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Come siamo diventati buoni, di fronte alla foto di Aylan

Il potere “iconico”, si è detto. Le immagini che a volte (chissà perché…) si caricano di una forza comunicativa che le parole hanno per lo più perduto. Ed ecco allora che una singola foto – quella di un bambino siriano di appena tre anni che è morto durante un naufragio sulle coste turche e il cui corpicino viene raccolto sulla spiaggia da un agente in divisa – diventa magicamente una sorta di rivelazione collettiva che accende il coinvolgimento interiore di innumerevoli persone.

Non solo cittadini qualsiasi, che potrebbero avere il pur dubbio alibi della distrazione, ma persino governanti. Tra i quali, incredibilmente, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, la cui abituale spietatezza, vedi l’incrollabile cinismo con cui ha gestito la crisi greca, si ribalta all’improvviso in una solidarietà di segno opposto, e però altrettanto granitica. Uno slancio che equivale a un imperativo assoluto e che lei stessa condensa in un proclama lapidario, che tuttavia ambisce ad apparire quasi schivo: nell’accogliere i profughi «la Germania fa ciò che è moralmente e giuridicamente dovuto. Né di più, né di meno».

Che bella favoletta. L’etica che coincide con il diritto. Ed entrambi che indirizzano – che devono indirizzare – l’azione politica. Quella della UE, si intende. O più in generale dell’Occidente, visto che quando si tratta di ergersi a difesa dei “diritti universali” gli USA vanno ricompresi per definizione nella nobile schiera, e di regola al primo posto.

Invece di analizzare le vere cause dell’esodo, e di riconoscere le proprie responsabilità, si presenta il fenomeno come una sorta di emergenza spontanea, o comunque determinata da vicende locali che si sono innescate da sé. Il colonialismo di ieri e di oggi non viene minimamente preso in considerazione, al pari degli interventi armati o politici, da parte di Washington e dei suoi alleati europei, che hanno condotto a una crescente instabilità dapprima del Medio Oriente e poi nel Nord Africa. Il messaggio conseguente, che ci riporta dritti alla “commozione da istantanea”, è che noi occidentali siamo spettatori incolpevoli di quel che sta accadendo, e che tuttavia dobbiamo occuparcene per ragioni prettamente umanitarie. Ne va della nostra civiltà. Ne va della nostra democrazia.

L’aspetto economico, al contrario, non c’entra nulla. Non c’entra lo sfruttamento diretto e indiretto dei territori impoveriti e delle popolazioni sprofondate nelle tirannie o nelle lotte fratricide tra le diverse fazioni. Non c’entra l’interesse ad importare mano d’opera pronta a tutto, e utilissima non solo per tagliare direttamente i costi del lavoro ma soprattutto per scoraggiare, e addirittura delegittimare, le aspettative delle masse europee illuse da qualche decennio di welfare.

 

L’Occidente si racconta così. Come una leadership globale che aspira a migliorare le condizioni di vita di chi ne accetta (o si lascia imporre) il modello liberista. Quando cancella i diritti e abbatte i redditi lo fa a malincuore, spinto dalle necessità delle crisi di turno. Per gli stipendi, per le pensioni, per la spesa pubblica nel suo insieme, vale il principio della sostenibilità: ai propri cittadini si dà quello che si può, in base alle esigenze dei mercati e dell’erario. Ma poi, per tenere in piedi la farsa dell’Impero del Bene che non resta inerte di fronte alle tragedie altrui, si cambia metro e si passa, sia pure momentaneamente, e occasionalmente, da ciò che è possibile a ciò che è giusto.

La foto di Aylan, il bimbo siriano perito nel naufragio, serve a questo. A far sì che la contraddizione non venga notata, nel mentre si è gratificati dalla sensazione di essere tanto buoni e generosi. A evitare che ci si chieda perché la solidarietà sia riservata ai cosiddetti migranti o ai rifugiati, anziché a chi vive già qui e non ha lavoro oppure è condannato a una vecchiaia miserabile.

Più che dimostrare la forza delle immagini, come si è detto e ripetuto, la foto di Aylan conferma la debolezza delle intelligenze. Sempre succubi dell’ultima scena, dell’ultimo inganno, dell’ultima emozione in cui veniamo sospinti.

Federico Zamboni

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