Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
  • Home
  • PAGINE ▼
  • Sezioni Sito ▼
  • WebRadio ▼
  • WebTV ▼
  • Mensile ▼
  • Info ▼
  • NEGOZIO
  • Il Ribelle Minuto per Minuto
  • Abbonamenti
  • Accesso Abbonati
  • Ai nostri Lettori
    Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

    Entries in Banche (207)

    giovedì
    nov062014

    MPS: un Monte di debiti

    “Se vedete un banchiere buttarsi dalla finestra, buttatevi pure voi: ci sarà certamente da guadagnare qualcosa”. Come tutte le frasi celebri, anche questa è di incerta attribuzione. Chi l'ha scritta? Chi l'ha pronunciata? Un banchiere prima del suo suicidio? O un cittadino ridotto in lastrico dalle speculazioni dei banchieri? La paternità importa poco. Importa semmai prendere ancora una volta atto, vedi la vicenda del Monte dei Paschi di Siena, che il mestiere di banchiere è fruttifero di guadagni per chi lo esercita anche se, a volte, i suoi eccessi possono comportare la galera o il pagamento di multe salatissime. 

    Una eventualità piuttosto rara anche perché sono generalmente i banchieri a scrivere e a suggerire le leggi e i loro terminali nei Parlamenti ad approvarle. Il Monte dei Paschi di Siena è finito nei guai a seguito dell'acquisto dell'AntonVeneta. Una operazione che è stata compiuta valutando molto oltre il suo valore la Banca acquistata dal Banco di Santander. Molto oltre è in realtà un eufemismo perché l'acquisto ha messo letteralmente in mutande le casse della storica Banca senese. Una vicenda per la quale si è parlato anche del pagamento di tangenti che si sarebbe avuto, il condizionale è d'obbligo, in uno dei tanti paradisi fiscali nei quali coloro che possono fanno transitare i propri soldi. La realtà vera, palpabile, è che la terza Banca del Paese (dopo l'Unicredit ed Intesa-SanPaolo) si ritrova ancora una volta nell'occhio del ciclone dopo che gli stress test della Banca Centrale Europea hanno stabilito che il patrimonio è insufficiente per 2,1 miliardi di euro e che ci sarà bisogno di un aumento di capitale di circa 2,5 miliardi. 

    Una richiesta alla quale i vertici dell'istituto che hanno sostituito quelli travolti dalla vicenda AntonVeneta, hanno assicurato che ottempereranno. Una svolta incredibile perché negli ultimi anni il Monte dei Paschi ha incamerato una barca di miliardi, dalle più diverse fonti. Dai Tremonti Bonds (4 miliardi) ai prestiti triennali della Bce (al tasso di interesse dell'1% annuo, il che vuol dire soldi regalati), fino all'ultimo aumento di capitale, deciso nel giugno scorso, per 5 miliardi di euro che verrà diluito in un paio d'anni. 

    Adesso l'ultima mazzata della necessità di trovare altri 2,5 miliardi che sicuramente non sono pochi, mentre si sono fatti avanti gruppi finanziari esteri, i soliti cinesi che, gonfi di liquidità come sono, si sono detti disposti a sottoscrivere un aumento di capitale per 10 miliardi di euro. Una cifra che solo a dirla mette i brividi e che certifica, ancora una volta, l'amara realtà di un Paese, l'Italia, che si è trasformato in terra di conquista senza che la politica, di destra e di sinistra, abbia fatto nulla per impedire questa deriva. 

    Al di là delle responsabilità penali legate al caso AntonVeneta che ha spinto il Monte dei Paschi nell'abisso, e che hanno avuto una prima risposta in tribunale, c'è da segnalare semmai l'assenza di fatto della Banca d'Italia prima e della Bce poi che non sono intervenute subito per mettere gli ex vertici della Banca senese con le spalle al muro e di fronte alle proprie responsabilità. Per non parlare di quella della politica italiana che si è limitata a prestare soldi senza preoccuparsi troppo di verificare come quei soldi sarebbero stati utilizzati. Politici che sapevano insomma benissimo che tale liquidità sarebbe andata a rafforzare il patrimonio della Banca comprando titoli di Stato ma sicuramente non per fare credito alle imprese e ai cittadini. 

    La vicenda del Monte dei Paschi è in ogni caso esemplare per comprendere lo sfascio del cosiddetto Sistema Italia che della Germania, in ambito bancario, è stata capace soltanto di trarre il peggio. E cioè quel modello tedesco in base al quale le Banche possono mischiare tranquillamente la raccolta a breve termine (i soldi dei correntisti) e quella a lungo (i soldi delle obbligazioni sottoscritte) e in uscita il credito a breve e quello a lungo termine. Un modello che negli anni 30 aveva amplificato gli effetti del crollo di Wall Street del 1929 e che per questo era stato vietato dalla Legge Bancaria del 1936. Una normativa messa in naftalina a cavallo degli anni 80 e 90 con una svolta che ha offerto ai banchieri con il pedigree e con i quarti di nobiltà di fare, pure troppo, i propri comodi e i propri interessi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    ott022014

    Più cautela, banchieri. Ve lo chiede l’FMI…

    Fervorino del Fondo monetario internazionale alle banche. O meglio: ai supermanager che le dirigono e che, spesso e volentieri, si preoccupano esclusivamente dei vantaggi a breve o a brevissimo termine. Più cresce il lucro degli istituti per cui lavorano, più si gonfiano i loro bonus personali. E chissenefrega se poi, in seguito, si scopre che quelle operazioni così brillanti e remunerative erano talmente azzardate, e truffaldine, da generare danni a catena. Gli investitori creduloni che ci rimettono, le stesse banche che vengono chiamate a risponderne in giudizio e che devono pagare somme cospicue tra risarcimenti e sanzioni, o addirittura i contraccolpi negativi sull’intero sistema finanziario, che al pari dei tossicodipendenti ha un bisogno irrefrenabile di drogarsi continuamente a colpi di speculazioni e però, a forza di insistere, va dritto dritto incontro al rischio di overdose.

