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a cura di Valerio Lo Monaco

(in arrivo)

Entries in BCE (190)

venerdì
dic042015

Poca inflazione dai soldi della Bce

La Banca centrale europea continuerà ad acquistare titoli di Stato ai quali si aggiungeranno quelli emessi dagli enti locali. Mario Draghi ha difeso il ”Quantitative Easing” sostenendo che il meccanismo, operativo da un anno, funziona, come dimostrerebbero i dati della crescita economica nell'Eurozona che, secondo le ultime stime, nel 2015 dovrebbe registrare un più 1,5%. L'Italia, da parte sua, arranca sconsolatamente con un auspicato 0,8% che sarebbe già grasso che cola

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venerdì
ott232015

Draghi, tassi e Quantitative Easing della BCE: tutto come copione

Non è affatto detto che quello che è bene per la Banca centrale europea e per le altre banche private sia un bene per l'economia europea e per le imprese. Infatti, l'azione della Bce attraverso il Quantitative Easing, l'acquisto di titoli di Stato e la conseguente massiccia immissione di liquidità nel sistema, non ha portato finora i risultati che Mario Draghi e i suoi molti sodali, compresi i giornali fiancheggiatori, millantavano. 

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giovedì
ott222015

Crisi: in "attesa" della terza ondata

I problemi relativi alla crisi economica e all’andamento generale dopo gli straordinari interventi delle Banche centrali sono un po’ usciti dall’agenda setting dei grandi media. Da una parte perché non si tratta più di interventi straordinari in senso pieno, anzi sono diventati, o meglio, sono dovuti diventare ordinari proprio perché gli unici in grado di non far deflagrare ciò che pure è nell’aria da anni. Dall’altro lato perché continuare a parlarne avrebbe significato dover continuare a reiterare la fotografia di una situazione che non solo non si è mossa di un millimetro in avanti, ma anzi sta facendo segnare cospicui passi indietro. Al più si rimane in uno stato di immobilismo dovuto solo, appunto, agli interventi di puntello delle Banche centrali. La notizia, dunque, è fortemente negativa su tutto il fronte. E dare notizie non buone, in tal senso, farebbe fatalmente precipitare ulteriormente la fiducia dei consumatori a quel punto ancora meno inclini a consumare tanto da far sprofondare le cose ulteriormente. Per i giornali governativi, dunque, meglio tacere, occultare, rimuovere o al più sottoesporre tali temi.

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giovedì
set102015

Metodo Juncker: prima gli immigrati, poi gli europei

Tra immigrati e crisi economica l'Unione europea non versa in buone condizioni. Lo ha ammesso lo stesso presidente della Commissione, Jean Claude Juncker. Il politico lussemburghese ha preso atto di quanto è sotto gli occhi di tutti nel suo discorso davanti al Parlamento di Strasburgo “sullo stato dell'Unione”, che già nel nome fa il verso a quello che l'inquilino della Casa Bianca pronuncia davanti al Congresso Usa.

È necessaria la sincerità e bisogna smetterla con i discorsi vuoti, ha ammonito Juncker.

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lunedì
lug132015

Tsipras è servito: la trattativa-farsa è al capolinea

No, non Grexit. Ma Grexecution. La repentina offensiva di ieri lo dimostra alla perfezione, ridicolizzando il facile ottimismo sparso appena poche ore prima da Renzi. Di colpo, ma con una brutalità che può sorprendere soltanto gli sprovveduti, le controparti UE di Tsipras hanno alzato il tiro e snocciolato le terrificanti condizioni che pretendono di imporre alla Grecia, in cambio di nuove e consistenti linee di credito con cui ovviare all’incombente default. Condizioni-capestro che per di più andrebbero introdotte a tempo di record, nel termine per metà risibile e per metà agghiacciante di mercoledì prossimo, e che lo stesso Huffington Post ha sintetizzato così: «Licenziamenti collettivi, ritorno Troika, le richieste “impossibili” fatte ad Atene».

Appunto: non Grexit, ma Grexecution.

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martedì
giu302015

Obbedite, greci, o la Troika si vendicherà

La Bce ha bloccato gli aiuti finanziari ad Atene e Tsipras ha parlato di ricatto scegliendo di stimolare l'orgoglio nazionale dei greci chiamati a decidere, attraverso un referendum, se accettare o meno le richieste della Troika. Immediati i contraccolpi sui mercati finanziari con il crollo dei listini di Borsa e con il rialzo dello spread tra i Bund tedeschi e i Btp italiani decennali, espressione di una Italia che vanta il secondo debito pubblico europeo (132% sul Pil) per entità.

Uno scenario abbondantemente previsto sin da quando il nuovo governo si era installato ad Atene.

