motivo che essi saranno ormai connaturati al modello neoliberista che avrà prevalso nel frattempo.

L’ambiguità fondamentale della trattativa in corso, tra il governo ellenico e le sue svariate controparti internazionali (o per meglio dire “straniere”), sta nel discutere molto della situazione attuale e per nulla di quella a venire. La domanda che andrebbe posta allo stesso Tsipras e al ministro delle Finanze Varoufakis, visto il loro ruolo di capifila del governo ellenico, è che tipo di società si immaginano di poter allestire e sostenere, a seconda del superamento o meno del contenzioso coi creditori esteri. Per i quali, ribadiamolo, l’obiettivo strategico non è il recupero dei capitali ma la riaffermazione del primato capitalista. Le eventuali perdite di denaro costituiscono un incidente di percorso, o al massimo una battaglia perduta, i cui danni si possono riassorbire con relativa facilità, mentre quello che va evitato è che la Grecia diventi un esempio. Di insolvenza? No: di ammutinamento. E, più in particolare, di sopravvivenza dopo l’ammutinamento.

Quello che Tsipras e i suoi dovrebbero sapere benissimo, al pari di chiunque altro prospetti alternative o anche solo deroghe all’assetto oggi dominante in Europa, è che il neoliberismo è in piena offensiva e che i suoi piani egemonici non prevedono, o permettono, alcuna rinuncia strategica. Chi accetta di sottomettersi ne pagherà comunque e per intero il prezzo, a colpi di privatizzazioni e progressivo sgretolamento dei sistemi di welfare.

La tempistica può variare un po’ da caso a caso, ma il destino è segnato. Perché fa parte integrante, e ineliminabile, del medesimo progetto.

Federico Zamboni

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