    Di fronte a tutto questo, l’FMI non ha né la possibilità né l’intenzione di intervenire sulle cause profonde, anzi costitutive, e si limita perciò a sollecitare dei palliativi sul piano della gestione. E soprattutto dell’immagine. L’obiettivo è un recupero di credibilità apparente, più che di correttezza sostanziale. Ed ecco perciò questo mazzetto di “raccomandazioni”, ossia non già di vincoli inderogabili ma di semplici inviti a operare in modo un tantino diverso.

    La sintesi, stando a quanto riporta il sito di Repubblica, è che i cinque suggerimenti sono contenuti nel  «capitolo 3 del Global financial stability report, che sarà discusso settimana prossima nella riunione annuale del Fondo a Washington» e auspicano le seguenti misure:

    1)   la restituzione di bonus ricevuti in passato da dirigenti le cui decisioni hanno causato, ad esempio, perdite nel lungo termine all'istituto in questione; 

    2)   un migliore "allineamento dei compensi con i rischi";

    3)   una "coerenza" tra la cultura del rischio e la stabilità finanziaria;

    4)   una composizione dei cda tale da renderli "indipendenti dal management della banca", e che contempli oltre agli interessi degli azionisti anche quelli dei detentori di bond;

    5)   una maggiore "trasparenza per promuovere l'accountability (la responsabilità effettiva di chi decide – Ndr) e rafforzare la disciplina di mercato".

    Un fervorino, appunto. Un richiamo occasionale, e così retorico da diventare astratto, che farebbe sorridere di scherno, se non fosse che gli “scolaretti” indisciplinati sono in realtà le bande che hanno preso il controllo della “scuola”.  

    (fz)

    mercoledì
    set242014

    La parola alle Banche: "bolle e bombe nucleari monetarie"...

    A quanto pare anche due soggetti di un certo calibro hanno gettato la maschera. Nei giorni addietro, in rapida sequenza tanto da far sembrare il tutto quasi una messa in scena (a favore di cosa lo vedremo), Deutsche Bank e Mediobanca, rispettivamente, hanno pubblicato i risultati di ampi studi fatti dai loro sedicenti macro-esperti e offerto delle dichiarazioni per sentenziare una cosa di non poco conto: solo una bolla ci può salvare. E non solo.

    Per la precisione, la prima Banca ha condotto uno studio sui rendimenti di alcune diverse classi di attivi sui mercati finanziari, e ha concluso che solo negli ultimi venti anni i mercati hanno soprattutto, o meglio innanzi tutto, creato e mantenuto in vita bolle economiche con un solo e unico scopo: ne avevano bisogno.

    Letteralmente, Deutsche Bank rileva che “negli ultimi due decenni, l’economia mondiale ha navigato di bolla in bolla con eccessi che non hanno mai avuto la possibilità di attenuarsi. Risposte politiche aggressive hanno incoraggiato a produrre nuove bolle. E questo ha contribuito a fare del moderno sistema finanziario un tema di preoccupazione permanente.” 

    Come dire: le bolle sono le condizioni necessarie - sottolineiamo il termine “necessarie” - per mantenere il sistema attuale di gestione della crisi. Come scrive giustamente Stefano Bassi sul suo sito e al quale fa eco un articolo pubblicato su Zero Hedge: “il problema è che questa bolla non può andare da nessuna parte, perché è nelle mani di governi e banche centrali, con regolatori che si assicurano che altri grandi acquirenti rimangano recettivi.

    Secondo lo studio, malgrado la bolla perduri per assicurare la solvibilità dell’attuale sistema finanziario, lo scenario più ottimista sarebbe lo scoppio lento, attraverso rendimenti reali negativi per i portatori di obbligazioni. Lo scenario più pessimista sarebbe una futura ristrutturazione. 

    Siccome i tassi di interesse tendono ad abbassarsi in gran parte del mondo, in parte per una debole crescita, e che l’indebitamento pubblico tende a svilupparsi, è poco probabile che i portatori di obbligazioni sovrane realizzino un profitto sul medio o lungo termine, a causa della possibilità dell’inflazione o di una ristrutturazione”. 

    Ma “quello che nessuno dice, è che solo l’1% beneficia della bolla” – a scriverlo è il portale d’informazione Zero Hedge. “La ricchezza e i redditi di tutti gli altri otterranno progressivamente minori benefici”.

    Per quanto riguarda invece Mediobanca, bastino le parole di Antonio Guglielmi su, questa volta, la situazione italiana: «È una catastrofe per le finanze del paese. Stiamo per arrivare a una ratio del debito del 145%». E ancora, in modo ancora più chiaro: «Chi conosce il numero massimo che il mercato tollererà? Il numero è già preoccupante, e il tempo ci dirà se questo gioco di poker di Draghi si rileverà un successo. Ci vorrebbe una bomba nucleare monetaria per cambiare la situazione. Se Draghi alla fine non farà nessun intervento di rilievo – e c’è molto scetticismo sui piani della Bce – l’Italia è morta».

    Beninteso, il fatto che oggi siano Deutsche Bank e Mediobanca, seppure con toni differenti, a sostenere una cosa del genere, è solo uno dei tanti casi dove alla fine, da qualche maglia aperta o non controllata a dovere di una “istituzione” di questo tipo arrivano conferme su ciò che in altri luoghi si teorizzava e cercava di spiegare da anni.

