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Quanti auspici, papa Francesco. E quante bugie

Bel discorso al Congresso USA, mercoledì scorso, e bel discorso all’Assemblea generale dell’ONU, il giorno successivo. Nel suo viaggio oltreoceano papa Francesco ha confermato di essere molto abile, nel presentare sé stesso e la Chiesa in una luce positiva e desiderabile, e puntualmente ha fatto il pieno di reazioni favorevoli, o persino entusiastiche: applausi ripetuti dei presenti, qualcuno dei super professionisti della politica che addirittura si commuove fino alle lacrime (vedi il repubblicano John Boehner, presidente della Camera), e gli amplificatori del mainstream che rilanciano nel modo più acritico le dichiarazioni altisonanti e i mirabili auspici.

Tutto perfetto, nella rappresentazione mediatica. Che però si ferma alla superficie – in questo show delle ottime intenzioni che sconfina nella fiaba posticcia di stampo hollywoodiano e che è congegnato in maniera tale da permettere a tutti di sentirsi schierati, automaticamente, dalla parte dei buoni – e ignora la totale falsità di alcuni dei presupposti e delle relative affermazioni, a cominciare dal ritrattino iper idealizzato degli stessi Stati Uniti d’America. I quali, nella più scoperta delle captatio benevolentiae, sono stati omaggiati già nelle primissime battute dell’intervento a Capitol Hill come, citando l’inno nazionale statunitense, «terra dei liberi e casa dei valorosi». Per poi aggiungere, in un afflato che è tanto ingiustificato quanto offensivo per le vittime di ciò che invece è accaduto nella storia reale, una professione di presunta, e ruffiana, fratellanza geopolitica: «io pure sono un figlio di questo grande continente, da cui tutti noi abbiamo ricevuto tanto e verso il quale condividiamo una comune responsabilità».

Il messaggio è chiaro: sul passato si può e si deve sorvolare, azzerando le responsabilità di quello che è avvenuto finora e facendo finta che le sopraffazioni di ieri e quelle di oggi non siano legate, tra loro, da un implacabile rapporto di cause ed effetti, come del resto è inevitabile all’interno delle medesime strategie di potere. Il perdono è assicurato, e non richiede nemmeno l’impegno, o il fastidio, di una confessione preventiva. Basta ascoltare la Suprema Omelia, sciorinata a domicilio dal Santo Padre, e si verrà mondati da ogni peccato commesso. Un sistema ancora più comodo delle antiche indulgenze a suon di quattrini: il prezzo, invero assai modesto, si riduce all’avallo della messinscena, tra un Obama che saluta in Francesco «l’uomo della speranza» e le moltitudini che si prestano a fare da comparse.

«Dobbiamo andare avanti insieme, come uno solo, in uno spirito rinnovato di fraternità e di solidarietà, collaborando generosamente per il bene comune. Le sfide che oggi affrontiamo – proclama il papa – richiedono un rinnovamento di questo spirito di collaborazione, che ha procurato tanto bene nella storia degli Stati Uniti».

Ma quale «bene», esattamente? E a vantaggio di chi? E in quali forme e in quali atti di giustizia sociale si manifesterebbe, lì nella “terra dei banksters e casa degli speculatori”, quell’edificante/rassicurante/fuorviante «spirito di collaborazione»?

Il cosiddetto bel discorso è truccato da cima a fondo, come si vede. Una falsificazione che sarebbe a sua volta falso circoscrivere a un’accortezza dialettica, e diplomatica. In mancanza di una ricognizione veritiera sulla natura dei conflitti che affliggono il pianeta, ovvero sugli immani centri di interesse che li innescano e ne approfittano, restano solo le bugie degli auspici campati per aria.

Per aria. Non in Cielo.

Federico Zamboni

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