All in Crisi

È finita negli Stati Uniti la politica della Federal Reserve a tassi zero. Per ora. La Banca centrale non offrirà più denaro gratis alle banche sue azioniste. I tassi di interesse, fermi dal 16 dicembre 2008 in una fascia tra lo 0 e lo 0,25%, sono stati infatti portati in una fascia tra lo 0,25 e lo 0,50%. Janet Yellen ha fatto sapere che nel 2016 ci potrebbero essere altri aumenti “graduali”. Gli esperti prevedono almeno altri quattro interventi con un più 1% complessivo. 
La Banca centrale europea continuerà ad acquistare titoli di Stato ai quali si aggiungeranno quelli emessi dagli enti locali. Mario Draghi ha difeso il ”Quantitative Easing” sostenendo che il meccanismo, operativo da un anno, funziona, come dimostrerebbero i dati della crescita economica nell'Eurozona che, secondo le ultime stime, nel 2015 dovrebbe registrare un più 1,5%. L'Italia, da parte sua, arranca sconsolatamente con un auspicato 0,8% che sarebbe già grasso che cola
Come era stato ampiamente previsto da alcuni analisti indipendenti, gli ultimi dati Istat, resi noti ieri, confermano ciò che pur noto da tempo era stato mascherato ad arte dai comunicati governativi: l’economia italiana rallenta, torna a crescere il numero di chi è inattivo e l’inflazione ritorna tanto indietro da far scattare il campanello d’allarme della deflazione. Ancora una volta. Il tutto, naturalmente, malgrado non solo i comunicati e i tweet vittoriosi di Renzi delle settimane scorse ma soprattutto malgrado l’enorme aiuto monetario, attraverso il Quantitative Easing, che la Banca Centrale Europea continua imperterrita a immettere in circolazione senza alcun risultato apprezzabile.
La Legge di Stabilità non convince. I dubbi e le critiche non sono soltanto quelli espressi dagli uffici tecnici delle Camere ma sono venuti anche dalla Corte dei Conti, dalla Banca d'Italia e dalla Bce. La prima obiezione è quella sulla copertura. Non è chiaro dove verranno prese le risorse necessarie per coprire i tagli fiscali. Gli impegni di spesa per il 2016 saranno infatti finanziati con risorse temporanee. Il che conferma la tendenza, molto italiana, a rimandare sempre e comunque le decisioni vere e di sostanza e ad operare giochetti contabili, grazie ai quali determinate spese vengono rinviate all'esercizio successivo. 
I problemi relativi alla crisi economica e all’andamento generale dopo gli straordinari interventi delle Banche centrali sono un po’ usciti dall’agenda setting dei grandi media. Da una parte perché non si tratta più di interventi straordinari in senso pieno, anzi sono diventati, o meglio, sono dovuti diventare ordinari proprio perché gli unici in grado di non far deflagrare ciò che pure è nell’aria da anni. Dall’altro lato perché continuare a parlarne avrebbe significato dover continuare a reiterare la fotografia di una situazione che non solo non si è mossa di un millimetro in avanti, ma anzi sta facendo segnare cospicui passi indietro. Al più si rimane in uno stato di immobilismo dovuto solo, appunto, agli interventi di puntello delle Banche centrali. La notizia, dunque, è fortemente negativa su tutto il fronte. E dare notizie non buone, in tal senso, farebbe fatalmente precipitare ulteriormente la fiducia dei consumatori a quel punto ancora meno inclini a consumare tanto da far sprofondare le cose ulteriormente. Per i giornali governativi, dunque, meglio tacere, occultare, rimuovere o al più sottoesporre tali temi.
Il calo del 5,9% di due giorni fa alla Borsa di Shanghai ha fatto temere al mondo della finanza che si trattasse del segnale ufficiale che il boom dell'economia cinese è finito e che l'ex Celeste Impero ha imboccato la parabola discendente. Una svolta da incubo ma che gli operatori attendono da tempo perché è da anni che la Cina corre troppo anche se poi si trascina dietro tutti gli altri. Il calo è stato successivamente recuperato ma questo non è servito a nascondere il vero problema.

La Grecia e la Troika sono ancora troppo distanti. Il copione è sempre lo stesso. Dateci altri prestiti e rinnovateci quelli in scadenza altrimenti se noi saltiamo, saltate anche voi e il sistema dell'euro rischia di collassare

Tagliate le pensioni, è la risposta del Fondo monetario, dell'Unione Europea e della Bce. La loro incidenza sul Prodotto interno lordo è troppo alta (il 16%). Un continuo botta e risposta di proposte e controproposte, la cui sostanza resta però quella della “ristrutturazione” del debito greco chiesta a gran voce da Tsipras. Termine che significa una rinuncia dei creditori a farsi rimborsare i titoli in portafoglio ma anche ulteriori rinnovi delle scadenze. 

I grandi cambiamenti, le grandi svolte nella politica e nell’economia, sono immediatamente visibili nella vita quotidiana, anche a chi non fosse informato sulle rilevazioni statistiche o non seguisse i notiziari. 

La crisi economica fu percepita da tutti nell’Argentina di una quindicina di anni fa e nella Grecia di oggi. In Italia, almeno in quella settentrionale, la Padania dei leghisti, in questi ultimi anni il modo di vivere e di consumare non è cambiato.

L’Europa e il mondo - e tutti i giornalisti e commentatori embedded di varia natura e capacità - scoprono dunque che la Grecia ha le casse vuote. Scoprono che il piano messo a punto dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Centrale Europea e dall’Unione Europea, molto semplicemente, non ha funzionato. Scoprono insomma l’acqua calda. Ribadiscono quello che l’aritmetica e la logica avevano preannunciato da tempo. E pretendono di avere ancora la autorevolezza di spiegarne i perché.

