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Grecia: i liberisti ci fanno la morale

Un’altra guerra “giusta”. Guerra in senso lato, ovviamente. Guerra senza l’impiego di un apparato propriamente bellico, ma con le armi dell’economia, della politica, della manipolazione mediatica.

Una guerra che è innanzitutto rivolta contro la Grecia, o per meglio dire contro la sua popolazione, ma che allo stesso tempo viene sfruttata per orientare l’opinione pubblica occidentale, allo scopo di rinsaldarne la convinzione che il modello dominante vada accettato non solo in forza della sua attuale supremazia, ma perché le sue motivazioni, le sue pratiche, i suoi diktat, sono appunto “giusti”.

Il trucco fondamentale dovrebbe essere ben noto, ma purtroppo, agli occhi di così tanti cittadini, continua a non esserlo: dare per scontato che l’assetto odierno sia del tutto legittimo, in quanto sancito da elezioni democratiche, e sinceramente finalizzato a un miglioramento generale delle condizioni di vita del maggior numero possibile di persone. Fissata questa premessa, che in realtà è un postulato su cui imperniare i successivi teoremi, il resto viene da sé. I rapporti economici sottostanti, a cominciare dai debiti contratti sia dai singoli individui che dai diversi Stati, attengono a una sorta di diritto naturale, che non può e non deve essere messo in discussione.

Il debitore, insomma, ha sempre e comunque torto, nel presupposto che accettare il denaro equivalga a riconoscere una subordinazione a tutto campo, che trascende il rapporto specifico e si propaga a ogni altro piano. Prova ne sia, come dimostrano le prassi ricattatorie del Fondo Monetario Internazionale, che alla concessione dei prestiti si affiancano le ingerenze politiche. Se volete i nostri soldi, dovete adeguarvi ai nostri sistemi. Che ufficialmente riguardano solo la sfera economica, ma che in effetti si estendono all’intera concezione dell’esistenza. Vedi, per citare l’articolo pubblicato appena ieri a firma di Luciano Fuschini, la colonizzazione dell’immaginario collettivo da parte degli USA: «Dietro a tutta la produzione hollywoodiana agisce fortissimo il mito del Bene che combatte il Male, e quel Bene è sempre segnato dai valori americani. Il mondo li sta assorbendo da almeno 70 anni».

Su scala più ridotta, ma altrettanto capziosa, sta accadendo qualcosa di analogo intorno alla questione greca. Nel commentare gli sviluppi del contenzioso tra il governo di Atene e i creditori internazionali, o anche solo nel riferirne (con i toni apparentemente oggettivi della pura cronaca), fioccano i tentativi di ricondurli nel quadro interpretativo funzionale al sistema. Gli editorialisti del Corriere, ad esempio, hanno dato il via a un fuoco di fila incessante, consci che il pericolo maggiore della crisi ellenica non sta certo nella mancata restituzione dei quattrini ricevuti ma nel sottrarsi alle logiche su cui si basa il dominio USA/UE.

Danilo Taino insorge davanti al referendum di domenica prossima, con uno scandalizzato «Dunque, alla fine lo hanno fatto: Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis hanno spostato sulle spalle dei cittadini greci l’alternativa tra l’accettare il programma dei creditori, e dunque restare nell’Unione monetaria, oppure rifiutarlo,e quindi avviarsi verso l’uscita. In nome di un’idea oscillante di democrazia: io, governo, ho fallito nelle trattative; ora vedi tu, popolo. Una scelta pasticciata». L’immancabile Francesco Giavazzi agita lo spauracchio della perdita di credibilità agli occhi dei mercati globali: «Una domanda si ponevano ieri gli investitori, soprattutto i non europei. Ci sono altri Tsipras nei Paesi dell’euro? (…) Da questa mattina il costo del nostro debito pubblico dipende da quanto credibile è l’impegno del governo ad attuare, dopo il Jobs act e con la medesima determinazione, quelle riforme senza le quali non ci può essere né crescita né occupazione».

Variazioni sul tema dello stesso spartito. Che è quello della marcetta – trionfale nelle intenzioni, grottesca di fronte agli esiti – con cui la Troika vuole tenerci al passo: Euro Über Alles. Dove Euro, se non si fosse capito, è la traduzione/adattamento del troppo esplicito Dollar.

Federico Zamboni

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