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    Entries in Beppe Grillo (225)

    lunedì
    giu232014

    Bilancio su Grillo. Con “outlook” negativo

    Sette anni esatti dall’annuncio, nel giugno 2007, del primo V-Day, che poi si svolse il successivo 8 settembre. E quasi cinque dalla costituzione ufficiale, il 4 ottobre 2009, del MoVimento 5 Stelle.

    In assoluto non sono moltissimi, ma sembrano comunque abbastanza per una valutazione complessiva dell’attività politica di Beppe Grillo. Specialmente in una fase, come quella attuale, in cui la crisi del 2007-08 ha fatto emergere con ancora più forza la questione fondamentale del nostro tempo: il rapporto tra società ed economia “di mercato”. Ossia, se ci fosse bisogno di esplicitarlo, tra la libertà di autodeterminazione dei singoli governi, e quindi dei rispettivi popoli, e i condizionamenti imposti dal modello dominante, incardinato sugli interessi delle oligarchie che gestiscono la finanza internazionale. 

    Il problema immediatamente connesso è ovvio: è il giudizio che bisogna dare – e l’atteggiamento che si deve tenere – nei confronti dei partiti. Quei partiti che si accapigliano su tutto ma che alla resa dei conti non smettono mai di assecondare l’odierno assetto delle democrazie occidentali, sull’asse che lega i vertici di USA e UE. Ben prima dei giudizi specifici, perciò, il punto da affrontare è quello della loro credibilità o meno come rappresentanti degli interessi popolari, nella prospettiva non già di una mera attenuazione nelle iniquità esistenti ma di un loro superamento. Il quale implica, naturalmente, la rimozione delle cause profonde che hanno determinato tali disparità, che sono talmente forti, deliberate e persistenti da costituire delle vere e proprie ingiustizie e da esigere che i responsabili di una sopraffazione così cinica e insistita vengano quantomeno identificati/denunciati con estrema chiarezza, in attesa di poterli neutralizzare come meritano.

    Con la stessa chiarezza, pertanto, va tracciata la linea di demarcazione tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Tra la “casta”, verrebbe da dire concentrandosi sull’Italia e adeguandosi a certi schemi correnti, e chi la combatte. Ma si tratta di un’espressione equivoca, e fuorviante. La chiave di volta del disastro italiano non risiede nel malgoverno esercitato a colpi di privilegi ingiustificati e di autentiche ruberie da codice penale: per quanto gravi, e da sanzionare duramente, queste condotte non sono altro che fenomeni collaterali. La colpa essenziale, la colpa “storica”, consiste nell’aver lasciato che le sovranità nazionali venissero sacrificate ai diktat finanziari, lanciati ora dalle banche centrali, ora da quello che potremmo definire “il fronte della speculazione”, includendovi tanto gli operatori di Borsa quanto i media più o meno specializzati, le agenzie di rating e ogni altro soggetto che si dia da fare per puntellarne le attività – e il terrificante potere.

    Lungo questo discrimine, dunque, va giudicato anche Beppe Grillo. Che in questi anni si è certamente scagliato contro molti degli abusi in corso, mettendo nel mirino anche alcune misure-capestro sovrannazionali come il Fiscal compact e sollecitando un referendum sulla permanenza dell’Euro, ma che tuttavia si è sempre astenuto dal tracciare un quadro complessivo delle sue chiavi di lettura e dei suoi obiettivi. A tutt’oggi non è dato sapere, con la dovuta certezza, se lui e il M5S rifiutino il modello neoliberista in quanto tale, o se invece si accontentino di auspicarne una variante migliorativa. Una versione “light” che pur introducendo qualche limite all’azione dei privati a caccia di lucro, e pur esercitando un controllo assai più stringente sui politici, rimanga imperniata sui principi/dogmi dello sviluppo infinito e della ricerca incessante del profitto.

    Ciò che resta indefinito, quindi, è proprio l’aspetto cruciale. E da questo mancato chiarimento derivano, per forza di cose, le contraddizioni e le divergenze anche interne che si sono manifestate soprattutto negli ultimi sedici mesi, dopo il grande successo alle Politiche del febbraio 2013 e il massiccio ingresso in Parlamento. Il filo conduttore è noto, ma vale la pena di ribadirlo: da un lato c’è chi vorrebbe un atteggiamento “costruttivo”, nel segno della disponibilità a collaborare con gli altri partiti e nel presupposto che la presenza nelle assemblee elettive perderebbe, in caso contrario, la massima parte del suo valore, rendendo pressoché inutili i consensi ricevuti e deludendo le speranze degli elettori meno oltranzisti; dall’altro lato, invece, c’è chi preferisce mantenere un atteggiamento di drastica contrapposizione, che può tranquillamente spingersi, come si è visto nei famigerati incontri in streaming con Bersani e con Renzi, a farsi beffe dell’interlocutore di turno.

