Ottima scelta

Se sei arrivato qui allora sei uno degli ultimi esemplari viventi di Homo Sapiens. Buona lettura.

Cantami, o Allevi, dell’Italico Pallone

Due notizie di sport, o presunto tale: la prima è già un fatto acquisito, con la decisione di suonare un inno, composto ad hoc da Giovanni Allevi, prima di tutte le partite del calcio italiano organizzate dalla Lega di serie A; la seconda, non proprio sicura ma quasi, è il venir meno della candidatura di Boston come sede delle Olimpiadi del 2024, alla cui assegnazione concorre anche Roma.

Sintetizzando, l’Italia pallonara prosegue imperterrita sulla via dell’autocelebrazione e sprofonda nel kitsch, mentre una grande città degli USA, o piuttosto della East Coast di origini più antiche, si chiama fuori dalla baracconata planetaria, e costosissima, dei Giochi Olimpici. Di qua Maurizio Beretta, il presidente della Lega di serie A, che si lancia in un alato panegirico, affermando che «l'idea di comporre un inno per le nostre partite nasce dal desiderio di unire due pilastri della cultura italiana che ci identificano nel mondo, l'amore per il calcio e la grande tradizione musicale», per poi aggiungere che «è un onore che un artista come Giovanni Allevi, compositore, pianista e direttore d'orchestra famoso in tutto il mondo, abbia sposato con grande entusiasmo il nostro progetto per la realizzazione del nuovo inno del campionato». Di là Marty Welsh, il sindaco di Boston, che va dritto al punto, che è quello delle effettive ricadute economiche e sociali, e giustamente rigetta in blocco l’ipotesi «se non avrò garanzie che i miei cittadini non dovranno firmare il conto finale. Mi rifiuto di ipotecare il futuro della città».

Retorica contro pragmatismo, ma non solo. La questione va ampliata. Va proiettata molto al di là della sfera economica, o comunque amministrativa, e riconnessa al vero tema fondamentale, che è il modo di concepire lo sport e la sua funzione (anzi le sue funzioni) all’interno della società. Una volta che si sia intrapresa la strada del business, per cui lo sfruttamento commerciale diventa un obiettivo in sé stesso anziché un introito accessorio e subordinato al mantenimento di valori autenticamente sportivi, la competizione tende fatalmente a trasformarsi in spettacolo. E lo spettacolo, a sua volta, non esita a coinvolgere il pubblico con qualsiasi mezzo, esasperando la dimensione emotiva e ricorrendo alle attrattive più grossolane.

Ma c’è ancora di peggio. C’è l’aggravante di avere la pretesa di nobilitare il tutto, vedi appunto sia la ridicola iniziativa dell’inno classicheggiante by Allevi (qui la stucchevole anteprima, e qui il  testo, enfatico fino al grottesco, che è parte in latino e parte in inglese) sia le pompose “rivendicazioni culturali” sciorinate da Beretta. Obiettivo uno: accreditarlo come quanto c’è di meglio e di più desiderabile. Obiettivo due: farne un motivo di vanto nazionale o addirittura di riscatto collettivo, come se il solo andare in scena di quelle trionfali liturgie determinasse, e allo stesso tempo attestasse, una qualità di vita superiore e inebriante.

Così, tornando a Roma e alla possibilità che ospiti le Olimpiadi 2024, i fautori della candidatura ne esaltano le potenzialità di rilancio, e quasi di palingenesi: per organizzare l’Evento dovremo impegnarci così a fondo da uscirne rigenerati. Dal sacrificio alla catarsi. Un percorso troppo elevato, per rinunciarvi appigliandosi ai costi esorbitanti del rito e ai dubbi, meschini, sui “sacerdoti” che vi sovrintenderanno.

Federico Zamboni

I nostri Editori

Italcementi ai tedeschi. Dalla produzione alla finanza

A che punto è la realtà? (Riflessioni da mettere in valigia)