    Quello che invece può non essere immediato a prima vista, e che rappresenta il dato più importante da cogliere, è il ragionamento che ne discende, e ne consegue, se si porta il discorso fino in fondo. Del resto, non si può che portare fino in fondo un ragionamento anche solo partendo dai termini stessi usati da questi due colossi: il primo parla di “bolle necessarie”, il secondo della necessità di una “bomba nucelare economica”. Termini non proprio sobri e cauti, a quanto pare.

    E dunque, tanto per iniziare, avevano (e hanno) ragione quei pochi che sostengono una cosa del genere da anni, se non decenni. E avevano (e hanno) torto tutti gli altri. Ma proprio tutti. Che a questo punto dovrebbero essere ridotti almeno al silenzio.

    In secondo luogo, cosa ancora più importante, se è vero - come è vero - quello che oggi anche Deutsche Bank e Mediobanca affermano, ciò significa che tutto quanto fatto da allora a oggi dai vari governi, tutte le procedure, le sedicenti “riforme”, i sacrifici imposti e la macelleria sociale in ogni ordine e grado in ogni Paese, è servita unicamente a sostenere una truffa finanziaria. Il punto è che non siamo “noi” a dirlo, ma “loro”.

    Dal che, una volta scoperto l’inganno e confessato dai soggetti stessi che a vario titolo hanno partecipato al crimine, dovrebbero scaturire alcune riflessioni. E soprattutto azioni per, nell’ordine: fermare immediatamente quanto si sta facendo; processare i colpevoli e condannarli; sequestrare i beni che hanno rastrellato e ridistribuirli a tutti quanti a vario titolo siano stati depredati. Cioè il restante 99%.

    Una sacrosanta e giusta conclusione. E una utopia politica, naturalmente, se pensiamo che a tali atti dovrebbe portarci una classe dirigente, quella attuale almeno, che è al servizio delle Banche stesse e di altri attori della speculazione (lobby & finanza, per intenderci). Ma sopra ogni altra cosa si dovrebbe dichiarare, in modo unilaterale e irrevocabile, l’immediata sospensione di qualsiasi pagamento a qualsivoglia organizzazione o istituzione che a vario titolo può far destare anche solo il sospetto di appartenere a quella “banda degli onesti”.

    Ad esempio: il nostro debito pubblico è inesigibile, perché a esigerlo sono dei truffatori. E dunque non lo si paga più. Punto. E così via dicendo.

    Sono solo in apparenza “parole forti”, le nostre, e vani tentativi di sollecitare rivolte che ovviamente non si vedono all’orizzonte. Ma soprattutto, malgrado l’apparenza di una forma e di una sostanza, quelle che abbiamo usato, da tribuno della plebe (oggi si direbbe da populista) si tratta invece della cosa più evidente e logica - e minima - che si dovrebbe fare.

    La prova del nove di quanto sosteniamo è semplicissima, un gioco da ragazzi. Se appare tanto strano (o stralunato) il principio di rifiutarsi di partecipare e anzi dichiarare guerra a questi truffatori mondiali, è certo che dovrebbe apparire molto più strano e “al di fuori della realtà” continuare a fare la parte dei derubati per tutta la vita. O no?

    Come dire: il re è nudo, ha per giunta confessato i suoi crimini, ma noi ci ostiniamo a non volerlo tirare giù dal trono. La bolla e la truffa sono qui davanti a noi, ci rastrellano l’anima ogni secondo che passa, ma noi rimaniamo a guardarle, e a subirle, senza muovere un solo dito.

    Valerio Lo Monaco
    martedì
    giu242014

    Draghi cambia appena appena: ora compera anche i titoli a lungo termine

    Indietro non si torna. Di conseguenza la Banca centrale europea continuerà a praticare la politica dei tassi di interesse bassi e dei finanziamenti agevolati alle banche con l'obiettivo che vi siano effetti positivi nell'erogazione del credito alle imprese. La linea di Mario Draghi resta quindi quella di sempre. Le banche restano il fulcro del sistema economico e tocca alla Bce sostenerle. 

    La crisi economica continua, ha ammesso l'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, la disoccupazione è ancora alta, e i timidi segnali di una ripresa nell'area dell'euro e più in generale nell'Unione, sono insufficienti per fare concludere che siamo di fronte ad una inversione di tendenza. E se il compito istituzionale della Bce è quello di tenere stabile il livello dei prezzi, questi ultimamente sono calati un po' troppo. Il pericolo adesso è quello opposto. Una deflazione che avrebbe effetti devastanti per i conti delle imprese accentuando gli effetti della recessione in corso. Le parole di Draghi sono in pratica un "disco rotto", da anni.

    Più liquidità nel sistema economico, secondo Draghi e il direttivo della Bce, servirebbe così ad alzare il livello dei prezzi e a mettere in circolo più soldi a disposizione delle imprese. Peccato che, ma Draghi non vuole ricordarlo, le banche si siano guardate bene dall'erogare soldi alle imprese preferendo utilizzare i prestiti della Bce, peraltro più che agevolati, per ricostruire il proprio patrimonio intaccato da investimenti sbagliati e da vere e proprie speculazioni. E qui sta il punto. Perché le banche hanno raggiunto questo risultato attraverso l'acquisto di titoli di Stato che garantiscono, sempre e comunque, entrate costanti e sicure. Una scelta di investimento che a Draghi non può che risultare gradita perché ha contribuito a sostenere il raggiungimento del compito “istituzionale” della Bce, ad abbassare i tassi di interesse e a tenere basso il livello dello spread tra i Bund tedeschi e titoli di Paesi a rischio come i Btp italiani e i Bonos spagnoli. Una scelta che, paradossalmente, ha legato ancora di più i destini della Bce a quelli dei Paesi “cicale”, quelli dell'area Sud, incapaci di tenere a freno la dinamica della spesa pubblica. Paesi che in tal modo si sono sentiti autorizzati a continuare con la finanza allegra. Vedi l'Italia, dove il debito pubblico è arrivato al 135% sul Pil. 