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giovedì
giu042015

Morto un Renzi se ne farebbe un altro

Il Partito della Nazione, che era e resta sempre nei sogni di Matteo Renzi, è uscito ridimensionato dalle elezioni regionali. Il dato è relativo visto che gli elettori chiamati a votare erano poco meno di 19 milioni ma resta pur sempre una battuta d'arresto nel progetto di costruire un partito contenitore interclassista, quale era la defunta Democrazia Cristiana.

L'ex boy scout in quegli ambienti ha soggiornato e l'approccio consociativo gli è rimasto appiccicato. Un partito che, come direbbe Veltroni, sia il partito degli operai ma anche dei banchieri, un partito dei disoccupati e dei precari ma anche dei professionisti e degli imprenditori.

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giovedì
apr022015

Per i bancari solo un tozzo di pane (avvelenato) 

Alla fine la montagna ha partorito il classico topolino. Dove la montagna sono le banche e il topolino è il nuovo contratto nazionale di categoria. Ci sono voluti un anno e mezzo di tempo e due scioperi nazionali per convincere le banche a concedere un aumento (85 euro) che, scaglionato sui prossimi tre anni, servirà appena a recuperare il tasso di inflazione. In ogni caso, l'ipotesi di accordo, sottoscritta dai sindacati, dovrà essere approvata entro il 15 giugno dai lavoratori (sono circa 300 mila) che ne saranno i beneficiari.

Una consultazione necessaria e che la dice lunga sulla crisi di rappresentanza dei sindacati tradizionali

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venerdì
mar202015

Un grattacielo per Draghi. Solite miserie per gli altri

L'inaugurazione della nuova sede della Banca centrale europea a Francoforte, un grattacielo doppio, è stata contestata dalle migliaia di militanti di Blockupy, accorsi in città da tutta Europa, che hanno dato vita agli annunciati scontri di piazza. Il nuovo grattacielo della Bce, costato oltre un miliardo di euro, è sembrato a molti, non solo ai protagonisti della protesta, come un autentico schiaffo alla miseria in una fase di crisi come quella che l'Europa sta vivendo ormai da sette anni. 

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venerdì
mar062015

Bce e QE: la mega partita di giro della "banda degli onesti"

Da lunedì prossimo la Banca Centrale Europea avvierà l'annunciato acquisto di titoli pubblici a lungo termine dei Paesi dell'Unione e altri tipi di titoli per un importo mensile di 60 miliardi da qui fino al settembre del 2016. Un periodo di 19 mesi per un importo complessivo di 1.140 miliardi. Si tratta di una montagna di soldi creata dal sistema finanziario per foraggiare se stesso. 

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lunedì
feb092015

La UE “politica” che piace a Draghi

La posizione in sé può sembrare ragionevole: visti i gravissimi squilibri che si sono determinati dopo l’introduzione dell’Euro, bisognerebbe affrettarsi a espandere la sovranità della UE dal piano monetario a quello politico. Allo scopo di avere una piena Federazione tra i diversi Stati ed evitare, così, che i singoli governi nazionali possano comportarsi in maniera difforme dalle decisioni comunitarie, generando delle anomalie che all’origine sono locali ma che, o prima o dopo, andranno a ripercuotersi sul quadro generale e ne metteranno a repentaglio la solidità.

A far suonare il campanello d’allarme, tuttavia, dovrebbe bastare il fatto che tra i più fervidi sostenitori della tesi vi sia il governatore della BCE, Mario Draghi.

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giovedì
feb052015

Grecia: il primo ceffone dalla BCE

Si era illuso, il ministro greco delle Finanze. Oppure era stato deliberatamente ingannato. Ieri, uscendo dall’incontro con Mario Draghi, Yanis Varoufakis era apparso ottimista e lo aveva detto: «Abbiamo avuto un colloquio fruttuoso», aggiungendo addirittura che nel corso del colloquio c’era stata «un’eccellente linea di comunicazione, che mi ha dato un grande incoraggiamento per il futuro».

Beata ingenuità, per non dire di peggio.

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venerdì
gen302015

Bce e QE: dove andrà a finire quel denaro?

L'annuncio di Mario Draghi, contestato dalla Germania, che la Banca centrale europea, unitamente alle banche centrali dei rispettivi Paesi, acquisteranno una montagna di titoli pubblici per tenere bassi i tassi di interesse e gli spread, e teoricamente, per sostenere una ripresa economica, è stata seguita dalla vittoria di Tsipras alle elezioni greche. Due fatti che sono strettamente legati e sui quali si giocherà il futuro dell'Unione europea. 

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venerdì
gen232015

“Out of the Crisis”: la fiction USA-UE

Prima Obama e poi Draghi. Nel giro di nemmeno due giorni: martedì sera il presidente degli USA, ieri pomeriggio il governatore della BCE. Come in una coproduzione tivù tra reti diverse che ufficialmente sono autonome ma che in pratica fanno capo ai medesimi investitori: una specie di spin-off tra due serie di grande impatto e che marciano (o tirano avanti…) in parallelo.

