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    Entries in BCE (174)

    mercoledì
    ott082014

    Superbanchieri in contrasto: Bundesbank vs BCE 

    Mini test di omologazione, o viceversa di lucidità: come vi suona la frase del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, secondo cui «C’è il rischio che la politica monetaria [della BCE], in particolare nell'area dell'euro, sia ostaggio della politica»?

    In realtà di “perle” analoghe ce ne sono anche altre, all’interno dell’intervista pubblicata ieri dal Wall Street Journal, ma ci arriveremo dopo. Per fissare il punto chiave basta e avanza l’affermazione che abbiamo appena citato, e che infatti è stata utilizzata dal WSJ come sottotitolo del relativo articolo. Un’affermazione che è allo stesso tempo scandalosamente fondata e terribilmente falsa. Scandalosamente fondata se si guarda alla scelta suicida con cui i governi degli Stati membri della UE decisero di delegare/regalare la propria politica monetaria alla Banca Centrale Europea, per cui quest’ultima detiene davvero la libertà di decidere autonomamente in materia. Terribilmente falsa se invece si tiene ben presente che, appunto a causa di quell’assurda cessione di sovranità, non è affatto la BCE che “rischia di essere” ostaggio della politica, ma è viceversa la politica che “è” certamente ostaggio della BCE. E quando diciamo BCE intendiamo dire, come dovrebbe essere ovvio, gli interessi prettamente bancari, e prettamente privati, che essa rappresenta.

    Ciò che irrita il singolo superbanchiere Weidmann, dunque, poggia su qualcosa che dovrebbe non soltanto irritare, ma far insorgere (con qualsiasi mezzo), le centinaia di milioni di cittadini europei che ne subiscono le conseguenze. L’abnorme protrarsi della crisi, infatti, è dovuto innanzitutto al perdurante strapotere della finanza ai danni dell’economia produttiva, e il guardiano locale di questo dominio inflessibile, e a vocazione planetaria, è appunto la BCE. Che nonostante i proclami di Draghi sulla disponibilità ad adottare le famose “misure non convenzionali” – annunciate, o favoleggiate, nel luglio 2012, per la gioia degli operatori/speculatori di Borsa e con i media che si precipitarono a scodellare l’ennesima iperbole parlando nientemeno che di «bazooka» – si è ben guardata dall’andare al di là dell’abbassamento dei tassi di interesse e della raccomandazione rivolta alle banche, ma sostanzialmente ignorata, affinché attenuassero la stretta creditizia.

    Quello che è continuato a mancare, in nome del dogma del contenimento dell’inflazione e strainfischiandosene del fatto che intanto si andava dritti verso il fenomeno, diametralmente opposto, della deflazione, è un massiccio supporto agli investimenti, sia pubblici che privati, al fine di rilanciare i livelli di produzione, occupazione e consumo. Obiettivi che in assoluto rimangono sbagliati, per chi come noi non condivide nulla del modello liberista, ma che pure sono imprescindibili nel contesto attuale.   

    Weidmann si preoccupa di tutt’altro, invece. Da un lato ribadisce che «il concetto di una banca centrale indipendente, chiaramente focalizzata sulla stabilità dei prezzi, non è né superato né fuori moda». Dall’altro si erge a paladino, paradossale, degli interessi generali dei cittadini, affermando che nel ventilato acquisto da parte della BCE di Abs (“asset backet Securities”, in pratica delle obbligazioni emesse nell’ambito di operazioni di cartolarizzazione), «c'è il rischio che pagheremo più del dovuto. Ciò rappresenterebbe un trasferimento del rischio dalle banche e altri investitori alla banca centrale e, alla fine, ai contribuenti».

    Magnifico. I “contribuenti” europei ne saranno felici: cosa volete che siano la crescente mancanza di lavoro e i tanti altri effetti negativi della crisi, a fronte di un sistema bancario che, pur di tutelarci tutti, è così saggio e guardingo?

    Federico Zamboni
    venerdì
    ott032014

    TFR in busta paga: peggio un uovo oggi…

    I soldi che non ci sono. I soldi che vanno trovati. I soldi che non si possono trovare, però, là dove sarebbe naturale farlo, ossia nella stampa di denaro da parte delle singole nazioni. Gli Stati come l’Italia vi hanno rinunciato a priori con le due decisioni – i due autentici crimini contro le rispettive popolazioni – assunte in ambito UE: il passaggio alla moneta unica in base a modalità capestro, a cominciare dai parametri fissi del Trattato di Maastricht, e l’attribuzione alla BCE del «diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote all’interno dell’area dell’euro».

    Lo sfondo è questo. E su questo sfondo, fatalmente, si colloca anche l’ultima trovata del governo, che vorrebbe mettere in busta paga, dal primo gennaio 2015, il 50 per cento della quota di TFR relativa a ciascuna mensilità: un trucchetto contabile, sulle spalle dei lavoratori che andranno a intaccare le liquidazioni future e delle aziende che si dovranno accollare un esborso anticipato e a getto continuo, che ha lo scopo di accrescere almeno un po’ il reddito disponibile e quindi, si suppone, la propensione alla spesa. Per poi presentare le conseguenze positive, laddove ci fossero, come un grande successo politico.

    Tuttavia, in perfetto stile Renzi, si cerca di trarre un vantaggio di immagine anche dall’eventuale, o probabile, impraticabilità dell’iniziativa. Visto che il nodo finanziario è la scarsa liquidità delle imprese, nell’ordine del giorno approvato lunedì scorso dalla direzione nazionale del PD è specificato che l’adozione della misura è subordinata alla messa a punto di «un protocollo tra Abi, Confindustria e governo». E mentre dal mondo bancario è già arrivato un chiarissimo segnale di disponibilità (per forza, visto che attraverso questo tipo di prestiti c’è solo da guadagnarci) con le dichiarazioni del Ceo di Unicredit Federico Ghizzoni, il versante imprenditoriale oscilla tra l’estrema cautela di Giorgio Squinzi, presidente della stessa Confindustria, e la drastica contrarietà di Giorgio Merletti, presidente di Rete Imprese Italia.

    Sempre lì si ritorna, comunque. Alla questione dei capitali che si dovrebbero iniettare nel corpo dissanguato dell’economia produttiva, e che invece sono, e restano, fuori dalla portata degli Stati. La BCE, e giusto ieri lo hanno ribadito le parole di Mario Draghi a Napoli, si arrocca sul suo mandato-dogma fissato dall’articolo 127 del Trattato sull’Unione europea, secondo il quale «l’obiettivo principale è il mantenimento della stabilità dei prezzi», e non allenta i cordoni della borsa, oppure lo fa soltanto a favore delle banche. La stretta creditizia diventa insormontabile sia per i privati, nel loro insieme, che per le pubbliche istituzioni, inchiodate dall’enorme debito pregresso e dai relativi, spaventosi interessi.

    Come si dice, la coperta è corta. Come non si dice, la coperta è stata resa corta volutamente. Allo scopo di esasperare l’insicurezza collettiva, in una versione più subdola ma altrettanto efficace della “shock economy” denunciata da Naomi Klein, e spianare così la strada alle mitologiche riforme che in teoria dovrebbero risanare il Paese, ma che invece lo renderanno solo più funzionale alla competizione globale e agli interessi di chi ne tira i fili.

    Viene in mente l’assonanza che c’è tra il significato letterale di TFR, il “trattamento di fine rapporto” tra un lavoratore e chi lo ha assunto, e la sua estensione a tutto campo: il “trattamento di fine rapporto” tra i cittadini e la politica che li dovrebbe rappresentare. Una miseria di liquidazione, snaturata attraverso lo stillicidio degli anticipi mensili, e tanti saluti agli obblighi di tutela dei governi nei confronti dei cittadini. Sorry, la giungla liberaldemocratica corre veloce verso il futuro e non se li può più permettere.

    Federico Zamboni
    martedì
    set302014

    Poteri forti? No: fortissimi

    Reduce dagli USA, dove manco a dirlo è stato molto apprezzato (da bravo ufficialetto sollecito e promettente, in visita al quartier generale), Matteo Renzi ha rilasciato un’intervista a Repubblica ed è tornato a ribadire la sua totale indipendenza dai “poteri forti”. Che a sentire lui vorrebbero fermarlo per impedirgli di rinnovare profondamente l’Italia, ma ai quali egli, ça va sans dire, non si arrenderà né ora né mai.