     

    La domanda da porre, tuttavia, non è chi abbia ragione e chi torto, fra gli opposti schieramenti. L’interrogativo deve andare ad appuntarsi sulle motivazioni dell’una o dell’altra scelta: ed è lo stesso nodo, infatti, che nel mio articolo di lunedì scorso ho richiamato tra le righe, rimproverando a Grillo di essersi dichiarato pronto a confrontarsi col governo sulla legge elettorale in quanto «Renzi è stato legittimato da un voto popolare e non a maggioranza dai soli voti della direzione del Pd». Come ho scritto, questa asserita legittimazione è vera solo in apparenza, e solo a patto di attribuire un effettivo valore democratico alle elezioni, europee o nazionali che siano.

    Grillo, quindi, ha preso lucciole per lanterne. E non è sufficiente, ad assolverlo, l’ipotesi che lo abbia affermato senza pensarlo, nell’intento di far credere che la propria decisione di parlare direttamente col presidente del Consiglio (che viceversa aveva trattato da completo cialtrone nel faccia a faccia del febbraio scorso) sia l’esito naturale, o persino obbligato, dell’exploit ottenuto dal Pd il 25 maggio. Che la mossa non sia molto accorta, d’altronde, lo confermano le reazioni dello stesso Renzi e del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi. Un classico gioco delle parti: mentre il primo si è ben guardato dal rigettare l’offerta, fissando anzi l’incontro per mercoledì prossimo, la seconda si è affrettata a precisare che «esiste un accordo fra le forze di maggioranza e Fi ed eventuali modifiche saranno prese in considerazione solo se ci sarà condivisione con chi ha già contribuito a questo percorso. Non si cambia partner all’ultimo momento».

    Appunto: Renzi & C. sono disposti a chiacchierare con chiunque, purché alla fine siano gli altri a convergere su certe linee guida, che non sono del Pd in quanto Pd, bensì del Pd in quanto referente dell’establishment economico. Essendo questi, i binari su cui instradare le relazioni tra il presidente del Consiglio e ogni altra forza politica, va da sé che sulle questioni di maggior rilievo, ivi inclusa la legge elettorale, non esiste nessun margine di manovra per deviare dalle rotte prefissate. Quale mai dovrebbe essere, d’altronde, la possibile mediazione tra un disegno fortemente maggioritario come l’Italicum di Renzi & Berlusconi e un impianto nettamente proporzionale, benché "selettivo" e con tendenza «a sovra-rappresentare le forze politiche più grandi e sotto-rappresentare le forze più piccole, consentendo loro di esistere ma diminuendone il potere ricattatorio», come il Democratellum di Grillo?

    La settimana scorsa, per di più, Grillo ha rincarato la dose: «Diciamo fin da ora ai cittadini italiani che non c'è alcuna preclusione da parte del MoVimento 5 Stelle ad affrontare anche un tavolo di trattative sulle riforme costituzionali. Vogliamo lavorarci in modo rapido e responsabile, non c'è da parte nostra nessuna intenzione di ritardare il processo. Il vaglio finale dei nostri iscritti al portale sarà la garanzia della partecipazione democratica, valore fondante del MoVimento 5 Stelle».

    Strano, perché avevamo avuto l’impressione che su temi di questa natura, e di questa portata, il M5S fosse antitetico al resto dei partiti. E che fosse consapevole, quindi, della oggettiva impossibilità di pervenire a delle sintesi di reciproca soddisfazione.

    Dopo il Grillo che lancia ultimatum al fulmicotone, invece, eccone qua un altro che si mostra impaziente di sedersi a un «tavolo di trattative sulle riforme costituzionali», sorvolando sul fatto che gli toccherà discuterne con gli stessi personaggi che fino a un mese fa prometteva di voler cacciare in malo modo. Se si tratta di una simulazione, finalizzata a far passare Renzi come il cattivaccio che non fa tesoro dei garbati suggerimenti del M5S, essa rientra nella tattica, pur essendo assai dubbio che vada a segno e pur ponendosi in contraddizione – in stridente contraddizione – coi messaggi lanciati in precedenza, e non una ma mille volte.

    Se al contrario si tratta di un riposizionamento, che mette fine all’epoca del “Tutti a casa”, allora è una decisione strategica: al posto della rivoluzione, la collaborazione. Che è il vero significato, e non da oggi, della cosiddetta “opposizione”.

    Al posto dello scontro frontale, come sarebbe inevitabile con personaggi omologatissimi e infidi alla Renzi, un sereno confronto, per ottenere quel che si può. Magari non molto, almeno per ora, ma poi si vedrà.

    Anche se il quando, ahimè, è impossibile precisarlo.

    Federico Zamboni 
    lunedì
    giu162014

    Grillo annaspa. E legittima Renzi

    Non ne fa più una giusta, Beppe Grillo. Vedi quest’ultimissima sortita che è apparsa ieri sul suo blog e che ha per titolo «Legge elettorale: Renzi, batti un colpo». In pratica, un invito al presidente del Consiglio a confrontarsi, quantomeno su questo specifico tema, anche col M5S. Spiegazione del cambio di atteggiamento: «Renzi è stato legittimato da un voto popolare e non a maggioranza dai soli voti della direzione del Pd».

