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Visto? Nei giorni scorsi i media hanno parlato ripetutamente di un complotto ai danni del Papa. Una trama che collegherebbe tre iniziative distinte ma ravvicinate – nell’ordine l’outing gay di monsignor Charamsa, la lettera “intimidatoria” consegnata in apertura del sinodo dal cardinale George Pell, e infine/soprattutto gli articoli pubblicati dal Quotidiano Nazionale a proposito di un piccolo tumore benigno al cervello del pontefice – e che avrebbe lo scopo, appunto, di screditare la figura del capo della Chiesa di Roma e di fermarne lo slancio riformatore.

Ma non vogliamo occuparci della vicenda in sé.

Bel discorso al Congresso USA, mercoledì scorso, e bel discorso all’Assemblea generale dell’ONU, il giorno successivo. Nel suo viaggio oltreoceano papa Francesco ha confermato di essere molto abile, nel presentare sé stesso e la Chiesa in una luce positiva e desiderabile, e puntualmente ha fatto il pieno di reazioni favorevoli, o persino entusiastiche: applausi ripetuti dei presenti, qualcuno dei super professionisti della politica che addirittura si commuove fino alle lacrime (vedi il repubblicano John Boehner, presidente della Camera), e gli amplificatori del mainstream che rilanciano nel modo più acritico le dichiarazioni altisonanti e i mirabili auspici.

Tutto perfetto, nella rappresentazione mediatica.

Sorprendersi sarebbe sciocco, ma arrabbiarsi no. Arrabbiarsi, di fronte alla nuova enciclica intitolata Laudato si’, non è sciocco per niente. Perché quello che ci viene presentato come un antidoto ai mali odierni è in realtà l’ennesimo tranquillante che non guarirà un bel nulla. Con l’aggravante, imperdonabile, di illudere i malati che la cura sia in arrivo solo perché il primario dell’ospedale – cattolico, si intende – ne proclama a gran voce la necessità, l’urgenza, la divina predestinazione.

Non è la sana teoria che anticipa la pratica, fissandone i princìpi e gli obiettivi.

Hitler aveva ragione quando, prima di invadere la Polonia, sosteneva, nella famosa frase che gli viene attribuita: «Chi si ricorda del massacro degli armeni?». Ragione, però, non tanto nel fatto, vero anche quello, che nessuno o ben pochi se ne ricorda(va)no, quanto nel chiamarlo “massacro”: perché nel 1939 la parola genocidio non esisteva, essa venne coniata nel 1944 da R. Lemkin, un giurista polacco di origine ebraica, proprio in riferimento al “massacro” degli armeni.

Da quel giorno in poi, però, quello e solo quello è il termine giuridicamente e moralmente corretto per indicare quanto perpetrato dei turchi a partire dal 24 aprile di cento anni fa: genocidio e basta, né massacro, né sterminio, né strage, né altro: genocidio senza se e senza ma.

Il papa si sofferma sul massacro degli armeni, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario, e lo definisce pari pari «il primo genocidio del XX secolo». In effetti non sta facendo altro che ribadire quello che Giovanni Paolo II affermò il 27 settembre 2001, in una dichiarazione congiunta assieme a Karekin II, tuttora arcivescovo a capo della Chiesa armena, ma la reazione turca è infuriata come se si trattasse di una novità assolut

Inutile andare a scomodare quei poveracci di Charlie Hebdo e chi è per la libertà di espressione, senza se e senza ma teologici, per incolparli della perdita di serietà del sacro: ci pensano già da soli quelli che emanano fatwe contro i pupazzi di neve e Papa Francesco da Hooligan.

Certo che se questa è l’aura di sacralità intoccabile, al di sopra di ogni scherno, che dovrebbe essere propria di una, asseriscono i suoi adepti, così alta figura morale, stiamo messi bene: è la satira ad essere colpita nel suo profondo, ma come si a fa canzonare più di quanto costoro non facciano già da soli?