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Che paura, la democrazia diretta!

Puro contorno, certo. La manipolazione mediatica della crisi greca resta un fenomeno accessorio, rispetto ai veri nodi economici e politici della vicenda, ma entro questi limiti è anch’essa esemplare. A conferma di quella che è la vera natura della sedicente democrazia occidentale, che tanto si fregia di richiami astratti alla sovranità popolare quanto se ne frega all’atto pratico, ossia nella prassi decisionale di chi governa.

Negli ultimi giorni lo si è visto benissimo, e ancora più del solito. Di fronte alla “insubordinazione” di Tsipras, culminata nel referendum di domenica scorsa (a proposito: una dimostrazione inoppugnabile della possibilità di effettuare consultazioni di questa portata a brevissimo termine, quando lo si voglia fare davvero), i commentatori mainstream si sono stizziti parecchio. E siccome la stizza tende a togliere lucidità a chiunque, l’insofferenza ha indotto più di qualcuno a forzare non solo i toni, ma anche i contenuti. A cominciare da quell’autentica enormità – che tale rimane nonostante sia incardinata sulla medesima logica, avvelenata, che qui da noi portò alla celebrazione dei “tecnici” di montiana memoria – per cui i cittadini non dovrebbero mai essere chiamati a esprimersi direttamente su questioni di natura finanziaria, essendo palese che non possiedono le competenze necessarie a farlo.

Beninteso: l’obiezione non è infondata di per sé, visto che di sicuro la stragrande maggioranza della popolazione non padroneggia i complessi meccanismi del mondo bancario e delle politiche valutarie, ma in questa chiave diventa capziosa. Primo, perché non c’è bisogno di una laurea alla Bocconi, né di un master a Londra o a Chicago, per capire/intuire che la Troika persegue finalità oligarchiche che non coincidono affatto col decantato bene comune. Secondo, perché una volta che quell’obiezione la si sia posta, e fissata, bisognerebbe avere l’onestà di trarne le dovute conseguenze a più ampio raggio, riconoscendo che la stessa incompetenza si riverbera su ogni altra forma di votazione. Come anche, sia pure in maniera meno evidente, sull’orientamento della cosiddetta “opinione pubblica”, che col suo consenso, o meno, attesta il grado di legittimazione di un determinato establishment.

Quello cui stiamo assistendo, insomma, è un perfetto esempio delle contraddizioni, e delle menzogne, che si nascondono dietro l’abituale rappresentazione del rapporto tra governanti e governati. Mentre la vulgata si compiace di far credere che siano questi ultimi a costituire l’asse portante del sistema, così che gli eletti dovrebbero raccoglierne le istanze, comprenderne i bisogni e rappresentarne gli interessi, la verità è diametralmente opposta: quella degli elettori è nulla di più che una controfirma, di per sé ingannevole, da apporre in calce ai programmi stabiliti da altri. Incanalando il voto lo si neutralizza. Circoscrivendo le opzioni sul tappeto, ovvero nelle urne, si elimina a priori il rischio di deviazioni sostanziali dalle autostrade (a pedaggio obbligatorio e salatissimo) del Pensiero Unico.

Ciò che ha dato tanto fastidio, nel referendum ellenico sulla trattativa coi creditori esteri, è appunto il suo sfuggire a questo schema consolidato. Che diamine: i popoli devono accontentarsi di scegliere i politicanti preferiti, pescandoli all’interno del catalogo predisposto dal Potere. Poi ci penseranno loro, da bravi attori della messinscena parlamentare, a fare in modo che dietro le apparenze democratiche vada tutto come deve andare.

Federico Zamboni   

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