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Volkswagen, Germania: la truffa über alles

Anche i tedeschi barano e la vicenda Volkswagen lo dimostra. Il fatto che la casa automobilistica di Wolfsburg abbia truccato i dati sui valori delle emissioni di gas dei motori delle proprie auto potrebbe avere delle conseguenze devastanti per quello che nell'ultimo biennio si era affermato come il primo gruppo mondiale. Le vendite, grazie a marchi come Volkswagen, Audi, Seat, Skoda, Bentley, Bugatti, Lamborghini e Porsche, (più la Ducati tra le moto) avevano permesso di superare i tradizionali rivali di Toyota e General Motors.

 Ora l'indagine dell'Epa, l'agenzia Usa per la protezione dell'ambiente, giunge come una mazzata. Le conseguenze infatti non si faranno sentire soltanto negli Stati Uniti ma anche in Europa (per non parlare del Sudamerica e dell'Asia). Oltre alle inevitabili multe per parecchi miliardi di dollari (e di euro) sarà necessario richiamare milioni di vetture per adeguarle alle normative vigenti che negli Stati il mese scorso avevano registrato un irrigidimento, grazie anche ad un Obama che fin dalla sua prima elezione aveva cavalcato la lotta contro il riscaldamento climatico.

Al di là delle voci che parlano di talpe che, in conseguenza di lotte di potere interne alla Volkswagen, avrebbero suggerito all'Epa di approfondire le proprie indagini, resta la realtà di un duro colpo all'immagine della casa automobilistica e più in generale dell'intera economia tedesca. La Germania, che dal 2014 ha perso lo scettro di prima esportatrice del mondo a vantaggio della Cina, basa infatti la forza della propria economia non solo sul sistema “misto” che lega banche e imprese le une alle altre, impedendo scalate ostili esterne, ma anche sull'alto livello della tecnologia dei prodotti della sua industria.

A questi due elementi si somma la generale considerazione che circonda i lavoratori tedeschi che, tanto per rimanere in ambito italiano, vengono additati come esempio da seguire. I tedeschi sono persone serie, questo è il luogo comune corrente. Per loro contano più i doveri che i diritti. Tengono i loro conti pubblici a posto. Mica sono gravati da un debito pubblico del livello di quello greco o italiano che rispecchia la tendenza dei cittadini dei Paesi dell'area Sud a godersi la vita. Per tale motivo, la Merkel ha potuto assurgere a guida dell'Unione europea, dettando la linea da seguire agli altri Paesi membri. La Germania ha un debito pubblico che a fine 2014 era il 75% sul Prodotto interno lordo e i suoi titoli sono considerati i più solvibili dell'Eurozona. Ma dietro le quinte la realtà è leggermente diversa.

Come la Grecia anche la Germania (unitamente alla Francia) truccò i propri conti pubblici per entrare nell'euro, omettendo di tenere conto di alcune voci di spesa. Ed oggi continua ad ignorare l'enorme indebitamento (oltre 400 miliardi di euro) della Kfw, una finanziaria pubblica, i cui azionisti sono lo Stato (80%) e i Länder (20%) e che investe in società di interesse pubblico. Come fa la nostra Cassa Depositi e Prestiti il cui debito però viene già calcolato nel debito pubblico.

Certo, non potremo essere noi italiani a dare lezioni ai crucchi, o a godere dei loro infortuni, ma quantomeno si dovrebbe tenere conto che anche a Berlino la correttezza non è di casa.

Filippo Ghira

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