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La Banca centrale europea continuerà ad acquistare titoli di Stato ai quali si aggiungeranno quelli emessi dagli enti locali. Mario Draghi ha difeso il ”Quantitative Easing” sostenendo che il meccanismo, operativo da un anno, funziona, come dimostrerebbero i dati della crescita economica nell'Eurozona che, secondo le ultime stime, nel 2015 dovrebbe registrare un più 1,5%. L'Italia, da parte sua, arranca sconsolatamente con un auspicato 0,8% che sarebbe già grasso che cola
Non è affatto detto che quello che è bene per la Banca centrale europea e per le altre banche private sia un bene per l'economia europea e per le imprese. Infatti, l'azione della Bce attraverso il Quantitative Easing, l'acquisto di titoli di Stato e la conseguente massiccia immissione di liquidità nel sistema, non ha portato finora i risultati che Mario Draghi e i suoi molti sodali, compresi i giornali fiancheggiatori, millantavano. 
I problemi relativi alla crisi economica e all’andamento generale dopo gli straordinari interventi delle Banche centrali sono un po’ usciti dall’agenda setting dei grandi media. Da una parte perché non si tratta più di interventi straordinari in senso pieno, anzi sono diventati, o meglio, sono dovuti diventare ordinari proprio perché gli unici in grado di non far deflagrare ciò che pure è nell’aria da anni. Dall’altro lato perché continuare a parlarne avrebbe significato dover continuare a reiterare la fotografia di una situazione che non solo non si è mossa di un millimetro in avanti, ma anzi sta facendo segnare cospicui passi indietro. Al più si rimane in uno stato di immobilismo dovuto solo, appunto, agli interventi di puntello delle Banche centrali. La notizia, dunque, è fortemente negativa su tutto il fronte. E dare notizie non buone, in tal senso, farebbe fatalmente precipitare ulteriormente la fiducia dei consumatori a quel punto ancora meno inclini a consumare tanto da far sprofondare le cose ulteriormente. Per i giornali governativi, dunque, meglio tacere, occultare, rimuovere o al più sottoesporre tali temi.

Tra immigrati e crisi economica l'Unione europea non versa in buone condizioni. Lo ha ammesso lo stesso presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Il politico lussemburghese ha preso atto di quanto è sotto gli occhi di tutti nel suo discorso davanti al Parlamento di Strasburgo “sullo stato dell'Unione”, che già nel nome fa il verso a quello che l'inquilino della Casa Bianca pronuncia davanti al Congresso Usa.

È necessaria la sincerità e bisogna smetterla con i discorsi vuoti, ha ammonito Juncker.

No, non Grexit. Ma Grexecution. La repentina offensiva di ieri lo dimostra alla perfezione, ridicolizzando il facile ottimismo sparso appena poche ore prima da Renzi. Di colpo, ma con una brutalità che può sorprendere soltanto gli sprovveduti, le controparti UE di Tsipras hanno alzato il tiro e snocciolato le terrificanti condizioni che pretendono di imporre alla Grecia, in cambio di nuove e consistenti linee di credito con cui ovviare all’incombente default. Condizioni-capestro che per di più andrebbero introdotte a tempo di record, nel termine per metà risibile e per metà agghiacciante di mercoledì prossimo, e che lo stesso Huffington Post ha sintetizzato così: «Licenziamenti collettivi, ritorno Troika, le richieste “impossibili” fatte ad Atene».

Appunto: non Grexit, ma Grexecution.

La Bce ha bloccato gli aiuti finanziari ad Atene e Tsipras ha parlato di ricatto scegliendo di stimolare l'orgoglio nazionale dei greci chiamati a decidere, attraverso un referendum, se accettare o meno le richieste della Troika. Immediati i contraccolpi sui mercati finanziari con il crollo dei listini di Borsa e con il rialzo dello spread tra i Bund tedeschi e i Btp italiani decennali, espressione di una Italia che vanta il secondo debito pubblico europeo (132% sul Pil) per entità.

Uno scenario abbondantemente previsto sin da quando il nuovo governo si era installato ad Atene.

Il Partito della Nazione, che era e resta sempre nei sogni di Matteo Renzi, è uscito ridimensionato dalle elezioni regionali. Il dato è relativo visto che gli elettori chiamati a votare erano poco meno di 19 milioni ma resta pur sempre una battuta d'arresto nel progetto di costruire un partito contenitore interclassista, quale era la defunta Democrazia Cristiana.

L'ex boy scout in quegli ambienti ha soggiornato e l'approccio consociativo gli è rimasto appiccicato. Un partito che, come direbbe Veltroni, sia il partito degli operai ma anche dei banchieri, un partito dei disoccupati e dei precari ma anche dei professionisti e degli imprenditori.

