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Di Sinistra noi siamo. E perciò ci accordiamo

Ragionevole. Il morbo che negli ultimi decenni ha snaturato la Sinistra, o sedicente tale, è tutto racchiuso in quest’unico aggettivo. Ragionevole. Ovvero, dietro la cortina fumogena delle grandi riaffermazioni di principio (equità, lavoro, democrazia, e chi più ne ha più ne sbandieri) e di qualche dissidio più o meno marginale, succube del modello dominante.

Incapace non solo di combatterlo efficacemente – e figuriamoci di rovesciarlo, in un empito rivoluzionario che riesca a mobilitare le mitiche “masse” degli sfruttati e degli oppressi – ma addirittura di fare il minimo indispensabile, razionale e preliminare: identificare il nemico contro cui scagliarsi. In maniera tale che se non altro, in attesa degli sviluppi successivi, vengano chiariti al di là di qualsiasi dubbio i veri termini della lotta da intraprendere. Con le sue insanabili contrapposizioni. Con i suoi severi aut aut.

L’unica opportunità di risolvere un problema, infatti, risiede nella sua corretta formulazione. Omettete dei dati rilevanti e diventerà impossibile, letteralmente impossibile, venirne a capo. Per quanto ci si potrà impegnare a valutarne i singoli aspetti, dando fondo alle proprie capacità di calcolo sulle singole operazioni, mancherà fatalmente l’elemento decisivo. Il quadro d’insieme. Il vero significato delle diverse parti, in relazione al tutto.

Lo sconfortante esito della vicenda greca sta lì a dimostrarlo. Il voltafaccia di Tsipras è stato reso possibile (o se preferite è stato preparato) dalla incompletezza del programma politico di Syriza. Le rivendicazioni abbondavano, a scapito delle analisi sul prezzo che si sarebbe dovuto pagare per concretizzarle, o anche solo per provarci rendendosi autonomi dalla Troika e dalle sue logiche. Poiché la suggestione era potente, e seducente, in molti se ne sono invaghiti e l’hanno sottoscritta col proprio voto. In un certo senso, che è quello assai annacquato delle competizioni elettorali, si sono “arruolati” di slancio e senza starci troppo a pensare. Con l’orgoglio nel cuore ma con le idee a dir poco confuse. Come coscritti che vanno alla guerra baldanzosi e sciocchi, tanto inebriati dal rullare dei propri tamburi quanto ignari di ciò che li attende al fronte. Sotto il fuoco nemico. Sotto lo strapotere di un esercito incomparabilmente più ricco, più forte, più lucido.

Come ha scritto Luciano Fuschini nel suo eccellente articolo di martedì scorso, «uno dei peggiori difetti del sistema democratico è che spinge i capi dei partiti a promesse mirabolanti e irrealizzabili, per vincere le elezioni.  Tsipras e Varoufakis dovevano sapere che quanto avevano promesso ai Greci non sarebbe mai stato accettato dalle istituzioni europee e dai creditori.  Avrebbero quindi dovuto predisporre piani eccezionali di uscita da una situazione di impossibile gestione, a costo di rotture dolorose ma inevitabili».

Qui in Italia, nel frattempo, Nichi Vendola ha annunciato un poderoso restyling di SEL. Che si accinge all’ennesimo aggiornamento del repertorio e dell’immagine, alla stregua di un qualsiasi cantante di seconda o terza o fascia in cerca di rilancio e a caccia, perciò, di un pezzo adatto e di un look efficace da esibire al prossimo Festival di Sanremo. Ergo, il partito (il partitino) «non si scioglie, ma investe il proprio patrimonio: possiamo congedarci definitivamente dall'epoca della sinistra del rancore e dei risentimenti».

Ma sì. Ancora più equilibrati di prima. Più collaborativi. Più giudiziosi. Visto che è venuto meno qualsiasi motivo di rancore & risentimento – volete mettere la rammaricata durezza dei Creditori Internazionali odierni, con la sfrontata aggressività dei capitalisti d’antan? – la serenità d’animo viene quasi spontanea. E così pacificati, ovvio, si può essere ancora più ragionevoli.

Federico Zamboni

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Tsipras il maggiordomo. E la Grecia sprofonda