    La Bce ci ha poi messo di suo tramite l'acquisto di titoli pubblici a breve termine lasciando l'acquisto di quelli decennali ed oltre al Fondo europeo permanente salva Stati. Il cosiddetto Esm. 

    Ora Draghi si è pronunciato per un cambiamento delle regole attraverso l'attribuzione alla Bce del compito di acquistare pure i titoli a lungo termine. «In tale modo», ha suggerito l'ex governatore della Banca d'Italia, «le banche saranno più libere di finanziare l'economia». 

    Siamo in realtà di fronte ad una autentica mistificazione: Draghi sa benissimo, e con lui l'intero direttivo della Bce, e gli stessi governi, che la situazione patrimoniale e finanziaria delle principali banche europee è tutt'altro che florida. Nemmeno i prestiti triennali per mille miliardi al tasso dell'1% hanno risistemato i loro conti. Neanche i nuovi prestiti che Draghi e soci verseranno ai loro amici banchieri non finiranno dunque all'economia reale, alle imprese per gli investimenti e alle famiglie per i consumi, ma resteranno nelle casse degli istituti e saranno investiti in titoli di Stato. 

    Le banche da anni lamentano di avere in bilancio miliardi di euro di sofferenze, i crediti inesigibili. Così il loro rifiuto di erogare credito alle imprese e alle famiglie assume una sua logica perversa. L'economia non tira, sostengono i banchieri, e i nuovi prestiti da noi erogati potrebbero non tornare mai indietro. È il classico cane che si morde la coda. E se la Bce si guarda bene dal vincolare i propri prestiti ad un preciso utilizzo da parte delle banche, il risultato non può essere che quello a cui stiamo assistendo. Economia in caduta libera, migliaia di imprese in crisi a causa della stretta creditizia che sono obbligate a chiudere e una disoccupazione di massa, pari soltanto a quella del secondo dopoguerra. 

    Ma finché l'Eurozona e l'Europa dei 28 continueranno con questo approccio “finanziario”, nulla potrà cambiare.

    Sarebbe semplice, fare diversamente: obbligare le Banche a prestare denaro alle imprese se vogliono averne a loro volta dalla Bce. Ma così non si fa, ovviamente, e allora il circo continua.

    Irene Sabeni
    lunedì
    mag122014

    Draghi, l'amico delle banche, conferma gli "aiuti"

    Il lupo mantiene il pelo e purtroppo pure il vizio. Mario Draghi ha annunciato di essere pronto all'ennesimo regalo alle banche, ribadendo in tal modo che le banche sono il centro della vita economica e che devono continuare ad esserlo.  

    L'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, transitato purtroppo alla presidenza della Bce, ha annunciato che sono in arrivo misure “non convenzionali” nell'ambito della politica monetaria. Un termine molto caro a Draghi che da mesi lo utilizza per anticipare le prossime mosse della Banca centrale europea. Nella abituale riunione mensile del direttivo dell'istituto di Francoforte è stato deciso di lasciare invariati i tassi di interesse, ad incominciare da quello di riferimento che resterà così allo 0,25%.  Draghi ha ammesso che nel direttivo si è discusso a lungo se abbassare ancora i tassi, in base alla considerazione che la ripresa economica è ancora troppo bassa e che di conseguenza tassi più bassi potrebbero favorire l'erogazione di credito alle imprese. A frenare tale misura sono stati però i pericoli di deflazione presenti nell'area dell'Euro. Una deflazione che sta mettendo in seria difficoltà le imprese che hanno investito e che ora rischiano di vedere tagliati i ricavi che avevano stimato di incamerare e rischiano di vedere finire in rosso i propri conti. 

    La deflazione rischia insomma, grazie ad un effetto domino, di trasformare l'attuale recessione in una devastante depressione. Certo, Draghi e soci hanno sempre tenuto a sottolineare e a ricordare che il compito istituzionale della Bce è quello di garantire la stabilità dei prezzi, ma tra stabilità e crollo c'è una bella differenza. 

    La politica monetaria “non convenzionale” di Draghi resterà quindi la stessa. Si aumenterà la liquidità in circolazione prestando soldi alle banche ad un tasso più che favorevole. Draghi e soci lo hanno già fatto. Tra il novembre del 2011 e il marzo dell'anno seguente, la Bce erogò infatti prestiti triennali alle banche dell'Eurozona per oltre 1.000 miliardi di euro al tasso dell'1%. Soldi regalati quindi. Soldi che le banche avrebbero dovuto utilizzare per sostenere la cosiddetta “economia reale”. Quindi gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Questo almeno in teoria. Perché Draghi si guardò bene dal vincolare quei soldi ad uno specifico utilizzo tanto che le banche li utilizzarono per tutt'altri scopi. Siccome prestare soldi alle imprese e alle famiglie è considerato rischioso, le banche hanno preferito prestarli agli Stati che come tali non possono fallire e che garantiscono il rimborso del capitale e il pagamento costante di interessi. In tal modo le banche sono state messe nelle condizioni di ricostruire il capitale proprio, intaccato da speculazioni e da investimenti dagli esiti disastrosi. 