    In effetti lo aveva già riaffermato appena pochissimi giorni fa, a New York. Laggiù, però, si era trattato solo di un accenno («siamo pronti sfidare i poteri forti»)  condito con l’ennesima battutina appariscente e superficiale, da presentatore tv che chiacchiera senza posa e utilizza i riferimenti culturali a orecchio («più dei poteri forti, io temo i pensieri deboli»). Nel lungo colloquio pubblicato domenica, invece, il presidente del Consiglio ha aggiunto qualcosa di più, “spiegando” che «i poteri forti o presunti tali sono quelli che in questi vent'anni hanno assistito silenziosi o complici alla perdita di competitività dell'Italia».

    Chiarimento sufficiente? Nemmeno un po’. La formula era fumosa prima e fumosa rimane. In mancanza di indicazioni dettagliate e inequivocabili, con almeno un inizio di elenco che specifichi l’identità di coloro i quali appartengono alla categoria, la denuncia vale zero. E si riduce ad agitare uno spauracchio di comodo, tipo il babau delle fiabe.

    Se lo facesse qualcun altro, nella prospettiva di un rifiuto generale del sistema di potere USA-centrico che oggi domina l’Occidente, lo si taccerebbe subito di complottismo, accusandolo di puntare il dito su entità talmente imprecisate da equivalere a dei fantasmi. Viceversa, all’interno della vulgata corrente, col suo tacito impegno ad assecondare le interpretazioni conformiste e il torpore generale, la stessa vaghezza viene accettata senza batter ciglio.

    Chi sono esattamente i poteri forti? Non importa. L’importante è poterli evocare ogni volta che serve. E siccome ci si guarda bene dall’indicare chi rientra nel novero, ecco il vantaggio supplementare di non dover chiarire perché altri ne siano stati esclusi.

    Sono artifici ben noti, a chi non si sia dimenticato di quell’architrave della manipolazione collettiva che è la guerra delle parole. La guerra delle parole che, guarda caso, assomiglia molto all’approccio bellico preferito dagli USA: delle aggressioni unilaterali che vengono travestite da interventi super partes e che sono condotte a suon di bombardamenti, sottraendosi ai rischi di un conflitto a viso aperto e combattuto sul campo. Uno scontro vigliacco e quanto mai asimmetrico, imperniato su uno squilibrio enorme e permanente delle forze a disposizione, e acuito dal fatto che il nemico, essendo inchiodato sul proprio territorio, non potrà contrattaccare all’interno dei confini statunitensi. Se non con azioni isolate e paramilitari, prontamente bollate come atti terroristici.

    La guerra delle parole riproduce tutto questo in chiave mediatica. E uno dei suoi obiettivi fondamentali, su cui il Ribelle insiste da sempre, è nascondere gli interessi oligarchici del mondo finanziario dietro le apparenze di una serie di trasformazioni spontanee e ineluttabili, condensate nel termine onnicomprensivo “globalizzazione”. A questa offensiva generale (“globale”, appunto) si affiancano innumerevoli episodi specifici, a seconda delle situazioni locali. Qui in Italia, com’è noto, il concetto guida è quello del rinnovamento. Una rottura col passato che ha il suo uomo immagine nel succitato Matteo Renzi, il rampante junior manager lodatissimo da Marchionne, e che quel passato mira a presentarlo, a rappresentarlo, sotto forma di uno schieramento nemico in piena regola. Che ricomprende appunto i cosiddetti “poteri forti”.

    L’assunto, dato per scontato, è che essi siano entità prettamente italiane. E in questo modo, per nulla casuale, si esclude a priori che vi siano dei nemici altrettanto infidi anche all’estero, e altrettanto impegnati a sfruttare i privilegi già acquisiti per espanderli ancora di più. Al contrario, anzi, il sottinteso è che le grandi organizzazioni finanziarie internazionali, a partire dalla BCE, operino lealmente – e quasi in modo disinteressato – affinché l’Italia si risollevi al più presto dal suo perdurante declino.

    I “poteri forti” sono incrostazioni nostrane refrattarie al cambiamento. I “poteri fortissimi” sono élite benedette che levano alto il vessillo dell’innovazione, al puro scopo di salvarci.

    Federico Zamboni
    mercoledì
    set102014

    In Germania hanno paura: la BCE come una "bad bank"

    In attesa di conoscere i dettagli del piano del primo vero e proprio Quantitative Easing della Banca Centrale Europea per poterlo commentare a dovere, si registrano, e dobbiamo registrare, alcuni segni di reazione anche al solo annuncio fatto da Draghi giorni addietro.

    Uno su tutti, quello di Horst Seehofer, che non è proprio un signor nessuno, ma uno dei primi alleati di Angela Merkel, presidente del Partito CSU e Primo Ministro della Baviera. Secondo Seehofer, «Draghi sta comperando carta straccia».

    È un attacco frontale non solo all’operato prossimo venturo della BCE, quanto proprio a quella Merkel rea, secondo il Primo Ministro, di aver allentato molto la presa e l’influenza tedesca nei confronti di Francoforte. I contenuti della telefonata tra Draghi e la Merkel non sono noti, ma ciò che è accaduto dopo (ne abbiamo scritto qui) si inscrive comunque nel segno di un alleggerimento della situazione. Come se - la supposizione e la semplificazione sono nostre - Draghi avesse messo la Merkel con le spalle al muro: o facciamo operazioni di questo tipo, o l’Europa salta in qualche settimana. Da questo ipotetico (ma non troppo) colloquio è venuto fuori, dunque, il silenzio della Cancelliera alle operazioni di Draghi, quelle già messe in atto, come il taglio dei tassi, a quelle prossime venture, come appunto il Quantitative Easing.

    L’intervista di Seehofer, ad ogni modo, è stata rilasciata al quotidiano Bild. In Germania, la volontà da parte di Draghi di voler acquistare derivati, ABS (asset backet securities) e altri titoli è vista come una mossa del tutto sbagliata e in perfetta opposizione alla volontà di austerità imposta dalla Bundesbank al resto dell’Europa sino a ora.

    «Quando apriranno i rubinetti della BCE e compreranno carta straccia non faranno altro che impaurire molta gente in Germania».

    Ovviamente, aggiungiamo noi: sino a ora buona parte della supremazia commerciale tedesca è dovuta al fatto di essere riuscita a imporre agli altri Paesi europei, mediante la scure della BCE, tutte le restrizioni che non hanno permesso di rilanciare la loro economia (ammettendo per un solo momento che la strategia di rilancio sia quella giusta da seguire). È chiaro che un allentamento in tal senso - appunto l’alleggerimento quantitativo - sebbene a iniziare dagli istituti di credito in forte sofferenza, viene considerato dai tedeschi, di fatto, un sabotaggio allo stato attuale delle cose.

    Alle parole di Seehofer fanno eco anche quelle di un ex membro del board della BCE, Jurgen Stark, secondo il quale, senza mezzi termini, la Banca Centrale Europea rischia di diventare una «bad bank», cioè una banca che accumula prestiti tossici non performanti.

    Le politiche accomodanti per promuovere il credito, che è l’obiettivo dichiarato pubblicamente dalla BCE, sono fallimentari né più né meno che come è già avvenuto in altre parti del mondo. Perché il credito, molto semplicemente, non riparte in nessuna altra parte ove tale strategia è già stata utilizzata da altre Banche Centrali. Il denaro fluisce, mediante la pulizia dei titoli tossici dagli istituti, e questi lo utilizzano per generare ulteriori operazioni rischiose con le quali stanno continuando ad arricchirsi, noncuranti del fatto di stare innescando un’ennesima bolla prossima ad esplodere (ne parleremo nei prossimi giorni).

    A beneficiare dell’operazione, per come sarà impostata - questo lo si può già dire anche prima di conoscere i dettagli - saranno solo le Banche private da cui del resto la BCE è posseduta. Saranno loro a guadagnarci ripulendosi dalla spazzatura che hanno in corpo, e sui cittadini europei, che l’euro lo devono adottare come imposizione, verranno scaricati i rifiuti mediante varie forme, dalla troika installata nei vari Paesi alle richieste di misure draconiane sino alle conseguenze dell’imposizione del costo del denaro.

    Le Banche europee continueranno ad arricchirsi senza pagare dazio per le scellerate operazioni compiute.

