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Fed: il denaro per le banche resta gratis

Altro che riduzioni degli “aiuti”. Dando ragione alla maggioranza degli esperti, e venendo incontro ai desideri delle banche, la Federal Reserve Usa ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse in una fascia che va dallo 0 allo 0,25%. Negli Stati Uniti così come in Europa (dove dal 10 settembre del 2014 il tasso di riferimento praticato dalla Bce è dello 0,05%) si continua quindi a privilegiare il settore finanziario. Si continua insomma ad offrire gratis soldi alle banche che li potranno utilizzare per rafforzare il proprio patrimonio più che per finanziare l'economia reale. 

Le spiegazioni addotte dalla Fed sono le solite. L'economia globale non cresce come dovrebbe soprattutto perché sta lentamente venendo meno l'effetto traino svolto dalla Cina che soffre i contraccolpi di una crescita troppo impetuosa con tassi medi negli ultimi anni tra il 7% e il 10%. Una crescita che, è bene ricordarlo, è stata resa possibile da un enorme indebitamento che grava sia sulle imprese che sulle banche dell'ex celeste impero. Una bolla finanziaria ed economica e che prima o poi si sgonfierà, facendo inevitabilmente sentire i suoi effetti su tutta l'economia globale. 

Sul piano interno Usa il mercato del lavoro è in miglioramento tanto che a fine anno la disoccupazione dovrebbe attestarsi sul 5% contro il 5,3% preventivato prima dell'estate e la crescita si attesterà sul 2,1% contro il precedente 1,9% (e ovviamente ciò non rileva il tipo di occupazione di cui si parla, come ad esempio i mini-jobs, cioè un meccanismo di sedicente, occupazione). Ma è stato il tasso di inflazione troppo basso (lo 0,4% contro lo 0,7%) il fattore che ha spinto Janet Yellen a non toccare i tassi. 

A Washington, come a Francoforte, la linea ufficiale sostiene che solo attraverso una continua immissione di liquidità nel sistema, resa possibile dai soldi regalati di fatto alle banche, si potrà raggiungere l'obiettivo di una inflazione annua al 2%, che viene considerata accettabile in quanto rappresenterebbe un livello fisiologico tale da permettere alle imprese di non andare in perdita. 

La stessa musica si è sentita a Francoforte dove Mario Draghi si è detto preoccupato per la crisi asiatica, per l'inflazione bassa e per una ripresa economica che in Europa non si vede ancora e che avrebbe bisogno di maggiori investimenti pubblici in infrastrutture, in ricerca e sviluppo e in istruzione. L'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs ha difeso le proprie scelte e ha rivendicato a suo merito questa fase di tassi di interesse bassi che permetterebbero ai Paesi membri dell'euro di ridurre i loro elevati debiti pubblici. Un monito più o meno esplicito all'Italia e che Renzi ha difficoltà a realizzare per non colpire le clientele che lo sostengono.

Filippo Ghira 

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