Alla fine la montagna ha partorito il classico topolino. Dove la montagna sono le banche e il topolino è il nuovo contratto nazionale di categoria. Ci sono voluti un anno e mezzo di tempo e due scioperi nazionali per convincere le banche a concedere un aumento (85 euro) che, scaglionato sui prossimi tre anni, servirà appena a recuperare il tasso di inflazione. In ogni caso, l'ipotesi di accordo, sottoscritta dai sindacati, dovrà essere approvata entro il 15 giugno dai lavoratori (sono circa 300 mila) che ne saranno i beneficiari.

Una consultazione necessaria e che la dice lunga sulla crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali

L'inaugurazione della nuova sede della Banca centrale europea a Francoforte, un grattacielo doppio, è stata contestata dalle migliaia di militanti di Blockupy, accorsi in città da tutta Europa, che hanno dato vita agli annunciati scontri di piazza. Il nuovo grattacielo della Bce, costato oltre un miliardo di euro, è sembrato a molti, non solo ai protagonisti della protesta, come un autentico schiaffo alla miseria in una fase di crisi come quella che l'Europa sta vivendo ormai da sette anni. 
Da lunedì prossimo la Banca Centrale Europea avvierà l'annunciato acquisto di titoli pubblici a lungo termine dei Paesi dell'Unione e altri tipi di titoli per un importo mensile di 60 miliardi da qui fino al settembre del 2016. Un periodo di 19 mesi per un importo complessivo di 1.140 miliardi. Si tratta di una montagna di soldi creata dal sistema finanziario per foraggiare se stesso. 

La posizione in sé può sembrare ragionevole: visti i gravissimi squilibri che si sono determinati dopo l’introduzione dell’Euro, bisognerebbe affrettarsi a espandere la sovranità della UE dal piano monetario a quello politico. Allo scopo di avere una piena Federazione tra i diversi Stati ed evitare, così, che i singoli governi nazionali possano comportarsi in maniera difforme dalle decisioni comunitarie, generando delle anomalie che all’origine sono locali ma che, o prima o dopo, andranno a ripercuotersi sul quadro generale e ne metteranno a repentaglio la solidità.

A far suonare il campanello d’allarme, tuttavia, dovrebbe bastare il fatto che tra i più fervidi sostenitori della tesi vi sia il governatore della BCE, Mario Draghi.

Si era illuso, il ministro greco delle Finanze. Oppure era stato deliberatamente ingannato. Ieri, uscendo dall’incontro con Mario Draghi, Yanis Varoufakis era apparso ottimista e lo aveva detto: «Abbiamo avuto un colloquio fruttuoso», aggiungendo addirittura che nel corso del colloquio c’era stata «un’eccellente linea di comunicazione, che mi ha dato un grande incoraggiamento per il futuro».

Beata ingenuità, per non dire di peggio.

L'annuncio di Mario Draghi, contestato dalla Germania, che la Banca centrale europea, unitamente alle banche centrali dei rispettivi Paesi, acquisteranno una montagna di titoli pubblici per tenere bassi i tassi di interesse e gli spread, e teoricamente, per sostenere una ripresa economica, è stata seguita dalla vittoria di Tsipras alle elezioni greche. Due fatti che sono strettamente legati e sui quali si giocherà il futuro dell'Unione europea. 

Prima Obama e poi Draghi. Nel giro di nemmeno due giorni: martedì sera il presidente degli USA, ieri pomeriggio il governatore della BCE. Come in una coproduzione tivù tra reti diverse che ufficialmente sono autonome ma che in pratica fanno capo ai medesimi investitori: una specie di spin-off tra due serie di grande impatto e che marciano (o tirano avanti…) in parallelo.

Il titolo del doppio episodio è quasi lo stesso. “Out of the Crisis”.

I prossimi imminenti giorni prevedono due ambiti da tenere d’occhio e da analizzare per quanto attiene l’aspetto economico. Entrambi riguardano l’Europa e hanno potenzialmente la possibilità di essere determinanti, eppure di entrambi non si parla quanto si dovrebbe. C’è un motivo, per questo, come vedremo. Ci riferiamo alla decisione della Banca Centrale Europea, prevista domani, e alle votazioni in Grecia, fissate per il prossimo fine settimana.

Beninteso, le caratteristiche di potenziale importanza che vengono imputate a questi due eventi a nostro avviso sono diametralmente opposte a quelle che si potrebbero pensare a prima vista, e che su vari media, invece, vengono veicolate a senso unico.