    (vlm)

    martedì
    set092014

    L’Fmi ci rimbrotta: «Tirate la cinghia, europei!»

    Tiratina d’orecchie preventiva, da parte del Fondo Monetario Internazionale, a chiunque accarezzi l’idea di ritoccare i parametri di Maastricht per uscire dalla crisi tuttora in corso. Per bocca del suo direttore generale, la rigorosa Christine Lagarde (la cui tempra morale emerse benissimo, poco più di un anno fa, dalle rivelazioni sui suoi rapporti epistolari con Sarkozy), viene precisato che «Non si può parlare di politica di austerità eccessiva nella zona euro», e che al contrario «bisogna mantenere il passo nella riduzione della spesa pubblica». Infatti, «anche se l'inflazione è più debole del previsto, non può essere utilizzata come paravento per rinviare gli sforzi necessari sulla spesa». Analogamente, «la congiuntura non deve giustificare neanche dei nuovi aumenti delle tasse».

    In che altro modo intervenire, allora? La soluzione prospettata - manco a dirlo, visto che l’Fmi è nato per usare la concessione di prestiti allo scopo di imporre drastiche misure liberiste ai governi in difficoltà – sarebbe tutta di matrice finanziaria. Ovvero, per essere più chiari, usuraria. Madame Lagarde dichiara di apprezzare il fatto che la Bce «sia pronta a ricorrere a misure non convenzionali supplementari, se ciò diventasse necessario per far fronte al rischio di un periodo troppo prolungato di inflazione debole», sottolineando che Mario Draghi «ha annunciato delle azioni che vanno nella buona direzione e che in particolare fluidificheranno le capacità di credito alle imprese».

    A chiacchiere, come al solito, sono dei dottori infallibili.

    (fz)

    giovedì
    set042014

    BCE-cadabra: prossimo trucco, mister Draghi?

    Non ci resta che piangere, ovvero il Quantitative Easing vero e proprio. A essere ai minimi termini, adesso, non è solo il costo del denaro, ma Mario Draghi e la Banca Centrale Europea stessa. Non in termini economici o di incassi da signoraggio, sia chiaro, quanto per le mosse ancora possibili da mettere in campo per tentare di risollevare la situazione, almeno secondo i desiderata del loro unico criterio.

    Dunque riepiloghiamo, partendo dalla fine: la BCE ha abbassato ulteriormente il costo del denaro, malgrado le previsioni degli “analisti” non fossero tutte concordi nell’aspettarsi una decisione del genere. Non ora, almeno. Proprio questo particolare, la non totale aspettativa sul taglio dei tassi in questa circostanza, permette di mettere a fuoco un punto delicatissimo. E significativo.

    Il motivo per il quale non vi era una totale certezza che Draghi potesse tagliare ulteriormente il costo del denaro risiede in una considerazione di mero buon senso: quasi tutti gli analisti non si aspettavano una operazione del genere perché non credevano che la BCE sarebbe intervenuta così presto, dopo le ultimissime misure appena prese in altri settori, ancora prima di verificarne l’efficacia.

    Come dire: Draghi aveva deciso solo poche settimane addietro altre operazioni per contrastare la situazione, ma non ha atteso nemmeno che queste potessero almeno sperare di avere effetti. Neanche un trimestre di studio. Alla prima circostanza utile, cioè quella odierna, ha deciso di tagliare di 10 punti base il costo del denaro. In altre parole: la nave affonda rapidamente ed è necessario prendere più quante misure sia possibile. E al più presto, senza attendere oltre.

    Dal punto di vista tecnico, dunque, il tasso di rifinanziamento scende al nuovo minimo storico dello 0,05% - “parente” di 0%… - e allo stesso tempo, sempre di 10 punti base, è stato tagliato anche quello sui depositi, che passa dallo -0,1% al -0,2%. 

    In termini pratici ciò significa che le Banche hanno adesso, dal punto di vista numerico, più da perdere se lasciano il denaro in deposito rispetto a se decidono di “prestarlo”. Ciò dovrebbe indurre, secondo opinioni diffuse, a una almeno parziale ripresa dei finanziamenti.

    Non solo: tagliare il tasso di rifinanziamento a questi nuovi minimi (veramente minimi) rappresenta la volontà di perseguire la discesa del valore della moneta unica rispetto al Dollaro e alle altre valute. In questo modo, sempre molto teoricamente, l’Euro meno forte aiuterebbe le esportazioni, ridando un po’ di fiato, peraltro, all’inflazione. I mercati “abboccano”, come stiamo vedendo in queste ore, l’Euro perde valore e i listini salgono.

    Dovrebbe essere ormai chiaro, viste le ultime, quali siano stati in realtà i contenuti della famigerata telefonata tra Angela Merkel e Mario Draghi di qualche giorno addietro: la situazione sta precipitando vertiginosamente e si deve intervenire in qualche modo. Più chiaro di così.

    Sono lontani i tempi in cui su questo giornale, in tempi non sospetti, almeno a sentire gli altri media, parlavamo della possibilità - sino ad allora inesplorata - che la Banche Centrali, tra cui anche la BCE, iniziassero a sperimentare il terreno dei tassi negativi (cioè deposito 100 e mi riprendo, dopo un tot, 99,8, pur di non perderne di più…). Così come si sta verificando puntualmente, la medesima situazione, negli altri Paesi entrati nella spirale della impossibilità materiale di ripartire sino al continuare delle speculazioni virtuali.

    La finanza va avanti, le economie reali crollano, e la ripresa è più una futile speranza. I dati relativi alla stagnazione provenienti anche dalla Germania negli ultimi mesi, e quelli di deflazione pura già avvertiti in tutti gli altri Paesi - persino in Italia, dopo almeno due anni di silenzio, si parla apertamente di recessione pura - hanno insomma spinto verso una accelerazione delle “mosse” possibili da mettere in campo da parte della BCE.

    Le altre Banche Centrali, in primis quelle di Inghilterra e Giappone, avevano operato negli ultimi bollettini delle scelte di continuità, lasciando tassi bassi e continuando a inondare di moneta i mercati. Degli Usa sappiamo, a ogni nuova minaccia di riduzione sensibile del Quantitative Easing i palazzi finanziari scricchiolano sin dalle fondamenta.

    Adesso Draghi ha mosso una pedina nuova sul campo della guerra delle valute. E le altre Banche faranno le loro mosse: non permetteranno certo facilmente questa sorta di svalutazione dell’Euro nel contesto mondiale di una crisi che morde da Est a Ovest, da Nord a Sud.

    A Draghi, come detto, ora rimane solamente di portare i tassi proprio a zero (e ci siamo quasi) e di mettere in atto un reale Quantitative Easing (per come lo si vorrà chiamare). All’economia reale, cioè a tutti noi, non resta che stare a guardare le mosse, e sopportare le “bombe” che piovono sulle nostre teste. Bombe di tasse, di tagli, di riforme imposte e di depredazione della stessa dignità umana. Se non ci ribelliamo a loro, ai padroni della moneta, tutto il resto non conta. E non conterà.

    Valerio Lo Monaco
    venerdì
    lug112014

    Draghi e le sue banche

    La Banca centrale europea continua a giocare con le parole per giustificare la propria politica monetaria orientata ad aiutare e a salvare le banche da se stesse. In primo luogo dalle proprie speculazioni. Il sistema finanziario resta infatti centrale per Mario Draghi che, purtroppo per noi europei, continua ad esserne il presidente. E continua a presentare la crisi in corso come indipendente dalle scelte sciagurate e criminose finora fatte dall'istituto di Francoforte. 

    Tanto per dirne una, il non aver vincolato i giganteschi prestiti fatti alle banche europee al loro utilizzo in favore delle imprese e dei cittadini. Soldi che invece sono stati utilizzati per ricostruire il proprio patrimonio. Per l'economia reale, come abbiamo visto, niente. 

    Così, planando sullo scacchiere internazionale, l'ex vicepresidente di Goldman Sachs, una delle banche più impegnate a speculare sempre ed ovunque, la banca che lo ha formato, ha sostenuto che «i rischi geopolitici e gli andamenti nei Paesi emergenti e nei mercati finanziari mondiali potrebbero essere in grado di influenzare negativamente le condizioni economiche, anche tramite effetti sui prezzi dell'energia e sulla domanda mondiale di beni e servizi provenienti dall'area dell'euro». Insomma per Draghi e i suoi complici, impegnati nella tradizionale riunione mensile del direttivo della Bce, se l'economia europea non riuscirà a riprendersi, e se il sistema economico italiano si sgretolerà, la colpa o la responsabilità devono essere attribuite a fattori esogeni, quindi esterni, tipo i prezzi del petrolio che potrebbero riprendere a salire per le tensioni in Iraq, causate dalla guerra civile in corso. 

