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The USA Mission: demonizzare la Russia

L'Unione Europea, sfruttando l'occasione offerta dalle vicende ucraine, si è accodata senza discutere alle strategie americane nei riguardi della Russia e di Putin che vengono presentati dai media occidentalisti come il più serio pericolo per la pace e la stabilità in Europa.

Una bella faccia di bronzo che se nel caso della Casa Bianca è fisiologica e affonda le sue radici nel retaggio ideologico della guerra Fredda e nella contrapposizione con l'Unione Sovietica, nel caso dei Paesi dell'Unione, che hanno deciso di imporre le sanzioni a Mosca, è semplicemente folle oltre che autolesionistico. Sia dal punto di vista politico che economico considerato che la Russia è il più importante e il più affidabile fornitore di petrolio e di gas dell'Unione Europea. E lo è ancora di più oggi dopo che Paesi come Libia e Iraq, una volta “laici” e stabili politicamente, sono finiti in mano alle milizie islamiche.

Nel caso degli Stati Uniti la strategia che da decenni si sta mettendo in atto è quella dell'accerchiamento della Russia che già caratterizzò la politica estera di Londra nel XIX secolo, quando la Gran Bretagna era la prima potenza globale. Il Grande Gioco di cui parlò pure Kipling e che si esplicava nell'impedire a Mosca l'accesso ai mari caldi. Una strategia che, gestita dagli Usa, oggi come durante la presidenza di Carter (1977-1980), vede il suo teorico in Zbigniew Brzezinski che, da immigrato polacco cattolico, ha più di una motivazione, storica e politica, per alimentare il suo astio verso la Russia che unitamente alla Germania si è più volte divisa il territorio della “sua” Polonia. Nel caso dei Paesi europei, quelli per intenderci che costituiscono il nocciolo duro originario dell'Unione (Germania, Francia e Italia), questo appiattimento sulle posizioni americane non ha ragione di essere, perché ignora volutamente la storia della Russia dopo il crollo del Muro di Berlino con tutti i tentativi da parte degli Stati Uniti di colonizzarla economicamente, assumendo il controllo del suo patrimonio energetico attraverso i vari oligarchi che furono riempiti di risorse finanziarie per comprare le aziende pubbliche, messe in svendita da Boris Eltsin e dal suo degno compare Egor Gaidar. Oligarchi che, molto spesso erano caratterizzati dall'avere un doppio o triplo passaporto con relativa nazionalità (russa, statunitense e israeliana) e che improvvisamente comparvero sulla scena facendo razzia di attività strategiche come petrolio e gas e costruendo un patrimonio immenso che condizionava, anzi aveva in pugno, la vita politica russa.

Una realtà contro la quale si mosse Vladimir Putin, una volta che prese il posto di Eltsin al Cremlino nel 2000. Da qui la campagna giudiziaria contro i vari Berezovsky, Gusinsky, Abramovich e soprattutto Khodorkovsky imprigionato e condannato per frode fiscale proprio quando stava per vendere alla Exxon la quota di maggioranza della Yukos, il colosso russo del petrolio e del gas. Una vicenda giudiziaria che innescò sulle due rive dell'Atlantico una incredibile campagna a favore di Khodorkovsky, presentato come un individuo dal comportamento cristallino, una vittima del “dittatore” Putin e come un sincero democratico. Una campagna che le autorità Usa cercarono di rafforzare con il blocco giudiziario dei beni della Yukos negli Stati Uniti. La solita pretesa missionaria di Washington di essere la guida morale e il gendarme del mondo e di conseguenza di imporre ad un governo straniero (nel caso la Russia) cosa fare o non fare all'interno del proprio territorio. Come se la Russia fosse un Paese, tipo l'Iraq o la Serbia, al quale imporre la propria volontà, attraverso una minaccia (o un attacco) militare, e non una potenza dotata di armi nucleari e in grado di reagire.

L'aggiramento della Russia da sud fu il primo passo della strategia perseguita da Brzezinski che convinse l'amministrazione Usa a favorire la caduta dello Scià in Iran nel 1979 che era già debole di suo e di sostituirlo con un governo islamico in maniera tale da provocare una sorta di effetto domino, una infezione, nelle repubbliche islamiche dell'Unione Sovietica e sui tempi lunghi un suo dissolvimento. Fu per reagire a questa strategia che l'Urss invase l'Afghanistan. Poi in Iran le cose non andarono esattamente come sperava Brzezinski ma nel frattempo un seme era stato gettato.