    Una corbelleria che sconfina nella mistificazione. Nelle odierne società occidentali c’è un’abissale differenza tra l’esito delle urne e una legittimazione autenticamente democratica. Una differenza che lo stesso Grillo non può ignorare (altrimenti ne parli a voce con Massimo Fini oppure si legga, o rilegga, qualcuno degli innumerevoli interventi scritti da Chomsky al riguardo) e che deriva da decenni e decenni di manipolazione mediatica. Mediatica, beninteso, nel senso più ampio del termine, che va molto al di là dei tipici organi di informazione e che non si limita certo ai singoli messaggi, estendendosi invece ai modelli mentali, ivi inclusi quelli inconsci. Modelli cognitivi con cui si addestrano i cittadini a percepire e a interpretare la realtà in base a schemi prefissati, che guarda caso sono quelli funzionali agli scopi di chi detiene il potere.

    Nei confronti di Renzi, dunque, i giudizi non devono cambiare di una virgola, in forza dei risultati delle Europee. I motivi di estraneità, di avversione, di totale rifiuto come interlocutore politico, rimangono inalterati e, semmai, escono rafforzati dal fatto che egli stesso si è rafforzato, grazie all’ottusità di chi ha votato in massa il Pd. L’aspetto decisivo, per identificarlo come una creatura dell’establishment, sta nei suoi programmi politici, riducendo a una colpa accessoria l’assenza di un’investitura elettorale prima dell’ascesa a Palazzo Chigi. Simmetricamente, perciò, non può essere il recentissimo exploit ad accreditarlo in termini diversi.

    Benché resti giusto stigmatizzare l’artificiosità della sua nomina a capo del governo, così come quella dei suoi predecessori Enrico Letta e Mario Monti, bisogna stare attenti a non farlo da ingenui. Un conto è denunciare le forzature di Napolitano & C., ma tutt’altro è credere-illudersi-illudere che la chiave di volta risieda nelle procedure: il vero problema è che l’establishment concepisce il voto come una controfirma “popolare” delle proprie decisioni, per cui lo utilizza sempre in modo strumentale. Quando il clima è favorevole vi ricorre volentieri, esaltandone la supposta sovranità; quando viceversa teme il prevalere del malcontento – che manifestandosi in modo troppo massiccio potrebbe diventare inequivocabile e mettere a rischio la pantomima parlamentare – dilaziona la resa dei conti quanto più possibile. Nella speranza, purtroppo non infondata, che la tempesta si quieti e si ripristini, più o meno, il consueto tran-tran.

    Tornando a Grillo, questo suo goffo tentativo di dialogare con Renzi è l’ennesima mossa sbagliata. Rozza nella forma e contraddittoria nella sostanza. Se fino a ieri hai campato di aut-aut, dal tonante «Arrendetevi, siete circondati» del 2013 all’iperbolico «Vinceremo col 100 per cento» del 2014, non è che oggi puoi cambiare radicalmente approccio e fare finta di nulla, come se si trattasse di un dettaglio secondario.

    La questione del rapporto con gli altri partiti è cruciale: poiché essi, nel loro insieme, costituiscono il paravento “democratico” di un potere che è all’opposto oligarchico, e di matrice economico-finanziaria, ogni forma di dialogo, in vista di decisioni condivise, equivale di per sé a un riconoscimento della loro ipotetica buona fede. In altre parole, implica una legittimazione.

    Una scelta che non riguarda la tattica, ma la strategia.  

    Federico Zamboni
    venerdì
    mag302014

    Grillo, tempo di cambiare: largo ai giovani e sovranità 

    Restiamo coi piedi per terra. Un risultato elettorale, anche per noi miscredenti dell’urna, va interpretato per le spinte sociali e le motivazioni politiche che esprime, non con piagnucolamenti isterici o psicologismi da bignami. Né con invettive auto-assolutorie e moralistiche. Queste europee vanno analizzate per quel che sono, non per confermare o smentire i nostri pregiudizi.

