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Tsipras il maggiordomo. E la Grecia sprofonda

Come negli anni dei governi che hanno messo in ginocchio la Grecia e di quelli tecnici chiamati ad imporre le direttive della Troika, mentre il Parlamento esaminava ed approvava la svendita del Paese e il suo commissariamento, i cittadini sono scesi in piazza per ribadire il no all'austerità e manifestare tutta la rabbia contro un governo nato sulla speranza popolare e che aveva assicurato che mai e poi mai si sarebbe piegato ai diktat della tecnocrazia internazionale. 

Scontri di piazza tra manifestanti e polizia come ai bei tempi, con decine di arresti, e che hanno avuto il loro epicentro sempre a piazza Sytagma, assunta a centro della vita politica nazionale. Tsipras si era presentato come il paladino dei ceti popolari ridotti in miseria dalle politiche di austerità e al tempo stesso come il difensore della dignità nazionale, un tema storicamente molto caro ai cittadini sia di destra che di sinistra. 

Il sostegno ricevuto alle elezioni politiche del 25 gennaio scorso era stato successivamente confermato dal risultato del voto al referendum. Una fiducia che si è dissolta con l'incredibile voltafaccia al Consiglio europeo e all'Eurogruppo e che ha avuto le sue pesanti conseguenze nel governo con le dimissioni di diversi ministri, in Parlamento con il voto contrario di deputati di Syriza e nello stesso movimento con Tsipras che è finito sotto accusa. 

Su 300 deputati i sì sono stati 229, i no 64, (ben 32 di Syriza) più 6 astenuti. Gravi, dal punto di vista politico, il voto contrario dell'ex ministro delle Finanze, il dimissionario Yanis Varoufakis, di Zoe Kostantopoulou, e del ministro dell'energia, Panagiotis Lafazanis. Sono stati i deputati del Pasok, di Nuova Democrazia (i due partiti responsabili dello sfascio economico) e di To Potami ad aiutare e il governo, in nome della affermata “salvezza” della Grecia, della sopravvivenza dell'euro e della stessa Unione Europea. O siamo uniti e votate sì all'accordo, aveva minacciato, o io me ne vado e il governo cade. Come se fosse lui a decidere se può o meno restare al suo posto. 

Poi, tanto per prendere ulteriormente in giro deputati e cittadini, aveva definito di “sinistra” il suo governo. Così, dopo le dichiarazioni roboanti del post referendum, e il “no” del popolo greco, Tsipras ha accettato un piano di risanamento e di austerità molto più duro di quello che gli era stato richiesto in precedenza. 

Un piano che si basa su tre direttive: fisco, pensioni e privatizzazioni e liberalizzazioni. 

Sul fisco, oltre alla riforma dell'Iva per la quale sono stati previste tre aliquote (6, 13 e 23%) verranno eliminate le esenzioni e le agevolazioni di cui avevano goduto talune categorie. Le isole greche dovranno ad esempio dire addio all'attuale sconto del 30%, pensato in funzione del turismo. Altra nota dolente le pensioni, uno dei tasti sui quali più batteva la Troika visto che in controtendenza con il resto dell'Unione molti cittadini vanno attualmente in pensione a 50 anni, alcuni pure prima. Una circostanza che faceva irritare in particolare i tedeschi che vi trovavano una ulteriore conferma sul fatto che i fratelli dell'area Sud invece di lavorare pensano a divertirsi e a fare la bella vita. Questo non sarà più possibile. In pensione si andrà quindi a 67 anni o in alternativa a 62 anni a fronte di 40 anni di contributi versati. 

Le liberalizzazioni interesseranno sia il mercato dei prodotti e dei servizi (previste come in Italia le aperture domenicali) sia talune professioni (come i farmacisti) oggi considerate troppo protette. 

Nota dolente le privatizzazioni. Qui le attività interessate verranno girate ad un fondo di garanzia sulla cui gestione vigilerà la Troika e i cui proventi (50 miliardi di euro previsti) verranno utilizzati per ridurre il debito. Nota dolente perché si tratta in buona sostanza della vendita o della svendita del patrimonio imprenditoriale pubblico. Quindi miniere, ferrovie, le telecomunicazioni (già interessate dalle privatizzazioni messe in atto dai governi tecnici ma senza esito), le società di gestione dei porti del Pireo e di Salonnicco, quelle che gestiscono le reti elettriche e, dulcis in fundo, le società municipalizzate che distribuiscono l'acqua nelle città di Atene, Salonnico e Patrasso. 

Una richiesta che conferma come anche in Grecia, così come in Italia, la finanza internazionale punta ad incamerare quello che per ragioni ovvie è e dovrebbe restare un bene pubblico gestito da un soggetto pubblico. 

Restano le riserve del Fondo Monetario Internazionale che, attraverso il suo direttore generale, la francese Christine Lagarde, continua a sostenere che il piano di austerità non avrà effetti pratici rilevanti se i creditori non accetteranno un taglio del 30% del debito pubblico greco. Un debito che attualmente è detenuto al 60% dai fondi salva stati dell'Unione, al 12% dallo stesso Fmi e all'8% dalla Bce. A muovere in tal senso la Lagarde, ex ministro delle Finanze di Sarkozy, non è soltanto un approccio umanitario o una convergenza con Hollande ma quella più considerevole con gli Stati Uniti che possono fare la voce grossa perché sono il primo socio del Fmi con il 17,78%. In tale ottica conta poco il peso della lobby greca negli Usa che già espresse un vicepresidente (Spiro Agnew) e un candidato ala Casa Bianca (Michael Dukakis). Conta molto di più anzi, ha fatto la differenza, la posizione della Grecia nell'area mediterranea e la sua importanza strategica in ambito Nato. Un aspetto che potrà turbare poco i sogni di Merkel e Schauble ma che per Obama è i suoi rappresenta il punto fondamentale dal quale partire per assumere qualsivoglia decisione. Poi i soldi per coprire i debiti si possono sempre trovare. Basta stamparli. È quello che stanno facendo da tempo la Bce e la Federal Reserve. 

Tanto a pagare saranno sempre i cittadini.

Filippo Ghira

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