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Licio Gelli. Burattino o burattinaio?

Licio Gelli. Burattino o burattinaio?

di Filippo Ghira

Introduzione

La morte di Gelli a metà dicembre 2015 ha occupato per pochi giorni le prime pagine dei giornali. Stranamente pochi. Lo stesso, curiosamente, è successo nel 2013 per Giulio Andreotti. Una dimostrazione del fatto che in questa epoca le notizie vengono consumate molto velocemente, ma non solo. Anche la conferma che Gelli, come il Divo Giulio che in molti hanno indicato come il vero capo della Loggia P2, appartiene pienamente alla storia della Prima Repubblica e che, per la funzione che ha ricoperto, deve essere messo al più presto nel dimenticatoio per non suscitare imbarazzanti paragoni con il presente. 

In chiusura della celebre, o famigerata, intervistarilasciata al piduista Maurizio Costanzo per l'altrettanto piduista Corriere della Sera (1), il Venerabile della P2 affermò che il sogno che coltivava da bambino era quello di fare il burattinaio. Il sottotitolo di questo eBook non è pertanto una forzatura. Una rivelazione, questa del “burattinaio”, che non si sa quanto veritiera o se invece da parte di Gelli coincidesse con la volontà di dare di sé una precisa immagine. Quella di un uomo che era diventato il regista occulto della vita politica italiana. L'uomo al quale tutti si rivolgevano per avere posti di lavoro di prestigio, avanzamenti di carriera e finanziamenti dalle banche. 

Ma proprio in questo sorge la prima domanda: un burattinaio che in proprio tirava i fili d'Italia o al contrario un burattino posto alla guida della P2 per svolgere un ruolo di stabilizzazione all'interno delle logiche di Jalta? Se infatti Francesco Cossiga ha definito la P2 «il frutto di certe logiche atlantiche» (2), vi è una nota informativa del Sifar (i servizi segreti militari dell'epoca) del 1947 che indica Licio Gelli come un agente di influenza dell'Europa dell'Est. Una accusa che Gelli respinse nel suo libro “La Verità”, ribadendo, in questo, tra le altre cose la sua fede anticomunista. Ma i due aspetti sono inconciliabili o, al contrario, sono le due facce della stessa medaglia? 

Per l'antico vizio italiano di attribuire tutti i mali ad una singola persona, e non al meccanismo in sé nel quale il singolo si trova ad operare, Licio Gelli si è visto dunque trasformato in una sorta di mostro, ritenuto responsabile, in qualche maniera, di aver messo la mano in stragi e in tentativi di colpo di Stato. Soprattutto ha pesato l'accusa, ridicola, di avere inquinato la vita politica nazionale, altrimenti sana, introducendovi la variabile della P2. Come se i partiti della prima Repubblica non fossero stati delle centrali di gestione dei più disparati interessi economici e delle agenzie di collocamento per gli iscritti e gli amici degli amici. Tali accuse lo hanno accompagnato in vita e si sono rinnovate dopo la morte, con l'aggiunta di essere stato in fondo una figura sopravvalutata, una sorta di millantatore, privo in realtà di potere reale. Ma a smentire tale tesi, c'è la realtà dei tanti che da Gelli facevano la fila, per chiedere favori e rinnovare la propria amicizia e la fedeltà a quella che Mino Pecorelli, anch'egli iscritto alla P2, indicò come «la loggia di Cristo in paradiso» (3). Una loggia che (secondo il giornalista assassinato nel 1979) in nome delle logiche di Jalta sulla preservazione delle zone di influenza in Europa avrebbe lasciato morire Moro il quale, con la sua politica di apertura ai comunisti, destabilizzava gli equilibri internazionali. 

A sottolineare il ruolo centrale di Gelli nelle vicende del nostro Paese c'è soprattutto il fatto che il suo peso si facesse sentire anche fuori dai confini dell'Italia, tanto da essere ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca (all'insediamento di presidenti come il democratico Carter e il repubblicano Reagan) così come alla Casa Rosada. Era insomma un personaggio rispettato, e ovviamente temuto, che disponeva delle chiavi per entrare nei palazzi giusti. Così sull'ex Venerabile della P2 si sono costruite leggende che affondano le proprie radici nell'Italia fascista e nei primi anni della Repubblica ma che non spiegano come sia stato possibile che un personaggio del genere, al quale non si attribuivano grandi qualità, sia stato in grado di crearsi una rete imponente di relazioni nazionali ed internazionali e di scalare in pochissimi anni i vertici della massoneria italiana, e più propriamente quelli del Grande Oriente d'Italia, il primo ordine muratorio per numero di iscritti. Se ne deve concludere (forse) che Gelli avesse qualità al di sopra della media e che sia stato in grado di farle valere. Il come le abbia utilizzate è un altro discorso.

Filippo Ghira

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