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La Cina, dietro l'angolo, sta innescando il suo crollo

Il calo del 5,9% di due giorni fa alla Borsa di Shanghai ha fatto temere al mondo della finanza che si trattasse del segnale ufficiale che il boom dell'economia cinese è finito e che l'ex Celeste Impero ha imboccato la parabola discendente. Una svolta da incubo ma che gli operatori attendono da tempo perché è da anni che la Cina corre troppo anche se poi si trascina dietro tutti gli altri. Il calo è stato successivamente recuperato ma questo non è servito a nascondere il vero problema.

Siamo di fronte ad una economia drogata, molto più di quanto lo siano le economie degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, in virtù di un enorme debito pubblico e di continue forniture di liquidità alle banche da parte della Banca centrale cinese. Una realtà sulla quale in Occidente si è preferito sorvolare sia per non indurre in spiacevoli paragoni con le singole economie nazionali, sia per non diffondere il timore che la Cina, con una crescita che negli anni scorsi si era posta su una media tra l'8 e il 10% annuo, smetta di trainare il resto dell'economia mondiale e finisca per evidenziare come la finanza abbia assunto un peso abnorme e sproporzionato. 

Attualmente la Cina è il primo esportatore del mondo, primato raggiunto nel 2013 lasciando dietro di sé nell'ordine Germania e Stati Uniti. Un primato conquistato con due decenni di un impetuoso sviluppo industriale che ha radicalmente trasformato un Paese che era basato su una realtà prevalentemente agricola. Un successo raggiunto sia grazie al tradizionale e radicato spirito di iniziativa dei cinesi, che oltre cinquanta anni di regime comunista non sono stati in grado di cancellare, sia grazie a condizioni di lavoro molto spesso al limite dello schiavismo sulla cui accettazione ha vigilato la polizia di Stato. E sulla cui applicazione, gli occidentali, al contrario molto schizzinosi su realtà similari, hanno preferito chiudere un occhio, anzi due. Gli affari prima di tutto. In Cina insomma il capitalismo si è integrato con la dittatura del partito unico, creando un miscuglio mai visto prima. Un sistema indubbiamente efficiente visto che lo sviluppo industriale, economico e finanziario ha interessato tutti i settori e coinvolto centinaia di milioni di persone che hanno creato il gigante che oggi è la Cina. Un gigante che, in ragione di questo suo peso economico, si sta muovendo in ogni angolo del mondo, comprando imprese e banche locali (come i recenti investimenti fatti in Italia in azioni di Intesa-San Paolo, Unicredit e Monte dei Paschi) e sostituendosi molto spesso alle società americane ed europee. Un ruolo che la Cina, sull'esempio degli Stati Uniti, sta cercando di imporre con il rafforzamento dell'apparato militare ed in particolare della propria flotta, un fatto che sta inquietando non poco Washington che pensava di essere destinata a svolgere in eterno il ruolo imperiale che da quasi un secolo si è assegnata. 

Da qui le voci insistenti ed interessate, provenienti dagli ambienti più legati all'industria degli armamenti americana, che in un futuro nemmeno troppo lontano sarà inevitabile uno scontro militare tra Usa e Cina che fino a poco tempo fa andavano d'amore e d'accordo, tanto che fino al 2014 Pechino era il primo compratore del debito pubblico Usa, sostituita quest'anno dal Giappone. Se questo è il futuro ipotetico, il presente è ugualmente inquietante. Un crollo dell'economia cinese e un crollo della borsa di Shanghai sarebbero più devastanti per l'economia mondiale e per i mercati finanziari di quanto lo sia stato il crollo di Wall Street del 1929 che avviò la Grande Depressione e gettò le premesse della seconda guerra mondiale. Oggi come allora c'è un eccesso abnorme di liquidità in circolazione, grazie anche ai tassi di interesse bassi che facilitano (e facilitarono 86 anni fa) l'attività delle banche e degli speculatori. Una disponibilità di denaro creata dalle banche centrali che ha gonfiato le quotazioni che non hanno più un legame diretto con la salute reale delle società. 