Il titolo del doppio episodio è quasi lo stesso. “Out of the Crisis”.

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mercoledì
gen212015

Bce e Grecia, le due prossime bufale

I prossimi imminenti giorni prevedono due ambiti da tenere d’occhio e da analizzare per quanto attiene l’aspetto economico. Entrambi riguardano l’Europa e hanno potenzialmente la possibilità di essere determinanti, eppure di entrambi non si parla quanto si dovrebbe. C’è un motivo, per questo, come vedremo. Ci riferiamo alla decisione della Banca Centrale Europea, prevista domani, e alle votazioni in Grecia, fissate per il prossimo fine settimana.

Beninteso, le caratteristiche di potenziale importanza che vengono imputate a questi due eventi a nostro avviso sono diametralmente opposte a quelle che si potrebbero pensare a prima vista, e che su vari media, invece, vengono veicolate a senso unico.

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giovedì
nov272014

Crisi: tornano i giochi di prestigio

Secondo la Federal Reserve - voce dunque piuttosto interessata - i rischi relativi alla crisi in corso sarebbero rimasti solo per Europa, Cina e Giappone. Si dà per scontato che gli Usa siano ormai fuori dalle secche, malgrado (come abbiamo spiegato qui) quella statunitense sia tutt’altro che una ripresa, anzi. Ma la Fed si spinge ancora oltre, in modo quasi incredibile: dopo aver terminato il terzo round di Quantitative Easing iniziato nel 2012 (gli altri furono varati nel 2008 e nel 2012) adesso i rischi per gli Stati Uniti “deriverebbero dalle condizioni economiche critiche del resto del mondo”. Come dire: origine dagli Usa (2007), esportazione nel resto del Mondo, e ritorno. Solo che ora la responsabilità sarebbe degli altri. 

A livello di G7, altro carrozzone, i fanalini di coda sarebbero l’Italia e il Giappone. 

Sul nostro Paese sappiamo ormai tutto, e il governo Renzi si barcamena con l’Europa e la finanza creativa - e illusionista - per spuntare quello zero virgola in più che gli permetterebbe di far continuare la sceneggiata ancora per qualche trimestre.

In merito al Giappone le cose sono quanto meno più chiare: malgrado la politica ultra accomodante della Banca giapponese, e l’inondazione di denaro stampato di fresco, le cose vanno male. Malissimo. La terza economia mondiale è in recessione per la terza volta in quattro anni, con un calo del Pil di 1.6 punti percentuali. Shinzo Abe, a differenza di come avviene e avverrà da noi in Italia, ha posticipato l’aumento dell’Iva che era comunque programmato per ottobre 2015, ma sono soprattutto le scelte relative alla politica monetaria a destare sconcerto: malgrado tutti gli sforzi sino a questo momento siano risultati vani, le misure di allentamento continuano. Rotative a pieno regime, insomma.

È sulla Cina, invece, che occorre focalizzarsi. Siamo di fronte, anche in questo caso, a una situazione paradossale. E preoccupante. Perché anche qui le cose vanno male. La People’s Bank of China ha ufficialmente annunciato il proprio “allentamento monetario”, e secondo molti analisti seguiranno a breve ulteriori tagli dei tassi. Per il governo cinese è arrivata l’ora di aiutare le piccole e medie imprese locali e i risparmiatori. Tutto ciò ha un una duplice chiave di lettura. Da una parte il fatto che anche lì, e la cosa è di portata enorme, la propulsione è in difficoltà. La seconda è che anche lì, come altrove, le misure che verranno prese è molto difficile che potranno sortire effetti differenti da quelli inesistenti già sperimentati nel resto del mondo. 

A conferma di questa previsione, largamente condivisa senza che però quasi nessuno sia in grado, o voglia, tirarne le conseguenze, c’è il fatto che dall’estremo Oriente si sia iniziata senza neanche troppa timidezza la guerra valutaria. L’intenzione della banca cinese è quella di alzare il rapporto dollaro/yuan, aspettandosi uno yen e un euro più debole. E, ovviamente, di proseguire verso la dedollarizzazione dei mercati: sempre meno biglietti verdi per gli scambi commerciali.

Sul tavolo globale, al momento, il tutto si gioca dunque nei quartieri generali delle Banche Centrali. Il che conferma una cosa lapalissiana: la famosa “mano invisibile” non funziona (e mai ha funzionato) e così l’economia reale in ogni ordine e grado, tanto che, appunto, il tutto viene spostato nelle capacità illimitate dei numeri. Virtuali.

