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Ma quanto gli piace la cultura, a Renzi

C’erano da ammazzare i sindacati: e puntualmente li stanno ammazzando. Una morte lenta, come si conviene a ciò che deve apparire come un decesso naturale per vecchiaia, o comunque per deperimento spontaneo. Un assassinio che è reso assai più facile dalle cattive, dalle pessime, abitudini di vita delle vittime designate.

Loro hanno prestato il fianco, eccome. Se non avessero passato decine e decine di anni a impigrirsi e a ingozzarsi di privilegi, fino a tradire la loro stessa ragion d’essere e a diventare dei corpaccioni ributtanti e con il cervello, o il cuore, sempre più malandato, oggi farli fuori sarebbe molto meno agevole. Invece, è quasi un gioco da ragazzi. Un tiro al bersaglio, ripetuto da mille angolazioni e con ogni sorta di proiettili, che non si può sbagliare. E con il quale sono ormai in parecchi a trovarsi d’accordo: quei bestioni sono diventati tanto ipertrofici quanto nocivi. È evidente che debbano essere eliminati al più presto, nell’interesse comune di un’economia più dinamica e competitiva.

L’ultimo episodio – l’ultimo casus belli che si inserisce alla perfezione nella strategia generale – è ovviamente quello accaduto la mattina di venerdì scorso, a Roma. Il Colosseo, al pari di altri siti archeologici della Capitale, che rimane chiuso al pubblico per tre ore, a causa di un’assemblea sindacale. Un incontro che in effetti aveva i suoi buoni motivi (il mancato pagamento, da mesi, di straordinari e indennità) e che era stato richiesto e autorizzato nel pieno rispetto delle regole. E che però, nel momento in cui si è svolto e ha comportato l’inevitabile e prevedibilissima sospensione degli accessi da parte dei visitatori, viene accolto da reazioni indignate, incredule, attonite.

In prima fila, manco a dirlo, i riformisti-full-time del governo. Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, se ne esce a botta calda con un tonante «La misura è colma». E il premier, di lì a poche ore, scodella l’immancabile tweet dai toni perentori, e autocelebrativi, e subdoli: «Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l’Italia. Oggi decreto legge #Colosseo #lavoltabuona».

Il decreto legge, appunto. Quello che è stato ufficializzato dal Consiglio dei ministri già nella riunione delle 19, sempre di venerdì, e che secondo il relativo comunicato stampa «è composto da un unico articolo e chiarisce che l’apertura al pubblico di musei e luoghi della cultura rientra tra i servizi pubblici disciplinati dalla legge 146 del 1990 sull'esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali».

Alè. Il solito decisionismo alla Mary Poppins: «Basta un poco di zucchero e la pillola va giù». Lo zucchero, si capisce, è l’altisonante difesa della «fruizione del patrimonio storico e artistico della Nazione», e mischiate nello zucchero ci sono pure le benefiche vitamine della nostra immagine turistica nel mondo, ossia gli introiti che essa genera. La pillola, viceversa, è un impasto tanto amaro quanto tossico, basato su tre ingredienti tipici degli intrugli renziani: uno, l’abuso dei decreti legge; due, la demonizzazione degli avversari di turno, presentati/screditati come altrettanti ostacoli al rilancio del Paese; tre, il richiamo a concetti arbitrari che poi, come in questo caso, vengono sanciti per legge.

I primi due dovrebbero essere di tutta evidenza, per cui ci limitiamo al terzo. Che la suddetta fruizione etc. etc. costituisca un servizio pubblico essenziale è semplicemente falso:  benché la tutela del settore sia sacrosanta – e d’ora in poi c’è da vedere se si sarà altrettanto draconiani nei confronti degli innumerevoli beni culturali che giacciono inutilizzati – la partita non si gioca certo sul singolo caso di apertura o di chiusura. Non è che se il tale museo o il tale monumento rimangono inaccessibili per qualche ora, o persino per un’intera giornata, si produce un danno intollerabile. Con tutto il rispetto, non sono ospedali, o forze dell’ordine, o mezzi di trasporto, che vanno garantiti inderogabilmente in ogni giorno dell’anno.

La sollevazione governativa, e dei molti altri che le hanno tenuto bordone, si spaccia per nobile, ma di nobile non ha proprio nulla. L’involucro è colto. La sostanza è come al solito cinica, per non dire di peggio.

Federico Zamboni

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