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Obama cerca di entrare nella storia con accordi di peso

Ogni Presidente degli Stati Uniti aspira a entrare nella storia. In questa ottica si spiegano le recenti aperture di Obama in politica internazionale.  Non si deve neppure trascurare lo stimolo a dare significato a quello strano premio Nobel per la pace ricevuto preventivamente, sulla fiducia.

In politica interna i successi vantati dal primo Presidente non bianco sono modesti. Può dire di avere evitato che la profonda crisi finanziaria, iniziata proprio in quell’autunno del 2008 in cui vinse per la prima volta le elezioni, dopo i primi scricchiolii avvertiti già l’anno prima, sfociasse in una ancora più vasta crisi economica. Restano però tutti i limiti strutturali del sistema.

Il grande vanto della sua Presidenza, la riforma del servizio sanitario, è stato in parte ridimensionato da correttivi alla legge imposti da un’opposizione assai forte.

Non gli si può imputare il riemergere di tensioni razziali, né la follia che sempre più frequentemente arma mani assassine che colpiscono alla cieca in un nichilismo omicida e suicida che dice molto sulla società americana.

Resta il fatto che la politica interna non è il terreno capace di segnalare il Presidente Obama fra i grandi della storia americana. 

Aveva bisogno di successi nella politica internazionale, anch’essa molto scialba e deludente fino a pochi mesi fa, dalla gestione infelice delle cosiddette primavere arabe fino all’umiliazione subìta in Siria e all’avventurismo della mossa ucraina, con la reazione allo stesso tempo decisa e moderata di Putin, che ha spiazzato Obama e i suoi servitorelli europei.

Un primo grande successo è stato la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Non bastava. Non poteva avere quell’impatto sui rapporti internazionali che si esige da parte di chi vuole legare il proprio nome a una svolta storica.

Il vero grande colpo è stato l’accordo con l’Iran, un Paese chiave sullo scacchiere mondiale. Quell’accordo è destinato a mettere in moto processi e dinamiche capaci di cambiare molti equilibri mondiali. Apre un contenzioso fra USA e Israele, da non sopravvalutare perché i legami fra i due Stati ne fanno praticamente un tutt’uno. 

Più serie sono le divergenze fra USA e Arabia Saudita, nemica storica dell’Iran e letteralmente terrorizzata dall’influenza degli ayatollah sulla penisola arabica, quella che ospita Mecca e Medina, il cuore pulsante dell’Islam. La stessa Turchia, membro potente della NATO e alleata preziosissima degli USA, dovrà riposizionarsi, anche nei rapporti col Califfato, in seguito alle nuove relazioni fra USA e Iran.

Imprevedibile è poi l’impatto che l’accordo avrà all’interno dell’Iran.  Appare chiaro che esso dà più peso alle componenti filo-occidentali del regime e dell’opinione pubblica. 

Un paio di episodi sono già eloquenti. 

Il primo è la reazione della polizia alle manifestazioni giovanili di giubilo per l’annuncio della firma, col lancio di lacrimogeni per disperdere la folla. Il secondo è la presa di posizione assai dura di Khamenei, la Guida Suprema, l’autorità religiosa che sovrasta anche il potere del moderato filo-occidentale Presidente Rohani. Khamenei ha voluto precisare che i rapporti con gli Usa resteranno conflittuali, fino a evocare la possibilità di una guerra. È chiaro che l’ala intransigente e militante dell’islamismo anti imperialista iraniano è preoccupata per i possibili sviluppi di un accordo che dà fiato alla forte borghesia filo-occidentale e ai giovani delle grandi città, insofferenti del rigore islamico nelle leggi e nei costumi.

Bisogna infine riflettere sul ruolo attivo svolto dalla diplomazia russa per arrivare all’accordo, ruolo riconosciuto dallo stesso Obama. Può sembrare sorprendente, visto che l’accordo rischia di allentare i legami dell’Iran con la Russia e, ricollocando sul mercato il petrolio e il gas iraniani, libera le risorse di un competitore della stessa Russia nelle contrattazioni delle forniture energetiche.

Occorre avere sempre presente che ciò che viene comunicato attraverso gli accordi scritti e firmati, è soltanto una parte di un più complesso giro d’orizzonte che resta segreto. 

Il non-detto, gli accordi puramente verbali, sono sempre più numerosi e più importanti di ciò che viene dato in pasto all’opinione pubblica. Potremmo quindi supporre che durante le serrate trattative si sia anche parlato di una soluzione della crisi siriana, che preveda magari la rimozione di Assad ma il rispetto degli interessi russi e iraniani. In cambio la Russia potrebbe avere avuto garanzie su una maggiore comprensione occidentale della sua posizione sull’Ucraina.

Saranno i fatti a smentire o a confermare queste ipotesi buttate là in assenza di informazioni più precise. Se poi Obama riuscisse anche a concludere l’accordo sui trattati di libero commercio, transpacifico e transatlantico, la sua presidenza sarebbe ricordata non solo per il colore della sua pelle.

Il tutto avendo comunque ben chiaro che il secondo mandato di Obama scadrà l’anno prossimo.

Gli equilibri e gli accordi sono tanto in bilico, per le pressioni fortissime fuori e dentro gli Usa, che il prossimo Presidente potrebbe rimettere in discussione tutto. Ed è presumibile che non sarà condizionato da un premio Nobel per la pace attribuito preventivamente.

Luciano Fuschini   

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