    • Il primo partito resta l’astensione: 42% degli aventi diritto. Che è composta, come sempre, da due tipi di non-elettore: l’astenuto, che non vota per indifferenza, ignoranza o pigrizia, e l’astensionista, che non vota per scelta consapevole. Danneggia e ha danneggiato soprattutto il Movimento 5 Stelle, primo candidato a rappresentare la vastissima area del rifiuto integrale. Rispetto alle tornate europee del 2004 (27%) e del 2009 (34%), l’aumento del non voto indica un progressivo distacco degli italiani dall’ideale europeo, diventato un Leviatano monetario e finanziario che ha profondamente deluso quello che era il popolo più europeista dell’Unione. 
    • Sommata l’astensione alle percentuali dei partiti no euro, eurocritici o euroscettici (M5S, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lista Tsipras), la protesta diretta e indiretta contro l’Ue-Bce è maggioranza assoluta nel Paese. 
    • Ha stravinto Matteo Renzi, il dottor Dulcamara (udite udite, o rustici) al governo. Non il Partito Democratico. La trasversale e interclassista fetta di società italiana che ha dato il 42% dei voti alle liste Pd l’ha dato in realtà al marketing politico del premier salito a Palazzo Chigi con una manovra di palazzo. Mettendo insieme l’elettorato caninamente fedele al richiamo di partito (nonostante tutte le figuracce in serie del Pd in questi anni), una piccola ma significativa parte di chi alle politiche 2013 aveva votato M5S per mancanza di altre “novità”, la moltitudine sensibile al voto di scambio degli 80 euro e, soprattutto, i transfughi dal Pdl-Forza Italia e da Scelta Civica (piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti) ipnotizzati dall’”uomo del fare” e dal Job’s act molto cool e molto liberista, ammucchiando tutto si arriva alla maggioranza relativa che ha lasciato di stucco tutti, a cominciare dai democrat. L’agente, il movente e il collante di questo blocco neo-democristiano fondato sulle slides è solo e soltanto lui, il Berluschino aggiornato ai tempi, molto più pericoloso dell’originale perché non affetto da satirismo, condanne, età ottuagenaria e logoramento dopo vent’anni di mancate “rivoluzioni liberali”. 
    • Il 42% dei votanti equivale al 23% dell’intera popolazione italiana. Meno di 1 su 4. I pidioti, dopo la sbornia del primo giorno, sgonfino presto la boria molto poco democratica.
    • Chi ha fatto una campagna elettorale su pochi elementi fortemente simbolici, semplici e chiari ha avuto soddisfazione: gli 80 euro di Renzi, il no euro della Lega. Chi si è limitato ad una campagna “contro” ma sovraccarica, confusa, testimoniale o ambigua è stato bastonato: il M5S con la sua debolezza sulla moneta unica (attaccare il Fiscal Compact ecc è programmaticamente eccellente, ma non “passa”, non “arriva”: la materia è troppo complessa e troppo poco conosciuta), Forza Italia mezza oppositrice e mezza alleata del governo, Fratelli d’Italia replica inutile della Lega o puro nostalgismo di passate “fiamme”. 
    • Il Movimento 5 Stelle è Grillo e Grillo è il Movimento 5 Stelle, ma Grillo non può ripetere lo stesso schema politico-elettorale ogni anno. Serviva un’idea-forza propositiva: il cavallo di battaglia sovranista andava cavalcato fino in fondo, la bandiera del no all’euro doveva essere sua. I valenti ragazzi che si son fatti le ossa in questi mesi sono stati mandati avanti troppo tardi e troppo timidamente, mentre è stato messo in vetrina televisiva un Casaleggio totalmente inadatto a far presa su chiunque al di fuori degli elettori già fidelizzati, e Beppe ha clamorosamente toppato andando a Vespa nel vano tentativo di ammaliarne i terrorizzati o schifati spettatori (al limite era meglio mandarci un giovane, brillante ma con l’aria meno “estremista”, come Di Maio o Di Battista). A posteriori siamo bravi tutti a escogitare soluzioni, è vero, ma questi errori sono figli di limiti strutturali su cui scriviamo da molto tempo: la mancanza di un’avanguardia dirigente e pensante interna, l’assenza di un pensiero spregiudicato ma sufficientemente coerente, l’incapacità di andare oltre la giusta ma riduttiva “questione morale” (l’onestà: benissimo, ma un onesto può anche essere un perfetto imbecille), l’organizzazione ormai oggi inaccettabilmente virtuale e minimale, quell’”uno vale uno” da lasciare solo come slogan, perché nei fatti è una sesquipedale idiozia. 
    • In politica bisogna ragionare secondo logiche politiche, un misto di scacchi e tecnica militare. Usando “centro” “sinistra” e “destra” come campi tematici, si può dire che oggi il Pd occupa quasi totalmente il centro e la sinistra (aprendo qui uno spazio, di pura testimonianza ma maggiore rispetto a quando il Pd aveva “qualcosa di sinistra”, per i ritornanti rossoverdi etichettati Tsipras), mentre la destra è frammentata e i 5 Stelle sono l’unica forza anti-sistema che tuttavia paga proprio l’alea di minaccia tripolare che ha fatto accucciare i “moderati” sotto il grembiulino eurocratico di Renzi. Se vuole conquistarsi un futuro, Grillo dovrà prosciugare i voti di destra, perché a sinistra e tanto meno al centro non becca più un voto che sia uno. 
    • Un dato correttissimo ma sottovalutato lo ha enunciato Grillo nella sua ammissione di sconfitta: c’è un’Italia anagraficamente vecchia, fatta di pensionati, che tutto pensa tranne che alla “rivoluzione”. Detto che i grillini dovrebbero una buona volta mettersi in testa che le rivoluzioni non passano dalle elezioni ma eventualmente - e strumentalmente - anche dalle elezioni, gli anziani che sostentano i figli e soprattutto i nipoti con il welfare familiare costituiscono una porzione numericamente ampia che fa da freno ad ogni possibile slancio e assalto al potere. Siccome il tempo della rivolta - momento essenziale (anche se non bastevole) di un processo rivoluzionario - è ben al di là da venire, il Movimento 5 Stelle potrà sperare di costruire l’egemonia politica solo occupando tutto l’occupabile che non sia già occupato da Renzi e dal Pd. Come Farage in Gran Bretagna contro i Tories e la Le Pen in Francia contro i neo-gollisti, l’obbiettivo non può che essere la distruzione di ogni rivale fra gli avversari di Renzi. Il che implica una decisa sterzata in senso identitario, anti-immigrazionista (che non significa razzista, beninteso) e, come già detto, sovranista. Senza per questo sacrificare la carica libertaria, democratico-diretta e sociale propria del movimento. Autocritica e intelligenza politica: senza, il grillismo è destinato a soccombere al conformismo dell’Italietta paurosa, masochista, teledipendente (lo stratosferico dato di 230 mila preferenze alla Moretti si spiega solo così) e reazionaria. 
    Alessio Mannino
    martedì
    mag272014