    Una deriva che ha danneggiato l'economia reale, in Italia la stretta creditizia è una realtà eclatante, ma che nell'ottica di Draghi è stata positiva. Essa ha contribuito a calmierare il livello dei tassi di interesse, a tenere basso il livello dello spread tra i Bund tedeschi (i più affidabili dell'area dell'Euro) e i titoli di Paesi a rischio come i Bonos spagnoli e i Btp italiani e di conseguenza tenere bassa anche l'inflazione. Peccato che una misura del genere, almeno nel caso dell'Italia, sia stata in palese contraddizione con la politica della austerità predicata sia dalla Bce che dalla Commissione europea. Organismi che predicano da anni la necessità della riduzione del debito e del disavanzo pubblici in nome del rispetto dei vincoli del Patto di stabilità. E nel caso dell'Italia la bonaccia finanziaria ha fatto sì che il debito schizzasse sopra il 134% rispetto al Pil. Oltretutto, questa stabilità finanziaria sui mercati, che non aiuta l'economia reale, è stata sostenuta anche dall'acquisto di titoli pubblici a breve e a lungo termine compiuta rispettivamente dalla Bce e dall'Esm, il fondo europeo permanente salva Stati. Una bonaccia finanziaria che sempre nel caso dell'Italia ha visto scendere lo spread sotto quota 145 punti. Un vero assurdo se si pensa che nel novembre del 2011 quando cadde Berlusconi il debito era al 120% e lo spread a 570 punti. 

    Draghi, che non è molto amato in Germania, sia come italiano che come anglofono e anglofilo, si è tolto qualche sassolino dalle scarpe ricordando che anche Francia e Germania in passato sforarono il tetto del disavanzo previsto dal Patto di Stabilità. Io non ero alla Bce, voleva dire l'ex Goldman Sachs, quindi non posso essere accusato di omesso controllo

    Resta il fatto che la Merkel non ha gradito. E resta il fatto che in Italia, della situazione, non c’è traccia nel dibattito pubblico.

    Irene Sabeni
    lunedì
    apr282014

    Anche la Deutsche Bank traballa

    Se Atene piange, Sparta non ride. Se le banche italiane non se la passano molto bene, nemmeno quelle tedesche hanno di che essere soddisfatte. 

    Le vicende del Monte dei Paschi di Siena messo in ginocchio dagli effetti sul lungo termine dell'acquisto dell'Antonveneta ad un prezzo spropositato ed obbligato a chiedere agli azionisti e al mercato di partecipare ad un aumento di capitale dai 3 miliardi di euro in su, hanno provocato in Germania le prevedibili battute di spirito sugli italiani disonesti, scialacquatori e casinisti. In questi giorni però, la stampa tedesca sta lasciando trapelare indiscrezioni su un maxi aumento di capitale che la Deutsche Bank starebbe per chiedere al mercato. 

    Le motivazioni sono le stese che in Italia. Il patrimonio proprio si è ridotto ai minimi termini a causa di operazioni spericolate o azzardate, tra investimenti andati male e vere e proprie speculazioni. Incidenti del mestiere, si potrebbe osservare, che confermano che i banchieri condividono la stessa filosofia operativa in Italia, come in Germania e oltre Atlantico. A sorprendere è semmai l'entità dei soldi che dovranno entrare nelle casse, presumibilmente vuote, della prima banca tedesca. Da un minimo di 5 fino a 10 miliardi di euro, che rappresenta circa il totale (quasi 11 miliardi) delle risorse che il sistema bancario italiano ha dovuto chiedere al mercato per salvarsi dal tracollo. 

    Già nel 2012 la banca tedesca aveva dovuto procedere ad un altro aumento di capitale per tre miliardi dopo che voci insistenti davano come piuttosto precaria la situazione patrimoniale e finanziaria. 

    La vicenda della Deutsche Bank, che dovrebbe rendere note le proprie difficoltà entro la fine del mese, inducono ad una serie di riflessioni. La prima riguarda la debolezza strutturale del sistema misto di tipo tedesco dove la banca è al tempo stesso azionista e finanziatrice delle imprese industriali. Un modello, è appena il caso di dirlo, che in Italia era proibito dalla Legge Bancaria del 1936 che venne cancellata alla fine degli anni ottanta. Un sistema debole perché confonde in un unico calderone la raccolta di capitale a breve e a lungo termine e l'impiego appunto a breve e lungo termine con modalità che possono rivelarsi destabilizzanti per gli equilibri dell'intero sistema economico. Un sistema forte perché le fortune (spesso pure le sfortune) di banche ed imprese finiscono per essere strettamente legate. Un sistema forte perché entrambi i settori, bancario ed industriale, si possono chiudere a riccio in difesa degli interessi nazionali, quando è in corso una scalata azionaria ostile. Soprattutto se estera. 

    La seconda considerazione riguarda il peso predominante che ha assunto il sistema finanziario nel mondo, e quindi anche in Europa e nell'Eurozona, a tutto discapito dell'economia reale. Una tendenza che la politica scellerata della Banca centrale europea di Mario Draghi ha finito per accentuare, versando tra il 2011 e il 2012 oltre mille miliardi di euro (1.019 per la precisione) alle banche dell'Eurozona sotto forma di prestiti triennali al tasso annuo dell’1%. Soldi regalati. In particolare alle banche tedesche seguite a ruota da quelle italiane. Soldi che Draghi non ha pensato di vincolare formalmente (il suo è stato soltanto un auspicio) al finanziamento dell'economia reale. Tanto che le banche italiane come quelle dei crucchi le hanno utilizzate più che altro per comprare titoli di Stato, garantirsi flussi finanziari sicuri, e calmierare le pressioni sullo spread tra i Bund tedeschi e i titoli spagnoli e italiani. Ma questo ha fatto sì che la recessione si accentuasse in conseguenza della stretta creditizia, che molte imprese chiudessero e che la disoccupazione volasse alle stelle. 