Molto più modestamente, alcune altre centinaia (di migliaia) di persone, di giornalisti con poca visibilità, e di siti e sitarelli di vario tipo, avevano invece fatto notare da anni una cosa che non era frutto di chissà quale elucubrazione intellettuale, ma di semplice e pura logica: non poteva funzionare

Il Prodotto interno Lordo è cresciuto di tanto, potrebbe crescere di più, crescerà sicuramente, anzi no, speriamo bene. Gli istituti di statistica italiani ed europei, la Banca d'Italia, la Bce, la Commissione europea, il Fondo monetario, l'Ocse e vari organismi affini continuano ad emettere previsioni e stime sul futuro dell'economia italiana e di quelle estere basate più sulle speranze che sulla realtà. I dati economici del nostro Paese, quelli reali e quelli stimati, sono in ogni caso inferiori a quelli della media europea. Un fatto che dura da anni e che rappresenta l'aspetto più preoccupante della fase storica che stiamo vivendo
L'economia statunitense continua a crescere, ma troppo poco. I dati ufficiali parlano di un Pil che ha registrato un più 0,2% nel primo trimestre dell'anno contro uno stimato e sperato 1%. Negli Usa come in Europa, l'espansione della liquidità circolante nel sistema è servita quindi a ben poco, in quanto ha avuto l'unico risultato di consentire alle banche di ricostruire ulteriormente il proprio patrimonio. 
I problemi della Grecia non si possono più nascondere dietro le prese di posizione del governo di Tsipras e dietro le aperture (più verbali che altro) della Commissione europea, della Banca centrale e soprattutto della Germania. Un Paese che è gravato da un debito pubblico del 180% sul Prodotto interno lordo non dispone infatti di alcun margine di manovra ed è costretto a contare sulla “benevolenza” dei propri creditori internazionali che, questa è la speranza, dovrebbero rinunciare a buona parte dei soldi che hanno imprestato ad Atene. Oltre alla stessa Bce e al Fondo monetario internazionale, si tratta di banche, già gravate da una inadeguata patrimonializzazione rispetto alle proprie attività, come la Bce ripete ad ogni occasione. Ne consegue che si tratta di una strada che avrebbe effetti domino dalle conseguenze imprevedibili. 
Dunque i settantanovemila “nuovi contratti” di cui si concionava in televisione e sui giornali e in Parlamento era una (mezza) bufala. Adesso, grazie ai dati Istat resi noti proprio ieri, il quadro relativo alla occupazione nel nostro Paese è un po’ più chiaro rispetto a prima e si possono tirare alcune somme. Si possono, inoltre, fare un paio di ragionamenti, uno almeno parziale, e uno, invece, definitivo.
Da lunedì prossimo la Banca Centrale Europea avvierà l'annunciato acquisto di titoli pubblici a lungo termine dei Paesi dell'Unione e altri tipi di titoli per un importo mensile di 60 miliardi da qui fino al settembre del 2016. Un periodo di 19 mesi per un importo complessivo di 1.140 miliardi. Si tratta di una montagna di soldi creata dal sistema finanziario per foraggiare se stesso. 

Cresce la fiducia e anche l’occupazione. Almeno così, a megafoni unificati, arriva il messaggio mediatico negli ultimi giorni. Non solo, secondo diversi titoli di quotidiani e televisioni, l’Italia è uscita ufficialmente dalla recessione. 

I dati parlano chiaro. Almeno quelli comunicati. Sui metodi di raccolta e sulla loro interpretazione invece vige la più assoluta nebbia, almeno per quanto attiene la consapevolezza del cittadino medio che a tali organi di informazione si abbevera quotidianamente.

La benedizione di Matteo Renzi a Tsipras deve avere portato male. Ai Greci, naturalmente. E sempre partendo dal punto di vista più diffuso, che non è il nostro, secondo il quale la vittoria di Syriza avrebbe potuto portare sul serio a una svolta politica, economica e sociale per la Grecia. A quanto pare, invece, anche il nuovo premier ellenico sta modificando la sua strategia politica in un mero atto comunicativo: la ormai nota "annuncite" tanto in voga dalle nostre parti.

 

Roba vecchia e fuorviante, l’ormai proverbiale “Too big to fail”. Almeno qui in Italia, e in attesa che esploda la prossima maxi bolla made in Wall Street, andrebbe decisamente sostituito con l’assai meno noto “Too bank to fail”. Basta che si tratti di banche, di qualsiasi formato, e per le nostre pubbliche istituzioni la parola d’ordine è correre in loro aiuto. Nei modi più svariati e in certi casi, bisogna riconoscerlo, anche ingegnosi: vedi la rivalutazione delle quote degli azionisti di Bankitalia, nel gennaio 2014, e vedi l’odierno progetto di ripulire i bilanci bancari dai rilevantissimi crediti che non si riescono a recuperare e che sono stati quantificati, alla fine dello scorso anno, in ben 180 miliardi.

Vi abbiamo prestato una barca di soldi. Ce li dovete restituire alle scadenze previste. Questa la risposta di Angela Merkel al nuovo governo greco e al duo Tsipras-Varoufakis che volevano utilizzare il possibilismo dei governi francese ed italiano (ma anche di quello spagnolo) per ottenere non solo un attenuamento delle misure di austerità ma anche un consistente taglio del debito pubblico o, in alternativa, una sua ulteriore dilazione. 

In giro sui mercati ci sono infatti titoli pubblici greci per un importo complessivo di 240 miliardi di euro, pari al 175% circa del Prodotto interno lordo.