    Europee 2014: gli italiani preferiscono il partito delle Banche

    Se l’Italia è l’unico Paese europeo al di là della Germania dove le forze euroscettiche non sono riuscite a ottenere dei risultati incoraggianti il motivo è uno solo: in Italia, le istanze contrarie a questa Europa che ci ha messo in ginocchio, sono affidate a forze ed esponenti politici incapaci.

    Incapaci nel senso più politico del termine. Non si tratta solo di incapacità nella comunicazione, e non si può ovviamente additare alla sola complicità dell’informazione con i poteri forti nel nostro Paese, pur evidente, la motivazione principale di non essere riusciti a far capire, o almeno percepire, all’opinione pubblica, la necessità, sopratutto a livello europeo, di scegliere dei partiti che potessero almeno tentare di cambiare le carte in tavola. Il punto è che un partito politico vero, cioè preparato e attendibile, sulle posizioni contrarie a questa Europa e all’Euro, in Italia non c’è.

    Ben oltre l’exploit di Marine Le Pen in Francia e quello degli anti-Ue in Gran Bretagna, infatti, anche negli altri Paesi europei come Spagna e Grecia si sono imposte, e con numeri finalmente interessanti, forze politiche di chiara matrice euroscettica: il numero dei seggi per esponenti contrari alla situazione attuale è triplicato. E persino in Germania, dove ve ne sarebbe apparentemente minore motivo, è riuscito a ottenere un discreto risultato il partito contrario all’Europa delle Banche. Solo da noi ha aumentato i consensi il partito guidato da uno dei personaggi politici più insulsi e vacui degli ultimi decenni. Un partito, il Pd, ormai espressione diretta delle politiche eterodirette dall'Europa finanziaria e usuraia. Da noi, come solo in Germania, appunto, ha vinto un partito già al governo: come se stesse governando bene, come se le cose stessero andando per il verso giusto. Come dire: agli italiani la situazione va bene e premiano perciò anche in Europa chi li sta già guidando a casa propria. Oppure pensano che veramente il Pd possa invertire la rotta attuale del declino inesorabile. 

    Il “Renzie’s Show” (copyright Crozza) ha avuto successo sia per l’atavica inclinazione degli italiani nel cadere trappola di illusioni di vario tipo sia per l’assoluta inadeguatezza delle forze politiche a esso teoricamente contrarie. Ma se per Berlusconi era chiaramente difficile ottenere numeri di un certo rispetto, e se per la Lega era addirittura impossibile anche solo sperarlo, il vero perdente assoluto nella dinamica interna è ovviamente il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

    Si dirà (e lo diranno a più non posso, vedrete): è possibile considerare perdente un partito che ottiene oltre il 20% dei voti di chi si è recato alle urne?

    La risposta è semplice, logica: sì, un partito che si crede e veicola come “rivoluzionario”, come appunto quello di Grillo, in una occasione storica favorevole come questa, per via del sentire comune sull’Europa nel nostro Paese e in tutto il vecchio continente, avrebbe dovuto sfondare. E invece viene ridimensionato rispetto alle elezioni Politiche precedenti e addirittura doppiato dal Partito Democratico: è la fotografia di una sconfitta totale.

    Ancora di più per il motivo, squisitamente elettorale, che era proprio all’interno del Pd che Grillo puntava a rastrellare voti per la sua causa. Il rifiuto alla Le Pen di qualche mese addietro, che gli aveva teso la mano nella crociata continentale euroscettica, andava letto esattamente in questa ottica: Grillo non poté aderire al richiamo della leader del Front National proprio perché puntava a prendere voti dalla pancia del Pd. La “manovra” ha avuto effetti del tutto irrilevanti, con una duplice aggravante, anzi triplice.

    In primo luogo non si è riusciti nell’intento e si ha anzi perso dieci punti percentuali rispetto alle elezioni Politiche precedenti del febbraio 2013. In secondo luogo si è ottenuto di rafforzare ancora di più il partito che ci porterà al collasso economico seguendo i diktat dell’Europa (ce ne accorgeremo a brevissimo). E in terzo luogo, cosa forse ancora più importante soprattutto in chiave di medio e lungo termine, si è perduta (speriamo solo temporaneamente) la possibilità di veder nascere e andare avanti un Partito Politico - del quale non c’è traccia, beninteso - che veramente potesse (e possa) riuscire a impostare un discorso serio in merito all’Europa, all’Euro, e al rapporto dell’Italia con essi.