    La terza considerazione riguarda gli interrogativi sulla gestione della Deutsche Bank da parte del suo direttivo. In quali enormi operazioni fallimentari si è fatta invischiare e quanti soldi vi ha perso, per ritrovarsi senza un euro in cassa? Interrogativo più che legittimo se si pensa che le sole filiali spagnola e italiana della banca hanno ottenuto dalla Bce rispettivamente 5,5 e 3,5 miliardi di euro. 

    Quarta considerazione è che i tedeschi non hanno davvero il diritto di ergersi a coscienza critica dell'Europa visto che la loro banca per eccellenza è ridotta così male come avrebbero già accertato gli stress test dell'Eba, l'autorità europea per la supervisione sui bancari. Un portavoce della stessa Eba due giorni fa ha annunciato che la situazione patrimoniale delle banche dell'Unione e dell'Eurozona è complessivamente peggiorata. E questo significa che i soldi versati da Draghi hanno consentito ai banchieri tedeschi, e ai loro colleghi, di continuare a speculare e gettare le premesse per un ulteriore tracollo dell'intero sistema.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    apr092014

    Il Fmi in difesa delle banche, ovviamente

    La stretta creditizia in Italia, a causa dei suoi inevitabili impatti sociali ed economici, preoccupa anche il Fondo monetario internazionale. Il che è tutto dire. L'organismo usuraio di Washington è infatti da sempre un araldo delle ragioni del Libero Mercato e all'interno di esso degli interessi delle banche. Niente di diverso dalla filosofia di base e dalle modalità operative di altre similari istituzioni come la Banca mondiale e la Bce. 

    In un suo rapporto, il Fmi sottolinea che mentre Germania e Stati Uniti hanno quasi completamente superato la stretta creditizia, conseguenza della crisi finanziaria del 2007-2008, altri Paesi, come appunto l'Italia, sono ancora condizionate dalle debolezze del settore bancario. 

    Non siamo soli comunque. Francia, Spagna e Irlanda ci fanno compagnia. I ”tecnici” del Fmi sottolineano che un allentamento della stretta creditizia o addirittura un ritorno a rapporti normali e fisiologici tra banche e imprese potrebbe portare ad un aumento annuo di circa il 2% del Prodotto interno lordo. Sai che scoperta, ci sarebbe da commentare. 

    L'organismo presieduto dall'ex ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde, parte da una analisi giusta e corretta dal punto di vista tecnico, ma finisce però per inciampare nelle contraddizioni derivanti dall'essere una struttura non indipendente e condizionata dal suo ruolo di gendarme degli equilibri (e dei disequilibri) finanziari globali e dal peso dei suoi finanziatori, gli Stati Uniti in primo luogo. È banale infatti affermare che la stretta creditizia impedisce la crescita. Se le banche non prestano soldi alle imprese, queste non possono investire in nuova tecnologia, non assumeranno nuovo personale, non compreranno materie prime e le aziende fornitrici non potranno fare altrettanto e via avanti così, come ci insegnano le teorie economiche grazie al più classico effetto moltiplicatore. Ma sono invece le soluzioni suggerite ed auspicate dal Fmi a confermare come la sua attenzione sia rivolta soprattutto alla salute delle banche che in Europa come negli Usa sono state massicciamente aiutate con risorse pubbliche. In Europa dalla Bce e da altri meccanismi statali. Negli Usa dal Tesoro e dalla Federal Reserve. Così il Fmi, arriva ad affermare che se la priorità per l'Eurozona è quella di creare le condizioni per una crescita economica più forte e di lunga durata, bisogna al tempo stesso evitare che si creino rischi di deflazione (che danneggerebbero le imprese) ed assicurare la stabilità finanziaria. Quella dei conti pubblici. Il tasso di inflazione “fisiologico” è fissato dal Fmi ed anche dalla Bce intorno al 2% annuo. Al contrario, affermano i tecnici della Lagarde, una inflazione più bassa in un Paese come l'Italia con un alto debito, complicherebbe ancora di più la situazione e porterebbe ad un rialzo dei tassi di interesse. 

    Le conclusioni sono in linea con quelle della Bce. Le politiche macroeconomiche dei governi dovrebbero restare “accomodanti” e quindi i governi dell'Eurozona dovrebbero sostenere ulteriormente la domanda interna. Come? Presto detto. Attraverso “un maggiore allentamento monetario”. Quindi, dando altri soldi alle banche. Le stesse cose che dice Draghi quando annuncia misure “non convenzionali”. E infatti il Fmi, dopo aver parlato di "ulteriori tagli ai tassi di interesse” auspica “operazioni a lungo termine di finanziamento alle banche”. 

    Se si pensa che la Bce ha prestato tra il 2011 e il 2012 (con Draghi alla guida) ben mille miliardi di euro alle banche al tasso dell'1% e che quei soldi sono stati usati per ricapitalizzarsi e non per aiutare l'economia reale, si capiscono bene le relazioni di interessi che si sono venute a creare tra controllori e controllati. Una ricapitalizzazione necessaria perché le banche dell'Eurozona erano piene di debiti a seguito di investimenti andati a male e di speculazioni vere e proprie. Così, tanto per andare sul sicuro, quei soldi sono stati utilizzati in Germania come in Italia per comprare titoli di Stato che garantiscono entrate finanziarie sicure e continue in termini di interessi. E questa scelta ha legato sempre di più il destino delle banche a quello dei conti pubblici nazionali. Con la differenza che in Germania settore statale e settore privato costituiscono un blocco monolitico e tale peculiarità, attraverso un abile gioco di sponda, ha permesso di reagire alla crisi in maniera unitaria. In Italia non è stato così. Ma evidentemente gli aiuti pubblici (perché tali sono) della Bce non sono stati sufficienti ed ora si vuole fare il bis. 

