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Per un'altra Europa. Confederale

La triste vicenda greca ha avuto un solo grande merito, quello di far dileguare quella specie di incanto catatonico che impediva di discutere l’idea di unità europea e di moneta unica.

La durezza dello scontro ha fatto emergere posizioni, definite sovraniste, che negano la possibilità stessa di una federazione europea. 

Queste posizioni appaiono storicamente infondate. Non è vero che non si sia mai data una qualche forma di unità europea e pertanto non è vero che sia impossibile.

L’Impero Romano realizzò un organismo statuale unitario in una parte significativa dell’Europa. Fu la conseguenza di una conquista armata ma non solo. Fu anche l’affermazione di una civiltà giuridica superiore e di una cultura che fu capace di assimilare e sintetizzare diversi contributi. Quella realtà durò secoli e il suo crollo fu vissuto come una grande tragedia, paradigma di tutte le crisi catastrofiche successive.

Quell’idea imperiale restò viva, risorse nell’Impero franco-germanico di Carlo Magno e nel ghibellinismo che attraversò tutto il Medio Evo: un Impero europeo, con una potestas esercitata da un Imperatore circonfuso da un’aura di sacralità e con un’auctoritas spirituale affidata al pontefice della Chiesa universale, in un quadro di autonomie regionali e di città-stato. C’era anche una lingua comune, il latino dei dotti e del clero, accanto alle lingue locali, i volgari parlati.

Quell’Impero visse una vita travagliata per i conflitti fra Impero e Papato; il cristianesimo ortodosso orientale non si riconobbe nella Chiesa cattolica e nella sua pretesa universalistica; si affermarono gli Stati nazionali. Tuttavia non si può asserire che non vi sia stata una realtà imperiale europea. 

Il tentativo di creare un vasto Impero europeo ritornò in epoca già moderna, nel XVI secolo, con Carlo V d’Asburgo. Il suo disegno di un’Europa imperiale e cattolica sotto il potere asburgico fu frustrato dalla potenza di uno Stato nazionale, quello francese che, pur cattolicissimo, non esitò ad allearsi con i protestanti tedeschi e addirittura con gli infedeli turchi (i nemici dei miei nemici sono miei amici) per non lasciarsi soffocare dalla potenza asburgica.

Ne risultò il trionfo degli Stati nazionali, ma un Impero europeo risorse, per pochi anni, con Napoleone. Ancora una volta fu il risultato di una conquista armata ma anche di un grande progetto di riforma sociale, la rivoluzione borghese e illuminista, che indusse molti europei a militare nelle armate napoleoniche. 

Sconfitto Napoleone e con l’idea di patria trionfante, dell’ideale di unità europea, in forma federale, si impadronirono i democratici, fra i quali Mazzini. 

La lunga stagione del nazionalismo, sfociata in due disastrose guerre mondiali, non deve far dimenticare che per pochi anni si realizzò un altro Impero europeo, quello hitleriano. Era ancora una volta una conquista armata ma anche portatrice di un ideale, a suo modo socialista e di supremazia etnica, che attrasse molti consensi in Europa, perfino nella social-democraticissima Svezia. Né deve far dimenticare che la sconfitta del nazismo non ha fatto rinascere l’Europa delle patrie. Da allora e per 40 anni l’area occidentale del continente è stata parte integrante e appendice dell’Impero americano, con l’unica parziale eccezione della Francia gollista, mentre l’area orientale è stata parte integrante e appendice dell’impero russo-sovietico. Col collasso dell’URSS, tutto il continente è diventato provincia dell’Impero americano, se vogliamo dirci le cose come stanno.

La possibilità di un’unità europea è tanto reale in quanto si è verificata più volte nella storia. Nemmeno la diversità delle lingue è un ostacolo insormontabile. Come nel Medioevo coesistevano il latino come lingua comune e le parlate locali, così oggi esiste una lingua comune, l’inglese, accanto alle lingue nazionali. Nel Medioevo, ma addirittura fino al Seicento di Galileo, per i giovani studiosi  non era un problema frequentare i corsi delle grandi Università europee, che erano tenuti in latino e su testi scritti in latino; oggi e sempre di più negli anni a venire, per i giovani europei non sarà un problema comunicare in inglese in tutti i Paesi e in tutti i centri culturali del continente.