    Poi, bontà sua, Draghi ha citato le dinamiche dei mercati finanziari mondiali che è un po' come dire tutto e il contrario di tutto. Mercati che lui stesso ha contribuito a destabilizzare regalando di fatto soldi ai banchieri, con i quali giocare in Borsa. 

    La parola magica per Draghi resta comunque l'inflazione. Egli, come presidente della Bce, deve tenerla sotto controllo. Quello rappresenta il suo compito istituzionale. Per il resto, chi se ne importa. L'economia è in recessione? Pazienza. Forse in futuro andrà meglio. Certo, se l'eccessiva inflazione è un male, al massimo si può arrivare al 2%, anche il suo contrario non va bene. E adesso nell'area dell'Euro si sta assistendo al suo contrario. La deflazione, con la caduta dei prezzi, è una ipotesi che non fa dormire sonni tranquilli al banchiere di fede e interessi anglofoni perché avrebbe effetti catastrofici per i ricavi delle imprese, le quali sono già penalizzate da una ripresa bassa che rimarrà tale anche nel prossimo semestre. 

    Il terzo trimestre del 2014 è stato in tal senso molto inferiore alle attese e alle speranze. Che fare allora? L'economia reale deve muoversi da sola e i governi dovranno accompagnarla aumentando il campo di applicazione delle riforme strutturali. In primo luogo, quella del lavoro che dovrà essere sempre più precario e più flessibile. In base al principio che le imprese assumeranno soltanto se potranno pagare poco i nuovi dipendenti. Altrimenti, pensa Draghi e con lui i vari Marchionne ed Elkann, più i loro servi nei sindacati collaborazionisti, non sarà possibile affrontare la concorrenza dei cinesi che i dipendenti li pagano pochissimo o niente. Ma dal niente alla povertà il passo è breve pure in Italia. 

    Insomma il solito copione e le solite analisi. E soprattutto le solite conclusioni. Se l'economia europea è ferma e se c'è un pericolo di deflazione, ci dovrà pensare la Bce. “Misure non convenzionali”, è l'ipotesi di Draghi. In buona sostanza, più liquidità nel sistema, per tenere in piedi i prezzi e perché le imprese abbiano maggiori possibilità di accesso al credito. Ma più liquidità in circolazione significa soltanto, ancora una volta, più soldi alle banche che continueranno ad usare quelli che sono soldi pubblici, soldi dei cittadini, per coprire i propri buchi di bilancio. Niente credito invece né alle famiglie né alle imprese. Draghi lo sa bene ma se ne frega. Se con i soldi che lui e i suoi scudieri gli daranno, le banche continueranno a comprare titoli di Stato per garantirsi guadagni sicuri, la Bce non potrà che esserne contenta. I tassi di interesse infatti resteranno ad un livello accettabile unitamente all'inflazione. E Draghi potrà millantare di essere stato coerente con il suo incarico ufficiale. Anche se l'economia reale continuerà ad andare allo sfascio.

    Irene Sabeni
    martedì
    giu242014

    Draghi cambia appena appena: ora compera anche i titoli a lungo termine

    Indietro non si torna. Di conseguenza la Banca centrale europea continuerà a praticare la politica dei tassi di interesse bassi e dei finanziamenti agevolati alle banche con l'obiettivo che vi siano effetti positivi nell'erogazione del credito alle imprese. La linea di Mario Draghi resta quindi quella di sempre. Le banche restano il fulcro del sistema economico e tocca alla Bce sostenerle. 

    La crisi economica continua, ha ammesso l'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, la disoccupazione è ancora alta, e i timidi segnali di una ripresa nell'area dell'euro e più in generale nell'Unione, sono insufficienti per fare concludere che siamo di fronte ad una inversione di tendenza. E se il compito istituzionale della Bce è quello di tenere stabile il livello dei prezzi, questi ultimamente sono calati un po' troppo. Il pericolo adesso è quello opposto. Una deflazione che avrebbe effetti devastanti per i conti delle imprese accentuando gli effetti della recessione in corso. Le parole di Draghi sono in pratica un "disco rotto", da anni.

    Più liquidità nel sistema economico, secondo Draghi e il direttivo della Bce, servirebbe così ad alzare il livello dei prezzi e a mettere in circolo più soldi a disposizione delle imprese. Peccato che, ma Draghi non vuole ricordarlo, le banche si siano guardate bene dall'erogare soldi alle imprese preferendo utilizzare i prestiti della Bce, peraltro più che agevolati, per ricostruire il proprio patrimonio intaccato da investimenti sbagliati e da vere e proprie speculazioni. E qui sta il punto. Perché le banche hanno raggiunto questo risultato attraverso l'acquisto di titoli di Stato che garantiscono, sempre e comunque, entrate costanti e sicure. Una scelta di investimento che a Draghi non può che risultare gradita perché ha contribuito a sostenere il raggiungimento del compito “istituzionale” della Bce, ad abbassare i tassi di interesse e a tenere basso il livello dello spread tra i Bund tedeschi e titoli di Paesi a rischio come i Btp italiani e i Bonos spagnoli. Una scelta che, paradossalmente, ha legato ancora di più i destini della Bce a quelli dei Paesi “cicale”, quelli dell'area Sud, incapaci di tenere a freno la dinamica della spesa pubblica. Paesi che in tal modo si sono sentiti autorizzati a continuare con la finanza allegra. Vedi l'Italia, dove il debito pubblico è arrivato al 135% sul Pil. 

    La Bce ci ha poi messo di suo tramite l'acquisto di titoli pubblici a breve termine lasciando l'acquisto di quelli decennali ed oltre al Fondo europeo permanente salva Stati. Il cosiddetto Esm. 

    Ora Draghi si è pronunciato per un cambiamento delle regole attraverso l'attribuzione alla Bce del compito di acquistare pure i titoli a lungo termine. «In tale modo», ha suggerito l'ex governatore della Banca d'Italia, «le banche saranno più libere di finanziare l'economia». 

    Siamo in realtà di fronte ad una autentica mistificazione: Draghi sa benissimo, e con lui l'intero direttivo della Bce, e gli stessi governi, che la situazione patrimoniale e finanziaria delle principali banche europee è tutt'altro che florida. Nemmeno i prestiti triennali per mille miliardi al tasso dell'1% hanno risistemato i loro conti. Neanche i nuovi prestiti che Draghi e soci verseranno ai loro amici banchieri non finiranno dunque all'economia reale, alle imprese per gli investimenti e alle famiglie per i consumi, ma resteranno nelle casse degli istituti e saranno investiti in titoli di Stato. 

    Le banche da anni lamentano di avere in bilancio miliardi di euro di sofferenze, i crediti inesigibili. Così il loro rifiuto di erogare credito alle imprese e alle famiglie assume una sua logica perversa. L'economia non tira, sostengono i banchieri, e i nuovi prestiti da noi erogati potrebbero non tornare mai indietro. È il classico cane che si morde la coda. E se la Bce si guarda bene dal vincolare i propri prestiti ad un preciso utilizzo da parte delle banche, il risultato non può essere che quello a cui stiamo assistendo. Economia in caduta libera, migliaia di imprese in crisi a causa della stretta creditizia che sono obbligate a chiudere e una disoccupazione di massa, pari soltanto a quella del secondo dopoguerra. 

    Ma finché l'Eurozona e l'Europa dei 28 continueranno con questo approccio “finanziario”, nulla potrà cambiare.

    Sarebbe semplice, fare diversamente: obbligare le Banche a prestare denaro alle imprese se vogliono averne a loro volta dalla Bce. Ma così non si fa, ovviamente, e allora il circo continua.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    giu112014

    Gli usurai al potere

    Mario Draghi è un banchiere, non nel senso che la banca dove lavora, la Banca Centrale Europea, sia sua, ma nel senso che i suoi punti di riferimento e i suoi interessi si trovano nel mondo bancario. Lo hanno dimostrato ancora una volta le misure adottate la scorsa settimana dalla Bce che si sono caratterizzate con l'ulteriore ribasso dei tassi di interesse del quale beneficeranno appunto le banche che utilizzeranno i soldi presi a prestito (di fatto regalati) non già per finanziare l'economia reale ma per rinforzarsi patrimonialmente attraverso, ad esempio, l'acquisto di titoli di Stato. 