Anche da noi la strada è stata intrapresa, e a sentire Draghi si continuerà su questa rotta, se è vero - e lo vedremo presto - che alle “misure non convenzionali” già varate faranno seguito ulteriori manovre. Ha poco di che lamentarsi la Germania, per bocca dei tanti esponenti interni o piazzati in vari posti di rilievo dalle parti di Bruxelles e Francoforte. Anche i tedeschi sono sulla soglia della recessione, e certo non possono aspettarsi di continuare ad andare a velocità da locomotiva quando il resto del mondo rallenta, è fermo oppure, nella maggior parte dei casi, indietreggia.

Per ora la BCE non ha imbracciato il bazooka, e si è limitata (si fa per dire) a varare alcune norme che sono solo lontane parenti dei Quantitative Easing veri e propri. Ha offerto denaro alle Banche a più riprese a costi irrisori, ha comperato titoli di Stato in diverse occasioni, ed è recentemente tornata in soccorso sempre delle Banche acquistando crediti in difficoltà. Risultato? Per l’economia reale, praticamente nullo.

Mentre le altre Banche centrali sono già in guerra, a Francoforte ancora si attende a rispondere colpo su colpo. Naturalmente il motivo non è il fatto di sapere che a nulla vale, in senso risolutivo, una guerra del genere, quanto nel fatto che in Europa ancora si attende che alcuni “lavori” a livello nazionale siano portati a termine. Quello relativo al mercato del lavoro in primis e quello inerente le privatizzazioni in seconda battuta. 

In altre parole, sinteticamente: la crisi deve essere spinta ancora più in profondità per rendere necessarie e improcrastinabili quelle riforme che servono a portare a termine l’obiettivo. Poi sarà pronta e messa sul tavolo l’illusione. Insomma prima la (ulteriore) cura dimagrante e poi, solo poi, qualche endovena per tenerci ancora in vita.

Ne abbiamo conferma proprio in queste ore, con il “piano” paventato da Juncker, secondo il quale si devono mettere in campo 315 miliardi per aprire questa “nuova fase” di crescita. 

Al di là del mero numero in sé - 315 miliardi, che non ci sono - occorre mettere a fuoco un punto sopra ogni altra cosa: da dove arriveranno (arriverebbero…) questi denari. Dunque: il sedicente piano prevede che gli Stati possano investire in “attività produttive” senza far entrare tali investimenti nel computo per il controllo del rapporto deficit/pil. Cioè, in estrema sintesi, si dà l’ok per iniziare nuovamente a spendere a debito. Ancora più importante questo: i fondi necessari a raggiungere la cifra di 315 miliardi ventilata dal presidente della Commissione Europea, ovviamente, dovranno pervenire dagli Stati stessi, ma tali fondi, dice Juncker, non entreranno nel computo economico per il rispetto del Patto di stabilità.

È sconcertante: Stati praticamente in bancarotta dovranno tirare fuori denaro da far confluire alla Ue la quale poi lo distribuirà ai bisognosi. Siccome bisognosi sono praticamente tutti, non si capisce come potranno tirare fuori tale denaro, e soprattutto, una volta che lo avranno versato alla Ue, e una volta che sarà tornato (eventualmente) indietro, ci si dovrebbe spiegare quale sarebbe il vantaggio: ci rientra dall’Ue quello che all’Ue abbiamo dovuto versare. Ah, naturalmente: non si tratta (tratterebbe) di denaro “nostro” ma, come da oltre un decennio, di denaro che la BCE ci presta dietro interesse.

Ricapitoliamo: l’Ue ci dice ok, potete spendere a debito, e anzi, vi prestiamo dei soldi, a patto che quei soldi ce li date prima voi a noi. E ovviamente, per procurarci quei soldi, dobbiamo mendicarli alla BCE.

Domandona finale: lasciando da parte le probabilità di efficacia dell’operazione nel suo complesso, quale è il soggetto che guadagnerà di più e sicuramente al termine del giro delle tre carte?

Ma per quanto riguarda l’Italia, prima che inizi la giostra, naturalmente, il Jobs Act (e tutto quello che ne consegue e che gli è collegato) deve essere portato a compimento, sia chiaro. Altrimenti, dall’Ue, niente aperture…

E allora si può, anzi è utile farlo, tirare alcune somme, visto che sono ormai diversi anni - e non solo trimestri - che le varie “cure” imposte a vario titolo e latitudine per contrastare la recessione iniziata nel 2007 negli Usa stanno servendo a molto poco. O meglio a nulla, se consideriamo, e questa è poi la prova del nove, che da molte più parti rispetto a un paio di anni addietro ove erano solo in pochi a prevederlo, si inizia a parlare con sempre maggiore insistenza della seconda ondata recessiva globale. Come se la prima fosse terminata. Come se la seconda in arrivo non fosse che una conseguenza della prima e ancora di più degli squilibri che la causarono.