    Non si tratta di dare addosso a Grillo in questa fase dove pure è semplicissimo, come peraltro faranno quasi tutti. Le nostre posizioni in merito sono note da anni e anni ormai: la critica che facciamo e che abbiamo sempre fatto relativamente al MoVimento 5 Stelle è squisitamente analitica e politica. E sul solco di quella critica costruttiva, almeno così l’abbiamo sempre intesa (si prega nel caso di leggere cosa abbiamo scritto in tal senso in ogni circostanza, su questo giornale) si situa l’amara considerazione del momento. 

    Soprattutto a livello europeo, e dunque prettamente strategico su temi fondanti di politica internazionale e di macroeconomia, cioè, sinteticamente, di Europa e moneta sovrana, il MoVimento 5 Stelle non ha lo straccio di una analisi degna di tale nome, e dunque figuriamoci la possibilità di concepire un programma politico da cercare di veicolare. Se a questo aggiungiamo il tiro al bersaglio fatto da stampa e televisioni del nostro Paese, il risultato non poteva che essere quello che è stato. 

    Tra gli sterili, e per molti, "preoccupanti", proclami di Grillo e le illusioni di Renzi, gli italiani, al solito, hanno preferito lasciarsi prendere ancora in giro dalla politica tradizionale. Come se la storia non avesse insegnato nulla. 

    La corsa alle elezioni Politiche, in Italia, adesso non ha più senso: il Partito Democratico non ha motivo di andare alle urne. Il 40% e oltre ottenuto a queste europee è un risultato che non si era quasi mai verificato dal dopoguerra in poi. Il Pd ora ha praticamente mano libera. Renzi ha mano libera (sia internamente sia in Parlamento). E la userà per le manovre draconiane che serviranno per rispettare il Mes e il Fiscal Compact che incombono. Altro che 80 euro al mese. Incamerato il voto europeo, adesso verrà la volta della vera faccia dell'era Renzi. Gli altri partiti della vecchia politica sono fortemente malandati e non ci pensano un solo istante a minacciare nuove elezioni. Non lo faranno prima di aver avuto il tempo di stringere nuove alleanze di antica memoria in grado di garantirgli, ancora una volta, e sempre allo stesso modo, di mettere insieme un blocco con qualche speranza di percentuali rilevanti.

    L’onda di Grillo è drasticamente ridimensionata, come se la speranza e l’indignazione che a febbraio 2013 gli aveva conferito quasi un terzo dei voti si fosse trasformata nella constatazione che nel MoVimento 5 Stelle manca soprattutto la Politica (questa volta con la P maiuscola) e anche - chi è addetto ai lavori lo sa - dei professionisti della comunicazione che possano portarla avanti davanti alle telecamere, dietro ai microfoni e attraverso le tastiere. Non basta, non può bastare la "buona volontà" e la "faccia pulita" dei grillini, politici o informatori che siano, per sopperire alla mancanza di professionalità nell'uno e nell'altro ambito.

    Al MoVimento di Grillo servono analisti e giornalisti (sì, professionisti della comunicazione) e un pensiero Politico (sì, ancora una volta con la P maiuscola) da comunicare alla gente. E un veicolo (o più veicoli) degni e professionali per portarlo avanti. Non basta più - non sono mai bastati e non potevano bastare - persone semplicemente motivate e blogger in pigiama. Serve un progetto politico e chi possa veicolarlo alle persone in modo chiaro ed efficace. Alle arringhe e agli attacchi gli italiani preferiscono le illusioni. Almeno il 40% di chi è andato a votare.

    Valerio Lo Monaco 
    venerdì
    mag232014

    Grillo è 'al di là' della Destra e della Sinistra

    martedì
    mag132014

    Grillo da Vespa, il "vetrinista della politica"

    Da Vespa? No, Beppe, questa non ce la dovevi fare. Che ti facessi intervistare “solo” dalle televisioni straniere, potevamo capirlo (anche se non condividerne l’ammirazione da finto ingenuo, alla stregua di un qualunque esterofilo provinciale: hanno qualcosa da insegnarci in fatto di falsa obbiettività, i media al soldo di potentati finanziari internazionali?). Che il tuo staff, cioè Casaleggio, abbia sguinzagliato, in alcuni e solo alcuni talk show, la prima fila dei tuoi parlamentari più bravi, i Di Battista, i Di Maio, le Lezzi, dal tuo punto di vista potevamo sottoscriverlo: bisognerà pure farli crescere, i giovani puledri. Non ci siamo scandalizzati, anzi fuori da ogni difesa corporativa, ci siamo pure gasati nel veder messi alla berlina certi figuri del giornalismo fazioso e pataccaro. E ci ha sempre dato una grande soddisfazione il tuo rifiuto del circo televisivo, da quando fosti cacciato dalla Rai per quella fulminante battuta sui socialisti negli anni ’80. 

