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I primi quarant'anni de La Repubblica: bilancio del "primo tempo"

I primi quarant'anni del quotidiano La Repubblica dunque, tondi tondi il prossimo 14 gennaio. A nostro avviso non c'è molto da festeggiare. Se non, naturalmente, la longevità di un giornale in questo scenario di enormi cambiamenti nel mondo dell'editoria così come avvenuto nell’ultimo quindicennio. La data è effettivamente storica, visto che il giornale fondato da Eugenio Scalfari e diretto ininterrottamente da Ezio Mauro si appresta proprio a spegnere quaranta candeline: ciò significa, però, che qualche linea si può tirare.

Ovvero si può fare un bilancio. Intanto certamente può farlo De Benedetti, l'editore del giornale, e i redattori, quelli con l'Articolo 1 del contratto dell'Ordine dei Giornalisti che ci lavorano tuttora. Il che beninteso non è poco, dal punto di vista degli incassi e dell’occupazione di settore. E certamente può fare un bilancio chi a vario titolo questo giornale ha sostenuto negli anni, ovvero le aziende che vi hanno investito denaro, in termini di pubblicità, per mantenerlo in vita (il perché è tutto un altro discorso).

La Repubblica è il primo quotidiano nazionale per diffusione, se di diffusione si può parlare in un Paese che vede al primo posto un giornale che tira decisamente meno di appena mezzo milione di copie. E quindi però proprio per questo, fare un bilancio, ancorché sintetico, ci permette di prendere questo giornale come testimone e riferimento di massa per un'era intera. E con le conseguenze che in quota parte ha portato in dote. Perché questa era quel giornale ha raccontato. E a quel giornale milioni di italiani (soprattutto su internet) hanno creduto e continuano a credere.

Quello che possiamo, anzi dobbiamo fare noi, di bilancio, riguarda infatti altre voci. Ed è possibile fare una sintesi, e tirarvi una linea sotto. Poi ognuno potrà interpretare il tutto come crede.

Intanto non è neanche il caso di parlare di informazione, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi anni, perché il punto, per un giornale di questo tipo, non è tanto nella quantità e nella qualità delle informazioni che ha pubblicato (o non pubblicato) nel corso degli anni quanto quello relativo al mondo che ha raccontato. O meglio, del mondo che ha promosso.  

La fine degli anni Settanta, poi gli Ottanta, e quindi D’Alema, Prodi, Iraq e Afghanistan, l'antiberlusconismo, e ora il renzismo. Con, sopra ogni altra cosa, l'Europa, l'Euro e l’inevitabilità di questi ultimi.

La Repubblica ha raccontato, senza battere ciglio, cioè senza evidenziare nulla di pericoloso, l'entrata sulla scena degli Ottanta, cioè degli anni del craxismo e dell'ascesa economica di uno tra i decenni più disastrosi dal punto di vista del mondo e del sociale che stiamo lasciando in eredità ai nostri figli. Poi ha raccontato gli anni di Mani pulite e immediatamente dopo quelli di Berlusconi. Qui, soprattutto in questo lasso di tempo, il quotidiano ha costruito la sua fortuna (e quella di De Benedetti): con l'antiberlusconismo ha praticamente svoltato il millennio e superato le difficoltà di tutti gli altri media di massa. Appoggiando ogni tipo di coalizione politica che al Cavaliere potesse essere almeno pseudo-alternanza e rimuovendo del tutto qualsiasi ragionamento altro che a questa missione non fosse strumentale. Sia chiaro, essersi schierato contro Berlusconi non è un demerito, in senso assoluto e soprattutto se questo era il sentire comune (legittimo) di editore e direzione. Ciò che però non può essere taciuto è che per questo obiettivo, in conseguenza, La Repubblica abbia appoggiato negli anni qualsiasi cosa a egli potesse opporsi. Con le conseguenze - questo il punto - che oggi si possono ormai evidenziare.

Perché La Repubblica appoggiò i governi di D'Alema, cioè quelli delle privatizzazioni, del lavoro precario e delle bombe al seguito dell'amministrazione Clinton. Perché, soprattutto, appoggiò i governi e le coalizioni di Prodi, cioè quelli della svendita della nostra sovranità ai poteri forti dell'Europa della tecnocrazia, in primo luogo alla Banca Centrale Europea e a Mario Draghi. E quelli di Monti e Letta (con apoteosi di Napolitano), che buona parte di quel lavoro, indicato proprio da Bce & Company, hanno portato avanti in fretta, furia e ferocia. 

E il tutto si è concluso con la contorsione finale di un mondo genericamente di Sinistra sfociato prima nel radical chicchismo ipocrita della prima ora e infine nel conclamato “american way of life” (cioè a favore di mercati e competitività) di Renzi, cioè del burattino giusto per inoculare tra uno slogan e una faccina adatta, nelle menti degli italiani la bontà di provvedimenti come il Jobs Act (e vari altri).

Ecco, agli italiani il quotidiano La Repubblica ha raccontato soprattutto questo. Ha veicolato questo messaggio: Europa (delle Banche) o morte. Tutto il resto è stato teatrino metaparlamentare e gallerie fotografiche di gattini e video virali (che tante pagine viste fanno, che tanta materia cerebrale consumano, che tanta pubblicità attirano). E, certo, i potenti mezzi di un editore del genere gli hanno permesso di raccontare (enormemente) tanto altro di quella cronaca, rosa e nera e giudiziaria, di cui gli italiani sono affamati e ipnotizzati. 

Ma se un giornale è anche una rappresentazione del mondo, una veicolazione di un messaggio, di una visione generale, di una chiave di lettura, allora i cardini di tutto questo, per il quotidiano romano, sono stati e continuano a essere quelli che abbiamo citato in questa estrema sintesi. 

Le Repubblica ha in buona parte promosso le bontà dello smantellamento e della svendita della nostra Repubblica e della nostra sovranità.

E non ci sembra che ci sia molto da festeggiare.

Valerio Lo Monaco

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