Caduto il muro di Berlino, sotto la presidenza di Bush padre, il disegno di Brzezinski trovò nei repubblicani i suoi continuatori, a dimostrazione che esso era comunque funzionale agli interessi dell'establishment Usa. Ed il primo interesse era quello di impedire che si creasse una alleanza continentale tra la nuova Unione Europea e la Russia. Una alleanza nella quale la prima portasse la propria tecnologia e la seconda le materie prime energetiche. Un'alleanza in grado, sempre sui tempi lunghi, di insidiare il primato economico statunitense.

La scelta fatta fu quella di puntare sul risentimento delle repubbliche dell'ex Urss, divenute indipendenti, nei riguardi della Russia, di farle entrare nella Nato, e di favorire l'ascesa di politici fedeli a Washington in virtù di legami familiari e della doppia nazionalità, oltre che da cospicui finanziamenti. Caso emblematico fu quello di Mikhail Shakasvili in Georgia che guidò una delle tante rivoluzioni “colorate” e che poi ne assunse la presidenza. O il caso incredibile e recente dei tre ministri del nuovo governo ucraino, tutti e tre cittadini statunitensi imposti da Washington e funzionali alla richiesta delle autorità di Kiev di entrare nella Nato. E allora non bisogna stupirsi o protestare se la Russia, sentendosi minacciata, si sia ripresa la Crimea che l'ucraino Nikita Kruscev (capo dell'Urss dal 1953 al 1964) aveva regalato all'Ucraina togliendola alla Russia. Non ci si deve stupire se Putin abbia fomentato la rivolta delle regioni orientali dell'Ucraina nelle quali il russo è la lingua di riferimento. La richiesta di Kiev di entrare nella Nato (e l'appoggio che le ha dato l'Unione Europea, Italia inclusa) rappresenta infatti una vera e propria provocazione nei riguardi della Russia perché essa sposta ad Est gli equilibri geopolitici europei. Li sposta senza un motivo apparente che non sia quello esposto in precedenza. Perché la Russia non è né tanto meno può essere considerata un pericolo per l'Europa.

I tre governi a cui si faceva riferimento prima (Germania, Francia e Italia), tutto questo lo sanno benissimo eppure hanno scelto di sostenere una questione di principio, quella della intangibilità del territorio di un Paese che in passato hanno bellamente ignorato. Ricordiamoci ad esempio della guerra di aggressione della Nato contro la Serbia, supportata dalle basi collocate in Italia, gentilmente offerte dal governo dell'ex comunista D'Alema. Oggi invece, il cattivo è soltanto Putin e i governi di sinistra o di destra europei (la Gran Bretagna è sempre stata filo Usa) hanno dimostrato di essere perfettamente collocati su una linea che è autolesionistica per gli interessi dell'Unione.

Certo Putin non corrisponderà all'idea di un leader democratico che si ha in Occidente, quello insomma che lascia il potere reale nelle mani delle oligarchie finanziarie, alla cosiddetta “società civile”, ma è stato eletto dal suo popolo con maggioranze non da poco. Obama, da parte sua, continua a recitare un copione ad uso e consumo dei suoi maggiordomi, prontissimi a genuflettersi in attesa di ordini. «Putin sta ricreando un'atmosfera da guerra fredda», ha affermato ala riunione del G7. In realtà è vero l'opposto. Sono gli Stati Uniti che da un venticinquennio alimentano i venti di guerra in Europa e nel mondo, confidando nella propria superiorità tecnologica. Ed hanno scelto di usare l'Europa per destabilizzarla e per staccarla da una Russia che ne è l'alleato naturale.

Politici come Schroeder e Berlusconi (pur con tutti i suoi limiti e le sue colpe) lo avevano ben chiaro. I capi attuali no. Pure da questa debolezza deriva la crescente marginalizzazione dell'Europa nel mondo e la sua incapacità (perché ne mancano le premesse e le condizioni) di essere un soggetto unico in grado di incidere sul futuro.

Filippo Ghira

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