    Ma più soldi alle banche non significa assolutamente la ripresa del credito alle imprese. Le indiscrezioni filtrate dagli uffici della Bce su acquisti di titoli pubblici per 1.000 miliardi (la Bce può acquistare quelli fino a 3 anni) faranno entrare di fatto la Banca Centrale in apparente concorrenza con le altre banche, ma non le obbligheranno a tornare a finanziare le piccole e medie imprese che in Italia rappresentano chi investe e chi produce. 

    Anche in questo caso le banche hanno scelto di non rischiare e continuano a dare soldi, ad esempio, ad un gruppo come la Fiat che ha scelto di smobilitare e di lasciare in Italia il solo settore delle auto di lusso. 

    Con tale approccio, in sostanza, la crescita resterà una chimera.

    Irene Sabeni
    giovedì
    mar272014

    Visco: "La centralità dell'economia reale". Almeno a parole...

    giovedì
    gen162014

    Banche: come ti neutralizzo i falsi accordi di Basilea

    mercoledì
    dic112013

    LA DITTATURA FINANZIARIA TOTALITARIA PROSSIMA VENTURA

    DI PIERO VALERIO
    Byoblu.com

    1. LA BANCA DITALIA

    In quanto aderente al sistema SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali) della BCE, Banca d'Italia è un'autorità monetaria completamente autonoma ed indipendente dal governo, perché in base ai trattati europei e al suo statuto non può finanziare direttamente lo Stato italiano tramite scoperti di conto di tesoreria, acquisto diretto di titoli del debito pubblico o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia. Inoltre, nessun politico o ministro italiano può influire sulle scelte di politica monetaria della Banca d'Italia o può chiedere conto e ragione, in parlamento o in altre sedi, dell'operato del Consiglio superiore o del governatore dell'istituto.

    Leggi tutto

    martedì
    dic032013

    La stretta creditizia alimenta l’usura. Ovvero: le Banche aiutano gli (altri) strozzini

    giovedì
    nov212013

    Warren, populista pacata: l'anti Clinton nel 2016

    Le dure posizioni della senatrice Elizabeth Warren contro Wall Street attirano elettori di sinistra delusi dai maggiorenti del Partito Democratico in USA.

    Leggi tutto

    martedì
    nov192013

    I Banksters lucrano sull'alluvione sarda

    Mentre i soccorritori raggiungevano le zone colpite della Sardegna colpite dall'alluvione c'era qualcuno che pensava a come “monetizzare” dei momenti tragici. Un comportamento simile a quello di chi viene arrestato per sciacallaggio nelle case lasciate vuote dalla popolazione sfollata.

    Una delle più importanti banche del Paese ha infatti pensato di attivare una “linea di credito” dedicata alle province di Olbia e di Nuoro. Un plafond di 10 milioni di euro destinato a sostenere economicamente tutti coloro che abbiano subito danni a seguito degli eventi calamitosi abbattutisi in Sardegna. «I finanziamenti verranno erogati a condizioni particolarmente favorevoli – si legge nel comunicato dell'istituto di credito – e potranno essere richiesti da famiglie e imprese danneggiate».

    In via eccezionale, fa sapere lo stesso istituto, ha anche deciso di non applicare su tali prestiti né diritti di istruttoria né spese legate alla riscossione delle rate. Molto snelle sono le procedure previste per l'ottenimento del finanziamento: sarà sufficiente produrre una semplice autocertificazione dei danni subiti, mediante un modulo reperibile presso tutti gli sportelli di questa banca animata da cotanta filantropia. Società che si comporta come quegli avvocati statunitensi famosi per la propria propensione a spargere il proprio biglietto da visita in occasione di tragedie ed incidenti stradali.

    Questo, però, è forse il modello sognato da chi – non più tardi di un anno fa – proponeva di istituire la cosiddetta “tassa sulle disgrazie”. Lo Stato minimo sognato dalla dottrina iperliberista non potrà, e non dovrà, farsi carico delle spese per la ricostruzione o per il rimborsi dei danni subiti da famiglie ed aziende. Ogni spazio abbandonato dal pubblico è destinato ad essere occupato dai privati. Questa banca ha deciso di non farsi trovare impreparata.

    Un'innovazione consumata sui cadaveri inghiottiti dalle acque.

    (m.m.)
    venerdì
    nov152013

    Moody's declassa le banche americane

    Downgrade per quattro degli otto più importanti istituti di credito Usa. JPMorgan Chase, la più grande banca del paese in termini di attività, scende ad A3. Goldman Sachs e Morgan Stanley rispettivamente a Baa1 e Baa2

