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My God: il “marxista” Corbyn a capo dei laburisti

Big surprise: i laburisti britannici si sono scelti un nuovo leader, il 66enne Jeremy Corbyn, che ha stravinto le primarie smentendo ogni pronostico e che, soprattutto, è agli antipodi di Tony Blair e dei suoi epigoni. Per dirla in maniera rozza, ma ovviamente voluta, Corbyn è molto più “di sinistra”.

No surprise: ai sostenitori dell’assetto dominante, tutto liberismo e competizione globale, la decisione non è piaciuta per niente. La preoccupazione ha assunto i toni dell’allarme, al punto che il premier David Cameron ha paventato una «minaccia per la sicurezza nazionale» e che molti altri, in Inghilterra e fuori, hanno prefigurato sviluppi funesti sia nella politica interna che in quella estera. Le critiche si sono subito trasformate in anatemi, imperniati su quello che per gli omologati di ogni ordine e grado è allo stesso tempo un vizio spaventoso e un’accusa inoppugnabile: il ritorno al passato “ideologico” di matrice ottocentesca, che contrappone gli sfruttatori e gli sfruttati e che perciò, sia pure in forme legalitarie, recupera l’idea di lotta di classe. O almeno di scontro incessante sulle singole questioni, per cui ogni miglioramento delle condizioni di vita dei meno abbienti sarà il frutto di altrettante battaglie ingaggiate, e vinte.  

Una stizza che si poteva prevedere agevolmente, appunto. A forza di predicare, o di augurarsi, la fatale e definitiva scomparsa di qualsiasi alternativa al modello oggi imperante, parecchi se ne sono convinti in modo patologico. Con una classica reazione nevrotica, ciò che non collima con le aspettative viene negato come una sorta di “errore della realtà”. Non può e non deve succedere. E in ogni caso non potrà durare, visto che si basa palesemente su presupposti sbagliati. Sbagliatissimi. Inconcepibili.  

Sul sito dell’Unità, ad esempio, è comparso l’intervento di Andrea Romano, eletto alla Camera nelle file di Scelta civica e confluito nel gruppo del Pd dal 12 novembre 2014. Il titolo, un po’ rammaricato e un po’ infastidito, recita «Corbyn e la sinistra che si fa del male». Il testo è in parte un’ode al blairismo perduto, quello che nei suoi anni di governo «ha espresso il grado più alto di un riformismo di sinistra che vinceva e cambiava le cose», e in parte una reprimenda per l’ «autolesionismo di ritorno di un grande partito che potrà dedicarsi a coltivare in solitudine le fantasiose ricette di Corbyn. Perché tali rimangono, anche oggi, le proposte di un leader che immagina di rilanciare l’economia britannica tornando a puntare sulle miniere di carbone o a stampare moneta fuori dai vincoli di bilancio: cancellando così l’indipendenza della Bank of England e resuscitando le politiche di “tax and spend” che per decenni hanno allontanato la sinistra dal governo delle grandi democrazie europee».

Analogamente, sul Messaggero, Giuliano da Empoli utilizza il medesimo parallelo. Il titolo diventa «Scelto Corbyn, così va in fumo l’eredità Blair» e il ritratto che viene dato del neo segretario laburista è una specie di Wanted a cura degli Sceriffi Liberisti: «il leader più estremo che ci sia. Marxista non pentito, vuole l’uscita della Gran Bretagna dalla Nato e la ri-nazionalizzazione delle grandi imprese. Ma anche tasse più alte e una politica mediorientale in supporto dei suoi amici di Hamas».

Come si vede, e l’elenco delle requisitorie potrebbe continuare a lungo, i capi d’accusa sono numerosi ma si riassumono in uno stesso, intollerabile reato: la lesa maestà del Pensiero Unico e della sua potentissima Chiesa. Un affronto che manda su tutte le furie le fitte schiere dei fedeli – variamente distribuiti nelle categorie, a vantaggi alquanto decrescenti, dei sacerdoti, dei sagrestani e dei semplici bigotti – e che con ogni probabilità li induce a sopravvalutare di molto le effettive qualità di Jeremy Corbin. Del quale ci piacerebbe poter credere che sia davvero un uomo che ha compreso fino in fondo l’impossibilità di ammansire le élite finanziarie, ma che almeno per ora va considerato nulla di più dell’ennesimo aspirante mediatore tra la popolazione impoverita e le oligarchie dei super ricchi. Grandi mobilitazioni per i diritti civili, inconcludenti scaramucce per la distribuzione del reddito e il rafforzamento del welfare.

Le sue simpatie per Syriza sono note, ma visto quello che è successo nel frattempo bisognerebbe assolutamente chiarire di quale Syriza si stia parlando: di quella che predicava il conflitto senza quartiere con la Troika, o di quella della resa ignominiosa, e pressoché senza condizioni, sottoscritta da Tsipras?

Il problema non è il vetero-socialismo. Il problema è il socialismo di facciata, o comunque a scartamento ridotto.  

Federico Zamboni

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