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Ciò che non era avvenuto al primo turno delle elezioni Amministrative è accaduto al secondo nei ballottaggi: il Partito Democratico è stato umiliato. Che lo sia stata anche la coalizione del centrodestra non è neanche una notizia, vista l'esiguità di una proposta politica che da quest'ultima parte non arriva ormai da mesi e mesi. Ma insomma il dato politico che emerge è, da una parte, il messaggio tutto rivolto al clan di Matteo Renzi, checché ne dica il Presidente del Consiglio, dall'altra parte l'ascesa del MoVimento 5 Stelle a ruoli sul serio governativi.

Gli scenari che si aprono a questo punto sono di due ordini, da un lato ciò cui i risultati delle Amministrative possono condurre in ottica di governo, dall'altro lato riguardo le capacità di governare che il M5S a questo punto è sul serio obbligato a dover dimostrare.

MoVimento 5 Stelle: e ora?

di Valerio Lo Monaco

(con interventi di Federico Zamboni)

Dopo Grillo. E dopo Casaleggio 

I nodi ancora da sciogliere

I volti che possono riuscirci

Perché

Grillo ha dichiarato da tempo di volersi fare da parte, e il suo nome non compare più nel simbolo del MoVimento 5 Stelle. Casaleggio è morto. Porsi qualche domanda sul futuro di questa realtà politica è d’obbligo. 

È quasi un decennio ormai, se consideriamo anche la fase preparatoria dei meetup, che il MoVimento originato da Beppe Grillo è presente nel panorama del nostro Paese. E la sua presenza si è estesa anche a livello più propriamente politico, con l’ingresso in Parlamento del 2013. Si possono fare delle prime sintesi, e si devono fare proprio adesso, momento nel quale stanno intervenendo cambiamenti di notevole spessore, sia per la diffusione di questa realtà politica, sia per la maturazione di alcuni suoi esponenti sia, soprattutto, per le ultimissime vicende che abbiamo appena richiamato, la prima voluta, la seconda subita.

In generale, e di questi tempi, deve fare schifo anche solo l’idea, delle “leggi speciali”. Un’immediata reazione di fastidio che ha precise e solidissime motivazioni di natura razionale: all’interno di società come quelle occidentali odierne, falsamente democratiche e viceversa asservite a potentati oligarchici e sovrannazionali, ogni irrigidimento autoritario è di per sé un’arma in più nelle mani dei governi. Quei governi che sono appunto antipopolari per definizione (per costituzione, con la minuscola, che è spesso l’antitesi alla Costituzione, con la maiuscola) e che perciò vanno vincolati il più possibile all’osservanza di limiti operativi imprescindibili.

La sanzione giudiziaria, per loro, tende sempre e comunque a coincidere con la repressione.

Il caso della lettera con cui tale Lorenzo Battista ha invitato gli altri numerosi fuorusciti o espulsi dal Movimento Cinque Stelle a compattarsi in un gruppo che entri a far parte della maggioranza che sorregge il governo Renzi, magari per esserne ricompensati con qualche poltrona o poltroncina, ripropone l’interrogativo sulla inconsistenza di tanti eletti nella lista del Movimento. Perché un numero così significativo di deputati e senatori si è sbandato tanto facilmente?

Pensa tu: per sostituire Napolitano c’era pronto un individuo “di altissimo profilo” quale Sergio Mattarella, come ormai ci viene ripetuto senza posa, e quasi nessuno lo sapeva. Un’ignoranza talmente diffusa, del resto, da coinvolgere non soltanto i comuni cittadini che non seguono un granché le vicende della politica, ma anche una miriade di quelli che invece dovrebbero farlo, vuoi perché agiscono all’interno dei partiti, vuoi perché se ne occupano da giornalisti.

E invece no. Tenebre fitte, prima dell’annuncio fatale.

Si è seminato male, a suo tempo, e si continua a pagarne il prezzo. L’assemblea plenaria dei parlamentari del M5S stabilisce la rosa dei dieci possibili candidati al Quirinale, su cui si voterà oggi dalle 9 alle 14 con l’immancabile consultazione on-line, e nell’elenco si ritrovano almeno due nomi che non dovrebbero esserci per nessunissima ragione: Romano Prodi, che del resto era già comparso tra i papabili del MoVimento nelle consultazioni on-line di due anni fa, e Pier Luigi Bersani.

La spiegazione, si fa per dire, è che in questo modo si spera di mettere in difficoltà Renzi, fino a far saltare il Patto del Nazareno e, quindi, l’intera alleanza con Berlusconi. In teoria, un sassolino nell’ingranaggio, allo scopo di farlo inceppare.

La campagna referendaria di M5S contro l’euro è partita. Valgono poco le obiezioni di quanti rilevano la non praticabilità di un referendum di questo tipo con le attuali regole costituzionali. Infatti il significato dell’iniziativa è tutto politico ed è legittimo utilizzare una raccolta di firme come pretesto per stimolare un dibattito e far prendere coscienza di un problema.

L’obiezione più consistente è un’altra.

Si promuovono battaglie politiche quando c’è una fondata speranza di vincerle, non quando la sconfitta è certa.  Andare incontro a una sconfitta certa significa recare danno a quella stessa causa che si voleva promuovere. 

«Sono un po’ stanchino» ha scritto venerdì scorso Beppe Grillo sul suo blog. E siccome era un po’ stanchino, dichiarava di aver capito di non bastare più e proponeva, perciò, una sorta di direttorio allargato e composto da cinque parlamentari del M5S, che sono Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia.

L’innovazione, manco a dirlo, è stata avallata a grandissima maggioranza con una delle solite consultazioni lampo effettuate on-line e riservate agli “iscritti certificati”. Dei 37.127 che hanno votato, 34.050 si sono schierati per il sì e appena 3.077 per il no. Detto in termini percentuali, il 91,7 di favorevoli e l’8,3 di contrari. In pratica un trionfo. Ma un trionfo di chi? E, soprattutto, a quale scopo e con quali prospettive?

Preliminarmente: non c’è proprio nulla di cui gioire, per i ripetuti e crescenti scricchiolii che arrivano dal MoVimento 5 Stelle. Tra i diversi litiganti, infatti, l’elemento comune sembra essere simile. La mancanza di una piena limpidezza sia nelle motivazioni che nei comportamenti, in un sovrapporsi di zone d’ombra che non permette nemmeno lontanamente di riconoscere con certezza dove siano le ragioni e dove i torti.