    E invece lunedì prossimo, 19 maggio, timbrerai anche tu il cartellino nel salotto di Bruno Vespa, incarnazione vivente di quel che non dev’essere un giornalista: contiguo ai potenti (tanto fa farsi presentare i propri libri da loro: non si sa chi fa l’ufficio stampa a chi), mellifluo, accondiscendente, accomodante, curiale, banalizzante, incantatore di serpenti. Il vetrinista della Roma politica. Lo so perché ci vai: perché a questo punto della tua avventura devi sfondare nell’elettorato moderato, di centrodestra, che non sa più a chi votarsi e per chi votare. Quella salma di Berlusconi, fra coprifuoco casalingo e visite ai malati di Alzheimer? No, basta, la stella di Silvio è fioca come non mai. E tra l’altro, ti prendi pure lo sfizio di tirare un pugno in faccia al target tardone dei piddini che si sciroppano tutte le trasmissioni politiche una ad una, stile “trattamento Ludovico”. 

    Così ti proponi tu, al pubblico vecchiotto e timorato di Rai 1. Almeno alla sua fetta più stanca e disperata, che fra l’astensionismo sua prima scelta e l’opzione Renzi scartata a priori (non perché sia Renzi, ma perché è pur sempre segretario del Pd, e il cosiddetto “moderato” pensa al Pd come alla “peste rossa”: ecco, appunto), potrebbe considerare l’ipotesi Movimento 5 Stelle. Ormai, l’unica alternativa di massa al governo, alle malversazioni, all’euro taglieggiatore, al sistema. L’unica forza, in una logica destabilizzatrice, votabile. 

    Hai fatto i tuoi calcoli, e ci sta. Ma con una mossa del genere la diversità antropologica che coltivi segna una crepa vistosa. Questa volta è Vespa, domani chi sarà? Ah già, peggio di Vespa, effettivamente, è dura. Ma tu, Beppe, che sei un talebano (un complimento, sia chiaro), sai bene che ogni cedimento costituisce un precedente, che allentando la tensione sulle regole, segna una tacca sulla pericolosa china del lassismo. Fossi in te, tirerei pacco all’ultimo. Inviando un bel messaggio al monsignore che è lì dai tempi di Tuthankamen: un video registrato in cui lo ringrazi molto, ma che capisca, anche tu hai i tuoi servizi sociali da fare. Fra cui non rimangiarsi la parola, sul vespismo e su se stessi. Beppe, da Vespa no. 

    Alessio Mannino
    mercoledì
    apr162014

    Grillo e la storia ebraica: "chi tocca i fili muore"

    La levata di scudi contro il post un po’ macabro di Beppe Grillo, reo di aver reinterpretato la poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo” in chiave d’attualità politica, è solo l’ultimo esempio di quella paranoia strumentale che è il divieto di toccare la storia ebraica. Un vero e proprio tabù a cui manca ormai l’inserimento nel codice penale: vietato utilizzare anche metaforicamente tutto ciò che ha a che fare con gli Ebrei e i lager tedeschi, pena l’anatema da parte di comunità israelitica e guardiani del politicamente corretto. 

    Gradiremmo sapere se si debba considerare la storia di una religione – non un “popolo”: l’Ebreo equivale al Cristiano, ce ne sono di varie nazionalità – come fosse storia sacra anche per chi ebreo non è. I fedeli di Jahvé sono stati sì perseguitati, sì umiliati, sì sterminati dai nazisti e ogni negazionismo è spazzatura, ma questo non significa che i fatti pur tragici che li riguardano non possano essere neppure citati fuori recinto. O bisogna forse chiedere il permesso? Semmai, ad avanzare qualche pretesa potrebbe essere chi ha l’eredità di Levi. Ma stiamo parlando di un’opera letteraria patrimonio dell’umanità, a cui per altro Grillo si è ispirato senza far trasparire un’oncia di antisemitismo. Per forza: impossibile rendere antisemita uno scritto basato su Levi, che sul genocidio ebraico ha vergato pagine fra le più toccanti e brucianti lasciate dalle vittime di quell’orrore. 

    No, qui più semplicemente e arrogantemente si salta al collo di chi osa lanciare una provocazione trasgredendo, Iddio perdoni, il monopolio dell’Olocausto su cui alcuni si sono arrogati il diritto di parola. Si dirà che gli Ebrei ne hanno ben donde, visto che sono i figli e i nipoti dei diretti interessati. Ne avrebbero ben donde, a reagire impettiti nella condanna inquisitoria, qualora l’improvvido provocatore mancasse di rispetto ai morti. Ma qui al massimo c’è solo una sproporzione nel paragone, niente di più. Se, per dire, si sostiene che l’Eurocrazia è un lager, che uccide le esistenze di milioni di persone strozzandole col debito a vita, si commette peccato di leso ebraismo? Vogliamo sperare di no. 