Ciò che non cambia è dunque la traiettoria generale: un sistema già nell’abisso per i meccanismi stessi che non potevano che portarlo in tale sprofondo non può fare altro che continuare a rotolare verso il basso. Da allora a oggi, dal 2007 al 2014, tutta una pletora di misure che hanno avuto il solo obiettivo di radere al suolo il lavoro, ciò che rimaneva dei servizi sociali dei vari Stati e il risultato di preparare il terreno a quel mondo nuovo tanto caro, di fatto, a chi risiede stabilmente all’interno dei consessi dei centri di potere. Intere popolazioni di nuovi schiavi - tra disoccupazione, mini-jobs e accettazione di pseudo occupazioni pur di sopravvivere - in uno scenario in cui le uniche entità che hanno guadagnato e guadagneranno dalla situazione sono le stesse che hanno originariamente innescato il processo. A parte i fallimenti roboanti, operati più come monito e foglia di fico, di alcune Banche d’investimento e di qualche colosso assicurativo, per il resto i dividendi e i lauti compensi dei manager hanno ricominciato a circolare, gli utili di questi soggetti a crescere, a fronte delle macerie che si sono accumulate e stratificate negli anni. E della povertà diffusa nei vari Paesi.

Si può dunque, almeno adesso, a fatti compiuti e comprovati, sperare in una analisi differente da parte dei più rispetto a quanto fatto negli anni precedenti? A parte qualche malumore generale fatalmente incanalato in forme di dissidenza e protesta sempre ben irregimentate, a parte manifestazioni sparse e mai unitarie, per cercare (inutilmente) di rivendicare i diritti inerenti al proprio particolare caso (una azienda, un settore della produzione, un mestiere…) non ci sembra di poter registrare nessuna nuova e più generale presa di coscienza.

L’attualità scorre a colpi di news irrilevanti, e anestetizzanti (rileggetevi il pezzo di Zamboni, qui), ma a livello più alto - che poi è l’unico in grado di poter offrire una visuale d’insieme per far arrivare a una conoscenza più completa dello stato delle cose - nulla di nulla. La maggior parte si aggrappa alla speranza e alle parole di ripresa lanciate dai vari maggiordomi nazionali. E tutto procede, senza che nessuno riesca a capire dove si dovrebbe andare a parare, o meglio, attaccare, per reagire a chi ci sta guidando verso il baratro.

E allora le prospettive sono molto semplici da supporre: se a livello più generale e di massa, ancora oggi, malgrado quanto successo e malgrado quanto sta succedendo giorno dopo giorno, ancora non si è neanche capito chi sono i nemici principali, si può sul serio sperare in un cambiamento della situazione?

Valerio Lo Monaco
mercoledì
ott082014

Superbanchieri in contrasto: Bundesbank vs BCE 

Mini test di omologazione, o viceversa di lucidità: come vi suona la frase del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, secondo cui «C’è il rischio che la politica monetaria [della BCE], in particolare nell'area dell'euro, sia ostaggio della politica»?

In realtà di “perle” analoghe ce ne sono anche altre, all’interno dell’intervista pubblicata ieri dal Wall Street Journal, ma ci arriveremo dopo. Per fissare il punto chiave basta e avanza l’affermazione che abbiamo appena citato, e che infatti è stata utilizzata dal WSJ come sottotitolo del relativo articolo. Un’affermazione che è allo stesso tempo scandalosamente fondata e terribilmente falsa. Scandalosamente fondata se si guarda alla scelta suicida con cui i governi degli Stati membri della UE decisero di delegare/regalare la propria politica monetaria alla Banca Centrale Europea, per cui quest’ultima detiene davvero la libertà di decidere autonomamente in materia. Terribilmente falsa se invece si tiene ben presente che, appunto a causa di quell’assurda cessione di sovranità, non è affatto la BCE che “rischia di essere” ostaggio della politica, ma è viceversa la politica che “è” certamente ostaggio della BCE. E quando diciamo BCE intendiamo dire, come dovrebbe essere ovvio, gli interessi prettamente bancari, e prettamente privati, che essa rappresenta.

Ciò che irrita il singolo superbanchiere Weidmann, dunque, poggia su qualcosa che dovrebbe non soltanto irritare, ma far insorgere (con qualsiasi mezzo), le centinaia di milioni di cittadini europei che ne subiscono le conseguenze. L’abnorme protrarsi della crisi, infatti, è dovuto innanzitutto al perdurante strapotere della finanza ai danni dell’economia produttiva, e il guardiano locale di questo dominio inflessibile, e a vocazione planetaria, è appunto la BCE. Che nonostante i proclami di Draghi sulla disponibilità ad adottare le famose “misure non convenzionali” – annunciate, o favoleggiate, nel luglio 2012, per la gioia degli operatori/speculatori di Borsa e con i media che si precipitarono a scodellare l’ennesima iperbole parlando nientemeno che di «bazooka» – si è ben guardata dall’andare al di là dell’abbassamento dei tassi di interesse e della raccomandazione rivolta alle banche, ma sostanzialmente ignorata, affinché attenuassero la stretta creditizia.

