All in Lavoro

In seguito ai primi dati utilizzati da Matteo Renzi per sostenere la bontà delle sue norme sulla efficacia sul mondo del lavoro, ora arrivano quelli di inizio 2016: un disastro. Come volevasi dimostrare. Già all’epoca si era sorvolato nello specificare come la parola “indeterminato”, essendoci un’ampia libertà di licenziamento, non avesse più un gran significato e su quanto i dati fossero parziali. Come dimostrato in altra sede (qui), l'andamento annuale si è mantenuto stabile, e la crescita di fine anno poteva essere facilmente ascrivibile alla scadenza degli sgravi contributivi, vero asse portante dell’intera legge. 

Ebbene, ora sono passati altri due mesi, e dunque cominciano a trapelare i dati dell’occupazione riferibili al primo trimestre 2016.

Il BLUFF del Jobs Act

di Sara Santolini

Introduzione

«È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa»

Le parole pronunciate da Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 22 febbraio 2014, al via libera dei primi due degli otto decreti attuativi del Jobs Act, suonano come autentica propaganda. Risultavano tali già durante la conferenza stampa nella quale sono state pronunciate, e lo risultano ancora più chiaramente oggi, mentre la nuova legge sul lavoro dispiega i suoi effetti. Lo diciamo subito: il precariato è la regola, i contratti capestro sono ancora facilmente applicabili grazie alle mille deroghe inserite nei decreti, la cassa integrazione non è più per tutti gli ex dipendenti, la concessione di un mutuo è quasi del tutto esclusa con un contratto a tutele crescenti - che in quanto tale non garantisce la continuità del reddito - i diritti sono stati calpestati alla luce del sole e sacrificati sull’altare della convenienza delle aziende. 

I dati ufficiali parlano chiaro: la disoccupazione in Italia sta calando. Dunque aumenta il numero degli occupati. Ben 159 mila in più rispetto a marzo, un momento nel quale la contrazione era stata tanto forte da far tornare i valori ai livelli di fine 2012. Cala anche la disoccupazione giovanile: meno 1.6 punti con un totale che supera di poco il rotondo, e pur sempre enorme, 40% (40.9% per la precisione). È un buon segno? A prima vista sì, e infatti il governo ci si è buttato a capofitto, nel rilasciare dichiarazioni entusiastiche. Significa che l’Italia sta iniziando a uscire dalla crisi? No, nel modo più assoluto. Cerchiamo di capire il perché. 
In Italia il lavoro non c'è e non ci sarà ancora per molto tempo. Questa l'amara realtà che emerge dai dati ufficiali sull'occupazione nel nostro Paese. Dati che ci dicono che nel periodo 2007-2014 la disoccupazione è aumentata più del doppio rispetto alla media europea. Una disoccupazione che, e questo è l'aspetto più grave, ha colpito quella che era una caratteristica tipica degli italiani: l'arte di arrangiarsi. 
Dunque i settantanovemila “nuovi contratti” di cui si concionava in televisione e sui giornali e in Parlamento era una (mezza) bufala. Adesso, grazie ai dati Istat resi noti proprio ieri, il quadro relativo alla occupazione nel nostro Paese è un po’ più chiaro rispetto a prima e si possono tirare alcune somme. Si possono, inoltre, fare un paio di ragionamenti, uno almeno parziale, e uno, invece, definitivo.

E dunque Maurizio Landini in politica. Non che ci volessero quali grandi capacità predittive, per capire che il segretario della Fiom sarebbe, o prima o poi, passato dall’impegno sindacale a quello prettamente parlamentare. E sottolineiamo proprio il termine parlamentare. Una delle prime cose da fare, per iniziare a inquadrare questa novità del panorama politico - ancora: politico - è infatti proprio quella di sgomberare il campo, mentalmente, da tutta la serie di dichiarazioni e controdichiarazioni che Landini stesso sta portando avanti da mesi.

E allora, in modo diretto, per come la si vorrà chiamare e strutturare, l’operazione che si sta portando avanti è quella di un vero e proprio partito politico.

La Germania ha perso nel 2014 il primo posto, a tutto vantaggio della Cina, come primo Paese esportatore del mondo. Non si tratta tanto di un fallimento tedesco quanto di un successo fisiologico cinese dovuto alle dimensioni della propria economia raggiunte dall'ex Celeste Impero. L'economia tedesca è infatti rivolta essenzialmente all'esportazione e per supportare tale impostazione, oltre all'eccellenza della sua produzione, è necessario che il costo del lavoro sia contenuto e che i dipendenti siano licenziabili in tempi brevissimi. 

Il successo tedesco è basato soprattutto su questi componenti.

In questi giorni è entrato in vigore il Jobs Act. O meglio, i primi due decreti attuativi sono entrati in vigore, e quindi si possono già firmare contratti a tutele crescenti. A scommettere per il prossimo anno su un saldo positivo delle assunzioni il suo fautore, Matteo Renzi, il quale recita: «Ci saranno molte più assunzioni che licenziamenti: sono pronto a scommetterlo e molto dipenderà dal Jobs act che rende molto più semplice assumere».

Ammesso e non concesso che possano davvero aumentare gli occupati, diamo uno sguardo al come, perché e chi può essere assunto.

Il Jobs Act (ma che palle questa fissazione, tipica di un Paese colonia, di utilizzare termini anglofoni) è stata presentata da Renzi e dai suoi fidi scudieri come la panacea di tutti i mali. L'occupazione ripartirà, questa la tesi sostenuta, perché le imprese saranno più invogliate ad assumere se saranno messe in condizione di licenziare. Un principio a dir poco folle ma che ormai è stato fatto passare come se fosse la cosa più naturale del mondo. 

Susanna Camusso ha buttato lì la frase con la massima disinvoltura, come se fosse un’assoluta ovvietà. E in effetti lo è, ma solo in termini relativi. Solo a patto di prendere per buona la situazione degradata che si è venuta a creare negli ultimi decenni, col sostanziale appiattimento di tutti i dissidi sociali sulle linee guida del modello dominante.

«Noi dice il segretario generale della Cgil – dobbiamo fare il nostro lavoro, che è il lavoro di un’organizzazione sindacale di rappresentanza dei lavoratori».

La delocalizzazione all'estero per molte aziende italiane si è rivelata controproducente. Sì, d'accordo, in Paesi come Turchia, Cina, Corea, Romania e India, il costo del lavoro è ancora molto più basso che in Italia e poi non ci sono sindacalisti intransigenti ed invasivi, tipo Maurizio Landini, che ancora svolgono il proprio mestiere e che pretendono di difendere alla lettera i diritti di chi lavora. Figuriamoci