Affermare che un’unità europea è impossibile significa inoltre affermare l’impossibilità di un Impero multietnico. Questa impossibilità è smentita dai lunghi secoli di vita dell’Impero Asburgico, il cui crollo in seguito alla prima guerra mondiale ha creato un vuoto drammatico nel centro dell’Europa; è smentita dai lunghi secoli di vita dell’Impero turco, il cui crollo è all’origine di tutto ciò che sta accadendo nel vicino Oriente, compresa la nascita dello Stato di Israele; è smentita dai lunghi secoli dell’Impero russo, poi sovietico, la cui dissoluzione sarà probabilmente la causa principale di una nuova conflagrazione mondiale; è smentita da quel piccolo Impero multietnico che fu la Jugoslavia, smembrata con gli effetti che abbiamo tristemente presenti. Del resto cos’altro è la Cina odierna se non un Impero multietnico? E voglia il Cielo che non si dissolva: sarebbe un’altra tragedia globale.

La storia ci dice che l’ideale di un’Europa in qualche modo unita non è affatto un’idea peregrina. Quando un Impero europeo si è realizzato, è stato sempre in seguito a una conquista armata portatrice di un grande ideale, di civiltà giuridica (Roma), di impronta religiosa (l’Impero medievale), di riforma sociale (il bonapartismo, il nazionalsocialismo, il comunismo). Oggi la cosiddetta UE è niente altro che un’appendice subalterna dell’Impero americano.

Ecco che non l’idea di Europa, ma questa misera Europa asservita deve essere rimossa dalla mente degli europei. L’obiettivo deve essere quello di una Confederazione che dal punto di vista economico faccia valere una politica a grandi linee comune attraverso un protezionismo tanto accentuato da configurarsi come un’autarchia. I sovranisti vorrebbero ripristinare i diritti del lavoro col ritorno a una politica keynesiana e al rispetto della Costituzione nazionale. Purtroppo non esiste più alcuna delle condizioni che resero possibile una politica keynesiana nel periodo glorioso 1945-75. Inoltre soltanto in un quadro protezionistico possono essere garantiti i diritti del lavoro e la giustizia sociale, perché nella spietata logica della libera concorrenza sui mercati internazionali, l’aumento della produttività passerà sempre anche attraverso la compressione di salari e stipendi, o il mantenimento dello stesso livello salariale ma con un maggiore carico di ore lavorative, o la riduzione del personale. Soltanto il protezionismo al limite dell’autarchia può rilanciare la centralità del lavoro, ma nessuno Stato dispone delle risorse necessarie. Solo a livello continentale è possibile una politica economica autarchica. Sulla base di una politica economica condivisa e convergente, si potrà ritentare l’esperimento, ora fallimentare, di una moneta comune.

La Confederazione dal punto di vista politico eserciterà il suo potere centrale nell’ambito della politica internazionale e della difesa: forze armate europee sono un elemento imprescindibile di una vera unità europea.  In tutti gli altri àmbiti resteranno ampli poteri decisionali alle realtà nazionali o alle maxi-regioni che costituiranno l’articolazione della Confederazione.

Un simile ideale comporta una rivoluzione, nelle coscienze e nelle istituzioni. Una rivoluzione inevitabilmente anche violenta. Si tratta di sciogliere la NATO e di svincolarsi dalla stretta dell’Impero americano; si tratta di liquidare il potere dei banchieri e delle imprese multinazionali. Un’opera gigantesca della quale non si intravedono nemmeno gli inizi.

Comunque è l’unica proposta politica di grande respiro che possa cercare un punto di incontro fra antagonisti “di destra” e “di sinistra”, nonché fra “sovranisti” ed “europeisti”. Infatti il sovranismo può essere accolto anche dagli europeisti come parola d’ordine provvisoria e unificante che funga da grimaldello per abbattere le porte dell’attuale UE. Una volta demolita questa orrenda e non riformabile Europa falsamente comunitaria riproponendo le sovranità nazionali, in un processo rivoluzionario ininterrotto si dovrebbe prospettare la Confederazione europea. Anche la convinzione dell’impossibilità di un moto rivoluzionario continentale è smentita dalla storia. Per limitarci agli ultimi secoli, il 1848 fu un fenomeno transnazionale; socialismo e fascismo hanno mobilitato i popoli di tutto il continente; il Sessantotto e il femminismo, con tutti i loro limiti e indipendentemente dal giudizio che ognuno può darne, sono stati sommovimenti non circoscritti a confini nazionali.

In questo modo di argomentare, i verbi al condizionale sono inevitabilmente fin troppi. Ma è ora di riprendere a ragionare in grande e di non fare più, come Syriza o come Podemos e Movimento Cinque Stelle, campagne elettorali equivoche, in cui il non detto è soverchiante. Il momento di parlare chiaro e di educare delle coscienze è ora o mai più.

Luciano Fuschini       

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