Il problema è che oggi i mercati sono molto più interdipendenti e che grazie al web la notizia del calo, o del crollo, di un titolo e di una borsa asiatica si trasmette in tempo reale in America o in Europa. 

Certo, apparentemente, le cose non stanno così male. Pochi giorni fa, il Fondo Monetario, per quello che può valere, ha stimato per il 2015 una crescita dell'economia globale del 3,3% e di quella cinese del 6,8%. Dati che dovrebbero rassicurare sul fatto che l'asfittica economia mondiale troverà ancora una valvola di sfogo nel più grande mercato di assorbimento del mondo. Ma i segnali in senso contrario sono molteplici. Quello più appariscente, e che gli europei che la visitano possono toccare con mano, sono le grandi, anzi le enormi, disparità sociali che si sono create in Cina fra una classe dei nuovi ricchi, imprenditori e funzionari del partito, che hanno accumulato enormi fortune con la protezione della politica, a fronte di un ceto medio relativamente benestante e centinaia di milioni di persone in povertà. Sono gli esponenti di questa upper class a spendere e a spandere, manifestando la classica presunzione dell'arricchito, unita alla volontà di dimenticare in fretta il ricordo di una passata miseria, ma innescando allo stesso tempo gli inevitabili odi da parte dei cittadini meno fortunati o intraprendenti. Sono loro, e questo dovrebbe farci piacere, a comprare i prodotti più tipici del made in Italy, migliorando la nostra bilancia commerciale. Ma il pericolo è dietro l'angolo. Non si era mai vista infatti un'economia che crescesse con simili tassi di crescita ed il segreto, oltre che nell'attivismo degli imprenditori, va trovato nei debiti che hanno accumulato le famiglie, le imprese le banche e il governo centrale. 

Più di quanto abbiano fatto la Federal Reserve e la Banca centrale europea, la Banca centrale cinese ha fatto di tutto per aumentare la liquidità in circolazione, abbassando sia i tassi di interesse che la riserva obbligatoria. Oltre a questo, le autorità cinesi, soprattutto a livello locale dove le amministrazioni pubbliche sono super indebitate, hanno consentito la nascita e lo sviluppo di un mercato finanziario parallelo, lasciando operare società finanziarie (una sorta di mercato bancario parallelo) che, come successo nell'Italia dei primi anni ottanta, hanno attirato i risparmi dei cittadini ai quali venivano promessi rendimenti eclatanti in titoli che poi si sono rivelati essere carta straccia. Anche in questo caso, come in Europa e negli Usa, si è trattato di un altro espediente, permesso dalle autorità, per derubare i cittadini e per operare un trasferimento di ricchezza reale a tutto vantaggio del mondo finanziario. 

Con tutta questa liquidità pompata nel sistema gli indici di borsa non potevano che salire, approfittando anche del fatto che i cinesi da secoli hanno una passione perversa per il gioco d'azzardo e che quindi speculare in borsa, specie se i soldi non sono i propri, è un po' come andare al casinò. Come negli Usa tutti sono indebitati con tutti e lo Stato ha fatto di tutto per spingere i cittadini ad indebitarsi per improvvisarsi finanzieri in proprio e speculare in Borsa, esattamente come era successo nell'America degli anni Venti. A fine 2014 il debito pubblico cinese era al 217% del Pil. Se a questo si aggiungono i debiti del settore privato si oltrepassa il 300%. 

È un meccanismo che non può durare in eterno e che è ben conosciuto dai mercati che hanno dimostrato tutto il proprio pessimismo a metà giugno, con un crollo consistente del 12% alla Borsa di Shanghai dopo un rialzo monstre del 150% in 12 mesi. 

Vi è poi un altro elemento che richiama analogie con gli Stati Uniti ed è il folle rialzo del costo delle case e delle quotazioni delle società di costruzioni. Come negli Usa del 2007, la bolla immobiliare è una realtà ed è pronta a scoppiare creando un gigantesco effetto domino che tracimerebbe sul settore finanziario e le cui conseguenze farebbero apparire come ben poca cosa quelli derivanti da una bancarotta e di una uscita della Grecia dall'euro.

Filippo Ghira

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