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Grecia! E ora: nessun negoziato

È certamente una vittoria, anche per tutti quelli sensibili al tema della sovranità, quella ottenuta ieri dal popolo greco. La maggioranza schiacciante dei cittadini ha dunque scelto per il No alle ulteriori misure chieste dalla Troika ad Atene. A differenza di come accaduto a suo tempo, dopo Papademos, questa volta i greci hanno dato un chiaro segnale opposto non solo alle richieste che erano arrivate dalla Commissione Europea ma, di fatto, anche a tutto quello che essa rappresenta. Consapevolmente o meno, la scelta per Oxi di ieri vuol dire molto di più. Resta da capire, a questo punto, quali sono le strade percorribili.

E allora diciamo subito che le prime indiscrezioni non sono tanto incoraggianti. Tsipras si dice «pronto al dialogo» e a siglare un accordo «anche in 48 ore». Cattivo segno (o buono, se letto come modo di "passare la patata bollente" al nemico). Per un motivo molto semplice, e peraltro elementare: non può esservi un altro accordo, o meglio, un "accordo" differente. Proprio perché "d'accordo" le due parti non sono affatto. Non possono esserlo. E una minima flessione rispetto ai punti distantissimi di partenza sarebbe inconcepibile. Da una parte e dall'altra. Perché per i greci il punto non è modificare alcuni elementi di una struttura, il punto è farla cadere.

Intanto perché non si parlava di accordo neanche prima. A meno di voler considerare come "accordo" una situazione in cui da una parte arrivano le comande e dall'altra ci si aspetta solo che vengano eseguite. In secondo luogo perché un altro accordo prevederebbe di fatto un rovesciamento di tutta l'impalcatura usuraia della Troika che fino a ora ha retto gli equilibri, o meglio gli squilibri, dei rapporti tra le organizzazioni sovranazionali e i singoli Stati.

In altre parole, il No di ieri è, teoricamente, senza appello. Il referendum era sul fatto di accettare o meno le misure richieste da Bruxelles. Ma accettarle o meno significava implicitamente continuare ad accettare o meno il sistema dell'Euro-debito (e di chi ne dirige i fili) e quello della Europa dei banchieri che ci portiamo avanti sin dagli esordi di questa operazione politicamente già scellerata in partenza. 

Non è che si può rimanere nell'Europa dell'Euro se non ne si accetta l'unico presupposto attorno al quale è stata costruita, ovvero quello dei mercati e della moneta della Banca centrale europea. Non è che si può rimanere a trattare a un tavolo che è stato di fatto rovesciato. E questo da entrambe le parti. 

Con un nemico del genere non si tratta. Non più. E Tsipras ieri ha incassato l'appoggio popolare (dopo quello di Putin dei mesi scorsi?). Può dunque tornare a pronunciarsi con maggiore forza.

Fmi, Bce e Ue non possono sedere a un tavolo per trattare con i greci dopo aver ricevuto la sberla sonora di ieri. Perché la cosa, se così andasse, rappresenterebbe in ogni caso un precedente insopportabile per la Troika.

Allo stesso modo, si tratterebbe di una ingenuità, se non proprio di uno schiaffo post-voto, se Tsipras andasse a spuntare semplicemente qualche condizione un filo migliore delle precedenti rimanendo però nella medesima logica.

Brutalmente: per la Grecia, rifiutare le misure che le erano state imposte significa rifiutare tutto il meccanismo della moneta debito che gli è implicito. E dunque ripudiare il debito inesigibile. E quindi l'Euro stesso. Impossibile fare altrimenti senza richiamare alla mente la vittoria di Pirro.

È qui dunque, è ora, che inizia la fase più delicata. E importante. Quello di ieri è solo il primo passo - essenziale - di un Paese per iniziare a svincolarsi dalla morsa della speculazione, da quella della moneta debito e della impalcatura criminosa che le è alla base. Per ritornare alla sovranità ne servono altri. Studiati, controllati, guidati. E soprattutto attenti a non replicare in altre forme i criteri originari che sono propri di Fmi, Bce e Ue.

Quello di ieri è stato un atto di coraggio. Di Tsipras e dei Greci (a meno di doversi accorgere nelle prossime ore, nei prossimi giorni, che si è trattato invece di un incauto ottimismo nei confronti di un ammorbidimento dei creditori). Bene, quel coraggio ora va portato sino in fondo.

In sintesi: dopo questo no, per compiere la rivoluzione, la Grecia deve uscire dall'Euro e ripudiare quel debito inesigibile, deve tornare a stampare una moneta di Stato, cioè pubblica (e non di proprietà di alcuni privati) e deve trovare degli accordi con altri Paesi (Russia?) che le permettano di passare le acque agitatissime che dovrà affrontare nel momento in cui deciderà di svincolarsi definitivamente dai tentacoli della Troika e nei primi anni di transizione.

I greci devono alzare il dito medio in faccia a Lagarde, Merkel, Draghi e Juncker. E mostrare la strada a tutti gli altri, noi inclusi. Altrimenti il precedente fondamentale di ieri rischia di passare alla storia come uno dei momenti più neri per tutti gli Stati che intendano, o prima o poi, tornare a essere sovrani.

Valerio Lo Monaco

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