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Come era stato ampiamente previsto da alcuni analisti indipendenti, gli ultimi dati Istat, resi noti ieri, confermano ciò che pur noto da tempo era stato mascherato ad arte dai comunicati governativi: l’economia italiana rallenta, torna a crescere il numero di chi è inattivo e l’inflazione ritorna tanto indietro da far scattare il campanello d’allarme della deflazione. Ancora una volta. Il tutto, naturalmente, malgrado non solo i comunicati e i tweet vittoriosi di Renzi delle settimane scorse ma soprattutto malgrado l’enorme aiuto monetario, attraverso il Quantitative Easing, che la Banca Centrale Europea continua imperterrita a immettere in circolazione senza alcun risultato apprezzabile.
I dati ufficiali parlano chiaro: la disoccupazione in Italia sta calando. Dunque aumenta il numero degli occupati. Ben 159 mila in più rispetto a marzo, un momento nel quale la contrazione era stata tanto forte da far tornare i valori ai livelli di fine 2012. Cala anche la disoccupazione giovanile: meno 1.6 punti con un totale che supera di poco il rotondo, e pur sempre enorme, 40% (40.9% per la precisione). È un buon segno? A prima vista sì, e infatti il governo ci si è buttato a capofitto, nel rilasciare dichiarazioni entusiastiche. Significa che l’Italia sta iniziando a uscire dalla crisi? No, nel modo più assoluto. Cerchiamo di capire il perché. 

Il Partito della Nazione, che era e resta sempre nei sogni di Matteo Renzi, è uscito ridimensionato dalle elezioni regionali. Il dato è relativo visto che gli elettori chiamati a votare erano poco meno di 19 milioni ma resta pur sempre una battuta d'arresto nel progetto di costruire un partito contenitore interclassista, quale era la defunta Democrazia Cristiana.

L'ex boy scout in quegli ambienti ha soggiornato e l'approccio consociativo gli è rimasto appiccicato. Un partito che, come direbbe Veltroni, sia il partito degli operai ma anche dei banchieri, un partito dei disoccupati e dei precari ma anche dei professionisti e degli imprenditori.

Prima istantanea, proveniente da quello che è, o sembra essere, il ponte di comando del Nuovo Transatlantico Italia: il ministro Maria Elena Boschi che sottolinea l’approvazione dell’Italicum con una specie di comunicato stampa pronunciato a voce e limitato a pochissime frasi. «Missione compiuta. Il governo ha mantenuto l’impegno preso con i cittadini: fare dell’Italia un Paese in cui, il giorno dopo le elezioni, si sappia chi ha vinto. E la legge elettorale è il simbolo di un governo che non si limita a predicare le riforme ma le fa sul serio. Abbiamo promesso e abbiamo mantenuto.» Il tutto – anzi il poco – con un’espressione terribilmente compiaciuta, da scolaretta/capoclasse che recita la lezione a menadito e che è sicurissima, così facendo, di entrare ancora di più nelle grazie dei professori.

Seconda istantanea, in arrivo dal Corriere della Sera.

In Italia il lavoro non c'è e non ci sarà ancora per molto tempo. Questa l'amara realtà che emerge dai dati ufficiali sull'occupazione nel nostro Paese. Dati che ci dicono che nel periodo 2007-2014 la disoccupazione è aumentata più del doppio rispetto alla media europea. Una disoccupazione che, e questo è l'aspetto più grave, ha colpito quella che era una caratteristica tipica degli italiani: l'arte di arrangiarsi. 
Dunque i settantanovemila “nuovi contratti” di cui si concionava in televisione e sui giornali e in Parlamento era una (mezza) bufala. Adesso, grazie ai dati Istat resi noti proprio ieri, il quadro relativo alla occupazione nel nostro Paese è un po’ più chiaro rispetto a prima e si possono tirare alcune somme. Si possono, inoltre, fare un paio di ragionamenti, uno almeno parziale, e uno, invece, definitivo.

La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%).