    Leggi tutto

    mercoledì
    nov132013

    Gallino: banche e governi, colpo di Stato contro di noi

    Curare la recessione con diktat recessivi? E’ il paradosso dell’Unione Europea, dal 2010 in poi: costringere le vittime della crisi – milioni di cittadini – a pagare i danni che la stessa crisi ha provocato. Una colossale serie di errori commessa da governi ottusi? No, purtroppo: impossibile pensare che non sapessero che l’austerità sarebbe stata «una ricetta suicida dal punto di vista economico, se non anche da quello politico». In realtà, accusa Luciano Gallino, i governanti europei «sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata». Il problema è un altro: «Il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia: è piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto». Un meccanismo spietato, «in corso da oltre trent’anni». Gallino lo chiama: il colpo di Stato di banche e governi.
    Il nemico da smascherare è proprio l’élite, «messa in pericolo dal fallimento delle politiche economiche fondate sull’espansione senza limiti del debito e della creazione di denaro privato a opera delle banche, diventato palese con l’esplosione della crisi finanziaria nel 2007».  I cittadini europei e americani, scrive Gallino nel suo ultimo libro pubblicato da Einaudi e anticipato da “Micromega”, hanno già sopportato pesanti oneri, «prima per il processo di espropriazione cui sono stati sottoposti», e in seguito «per le conseguenze dirette della crisi». Il problema dei governi è diventato: stroncare qualsiasi opposizione allo smantellamento del welfare. Due le mosse decisive: incolpare lo Stato (spesa pubblica) per i guasti di una crisi innescata in realtà dal sistema bancario, e inchiodare i cittadini alla paura, nella logica dell’emergenza. «Così come in caso di guerra non si tengono elezioni per stabilire chi e come debba razionare i viveri, di fronte all’emergenza denominata “debito eccessivo dei bilanci pubblici” le misure da intraprendere per sopravvivere sono concepite da ristretti organi centrali: a partire dal Consiglio Europeo, formato dai capi di Stato o di governo degli Stati membri».
    Al “piano di guerra” collaborano la Commissione Europea (il cui presidente fa parte del Consiglio) e naturalmente la Bce, con l’immancabile apporto del Fmi. In altre parole, la Troika: quella che emana diktat che i governi dovranno semplicemente ratificare ed eseguire. «Cosi è avvenuto per molti documenti: il memorandum inviato alla Grecia, il pacchetto di misure – mirate espressamente a smantellare lo stato sociale – chiamato Euro Plus, il cosiddetto “patto fiscale” ovvero Trattato sulla stabilità, la creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità». Il trucco: «Essendo l’approvazione “chiesta dall’Europa”, i Parlamenti obbediscono, come è costretto a fare un organo politico in situazione di emergenza». Così, grazie a una super-casta composta da «poche dozzine di persone», la democrazia in Europa è «in corso di rapido svuotamento».
    Persino il Trattato della Ue, più attento al “libero mercato” che non alla democrazia, ormai «appare aggirato sotto il profilo legale e costituzionale dai dispositivi autoritari messi in atto di recente dai governi e dalla Troika». La libertà è finita: «Alle centinaia di milioni di cittadini della Ue, ciò che quel ristretto gruppo decide è presentato come “alternativlos”, cioè privo di qualsiasi alternativa: pena, minacciano i governi, il crollo dell’euro, dei bilanci sovrani, dell’intera economia europea». Di fronte a simili minacce, «che i media ripropongono ogni giorno a tamburo battente», i cittadini degli Stati-cardine della Ue hanno finora «subito a capo chino gli interventi dell’autoritarismo emergenziale dei loro governi e della Troika di Bruxelles», che ormai stanno assumendo il profilo di «un colpo di Stato a rate».

    Curare la recessione con diktat recessivi? E’ il paradosso dell’Unione Europea, dal 2010 in poi: costringere le vittime della crisi – milioni di cittadini – a pagare i danni che la stessa crisi ha provocato. Una colossale serie di errori commessa da governi ottusi? No, purtroppo: impossibile pensare che non sapessero che l’austerità sarebbe stata «una ricetta suicida dal punto di vista economico, se non anche da quello politico». In realtà, accusa Luciano Gallino, i governanti europei «sapevano e sanno benissimo che le loro politiche di austerità stanno generando recessioni di lunga durata». Il problema è un altro: «Il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa, non è certo quello di risanare l’economia: è piuttosto quello di proseguire con ogni mezzo la redistribuzione del reddito, della ricchezza e del potere politico dal basso verso l’alto». Un meccanismo spietato, «in corso da oltre trent’anni». Gallino lo chiama: il colpo di Stato di banche e governi. 

    Leggi tutto

    giovedì
    nov072013

    C'e' un piano per mettere in ginocchio l'Italia

    La privatizzazione delle banche si farà grazie al risparmio delle famiglie e delle piccole imprese. Lo si drenerà spietatamente con ogni mezzo. [Giulio Sapelli]

    Leggi tutto

    lunedì
    nov042013

    Bce: con crisi -12% attivo banche euro

    Settore ha perso quasi 300 istituti o gruppi finanziari

    Leggi tutto

    lunedì
    nov042013

    Bce: da inizio crisi -16mila filiali

    In Italia meno abitanti per filiale rispetto media Ue

    Leggi tutto

    mercoledì
    ott302013

    ECCO PERCHE' VOGLIONO (ELIMINARE) IL NOSTRO CONTANTE

    DI PAOLO CARDENA’
    vincitorievinti.com

    Secondo quanto riportato dalla Reuters, il Ministro Saccomanni avrebbe espresso la volontà da parte dell'esecutivo di ridurre ulteriormente i limiti di utilizzo del contante.
    Nell'agenzia si legge:

    Il governo intende ridurre la soglia massima di pagamento in contanti, attualmente posta a 1.000 euro."Questo è un punto su cui l'Italia resta indietro ed è un punto su cui vogliamo intervenire", ha detto il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, durante un'audizione in Parlamento sulla legge di Stabilità.

    Di seguito vi propongo alcune riflessioni, in parte già ospitate su numerosi articoli presenti sul blog.

    Leggi tutto

    mercoledì
    ott302013

    Grande confusione sotto e sopra le banche

    Date le dimensioni della bancarotta, due sole soluzioni: riorganizzare le banche con un sistema tipo Glass-Steagall, o sopprimere la popolazione per salvare le banche

    Leggi tutto

    comments powered by Disqus