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Strage di Brescia: non archiviare, please

La pallina, stavolta, si è fermata sulla casella della condanna. Al termine dell’ennesimo processo sulla Strage di Brescia del 28 maggio 1974, la cui vicenda giudiziaria ha generato tre diverse inchieste e una lunga serie di verdetti dagli esiti alterni (ma con molte assoluzioni e qualche risarcimento per ingiusta detenzione), la Seconda Corte d'assise d'appello di Milano ha inflitto l’ergastolo sia a Carlo Maria Maggi, ex ispettore veneto di Ordine Nuovo, sia a Maurizio Tramonte, ex collaboratore dei servizi segreti con il nome in codice di Tritone.

Le cronache riferiscono che i familiari delle vittime si sono commossi fino alle lacrime, e sul piano umano la loro “soddisfazione” è del tutto comprensibile, ma per chi non sia altrettanto coinvolto in prima persona la reazione deve essere di gran lunga più cauta. O persino scettica. Infatti, di fronte a una sentenza che arriva a oltre quarant’anni dagli avvenimenti e che ribalta le precedenti assoluzioni, la sedicente “verità processuale” non può certo essere presa per oro colato. Una volta di più, invece, il dubbio è che si tratti dell’ulteriore opinione di uno specifico collegio di magistrati. Un’opinione forse giusta, finalmente, o forse nuovamente sbagliata. Sicuramente, però, da prendere con le molle, visto che si aggiunge ai tanti altri casi di clamorosi capovolgimenti, con la Cassazione che smentisce, e quasi sbeffeggia, i giudici di Appello, e con gli imputati di turno che si ritrovano a passare da innocenti a colpevoli e viceversa.

In questa sconcertante altalena di esiti opposti diventa impossibile, quindi, dare per scontato che l’ultimo pronunciamento sia più attendibile degli altri in quanto l’ultimo. E perciò, nel caso particolare, risuona quasi grottesco il commento a caldo di Manlio Milani, che nel’attentato perse la moglie e che è  presidente dell'Associazione familiari vittime della stage di piazza della Loggia: a sentire lui la sentenza è addirittura  «decisiva per la storia del Paese», ma purtroppo non è vero neanche un po’. La sentenza, al contrario, non fa che confermare quello che era chiaro – quello che doveva essere chiaro – già da decenni e decenni, vale a dire che qui in Italia la legalità delle classi dirigenti è spesso una mera simulazione formale, dietro la quale si dipana ogni sorta di intrighi e connivenze. Fino a includere dei veri e propri crimini, ordinati espressamente o anche solo assecondati, in linea con il metodo mafioso dell'indurre gli interlocutori/complici a capire cosa ci si attende da loro.

Il vero processo, il processo fondamentale, è al sistema di potere che ci ha dominati finora. Alla sua natura e ai suoi obiettivi. Alle sue condotte esplicite che si intrecciano continuamente con altre pratiche oscure, sia all’interno dei nostri confini che su scala internazionale. Un processo che non si è mai potuto celebrare e che resterà impossibile anche in avvenire, a meno di un totale rinnovamento della società italiana e di chi la governa. Rinnovamento, va da sé, che è lontano anni luce dalle rottamazioni in stile Renzi, il cui scopo è da un lato aggiornare gli organigrammi di partito, ormai logorati da una miriade di pessime prove, e dall’altro accelerare le riforme in chiave neoliberista, spacciandole per un ritrovato dinamismo che ci guarirà dalle patologie pregresse.

Lasciar trascorrere decine di anni e poi “inchiodare” un paio di colpevoli, o presunti tali, non contraddice affatto la messinscena generale. Al contrario, la perpetua proprio perché finge di aver fatto giustizia, sia pure con un ritardo imbarazzante, e perché in tal modo mira ad archiviare il passato. Che in effetti è quasi diventato Storia, nel frattempo, ma che continua ad avere innumerevoli connessioni col presente: e non certo sul versante dell’esistenza, e della pericolosità, dell’estremismo neofascista, oppure comunista.

Federico Zamboni

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