    Una misura che servirà ben poco ad innescare quella crescita economica della quale anche Draghi sottolinea ogni momento la necessità. Una misura che al contrario garantirà che lo spread tra i titoli tedeschi decennali e i titoli di Paesi a rischio bancarotta, come appunto l'Italia, non torni a salire raggiungendo i livelli che sarebbe fisiologico che avesse. Con il debito pubblico italiano al 134% del Pil anche un profano di economia capirebbe che lo spread sotto i 200 punti è semplicemente un assurdo. 

    Nel novembre 2011, quando Berlusconi si dimise, il debito era al 120% e lo spread a 570 punti. C'è del marcio nella finanza e in questo caso specifico il fatto è di per sé evidente. Le banche, ha detto l'ex (sic) Goldman Sachs presentando il taglio dei tassi, «potranno ottenere soldi gratis per quattro anni purché prestino all’economia reale». Gratis, appunto. 

    Anche i mille miliardi di prestiti triennali al tasso dell'1%, versati tra novembre 2011 e marzo 2012, erano stati presentati come funzionali alla ripresa economica e quindi al finanziamento dell'economia reale ma poi il tutto è rimasto lettera morta. Niente soldi alle imprese per investire e niente soldi alle famiglie per investire. 

    Questo atteggiamento a favore delle banche è in effetti così spudorato che anche alcuni quotidiani della borghesia del Nord, quelli che vedono le banche tra i propri azionisti, hanno dovuto parlare di “regalo alle banche”. Il che è tutto dire. 

    Draghi ha giustificato il suo intervento con la necessità di impedire il fenomeno della deflazione. Più liquidità in circolazione, ha cercato di spiegare, contribuirà a innescare quei rialzi dei prezzi dei quali le imprese hanno bisogno. In buona sostanza però, le banche che già hanno i propri bilanci oberati da crediti inesigibili, le sofferenze, si guarderanno bene dall'erogare nuovo credito in base alla considerazione che quei prestiti potrebbero rivelarsi a loro volta come sofferenze. Il classico cane che si morde la coda. 

    Nessuna prospettiva di superare la crisi dalle misure della Bce, dunque, ma una semplice gestione dell'esistente. Più soldi alle banche per comprare titoli di Stato. Una misura che affiancandosi agli acquisti di titoli da parte della Bce (triennali) e del fondo salva Stati (decennali) impedirà il rialzo dei tassi di interesse e la ripartenza dell'inflazione. E visto che la stabilità dei prezzi è il fine istituzionale della Bce, Draghi potrà trarne motivo per affermare di avere compiuto il proprio dovere. Affermazione che è una autentica presa per i fondelli. Misure che hanno contribuito a rafforzare le quotazioni dell'euro sul dollaro ma che proprio per questo hanno massacrato migliaia di imprese costrette alla chiusura in quanto non più competitive e innescato una disoccupazione di massa. 

    A corollario di questo sfascio si erge in queste ore l'inchiesta della procura di Trani che ha messo sotto accusa i vertici delle banche italiane per avere imposto tassi usurai alla clientela. Ma fra niente credito e prestiti usurai non c'è una via di mezzo?

    Irene Sabeni
    mercoledì
    mag282014

    Fate una bella cosa, tifosi di Renzi & Ue

    A futura memoria: chiunque abbia votato per i partiti “europeisti” – e in particolare, qui in Italia, per il Pd di Matteo Renzi – non è semplicemente un illuso, ma un diretto corresponsabile di tutto quello che accadrà d’ora in avanti in campo economico e politico.

    Ancora più che in passato, quando certe strategie potevano sfuggire a chi non le osservasse con la dovuta attenzione, non si può concedere nessuna scusante. La verità è semplicissima e brutale: chi si ostina a sostenere l’establishment è un suo connivente. Ovvero, per usare un termine ancora più esplicito, un suo complice. E ad attenuarne la colpa non basta di sicuro il fatto che questa complicità sia destinata a risolversi in un boomerang, per cui le durissime conseguenze delle trasformazioni sociali cui andiamo incontro ricadranno anche sulla generalità dei cittadini che oggi le assecondano, o addirittura le esaltano.

    Chi si mette nelle mani di un potere spietato e cinico, che quantomeno in Occidente coincide con la finanza speculativa di cui Bce e Federal Reserve sono i perni istituzionali (e fintamente pubblici), perde ogni diritto a lamentarsi. Avendo scelto di lasciarsi asservire a interessi palesemente oligarchici, nella speranza di riceverne in cambio qualche vantaggio, è tenuto a sapere che la sua non è una forma di fiducia, per quanto ottusa, ma un investimento azzardato, che rovinerà la stragrande maggioranza di coloro che ci cascano. Come si dice nel linguaggio di Borsa, si tratta del “parco buoi”: soggetti pronti ad andare al macello, e tanto di guadagnato se non se ne accorgono e se non traggono alcun insegnamento dalla sorte, fatale, di chi li ha preceduti.

    Sono stati truffati? Certo che no. Hanno solo sbagliato i loro calcoli, con l’aggravante di aver distolto lo sguardo da ciò che avevano lì sotto il naso e che poteva facilmente servire a disingannarli, se soltanto avessero avuto (se soltanto avessero voluto avere) quel minimo di lucidità e autonomia che è necessario per scuotersi dal torpore collettivo. Invece no. Invece di giudicare in maniera spassionata i nuovi e vecchi imbonitori, cogliendone la sostanziale omogeneità rispetto ai temi davvero cruciali, connessi all’offensiva neoliberista che mira ad affermare ovunque i modelli sociali statunitensi, si sono adagiati una volta di più sul consueto bisogno di rassicurazione.

    Ansiosi di tornare agli standard di prima della crisi, o se non altro a una loro discreta imitazione, hanno abboccato alle promesse di rilancio a tutto campo, inchinandosi di buon grado al totem del Pil. Come se fosse ancora lecito ignorare che esso, il Pil, è un dato da prendere con le molle, visto che da un lato è basato su parametri a dir poco opinabili e dall’altro, soprattutto, prescinde da qualunque garanzia di un’equa distribuzione della ricchezza complessiva.

    Un miscuglio di opportunismo babbeo e di frivola vigliaccheria che ha inibito ogni attività intellettiva, e politica, e democratica, degna di tal nome e che ci ha portati a quel che sappiamo. La schiacciante vittoria del Pd, cui vanno affiancati i consensi raccolti dagli alleati espliciti del Ncd-Udc e dai finti oppositori degli altri spezzoni dell’ex PdL, e dunque l’avallo a un avvenire che nelle linee guida prosegua nel segno del recente passato. Un’Europa ancora dominata dalla Troika, con l’unica, eventuale differenza di un blando allentamento del “credit crunch” tramite misure straordinarie imperniate su una variante europea e su scala ridotta dell’enorme quantitative easing adottato dalla statunitense Federal Reserve, e un governo nazionale che acceleri il passo sulla via delle privatizzazioni e del ridimensionamento del welfare. 

    A futura memoria, quindi, chiunque abbia votato per il Pd di Renzi, o per uno qualsiasi degli altri partiti che vogliono mantenerci succubi dell’euro e dell’attuale (stramaledetta) Unione europea, dovrebbe mettere per iscritto questa sua scelta e custodire il relativo foglietto con ogni cura. In modo da poterlo recuperare non appena si saranno dispiegati appieno gli effetti delle riforme ormai incombenti, e domandarsi se ciò che avrà raccolto coincide oppure no con ciò che si augurava.

    Dopo di che, sempre che gli sia rimasta una briciola di consapevolezza, potrà fare nei confronti di sé stesso quello che ha omesso di fare domenica scorsa nei riguardi di Renzi & C.: mandarsi affanculo.

    Federico Zamboni      
    lunedì
    mag122014

    Draghi, l'amico delle banche, conferma gli "aiuti"

    Il lupo mantiene il pelo e purtroppo pure il vizio. Mario Draghi ha annunciato di essere pronto all'ennesimo regalo alle banche, ribadendo in tal modo che le banche sono il centro della vita economica e che devono continuare ad esserlo.  

