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Italcementi ai tedeschi. Dalla produzione alla finanza

L'Italcementi diventa tedesca. Un fatto che farà felice la signora Merkel ma che dovrebbe indurre noi italiani a non illuderci sul fatto che non potremmo mai fare la fine della Grecia.

«Saremo colonia? O lo siamo già?» Questo il titolo quanto mai profetico di un libro di Piero Ottone del 1998, anche se c'è da dire che esso prendeva atto di una tendenza che stava divenendo inarrestabile a seguito della fine della Prima Repubblica e dei suoi equilibri economici e politici interni. Fu il crollo di un mondo che venne contrassegnato dall'avvio dello smantellamento del sistema delle aziende pubbliche, in buona parte destinate a finire sotto controllo estero, e dall'indebolimento di molti gruppi privati che a quel sistema erano legate.

La vendita del controllo dell'Italcementi ad un colosso tedesco come Heidelberg ne è l'ennesima conferma. L'ultima clamorosa operazione, in ordine di grandezza, e per gli interessi coinvolti, era stato l'acquisto, lo scorso marzo, della quota di controllo della Pirelli da parte di un gruppo cinese. A comprare sono state quindi Cina e Germania, i due primi Paesi esportatori del mondo. Due economie che, nonostante tutto, continuano a tirare e che dietro di sé trovano le rispettive politiche nazionale prontissime a sostenerle.

L'Italia, al contrario, brilla per la propria assenza. Renzi gonfia il petto nei consessi internazionali ma il suo ruolo resta quello di un subalterno chiamato a ratificare le decisioni prese da altri. E le imprese italiane risentono di questa fase di smobilitazione. Il valore simbolico di questa operazione, come di quella della Pirelli, è in ogni caso enorme. Si tratta di due gruppi che costituiscono l'ossatura portante del sistema economico italiano e lombardo, o se si preferisce padano. Due gruppi che erano sopravvissuti alle proprie debolezze grazie all'ombrello protettivo di Mediobanca.

Una volta scomparso lo statalista e monopolista Enrico Cuccia (che si atteggiava ad araldo del Libero Mercato) e ridotto il ruolo di Mediobanca, anche le aziende che erano legate a quel sistema (dove le azioni si pesavano e non si contavano) sono state costrette a misurarsi con la realtà dei numeri, con il Mercato quello vero, con il fatturato e con un futuro quanto mai incerto. Ad onor del vero c'è da ricordare che l'Italcementi fino al 1984, l'anno della morte di Carlo Pesenti che l'aveva portata ad essere la prima azienda del settore, aveva avuto rapporti pessimi con Mediobanca e con la Fiat.

Carlo Pesenti infatti, che era proprietario della Lancia, nel 1969 si era trovato in seria difficoltà sia per scelte strategiche sbagliate, sia per la chiusura del credito da parte delle banche “amiche” di Cuccia e degli Agnelli. Così gli era stato “consigliato” di vendere ai torinesi. L'Avvocato, sadicamente, gli fece fare due ore di anticamera per poi lanciare la sua offerta, più che umiliante per l'imprenditore bergamasco. Una lira ad azione: prendere o lasciare. Pesenti firmò ma da allora lo animò un rancore feroce per gli esponenti dei salotti buoni, già alimentato dal mancato appoggio ricevuto da quel mondo per respingere la scalata in borsa ad Italcementi da parte di Michele Sindona nel 1972.

Alla sua morte, il figlio Giampiero fece un giro di valzer di 180°, chiese udienza a Cuccia, ne invocò la protezione e la consulenza per rafforzare il controllo societario di Italcementi da parte dell'Italmobiliare (la finanziaria di famiglia). Il banchiere siciliano apprezzò e lo fece subito entrare fra i “felici pochi”, gratificati di credito bancario illimitato e di ogni appoggio per gli aumenti di capitale e per il collocamento in borsa di azioni e obbligazioni. Per Pesenti incominciò una nuova era e l'espansione del gruppo anche all'estero, attraverso operazioni strategiche come l'acquisto di Gillingham Portland negli Usa nel 1987 e di Ciments Français nel 1992.

L'operazione con i tedeschi vedrà la cessione della quota del 47,26% che Italmobiliare possiede in Italcementi e il successivo lancio di una Offerta Pubblica di Acquisto sul residuo delle azioni. L'operazione, nei calcoli di Heidelberg, avrà enormi rientri sui tempi lunghi visto che i tedeschi hanno accettato di pagare un prezzo molto maggiore del valore corrente delle azioni. Una volta terminata l'Opa, la fase successiva sarà la fusione tra Heidelberg e Italcementi e nascerà una nuova società nella quale i Pesenti avranno una quota di circa il 5%, molto minore di quella degli azionisti storici di Heidelberg.

Più che di fusione bisognerebbe parlare quindi di incorporazione tenendo conto che nel 2014 Heidelberg ha avuto ricavi per quasi 13 miliardi di euro contro i 4 miliardi di Italcementi e che ha una capitalizzazione di borsa sei volte superiore a quella del gruppo italiano. Le giustificazioni addotte da entrambe le parti per l'operazione sono quelle scontate. La prima riguarda il processo di concentrazione in atto nel settore del cemento in Europa al quale è necessario rispondere per non trovarsi fuori dai grandi giochi. La seconda è la necessità di raggiungere maggiori economie di scala. Il che significherebbe l'inevitabile riduzione dei dipendenti che, a rigore di logica, dovrebbe penalizzare i siti produttivi italiani, anche se Pesenti ha tenuto a essere rassicurante sostenendo che i due gruppi sono complementari. Gli ha fatto eco il numero uno dei tedeschi ricordando che Heidelberg ha una struttura assai decentrata nella quale gli italiani dovrebbero sviluppare tutte le proprie potenzialità. Insomma, senza essere colonizzati e senza sentirsi tali. In ogni caso, con i molti soldi che incasserà, Pesenti potrà fare quello che già stanno facendo gli eredi di altre dinastie storiche italiane, ossia i finanzieri. Lasciare quindi la gestione (non solo del cemento) ad altri soggetti ed incassare ogni anno i dividendi.

Anche questo è un segnale di decadenza del nostro Paese. La fine dello spirito imprenditoriale quantomeno per le aziende di grandi dimensioni che sono poi quelle che si trascinano dietro le altre. Siamo un Paese stanco e privo di fiducia nel futuro e i primi ad esserlo sono appunto gli imprenditori. Vedi gli eredi Agnelli.

Non è un bel segnale per le piccole e medie imprese che rappresentano l'ossatura produttiva del nostro Paese. Nonostante tutto questo, la Borsa italiana ha apprezzato molto l'annuncio dell'operazione. La razzia prevista di titoli Italcementi e i guadagni annunciati ne hanno fatto salire le quotazioni. Ma sono salite anche le azioni di società italiane di costruzioni come la Vianini di Caltagirone e di una concorrente come la Unicem. E allora la fusione tra Heidelberg e Italcementi, che darà vita al secondo gruppo del mondo, potrebbe essere letta come la volontà di recitare un ruolo da protagonista assoluto nel grande programma di opere pubbliche infrastrutturali da realizzarsi in Europa e che molti vedono come l'unica possibilità di avviare una seria e duratura ripresa economica.

Alla fine si torna sempre a Keynes e al New Deal. 

Filippo Ghira

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