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Investitori a caccia di liquidità. E l'oro non rende più

L'oro sembra aver perso la sua natura di bene rifugio. Più per gli investitori istituzionali che per le famiglie. I prezzi hanno toccato il livello più basso degli ultimi cinque anni, sotto i 1.100 dollari per oncia (un'oncia Troy è pari a 31,1035 grammi).

Una conseguenza sia della rivalutazione del dollaro, per cui gli acquisti in questa fase sono più onerosi, sia della diminuzione delle riserve della Banca centrale della Cina che negli ultimi anni ne aveva fatto incetta, seguita a ruota dall'India. Non a caso due economie contrassegnate da un'impetuosa crescita economica che, a causa dell'indebitamento che ne era stato la premessa, aveva reso necessario l'accumulo di riserve auree a titolo di garanzia. Ed è stata proprio la Banca centrale, nel comunicare ufficialmente che le riserve ufficiali, pari a 1.658 tonnellate, sono la metà di quanto stimavano gli esperti, a fare calare ulteriormente le quotazioni del metallo giallo.

Un ruolo non indifferente lo ha poi svolto la Federal Reserve USA con l'annuncio della sua presidente Janet Yellen di un imminente aumento dei tassi di interesse, quindi di una stretta creditizia, a causa delle aspettative su un troppo basso tasso di inflazione a livello globale. Ma soprattutto ha contribuito il cambio di strategia dei grandi fondi di investimento privati (cinesi e non solo) che hanno preferito smobilizzare dall'oro fisico e dai futures per disporre di liquidità con la quale operare in Borsa.

Molti investitori, in particolare quelli che avevano puntato sul mercato cinese, hanno registrato forti perdite a causa del crollo di un mercato azionario che era cresciuto troppo rispetto al valore reale delle società quotate e degli utili distribuiti. Il calo conseguente dello yuan rispetto al dollaro ha quindi obbligato molti di loro a cambiare strategia. L'operazione al ribasso è partita lunedì scorso al Shanghai Gold Exchange quando erano ancora chiuse le borse europee e americane a causa dell'orario e quella di Tokyo per una festività nazionale. È stato facile, agendo in pochi minuti sulle piattaforme elettroniche che sono operative 24 ore su 24, compresa il Comex di New York, e muovendo risorse finanziarie limitate, produrre risultati molto superiori a quelle che la rete era abituata a gestire. Poi i cali sono state in parte recuperati ma il segnale era stato lanciato.

Gli esperti si stanno interrogando su cosa ci sia dietro questo cambio di strategia cinese. Attualmente le riserve di oro di Pechino ne fanno il sesto attore globale dopo Stati Uniti, Germania, il Fondo monetario internazionale, l'Italia (!) e la Francia. Mentre al contrario Pechino è il primo produttore del mondo e il primo consumatore e utilizzatore, unitamente all'India. Se quindi negli ultimi tre anni la Cina aveva comprato oltre mille tonnellate di oro, l'ipotesi che sta prendendo piede è che dietro a questa scelta vi fosse la necessità di offrire una garanzia a fronte di liquidità da investire sui mercati e per acquistare quote azionarie di società estere. Ora resta sempre la necessità di disporre di liquidità ma per rifarsi delle perdite dopo che l'economia cinese ha incominciato a mostrare le prime crepe e ad evidenziare quello che già molti sospettavano riguardo a una sottovalutazione dei costi sociali alla base della sua crescita.

In ogni caso la spiegazione più logica sta nel fatto che l'acquisto di oro e il suo immobilizzo, in una fase di recessione economica e di quasi deflazione come l'attuale, costituisce una attività che non genera guadagni né li fa sperare. Un discorso che non vale per il piccolo risparmiatore che, preoccupato dalla crisi in corso, dalle ipotesi su una bancarotta globale e dalla fine di alcune monete tipo l'euro, preferisce continuare a nascondere sotto il classico mattone un bene che, come dimostra la storia, sarà sempre monetizzabile in futuro, anche se potrà procurare qualche perdita.

Questa nuova grande liquidità a disposizione dei grandi fondi di investimento attende ora di essere impiegata. Non è chiaro ancora se avverrà per finanziare attività speculative o l'economia reale. Sotto questo secondo aspetto, le premesse sono incoraggianti. Sono infatti venute meno le condizioni che comportavano pressioni sui mercati come la stabilizzazione, sia pure provvisoria, della situazione del debito pubblico greco. E come la soluzione, altrettanto temporanea, della questione iraniana che ha offerto un ulteriore calmiere al prezzo del petrolio che, in conseguenza della recessione e del calo della domanda globale, non è mai stato così basso con il barile (unità di riferimento pari a 159 litri) quotato sotto i 50 dollari. Un petrolio del quale la Cina, superando gli Stati Uniti, nei primi sei mesi dell'anno è stato il primo importatore del mondo.

Si finisce così per tornare sempre a Pechino legando oro e petrolio allo stato dell'economia cinese che, nonostante i vari segnali, non è ancora crollata sulle contraddizioni di una crescita troppo forte e troppo rapida. 

Filippo Ghira  

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