    L'ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, transitato purtroppo alla presidenza della Bce, ha annunciato che sono in arrivo misure “non convenzionali” nell'ambito della politica monetaria. Un termine molto caro a Draghi che da mesi lo utilizza per anticipare le prossime mosse della Banca centrale europea. Nella abituale riunione mensile del direttivo dell'istituto di Francoforte è stato deciso di lasciare invariati i tassi di interesse, ad incominciare da quello di riferimento che resterà così allo 0,25%.  Draghi ha ammesso che nel direttivo si è discusso a lungo se abbassare ancora i tassi, in base alla considerazione che la ripresa economica è ancora troppo bassa e che di conseguenza tassi più bassi potrebbero favorire l'erogazione di credito alle imprese. A frenare tale misura sono stati però i pericoli di deflazione presenti nell'area dell'Euro. Una deflazione che sta mettendo in seria difficoltà le imprese che hanno investito e che ora rischiano di vedere tagliati i ricavi che avevano stimato di incamerare e rischiano di vedere finire in rosso i propri conti. 

    La deflazione rischia insomma, grazie ad un effetto domino, di trasformare l'attuale recessione in una devastante depressione. Certo, Draghi e soci hanno sempre tenuto a sottolineare e a ricordare che il compito istituzionale della Bce è quello di garantire la stabilità dei prezzi, ma tra stabilità e crollo c'è una bella differenza. 

    La politica monetaria “non convenzionale” di Draghi resterà quindi la stessa. Si aumenterà la liquidità in circolazione prestando soldi alle banche ad un tasso più che favorevole. Draghi e soci lo hanno già fatto. Tra il novembre del 2011 e il marzo dell'anno seguente, la Bce erogò infatti prestiti triennali alle banche dell'Eurozona per oltre 1.000 miliardi di euro al tasso dell'1%. Soldi regalati quindi. Soldi che le banche avrebbero dovuto utilizzare per sostenere la cosiddetta “economia reale”. Quindi gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Questo almeno in teoria. Perché Draghi si guardò bene dal vincolare quei soldi ad uno specifico utilizzo tanto che le banche li utilizzarono per tutt'altri scopi. Siccome prestare soldi alle imprese e alle famiglie è considerato rischioso, le banche hanno preferito prestarli agli Stati che come tali non possono fallire e che garantiscono il rimborso del capitale e il pagamento costante di interessi. In tal modo le banche sono state messe nelle condizioni di ricostruire il capitale proprio, intaccato da speculazioni e da investimenti dagli esiti disastrosi. 

    Una deriva che ha danneggiato l'economia reale, in Italia la stretta creditizia è una realtà eclatante, ma che nell'ottica di Draghi è stata positiva. Essa ha contribuito a calmierare il livello dei tassi di interesse, a tenere basso il livello dello spread tra i Bund tedeschi (i più affidabili dell'area dell'Euro) e i titoli di Paesi a rischio come i Bonos spagnoli e i Btp italiani e di conseguenza tenere bassa anche l'inflazione. Peccato che una misura del genere, almeno nel caso dell'Italia, sia stata in palese contraddizione con la politica della austerità predicata sia dalla Bce che dalla Commissione europea. Organismi che predicano da anni la necessità della riduzione del debito e del disavanzo pubblici in nome del rispetto dei vincoli del Patto di stabilità. E nel caso dell'Italia la bonaccia finanziaria ha fatto sì che il debito schizzasse sopra il 134% rispetto al Pil. Oltretutto, questa stabilità finanziaria sui mercati, che non aiuta l'economia reale, è stata sostenuta anche dall'acquisto di titoli pubblici a breve e a lungo termine compiuta rispettivamente dalla Bce e dall'Esm, il fondo europeo permanente salva Stati. Una bonaccia finanziaria che sempre nel caso dell'Italia ha visto scendere lo spread sotto quota 145 punti. Un vero assurdo se si pensa che nel novembre del 2011 quando cadde Berlusconi il debito era al 120% e lo spread a 570 punti. 

    Draghi, che non è molto amato in Germania, sia come italiano che come anglofono e anglofilo, si è tolto qualche sassolino dalle scarpe ricordando che anche Francia e Germania in passato sforarono il tetto del disavanzo previsto dal Patto di Stabilità. Io non ero alla Bce, voleva dire l'ex Goldman Sachs, quindi non posso essere accusato di omesso controllo

    Resta il fatto che la Merkel non ha gradito. E resta il fatto che in Italia, della situazione, non c’è traccia nel dibattito pubblico.

    Irene Sabeni
    mercoledì
    apr092014

    Il Fmi in difesa delle banche, ovviamente

    La stretta creditizia in Italia, a causa dei suoi inevitabili impatti sociali ed economici, preoccupa anche il Fondo monetario internazionale. Il che è tutto dire. L'organismo usuraio di Washington è infatti da sempre un araldo delle ragioni del Libero Mercato e all'interno di esso degli interessi delle banche. Niente di diverso dalla filosofia di base e dalle modalità operative di altre similari istituzioni come la Banca mondiale e la Bce. 

    In un suo rapporto, il Fmi sottolinea che mentre Germania e Stati Uniti hanno quasi completamente superato la stretta creditizia, conseguenza della crisi finanziaria del 2007-2008, altri Paesi, come appunto l'Italia, sono ancora condizionate dalle debolezze del settore bancario. 

    Non siamo soli comunque. Francia, Spagna e Irlanda ci fanno compagnia. I ”tecnici” del Fmi sottolineano che un allentamento della stretta creditizia o addirittura un ritorno a rapporti normali e fisiologici tra banche e imprese potrebbe portare ad un aumento annuo di circa il 2% del Prodotto interno lordo. Sai che scoperta, ci sarebbe da commentare. 

    L'organismo presieduto dall'ex ministro francese delle Finanze, Christine Lagarde, parte da una analisi giusta e corretta dal punto di vista tecnico, ma finisce però per inciampare nelle contraddizioni derivanti dall'essere una struttura non indipendente e condizionata dal suo ruolo di gendarme degli equilibri (e dei disequilibri) finanziari globali e dal peso dei suoi finanziatori, gli Stati Uniti in primo luogo. È banale infatti affermare che la stretta creditizia impedisce la crescita. Se le banche non prestano soldi alle imprese, queste non possono investire in nuova tecnologia, non assumeranno nuovo personale, non compreranno materie prime e le aziende fornitrici non potranno fare altrettanto e via avanti così, come ci insegnano le teorie economiche grazie al più classico effetto moltiplicatore. Ma sono invece le soluzioni suggerite ed auspicate dal Fmi a confermare come la sua attenzione sia rivolta soprattutto alla salute delle banche che in Europa come negli Usa sono state massicciamente aiutate con risorse pubbliche. In Europa dalla Bce e da altri meccanismi statali. Negli Usa dal Tesoro e dalla Federal Reserve. Così il Fmi, arriva ad affermare che se la priorità per l'Eurozona è quella di creare le condizioni per una crescita economica più forte e di lunga durata, bisogna al tempo stesso evitare che si creino rischi di deflazione (che danneggerebbero le imprese) ed assicurare la stabilità finanziaria. Quella dei conti pubblici. Il tasso di inflazione “fisiologico” è fissato dal Fmi ed anche dalla Bce intorno al 2% annuo. Al contrario, affermano i tecnici della Lagarde, una inflazione più bassa in un Paese come l'Italia con un alto debito, complicherebbe ancora di più la situazione e porterebbe ad un rialzo dei tassi di interesse. 

    Le conclusioni sono in linea con quelle della Bce. Le politiche macroeconomiche dei governi dovrebbero restare “accomodanti” e quindi i governi dell'Eurozona dovrebbero sostenere ulteriormente la domanda interna. Come? Presto detto. Attraverso “un maggiore allentamento monetario”. Quindi, dando altri soldi alle banche. Le stesse cose che dice Draghi quando annuncia misure “non convenzionali”. E infatti il Fmi, dopo aver parlato di "ulteriori tagli ai tassi di interesse” auspica “operazioni a lungo termine di finanziamento alle banche”. 