Quello che è continuato a mancare, in nome del dogma del contenimento dell’inflazione e strainfischiandosene del fatto che intanto si andava dritti verso il fenomeno, diametralmente opposto, della deflazione, è un massiccio supporto agli investimenti, sia pubblici che privati, al fine di rilanciare i livelli di produzione, occupazione e consumo. Obiettivi che in assoluto rimangono sbagliati, per chi come noi non condivide nulla del modello liberista, ma che pure sono imprescindibili nel contesto attuale.   

Weidmann si preoccupa di tutt’altro, invece. Da un lato ribadisce che «il concetto di una banca centrale indipendente, chiaramente focalizzata sulla stabilità dei prezzi, non è né superato né fuori moda». Dall’altro si erge a paladino, paradossale, degli interessi generali dei cittadini, affermando che nel ventilato acquisto da parte della BCE di Abs (“asset backet Securities”, in pratica delle obbligazioni emesse nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione), «c'è il rischio che pagheremo più del dovuto. Ciò rappresenterebbe un trasferimento del rischio dalle banche e altri investitori alla banca centrale e, alla fine, ai contribuenti».

Magnifico. I “contribuenti” europei ne saranno felici: cosa volete che siano la crescente mancanza di lavoro e i tanti altri effetti negativi della crisi, a fronte di un sistema bancario che, pur di tutelarci tutti, è così saggio e guardingo?

Federico Zamboni
venerdì
ott032014

TFR in busta paga: peggio un uovo oggi…

I soldi che non ci sono. I soldi che vanno trovati. I soldi che non si possono trovare, però, là dove sarebbe naturale farlo, ossia nella stampa di denaro da parte delle singole nazioni. Gli Stati come l’Italia vi hanno rinunciato a priori con le due decisioni – i due autentici crimini contro le rispettive popolazioni – assunte in ambito UE: il passaggio alla moneta unica in base a modalità capestro, a cominciare dai parametri fissi del Trattato di Maastricht, e l’attribuzione alla BCE del «diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno dell’area dell’euro».

Lo sfondo è questo. E su questo sfondo, fatalmente, si colloca anche l’ultima trovata del governo, che vorrebbe mettere in busta paga, dal primo gennaio 2015, il 50 per cento della quota di TFR relativa a ciascuna mensilità: un trucchetto contabile, sulle spalle dei lavoratori che andranno a intaccare le liquidazioni future e delle aziende che si dovranno accollare un esborso anticipato e a getto continuo, che ha lo scopo di accrescere almeno un po’ il reddito disponibile e quindi, si suppone, la propensione alla spesa. Per poi presentare le conseguenze positive, laddove ci fossero, come un grande successo politico.

Tuttavia, in perfetto stile Renzi, si cerca di trarre un vantaggio di immagine anche dall’eventuale, o probabile, impraticabilità dell’iniziativa. Visto che il nodo finanziario è la scarsa liquidità delle imprese, nell’ordine del giorno approvato lunedì scorso dalla direzione nazionale del PD è specificato che l’adozione della misura è subordinata alla messa a punto di «un protocollo tra Abi, Confindustria e governo». E mentre dal mondo bancario è già arrivato un chiarissimo segnale di disponibilità (per forza, visto che attraverso questo tipo di prestiti c’è solo da guadagnarci) con le dichiarazioni del Ceo di Unicredit Federico Ghizzoni, il versante imprenditoriale oscilla tra l’estrema cautela di Giorgio Squinzi, presidente della stessa Confindustria, e la drastica contrarietà di Giorgio Merletti, presidente di Rete Imprese Italia.

Sempre lì si ritorna, comunque. Alla questione dei capitali che si dovrebbero iniettare nel corpo dissanguato dell’economia produttiva, e che invece sono, e restano, fuori dalla portata degli Stati. La BCE, e giusto ieri lo hanno ribadito le parole di Mario Draghi a Napoli, si arrocca sul suo mandato-dogma fissato dall’articolo 127 del Trattato sull’Unione europea, secondo il quale «l’obiettivo principale è il mantenimento della stabilità dei prezzi», e non allenta i cordoni della borsa, oppure lo fa soltanto a favore delle banche. La stretta creditizia diventa insormontabile sia per i privati, nel loro insieme, che per le pubbliche istituzioni, inchiodate dall’enorme debito pregresso e dai relativi, spaventosi interessi.

Come si dice, la coperta è corta. Come non si dice, la coperta è stata resa corta volutamente. Allo scopo di esasperare l’insicurezza collettiva, in una versione più subdola ma altrettanto efficace della “shock economy” denunciata da Naomi Klein, e spianare così la strada alle mitologiche riforme che in teoria dovrebbero risanare il Paese, ma che invece lo renderanno solo più funzionale alla competizione globale e agli interessi di chi ne tira i fili.

