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Terrorismo q.b. . Terrorismo “quanto basta”. Sarà di certo un caso, ovvero una provvidenziale combinazione di circostanze, ma le stragi in grande stile compiute dagli estremisti islamici in Occidente rimangono episodiche. Sull’arco di quattordici anni, quanti ne sono trascorsi dal doppio attentato alle Torri gemelle di New York, se ne contano soltanto quattro all’interno della UE (a Madrid l’11 marzo 2004, a Londra il 7 luglio 2005 e le due di Parigi dell’anno in corso, prima a gennaio con l’assalto del 7 gennaio alla sede del settimanale Charlie Hebdo e poi con gli eccidi del 13 novembre), mentre non ne è avvenuta neanche una negli USA.

Decisamente troppo poche, per una strategia prettamente terroristica.

Dopo il famoso 11 settembre, Bush dichiarò guerra all’estremismo islamico. La previde di lunga durata e la chiamò Enduring Freedom. Sono passati 14 anni, sufficienti a tracciare un bilancio di quella annunciata lunga guerra.

Se la ragione vera era proprio la lotta all’estremismo islamico, possiamo tranquillamente affermare che si è trattato di una sconfitta clamorosa.

O di qua, o di là. O con l’Occidente colpito dai terroristi sanguinari che uccidono in maniera indiscriminata, come è avvenuto venerdì sera a Parigi, oppure con chi quell’Occidente lo odia. E lo attacca, appunto, a suon di attentati. Attentati contro la popolazione inerme. Ignara. Incolpevole.

Lo schema è vecchio, ma in questo caso “vecchio” non significa affatto “logoro”. Al contrario: significa collaudato.

La complessità delle convulsioni in corso nel vicino oriente e i frequenti riposizionamenti dei protagonisti obbligano a continue puntualizzazioni.

Lo Stato Islamico, sedicente Califfato, è l’attore più enigmatico sulla scena. Contrariamente a quanto si dice, non è apparso all’improvviso con la clamorosa avanzata del 2014, ma fu proclamato nell’ormai lontano 2006. Fu una conseguenza della sciagurata e criminale invasione dell’Iraq.

L’apertura di un nuovo fronte, quello yemenita, nel vicino Oriente, mette a nudo tutto il viluppo di contraddizioni create da una politica dissennata. Appare con evidenza l’imbarazzo di Obama e della sua Amministrazione davanti a un conflitto che vede come veri antagonisti Arabia Saudita e Iran, rispettivamente alla testa dello schieramento sunnita e di quello sciita.

Ogni Presidente ambisce a lasciare una traccia nella storia.

Bisogna sempre ricordarsi di recepire con animo critico quanto ci viene comunicato ufficialmente. Questo sano principio vale anche per la giustificazione ufficiale sulla decisione di interrompere l’offensiva contro Tikrit, la città che diede i natali a Saddam Hussein e che ora è in mano ai guerrieri del Califfato. La decisione sarebbe stata presa per evitare perdite eccessive. Non convince chi ci ragioni un po’ sopra.

Si ha un bel tentare di comprendere, ricordando che tutti i conquistatori hanno razziato e distrutto. Si ha un bell’argomentare che i cristiani hanno sistematicamente demolito i templi pagani per erigere chiese al loro posto o per usare i materiali dei monumenti distrutti per edificare i propri.

Non c’è giustificazione che tenga, non c’è attenuazione che possa far passare sotto silenzio l’orrenda scena dei bestioni barbuti che con le mazze mandano in frantumi le statue delle antiche civiltà nel museo di Mosul, riducendole in polvere che nessun restauratore potrà recuperare. Da certi punti di vista è barbarie più orrenda di quanto non siano la strage nella redazione di Charlie Hebdo e la decapitazione di prigionieri e ostaggi. Si dice che quelle distrutte potrebbero essere soltanto copie in gesso, ma l’intenzione era di devastare, nella convinzione che fossero le opere originali. 

Abbiamo ripetutamente commentato le contraddizioni di quell’Armata Internazionale Islamica che da trenta anni assume denominazioni diverse ma quasi sempre viene strumentalizzata nell’interesse dell’Impero del Caos. Anche la sua recente e rapidissima espansione in Libia appare a occhi non abbacinati dalla propaganda come una resistibilissima ascesa. 
Nelle pieghe degli insulsi dibattiti, soprattutto televisivi, attorno alla vicenda Charlie Hebdo, esce qualcosa di un leggero, leggerissimo interesse. Fatta la tara a tutte le dinamiche elettorali interne che stanno portando avanti alcuni infausti esponenti della nostra politica interna, e non sottolineando, questa volta almeno, l’assoluta mancanza del benché minimo dubbio su una operazione, quella dei presunti colpevoli, la cui versione ufficiale consta di tinte più comiche che ridicole, oltre che tragiche, naturalmente (solo Giulietto Chiesa, su La7 durante una trasmissione de La Gabbia, ci pare abbia sollevato qualche ragionevolissimo dubbio), c’è almeno un particolare che viene sollevato appena e poi subito riposto senza il minimo approfondimento che pure meriterebbe.