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    Entries in crisi (942)

    martedì
    nov182014

    Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)

    Il ruolo della finanziarizzazione dell’economia nell’attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile. I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto. L’assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

    Tuttavia l’impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx. 

    L’economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

    La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

    La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

    La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema. 

    La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

    Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

    Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

    La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

    Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

    Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

    Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

    Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

    Luciano Fuschini

    giovedì
    ott232014

    Juncker da cabaret. Ma non fa ridere

    C’è da scommetterci: a Jean-Claude Juncker, che a inizio novembre prenderà il posto di Barroso alla guida della Commissione europea, sarà sembrata proprio una gran bella frase. Una di quelle che dovrebbero raccogliere un applauso a scena aperta, se pronunciate di fronte a un vasto pubblico di cittadini creduloni, o almeno degli sguardi ammirati, se proferite davanti alle platee assai più ristrette, ma assai più qualificate, delle conferenze stampa.

    La UE «deve avere anche un'altra “tripla A”, quella sociale, altrettanto importante di quella economica».

    Che parallelo suggestivo! Evocare le categorie tipiche, e aride, e sempre un po’ minacciose, delle agenzie di rating per lanciare invece un messaggio solidale, generoso, quasi palpitante. A monsieur Juncker, che tra le tante altre cariche ottenute è stato via via governatore della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, sarà parso di sfiorare la poesia. Le ragioni del cuore che per una volta non si contrappongono a quelle della ragione ma vi si intrecciano, in un’affascinante ghirlanda.

    Affascinante sì, ma tutt’altro che giocosa. Quel nobile obiettivo non è certo lì a portata di mano, come un fiorellino già sbocciato che aspetti solo di essere colto. Mais non, mes amis. Juncker, per quanto sensibile, sa benissimo di doversi mantenere severo, e infatti non ha mancato di sottolinearlo: «Invito i colleghi che criticano l'austerità ad abbandonare l'idea che si possa crescere con deficit e debito. Non è così. Se così fosse oggi l'Europa conoscerebbe la più alta crescita al mondo, e così non è». Qualcuno non ha afferrato l’antifona? Ecco pronta la versione “for dummies”: «Si è parlato molto di patto di stabilità senza rifletterci molto. Voglio essere chiaro, le regole non si cambiano e vanno interpretate secondo quanto indicato dal Consiglio europeo a giugno. Vanno interpretate con quel margine di flessibilità consentito dal Trattato e dai testi giuridici, quindi non ci saranno svolte drastiche».

    La vagheggiata “tripla A” del sociale resta dunque una meta lontanissima. Una sorta di ideale al quale tendere (anzi: al quale far credere che si tenda) proseguendo tuttavia nel segno delle politiche rigorose che stanno falcidiando allo stesso tempo i patrimoni nazionali, attraverso le privatizzazioni, i diritti e i redditi dei lavoratori, tramite la rimozione sistematica delle precedenti conquiste sindacali, e i modelli di welfare, in nome della spiacevole, ma oggettiva, carenza di fondi pubblici da destinare alla bisogna.

    È l’architrave della strategia con cui si sta gestendo la crisi, ammesso e non concesso che nel medesimo disegno non rientrino anche le dinamiche che hanno determinato la debacle finanziaria del 2007-08. È l’alibi permanente dello stato di necessità, e di emergenza, che costringe le autorità politiche ed economiche a imporre le pesantissimi misure che abbiamo già visto, e che continueremo a vedere negli anni, o nei decenni, a venire.

    È la “crisi-terapia” di matrice bancaria: per sperare, o illudersi, di tornare al luminoso passato del consumismo di massa, bisogna attraversare l’interminabile e oscuro tunnel delle privazioni. Buon viaggio, pecorelle europee. La tosatura proseguirà strada facendo e in un modo o nell’altro la lana accumulata sarà ancora abbondante. Magari non proprio da “tripla A”, ma buona quanto basta a soddisfare i vostri solleciti allevatori.

