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“Un grande futuro dietro le spalle”

A Treviso un signore si è visto costretto a rivolgersi a un avvocato, Fabio Capraro, per reclamare il sostegno economico che i due figli gli negavano; l’uomo infatti, con una pensione di 600 euro e un affitto di 300, non sapeva più come riuscire a sbarcare il lunario per le altre spese restanti. Gli sarebbero bastate solamente 180 euro per tirare a campare, ma pare che i due figli per tutta risposta gli abbiano detto di arrangiarsi. Disperato, l’anziano padre non ha potuto fare a meno di trascinarli in Tribunale.

Nei giorni scorsi, il giudice ha dato ragione al genitore: l’assistenza familiare è un obbligo previsto sia dal Codice civile che da quello penale. Giustizia è stata fatta? Forse, ma resta l’amaro in bocca per una vicenda in cui la Costituzione dovrebbe c’entrare poco o nulla e, ciò nonostante, ancora una volta è la legge a decidere le sorti umane più intime. 

Senza ombra di dubbio, è vero che non si può e non si deve lasciare in miseria un genitore di ottant’anni – meglio per lui allora essersi affidato al Codice civile che ne salvaguardi i sacrosanti ed elementari diritti – ma, a processo vinto, può dirsi chiusa la questione economica, non i risvolti morali che da essa se ne traggono.

Dalla parte del padre, si fa presto a domandarsi che cos’avviene di un uomo che, dopo avere allevato e mantenuto la prole fino a permetterle una posizione centrale nella vita, si ritrova rinnegato in una casa di periferia, allegoria perfetta di un’esistenza ai margini. E, ancora, è facile chiedersi cosa significa, alla veneranda età di ottant’anni, implorare il minimo insindacabile al proprio figlio per poi trarne la massima disertazione? 

Immaginiamo allora quest’uomo ripudiato dai figli in un’età in cui non si può più permettere il lusso di quella solitudine che sorge dall’autonomia psicologica, fisica ed economica; un uomo costretto non soltanto a elemosinare, ma persino a sentirsi rifiutare gli spiccioli di cui necessita; un uomo che, giorno dopo giorno, deve fare tutto da sé – dalla spesa al supermercato alla fila alle poste, dalla visita medica al cucinare un pasto – e che, debole e già sconfitto, non sa fino a quando ancora potrà sobbarcarsi questo tutto che è la vita con le sue incombenze e fatiche; un uomo troppo vecchio per coltivare le attese e troppo solo per dedicare l’affetto che, ormai inservibile, lo trafigge. È insopportabile, tanta immaginazione, ed è una situazione, questa, che dovrebbe rimbalzare da giornale in giornale e da notiziario in notiziario per l’irrimediabile drammaticità di una storia altamente attuale. Attuale, sì, ma in fin dei conti anche tanto comune da non suscitare più alcuna eco mediatica: siamo avvezzi al peggio, e sembra che esclusivamente il ridicolo, l’effimero e l’inutile facciano breccia nel nostro stupore e finalmente nel nostro fiacco, fiacchissimo sdegno.

Al contrario delle solite corbellerie che siamo costretti a sorbirci quotidianamente, una vicenda del genere racconta perfettamente il profondo e radicale mutamento che la nostra società sta attraversando e che noi, abitandola, consapevoli o meno viviamo. E così, mentre sprofondiamo sempre più nella propaganda del “politicamente corretto”, mentre sosteniamo alacremente battaglie eque e solidali e mentre, sempre più buoni e soddisfatti, crediamo di essere al centro del mondo non siamo altro che nell’estrema periferia di ciò che davvero ci tocca e ci conforta.

Il cambiamento che sta tragicamente avvenendo è di quelli sostanziali e non bisogna temerlo solo perché  riguarda la vecchiaia – chissà chi avrà la giusta cura di noi, un domani – ma prima di tutto l’infanzia dei figli che verranno, i nostri. 

Se in Italia centinaia e centinaia di quarantenni e affini si disfano dei genitori, abbandonandoli in un bieco ospizio o, addirittura, semplicemente dimenticandoseli come se non li riguardasse più il vecchio padre e la vecchia madre da accudire e da baciare, allora ci dev’essere un problema alla radice: l’educazione impartita a questi prematuri orfani.

A meno che il genitore o il figlio non siano delle carogne, nella maggior parte dei casi la responsabilità va innanzitutto attribuita proprio a quell’uomo (o a quella donna) che oggi, piangendo miseria, domanda i 180 euro e che, in tempi non sospetti, ha lasciato un irrimediabile vuoto di responsabilità affettiva nei propri figli. 

Chissà a cosa pensava e di cosa si occupava, quel padre lì, quando la “materia” nelle sue mani era ancora grezza ed era tutta da indovinare e da scolpire. È molto probabile che quel padre, e come lui tanti, tantissimi altri, si sia esclusivamente preoccupato che il figlio avesse tutte le comodità possibili e immaginabili per scansare, avendo e potendo tutto, ogni forma di disubbidienza – anche la più sana e vigorosa – che si laureasse a pieni voti e che avesse un impiego soddisfacente per potersi dire fiero di lui e di se stesso. Poco importava, se già fin dagli esordi di ragazzo, rispondeva male in casa, se non amava ciò che faceva e se non cresceva come il padre, educato a sua volta da quel robusto e ferreo nonno che, lui sì, avrebbe saputo come dare immagine e somiglianza a ciò che sempre è stato e sempre sarebbe dovuto essere.

Fiorenza Licitra

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