Viene in mente l’assonanza che c’è tra il significato letterale di TFR, il “trattamento di fine rapporto” tra un lavoratore e chi lo ha assunto, e la sua estensione a tutto campo: il “trattamento di fine rapporto” tra i cittadini e la politica che li dovrebbe rappresentare. Una miseria di liquidazione, snaturata attraverso lo stillicidio degli anticipi mensili, e tanti saluti agli obblighi di tutela dei governi nei confronti dei cittadini. Sorry, la giungla liberaldemocratica corre veloce verso il futuro e non se li può più permettere.

Federico Zamboni
martedì
set302014

Poteri forti? No: fortissimi

Reduce dagli USA, dove manco a dirlo è stato molto apprezzato (da bravo ufficialetto sollecito e promettente, in visita al quartier generale), Matteo Renzi ha rilasciato un’intervista a Repubblica ed è tornato a ribadire la sua totale indipendenza dai “poteri forti”. Che a sentire lui vorrebbero fermarlo per impedirgli di rinnovare profondamente l’Italia, ma ai quali egli, ça va sans dire, non si arrenderà né ora né mai.

In effetti lo aveva già riaffermato appena pochissimi giorni fa, a New York. Laggiù, però, si era trattato solo di un accenno («siamo pronti sfidare i poteri forti»)  condito con l’ennesima battutina appariscente e superficiale, da presentatore tv che chiacchiera senza posa e utilizza i riferimenti culturali a orecchio («più dei poteri forti, io temo i pensieri deboli»). Nel lungo colloquio pubblicato domenica, invece, il presidente del Consiglio ha aggiunto qualcosa di più, “spiegando” che «i poteri forti o presunti tali sono quelli che in questi vent'anni hanno assistito silenziosi o complici alla perdita di competitività dell'Italia».

Chiarimento sufficiente? Nemmeno un po’. La formula era fumosa prima e fumosa rimane. In mancanza di indicazioni dettagliate e inequivocabili, con almeno un inizio di elenco che specifichi l’identità di coloro i quali appartengono alla categoria, la denuncia vale zero. E si riduce ad agitare uno spauracchio di comodo, tipo il babau delle fiabe.

Se lo facesse qualcun altro, nella prospettiva di un rifiuto generale del sistema di potere USA-centrico che oggi domina l’Occidente, lo si taccerebbe subito di complottismo, accusandolo di puntare il dito su entità talmente imprecisate da equivalere a dei fantasmi. Viceversa, all’interno della vulgata corrente, col suo tacito impegno ad assecondare le interpretazioni conformiste e il torpore generale, la stessa vaghezza viene accettata senza batter ciglio.

Chi sono esattamente i poteri forti? Non importa. L’importante è poterli evocare ogni volta che serve. E siccome ci si guarda bene dall’indicare chi rientra nel novero, ecco il vantaggio supplementare di non dover chiarire perché altri ne siano stati esclusi.

Sono artifici ben noti, a chi non si sia dimenticato di quell’architrave della manipolazione collettiva che è la guerra delle parole. La guerra delle parole che, guarda caso, assomiglia molto all’approccio bellico preferito dagli USA: delle aggressioni unilaterali che vengono travestite da interventi super partes e che sono condotte a suon di bombardamenti, sottraendosi ai rischi di un conflitto a viso aperto e combattuto sul campo. Uno scontro vigliacco e quanto mai asimmetrico, imperniato su uno squilibrio enorme e permanente delle forze a disposizione, e acuito dal fatto che il nemico, essendo inchiodato sul proprio territorio, non potrà contrattaccare all’interno dei confini statunitensi. Se non con azioni isolate e paramilitari, prontamente bollate come atti terroristici.

La guerra delle parole riproduce tutto questo in chiave mediatica. E uno dei suoi obiettivi fondamentali, su cui il Ribelle insiste da sempre, è nascondere gli interessi oligarchici del mondo finanziario dietro le apparenze di una serie di trasformazioni spontanee e ineluttabili, condensate nel termine onnicomprensivo “globalizzazione”. A questa offensiva generale (“globale”, appunto) si affiancano innumerevoli episodi specifici, a seconda delle situazioni locali. Qui in Italia, com’è noto, il concetto guida è quello del rinnovamento. Una rottura col passato che ha il suo uomo immagine nel succitato Matteo Renzi, il rampante junior manager lodatissimo da Marchionne, e che quel passato mira a presentarlo, a rappresentarlo, sotto forma di uno schieramento nemico in piena regola. Che ricomprende appunto i cosiddetti “poteri forti”.