    Federico Zamboni  
    martedì
    ott142014

    La Fed (ri)cambia strategia. Gli Usa non sono in ripresa

    Negli Stati Uniti come in Europa la parola d'ordine delle Banche Centrali è quella di aiutare le Banche. La visione comune è infatti quella della centralità della Finanza (Alta o bassa che sia) e della conseguente marginalità dell'economia reale. Imprese e famiglie non sono più viste come la colonna portante dell'economia ma esistono soltanto come fruitrici dei prestiti che le banche gentilmente gli possono concedere. 

    È quasi inutile ricordare come si sia arrivati a questo punto. Oggi è un dato di fatto con il quale si devono fare i conti. È semmai inquietante che i governi, quello italiano in testa, non se ne siano accorti e continuino a ritenerlo un fatto quasi normale. La politica del denaro a bassi tassi di interesse che dovrebbe essere girato a tassi poco più alti alle imprese e alle famiglie sta mostrando tutti i suoi limiti. 

    Le Banche preferiscono utilizzare i soldi ricevuti per ricostruire il proprio patrimonio intaccato da speculazioni andate a male piuttosto che prestarlo a chi dovrebbero prestarlo, non sapendo se esso tornerà indietro. Con la crisi, anzi con la recessione, è in atto un processo domino che vede il generale impoverimento dei cittadini e la chiusura di centinaia di imprese incapaci di affrontare una concorrenza basata sui prezzi bassi  Un segnale doppiamente inquietante perché testimonia del fatto che le Banche avvertono che una crisi devastante è in arrivo e che essa lascerà dietro di sé soltanto macerie. L'economia reale in Europa è ferma. Pure la Germania, ex locomotiva d'Europa, nonostante tutte le riforme “strutturali” realizzate, segna il passo e la sua crescita annua è attorno all'1%. Troppo poco per sé e per trainare gli altri. 

    Oltre Atlantico va un po' meglio ma le basi da cui la crescita Usa nasce sono più deboli di quelle europee. E in particolare di quelle italiane. È inutile nasconderselo. L'economia americana, più che nel 1929, è basata sul debito. Tutti si indebitano. Le famiglie e le imprese con le Banche. Si fanno debiti per pagare il mutuo di una casa in legno (nelle quali un europeo non abiterebbe mai) o per i semplici consumi. È o non è il Paese delle carte di credito? Si indebitano gli Usa nel loro complesso perché il debito commerciale è da decenni in profondo rosso. Soprattutto è indebitato lo Stato Federale (per non parlare delle amministrazioni locali)  il cui debito è ben sopra il 105% del Prodotto interno lordo mentre democratici e repubblicani si trovano obbligati a trovare ogni anno un accordo al Congresso per alzarne il tetto legale. 

    Tutto questo testimonia del fatto che gli Usa vivono ben al di sopra delle proprie possibilità e riescono a mantenere il proprio predominio, e soprattutto a conservare il dollaro come moneta preferenziale di riferimento nelle transazioni (in particolare per le materie prime) sui mercati internazionali in virtù della propria schiacciante forza militare. Se il dollaro non fosse una moneta di occupazione, il suo valore dovrebbe risentire dei cosiddetti “fondamentali” dell'economia Usa che saranno pure di enorme dimensione ma che sicuramente non sono “sani”. Una realtà che non preoccupa minimamente l'amministrazione Obama (come non preoccupava nemmeno Bush e i suoi accoliti) e che vede Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, trovare delle corrispondenze di amorosi sensi con Mario Draghi, grande (si fa per dire) capo della Bce. 