    Se si pensa che la Bce ha prestato tra il 2011 e il 2012 (con Draghi alla guida) ben mille miliardi di euro alle banche al tasso dell'1% e che quei soldi sono stati usati per ricapitalizzarsi e non per aiutare l'economia reale, si capiscono bene le relazioni di interessi che si sono venute a creare tra controllori e controllati. Una ricapitalizzazione necessaria perché le banche dell'Eurozona erano piene di debiti a seguito di investimenti andati a male e di speculazioni vere e proprie. Così, tanto per andare sul sicuro, quei soldi sono stati utilizzati in Germania come in Italia per comprare titoli di Stato che garantiscono entrate finanziarie sicure e continue in termini di interessi. E questa scelta ha legato sempre di più il destino delle banche a quello dei conti pubblici nazionali. Con la differenza che in Germania settore statale e settore privato costituiscono un blocco monolitico e tale peculiarità, attraverso un abile gioco di sponda, ha permesso di reagire alla crisi in maniera unitaria. In Italia non è stato così. Ma evidentemente gli aiuti pubblici (perché tali sono) della Bce non sono stati sufficienti ed ora si vuole fare il bis. 

    Ma più soldi alle banche non significa assolutamente la ripresa del credito alle imprese. Le indiscrezioni filtrate dagli uffici della Bce su acquisti di titoli pubblici per 1.000 miliardi (la Bce può acquistare quelli fino a 3 anni) faranno entrare di fatto la Banca Centrale in apparente concorrenza con le altre banche, ma non le obbligheranno a tornare a finanziare le piccole e medie imprese che in Italia rappresentano chi investe e chi produce. 

    Anche in questo caso le banche hanno scelto di non rischiare e continuano a dare soldi, ad esempio, ad un gruppo come la Fiat che ha scelto di smobilitare e di lasciare in Italia il solo settore delle auto di lusso. 

    Con tale approccio, in sostanza, la crescita resterà una chimera.

    Irene Sabeni
    martedì
    apr082014

    Quelle misure "non convenzionali", che non servono a nulla

    Delle “misure non convenzionali” che la Banca Centrale Europea sarebbe in procinto di mettere sul tavolo si inizia ora a parlare seriamente anche sui media di massa. Su questo giornale, e in pochissimi altri posti, se ne parla da oltre un anno. Non per mere capacità esoterico-anticipatorie, ma semplicemente per un uso della ragione scevro da altri condizionamenti legati alla propaganda di sistema cui si è abituati altrove.

    Intanto registriamo che il pericolo deflazione non era solamente un maglio agitato dai “complottisti” della rete, ma una realtà già presente in Europa da mesi e mesi, malgrado il termine non sia mai stato pronunciato da Mario Draghi e dai suoi sgherri e sia stato ostentatamente proposto quello, meno allarmante, di crescita negativa oppure, ancora più soft, quello di “bassa crescita”. Fandonie: l’Europa è in deflazione molto più che quanto gli stessi indicatori e le previsioni lascino intendere. Tanto che, appunto, la BCE sta cercando di correre ai ripari con metodi non ortodossi, cioè diametralmente opposti a quelli del mantra del libero mercato. Come dire: il libero mercato si regola da sé, e se anche non ce la fa, non è che lo si metta in discussione, ma semplicemente ne si cambiano le regole alla bisogna.

    In secondo luogo dobbiamo registrare l’ennesima dimostrazione eloquente del fatto che il valore di spread non c’entri nulla con i “fondamentali” economici dei vari Paesi, ma sia determinato e guidato da altre dinamiche, tutte interne e collegate a quelle della speculazione finanziaria: è bastato il solo accenno da parte di Draghi a queste misure “non convenzionali” per far scendere ulteriormente il nostro spread malgrado la situazione reale dell’Italia sia considerevolmente peggiore rispetto a quando il nostro scarto con i Bund tedeschi veleggiava attorno a quota 500. Allora il motivo risiedeva nella strategia di voler sostituire Berlusconi con uno qualunque degli uomini necessari a far digerire all’Italia tutto quanto è venuto dopo. Napolitano si prestò all’operazione e poi avemmo Monti, quindi Letta e adesso Renzi. Tutti nello stesso solco, tutti con il medesimo obiettivo, con una differenza enorme per quanto riguarda l’ultimo del terzetto: grazie alla deficienza (letteralmente, incapacità di capire la situazione) del popolo italiano, Renzi sarà l’uomo con tutte le carte in regola per far passare - tra un sorriso, una battuta, e una sciocchezza - ciò che l’austero Monti e il mellifluo Letta non sarebbero riusciti a fare. 

    Lo spread basso di questi giorni, la claque ricevuta durante il tour in Europa, le parole di Mario Draghi sono un balsamo per ciò che il Presidente del Consiglio si appresta a fare. Dopo le elezioni europee, cioè a risultato elettorale acquisito, naturalmente.

    Lo schema, a livello interno, è semplicissimo: tanta carota (di plastica) sino alle elezioni di maggio, e poi la scure, inevitabile, quando gli italiani avranno già energie e attenzione bruciate dal caldo di luglio. 

    Tornando all’Europa, le parole di Draghi e le prossime misure che pare verranno messe in campo - e ovviamente ne potremo parlare con maggiore cognizione quando esse saranno rese note - denotano un quadro di riferimento molto chiaro: la situazione economica non cambia perché semplicemente, dati i presupposti e date le “cure” imposte dal 2009 in poi, “non può” cambiare. È, in modo elementare, impossibile che cambi. E dunque si devono prendere altre misure. Dove le parole “non convenzionali” devono essere lette con il termine “illusione”. Della serie: non si cresce perché non si può crescere, stanti così le cose, e dunque si passa alla chimica, al sintetico, al falso. Cioè creazione di moneta dal nulla e sua immissione nelle vene dove scorre un sangue anemico. Poi si vedrà. 

    C’è la questione Germania, da sempre contraria a un intervento della BCE per cercare di riequilibrare una situazione che pure i tedeschi hanno contribuito a creare e dalla quale hanno avuto solo da guadagnare, sino a ora. Il motivo è chiaro: ove intervenissero fattori esterni “non convenzionali” ad alterare l’ambiente di coltura delle fortune tedesche, la Germania vedrebbe arretrare la sua posizione dominante. E dunque vi si oppone.

    È nostra impressione, però, che al momento, oltre alle dichiarazioni di facciata provenienti da Berlino, sulla falsariga di quelle che arrivano da anni per porre qualunque veto a operazioni di aiuto degli altri Paesi sui quali di fatto la Germania specula, al Bundestag si siano ormai convinti che a livello europeo la situazione è davvero insostenibile e senza via di uscita. Con in più il campanello d’allarme dei partiti e dei movimenti euroscettici che malgrado il fuoco incrociato di tutti i media di regime, in ogni Stato, si stanno facendo comunque strada, a forza di intercettare e dare voce al malcontento e alla disperazione dei popoli, con prospettive elettorali (quelle delle elezioni di maggio) che iniziano sul serio a essere rischiose. Per loro, naturalmente. A nostro avviso anche la Germania inizia a capire che delle operazioni di “alleggerimento”, da parte dell’Europa nei confronti soprattutto dei Paesi in forte crisi, siano ormai inevitabili. E siano anzi anche utili, per tenere in piedi delle economie che altrimenti non sarebbero comunque in grado di sostenere neanche le esportazioni tedesche.

    In altre parole, la Germania deve piegarsi a soluzioni di questo tipo per i suoi stessi interessi, almeno per il momento. Ecco il motivo per il quale non si sta oggi opponendo alle parole di Draghi così duramente come fatto sino a qualche mese addietro. 

    In senso parziale ciò che ci aspetta è dunque una serie di norme in grado di alleggerire gli effetti negativi e perversi del crollo del sistema che stiamo vivendo. Né più né meno che come sta avvenendo per gli Stati Uniti, tecnicamente falliti da decenni, ma ancora in piedi grazie all’illusione finanziaria messa in campo dalla Federal Reserve. Dal punto di vista pratico, l’intervento di una sorta di Quantitative Easing alla europea servirà dunque a tamponare due fenomeni sopra ogni altro. Lo sprofondare della deflazione e l’aumento vertiginoso della disoccupazione. Non ci vorrà moltissimo per vedere un rallentamento di questi due effetti ormai in servizio permanente in Europa. 