L’assunto, dato per scontato, è che essi siano entità prettamente italiane. E in questo modo, per nulla casuale, si esclude a priori che vi siano dei nemici altrettanto infidi anche all’estero, e altrettanto impegnati a sfruttare i privilegi già acquisiti per espanderli ancora di più. Al contrario, anzi, il sottinteso è che le grandi organizzazioni finanziarie internazionali, a partire dalla BCE, operino lealmente – e quasi in modo disinteressato – affinché l’Italia si risollevi al più presto dal suo perdurante declino.

I “poteri forti” sono incrostazioni nostrane refrattarie al cambiamento. I “poteri fortissimi” sono élite benedette che levano alto il vessillo dell’innovazione, al puro scopo di salvarci.

Federico Zamboni
mercoledì
set102014

In Germania hanno paura: la BCE come una "bad bank"

In attesa di conoscere i dettagli del piano del primo vero e proprio Quantitative Easing della Banca Centrale Europea per poterlo commentare a dovere, si registrano, e dobbiamo registrare, alcuni segni di reazione anche al solo annuncio fatto da Draghi giorni addietro.

Uno su tutti, quello di Horst Seehofer, che non è proprio un signor nessuno, ma uno dei primi alleati di Angela Merkel, presidente del Partito CSU e Primo Ministro della Baviera. Secondo Seehofer, «Draghi sta comperando carta straccia».

È un attacco frontale non solo all’operato prossimo venturo della BCE, quanto proprio a quella Merkel rea, secondo il Primo Ministro, di aver allentato molto la presa e l’influenza tedesca nei confronti di Francoforte. I contenuti della telefonata tra Draghi e la Merkel non sono noti, ma ciò che è accaduto dopo (ne abbiamo scritto qui) si inscrive comunque nel segno di un alleggerimento della situazione. Come se - la supposizione e la semplificazione sono nostre - Draghi avesse messo la Merkel con le spalle al muro: o facciamo operazioni di questo tipo, o l’Europa salta in qualche settimana. Da questo ipotetico (ma non troppo) colloquio è venuto fuori, dunque, il silenzio della Cancelliera alle operazioni di Draghi, quelle già messe in atto, come il taglio dei tassi, a quelle prossime venture, come appunto il Quantitative Easing.

L’intervista di Seehofer, ad ogni modo, è stata rilasciata al quotidiano Bild. In Germania, la volontà da parte di Draghi di voler acquistare derivati, ABS (asset backet securities) e altri titoli è vista come una mossa del tutto sbagliata e in perfetta opposizione alla volontà di austerità imposta dalla Bundesbank al resto dell’Europa sino a ora.

«Quando apriranno i rubinetti della BCE e compreranno carta straccia non faranno altro che impaurire molta gente in Germania».

Ovviamente, aggiungiamo noi: sino a ora buona parte della supremazia commerciale tedesca è dovuta al fatto di essere riuscita a imporre agli altri Paesi europei, mediante la scure della BCE, tutte le restrizioni che non hanno permesso di rilanciare la loro economia (ammettendo per un solo momento che la strategia di rilancio sia quella giusta da seguire). È chiaro che un allentamento in tal senso - appunto l’alleggerimento quantitativo - sebbene a iniziare dagli istituti di credito in forte sofferenza, viene considerato dai tedeschi, di fatto, un sabotaggio allo stato attuale delle cose.

Alle parole di Seehofer fanno eco anche quelle di un ex membro del board della BCE, Jurgen Stark, secondo il quale, senza mezzi termini, la Banca Centrale Europea rischia di diventare una «bad bank», cioè una banca che accumula prestiti tossici non performanti.

Le politiche accomodanti per promuovere il credito, che è l’obiettivo dichiarato pubblicamente dalla BCE, sono fallimentari né più né meno che come è già avvenuto in altre parti del mondo. Perché il credito, molto semplicemente, non riparte in nessuna altra parte ove tale strategia è già stata utilizzata da altre Banche Centrali. Il denaro fluisce, mediante la pulizia dei titoli tossici dagli istituti, e questi lo utilizzano per generare ulteriori operazioni rischiose con le quali stanno continuando ad arricchirsi, noncuranti del fatto di stare innescando un’ennesima bolla prossima ad esplodere (ne parleremo nei prossimi giorni).

A beneficiare dell’operazione, per come sarà impostata - questo lo si può già dire anche prima di conoscere i dettagli - saranno solo le Banche private da cui del resto la BCE è posseduta. Saranno loro a guadagnarci ripulendosi dalla spazzatura che hanno in corpo, e sui cittadini europei, che l’euro lo devono adottare come imposizione, verranno scaricati i rifiuti mediante varie forme, dalla troika installata nei vari Paesi alle richieste di misure draconiane sino alle conseguenze dell’imposizione del costo del denaro.

Le Banche europee continueranno ad arricchirsi senza pagare dazio per le scellerate operazioni compiute.

(vlm)

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