    La verità al fondo di questi deliri collettivi, come diceva la buonanima di Costanzo Preve, è un’altra: la Shoah è stata manipolata dal secondo dopoguerra in poi per giustificare moralmente ogni azione, anche la più turpe, del popolo israeliano. Ti azzardi a criticare le guerre, le repressioni, le deportazioni, le atrocità e le segregazioni razziali di Israele ai danni dei Palestinesi? Non sei, legittimamente, antisionista: sei antisemita. Una vecchia storia che l’ideologia propagandistica in Occidente ha inculcato nel discorso pubblico, e non ne siamo più usciti. 

    Ora siamo andati addirittura oltre: si vorrebbe proibire persino la citazione per analogia in contesti che nulla c’entrano con gli Ebrei in quanto tali. Siccome il sottoscritto non è razzista, mi sento in dovere di dire a chi, ebreo o no, si erge a censore in servizio permanente effettivo che di censori del Pensiero e di gendarmi della Storia ne abbiamo fin sopra i capelli. La polizia del pensiero è roba da nazisti, e la storia degli Ebrei è storia, non il Talmud. 

    Alessio Mannino
    mercoledì
    mar262014

    La Ue lassù, sopra di noi

    mercoledì
    mar052014

    Da Yanukovich a Grillo

    Sappiamo che la storia dell'Ucraina è particolare. Nondimeno la cacciata con la violenza delle armi del presidente Yanukovich, di cui è stata richiesta anche l'incriminazione davanti al Tribunale internazionale dell'Aja, pone delle importanti questioni di principio. Finora per le democrazie occidentali era pacifico che una rivolta armata della popolazione fosse legittima quando era contro un dittatore, come è avvenuto in Tunisia con Ben Alì, in Egitto con Mubarak, in Libia con Gheddafi (anche se, per la verità, in questo caso più che il popolo furono i missili francesi a cacciare il rais di Tripoli). Ma Yanukovich era arrivato al potere democraticamente nel 2010 col 51,8% dei voti, in elezioni che erano state considerate regolari anche da quell'Occidente che deve sempre ficcare il naso dappertutto. Eppure in Ucraina l'Occidente si è schierato dalla parte della piazza e di una rivolta armata estremamente violenta (quando si sequestrano una sessantina di poliziotti si è fuori da qualsiasi manifestazione, per quanto dura, espressa democraticamente) e contro il presidente che aveva dalla sua il suffragio della maggioranza e che ha reagito con altrettale, e forse anche maggiore, violenza. Finchè Yanukovich, sotto le pressioni della piazza e dell'Occidente, è stato costretto a fuggire.

    Ebbene se vale in principio affermato dall'Occidente in Ucraina, e cioè che anche un regime democraticamente eletto può essere legittimamente rovesciato con la violenza, non si vede perchè non possa essere applicato anche in Italia.

    di Massimo Fini, in Archivio Fini
    martedì
    feb042014

    Tutti contro Grillo. Mistificando regolarmente il linguaggio

    lunedì
    gen132014

    I «dettagli» dei media. E quelli di Grillo

    martedì
    gen072014

    Tutti estimatori di Bersani. Ma noi no

    venerdì
    dic202013

    Autoindulgenza: il virus che non dà scampo

    lunedì
    dic162013

    Natale 2013. Ecco a voi Renzie-the-Rebel

    martedì
    dic102013

    Grillo e l'accusa al giornalismo: e allora?

    giovedì
    dic052013

    Non dovete emigrare, dovete cospirare!

    Il V-Day di Genova segna un salto significativo nel profilo politico del Movimento grillino: dalla casta all’austerity, il vero nemico e' l’Europa della troika. [Anna Lami]

    Leggi tutto

    martedì
    nov052013

    Scalfari e l'attacco indecente a Grillo

    Commento di Federico Zamboni e Valerio Lo Monaco estratto da La Controra del 04/11/2013

     

    lunedì
    ott142013

    LA SGRADEVOLE QUESTIONE DELLA “SOLIDARIETA’” AI MIGRANTI CLANDESTINI

    DI FRANCESCO SANTOIANNI
    francescosantoianni.it

    La cosa abominevole è che, alla fine della giostra, tutto questo starnazzare contro le deliranti dichiarazioni di Grillo&Casaleggio, – urlato anche da chi non se ne è mai fregato nulla della democrazia nei partiti o dei diritti dei migranti – sarà servito soltanto a sponsorizzare una nuova “guerra umanitaria”. Una guerra commissionataci, già ad aprile, da Obama (per disarmare le bande degli ormai incontrollabili “ribelli” e supportare l’abietto Governo Zeidan) oggi riciclata, in nome dell’emergenza migranti, da Letta.

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    lunedì
    ott142013

    Cinque stelle e due buchi neri

    Il M5S in una deriva populista per la massimizzazione di un successo elettorale. Il marketing si sta ingoiando la politica. [Paolo Bartolini]

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    venerdì
    ott112013

    Quando Grillo giustificava e lodava gli immigrati

    Il leader M5S definiva in un video gli immigrati in fuga per la disperazione: un maremoto per riprendersi ciò che noi occidentali gli abbiamo tolto per 200 anni.

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