    È una buona cosa? Parzialmente, sì. Dal punto di vista tecnico, fermare almeno un po’ l’incancrenirsi di deflazione e disoccupazione non può che rallentare la discesa nel baratro che stiamo vivendo, e ciò si ripercuoterà, ma solo in parte, anche nell’economia reale, cioè su tutti noi. Ma non è ovviamente il caso di tirare sospiri di sollievo o addirittura di festeggiare come invece si apprestano a fare in molti e hanno iniziato già a fare “i mercati” al solo annuncio di Draghi.

    I motivi sono presto detti. Il primo è di carattere generale, il secondo è molto più tecnico.

    Per quanto attiene al primo punto basti l’elementare considerazione in merito al perché la BCE sia in procinto di fare una operazione del genere: nessun meccanismo, tra quelli evidenziati dallo scoppio della crisi finanziaria, è stato corretto, variato, o cancellato. Tutto è rimasto come prima, la speculazione ha continuato ad andare avanti per la sua strada e soprattutto nessun elemento fallimentare di questa gestione dell’economia mondiale è stato messo in discussione. I punti cardine che più volte ci hanno fatto definire il nostro modello di sviluppo non sostenibile (né dal punto di vista economico né da quello climatico né da quello sociale) sono stati esaminati e giudicati per quello che sono: un processo e un metodo sbagliati che non possono che far avvitare la situazione su se stessa, peggiorandola. Tanto che oggi, appunto, si ricorre alla droga per tenere in vita un malato moribondo.

    Per ciò che riguarda il secondo punto può bastare osservare gli effetti che un tale sistema ha portato dove è già stato applicato, in modo particolare negli Usa: la disoccupazione non ha continuato a salire, o è addirittura scesa, almeno secondo le statistiche, grazie al fatto che i cittadini hanno iniziato ad accettare impieghi che tutto sono fuorché “un posto di lavoro”, come i mini jobs, oppure incarichi a tempo parziale, sottopagati, e non in grado di far sostenere a chi li pratica una vita decorosa, tanto che questi pseudo-lavoratori (occupati a tutti gli effetti, per gli studi di statistica locali), pur “lavorando”, sono costretti a ricorrere a tante strutture di sussistenza. È il nuovo soggetto di lavoratore povero, non certo un bel risultato. Dal punto di vista della valuta, il Dollaro ha continuato a “reggere” sia per il sostegno avuto dall’intervento monstre della Fed sia per il contestuale attacco all’Europa che sino a ora, non operando allo stesso modo degli Usa, non ha potuto che soccombere a una economia che invece è stata del tutto supportata artificiosamente. Dal punto di vista più meramente finanziario e macro economico, infine, il Quantitative Easing della Fed, pompando denaro nel sistema, ha portato con sé una caratteristica fondamentale e un (primo, ma altri verranno) effetto collaterale. La caratteristica è quella di veder dirigere tale denaro non direttamente all’economia reale, ma sempre verso quei soggetti che tale denaro hanno usato e continuano a usare per operare sui mercati finanziari con i giochi di prestigio tipici della speculazione. L’effetto collaterale è stato quello di mettere in crisi tutte le altre economie deboli e debolissime che, legate a vario titolo al Dollaro, o comunque non del tutto indifferenti alla bizze di questa valuta impazzita, ne stanno pagando le conseguenze (ad esempio il caso Argentina).

    Una rapida sintesi in merito alla efficacia delle operazioni di Quantitative Easing è dunque in quello che abbiamo appena detto: un sistema disperato, che non funziona come dovrebbe e che pone le basi per ulteriori e più grandi disequilibri macroeconomici e dunque che è in grado di far montare e innescare una ennesima nuova bolla.

    Ecco, l’Europa ha “scelto” di affidarsi allo stesso protocollo. Dopo anni di ritardi, si attacca alla droga, che peraltro sappiamo già che non risolve il problema.

    Valerio Lo Monaco
    lunedì
    apr072014

    I conti della Bce e quelli dell'Ocse. E noi a subire il tutto

    La Banca centrale europea di Mario Draghi ci ha abituato da tempo alla solita sceneggiata. Nonostante i nostri “sforzi”, ci spiegano da Francoforte, l'economia europea non cresce come dovrebbe crescere. Dove gli “sforzi” in questione sono rappresentati dalla enorme liquidità buttata nel sistema finanziario, ossia nelle tasche dei banchieri, ad esempio attraverso il sistema del Long Term Refinancing Operation messo in atto a suo tempo. 

    Aiuti che non sono stati usati per finanziare le imprese ma soltanto per salvare le banche che, sulla scia di quelle anglofone, avevano preso a giocare con i derivati ed altri titoli similari con il risultato di trovarsi a pezzi sia dal punto di vista finanziario che patrimoniale. Ma, a fronte di una economia che stenta a riprendersi e del pericolo concreto di un fenomeno come la deflazione che ne è la conseguenza, Draghi non intende cambiare approccio. 

    In marzo l'inflazione annua ha toccato lo 0,5% nell'Eurozona e la Bce, grazie anche ai propri interventi, spera che nel 2016 tocchi il 2% che è considerato un livello fisiologico e tale da sostenere una accettabile crescita economica. Più liquidità nel sistema, diceva Keynes e non solo lui, comporta un aumento del livello dei prezzi. Draghi ha annunciato ancora una volta, lo sta facendo da mesi, che la Bce è pronta a misure “non convenzionali” come l'acquisto di titoli pubblici. Avendo lasciato allo 0,25% il tasso di riferimento, le altre opzioni si concretizzeranno in una altra immissione di liquidità nel sistema da cui avrà benefici soltanto il sistema finanziario. 

    Per un Draghi cresciuto alla scuola della Goldman Sachs questa attenzione verso le banche fa parte del suo Dna. Poi, giusto per fare vedere che si preoccupa anche dell'economia “reale”, il presidente della Bce ha messo sotto accusa gli scarsi risultati raggiunti dall'Italia, come da altri Paesi, sulla via della riduzione del debito pubblico. E a seguire, ha lamentato l'aumento della disoccupazione che un Paese come l'Italia non riesce a contrastare con una seria riforma del mercato del lavoro. 

    Stiamo tenendo sotto controllo la situazione, ha insistito, ma i Paesi membri dell'Eurozona devono realizzare le riforme “strutturali”. Le banche, sarebbe il caso di rispondergli, dovrebbero a loro volta tornare finalmente a fare credito alle piccole e medie imprese. Un monito che l'ex Goldman Sachs si è ben guardato dal lanciare perché la responsabilità dell'attuale crisi è in buona parte sua considerato che non aveva vincolato al finanziamento dell'economia “reale” tutti i soldi (mille miliardi di euro) versati alle banche europee tra il novembre 2011 e il marzo 2012. Soldi di fatto regalati, in quanto scontavano un tasso di appena l'1% annuo. 

    A bloccare la ripresa in Italia è infatti la stretta creditizia che sta strozzando le famiglie e le piccole e medie imprese che rappresentano la struttura portante del nostro sistema industriale. Se Draghi si diverte nel ricordare a Renzi e Padoan che devono tagliare il debito pubblico all'interno del Patto di Stabilità (portarlo entro 20 anni al 60% sul Pil) e azzerare il disavanzo in tre anni, dall'Ocse è arrivato un avvertimento all'Italia che è gravido di conseguenze spiacevoli. Dicono i tecnocrati di Parigi che da qui al 2023 ci vorrebbe un avanzo primario annuo medio del 5%. Se si tiene conto che quello del 2012, grazie ad una barca di tasse, è stato appena del 2,2%, ne consegue secondo l'Ocse che quel traguardo è impossibile da raggiungere con l'attuale politica economica. 

    Il ministro Padoan, che dell'Ocse è stato capo economista, potrà così proporre la misura che da tecnico suggeriva all'Italia. Quella di una tassa patrimoniale straordinaria con la quale tamponare i buchi dei conti pubblici. Una misura che verrebbe giustificata con il permanere di una bassa crescita economica che taglia le entrate fiscali e contributive. Ma che finirebbe per ammazzare il malato. Cioè noi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    mar272014

    Visco: "La centralità dell'economia reale". Almeno a parole...

    venerdì
    gen242014

    Il Fondo Monetario rivende speranze. Vane

    giovedì
    gen232014

    Merkel: stretta sulle banche, ma non troppo

    lunedì
    dic022013

    Vogliono privatizzare anche Bankitalia

    mercoledì
    nov202013

    Rilancio USA: ci vorrà una “bella” guerra?

    mercoledì
    nov202013

    Bce: allentamento monetario possibilità

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