    Così, rendendosi conto che la crisi è molto peggiore di quello che sembra, i banchieri dispongono di antenne sconosciute a noi umani, la Yellen che già aveva avviato (in sintonia con il suo predecessore Bernanke) la riduzione degli acquisti di titoli (finalizzati ad immettere più liquidità nel sistema) ha fatto sapere di voler cambiare marcia. L'economia non va così bene come si sperava e come si pensava, quindi si interverrà su una riduzione dei tassi di interesse. Se non è zuppa, è pan bagnato. Quindi altri soldi alle Banche e avanti con il solito copione. Fino a quando l'economia reale del mondo imploderà su se stessa e presenterà il conto che sarà salatissimo per tutti noi, mettendo sulle strade decine di milioni di disoccupati che, sperabilmente, sapranno identificare finalmente, come in Grecia, i loro veri nemici. Quindi, i banchieri, centrali e no, e tutti quei politici che gli hanno concesso tutto l'esorbitante potere del quale dispongono.

    Irene Sabeni
    giovedì
    ott022014

    La Francia scopre il bubbone europeo

    E insomma è ufficiale: la Francia non rispetterà gli obiettivi sul deficit fino al 2017. A dirlo è lo stesso ministro delle Finanze Michel Sapin, parole pronunciate proprio in occasione della presentazione della Finanziaria 2015. Non si tratta, evidentemente, di una cosa inaspettata, quanto di una pura e semplice constatazione. Ma la cosa dice tutto. 

    Dice in primo luogo che malgrado tutte le dichiarazioni felpate dalle parti della Banca Centrale Europea, la situazione non ha neanche minimamente cambiato verso rispetto alla discesa inesorabile partita nel 2007.

    Dice che tutto quanto fatto sino a ora si è rivelato non solo inutile, ma anche controproducente. E dice però due cose ancora più importanti.

    Intanto che per la prima volta un governo di un Paese di un certo calibro come la Francia esce allo scoperto con parole chiare e inequivocabili rivolte a troika e Germania: è tecnicamente impossibile rispettare i dettami imposti e dunque, molto semplicemente, non li si può rispettare. La seconda è che per la prima volta, con queste dichiarazioni, si apre un fronte nuovo. La constatazione del governo francese è un precedente che sarà seguito facilmente da molti altri governi, quello italiano in primis, ammesso che rimanga saldamente al suo posto, il che non è affatto detto (basta guardare i nostri dati e le ultime dichiarazioni di Padoan in merito).

    A questo punto i possibili sviluppi della situazione non sono più di due. Lo scenario "classico" è quello delle ulteriori sanzioni, dei commissariamenti di Fmi, Ue e Bce. Troika a gamba tesa e tragedia greca anche per la Francia. Quello più probabile, a nostro avviso, è al momento invece quello che vuole un sensibile cambio di rotta di tutte le politiche economiche europee. L'Europa ora è letteralmente costretta a farlo, se vuole evitare che il buco nero sia evidente al mondo in tutta la sua profondità.

    Se ci si rende conto - come ormai è chiaro - che a nulla sono valse e varranno tutte le misure decise nel solco del contenimento dei conti grazie alle vessazioni che i popoli stanno subendo, dalle parti di Francoforte e di Bruxelles, e obtorto collo anche da quelle di Berlino, ci si dovrà inventare qualche soluzione per dare almeno l'illusione che il circo possa riprendere a funzionare. Un po' di allentamenti vari sino a ora negati in ogni ordine e grado, un po' di denaro a pioggia per dare un filo di ossigeno in più ai popoli, il tutto condito dalle dichiarazioni di "necessità eccezionali" del momento. E ovviamente con il solo scopo di prendere tempo e rallentare una traiettoria che per sua natura è comunque già segnata e non invertibile.

    Del resto, se si andasse avanti con l'imposizione di misure in stile Grecia - che ha rappresentato e rappresenta l'esperimento generale in tal senso - non è affatto detto che spagnoli, italiani e soprattutto francesi accetteranno il tutto allo stesso modo. Anche perché se in Spagna e in Italia (e in Portogallo) non esiste una reale alternativa politica ai governi attualmente in carica, in Francia vi è invece il Front National di Marine Le Pen che potrebbe sul serio, in questo quadro, fare il salto di qualità, in termini numerici, per soddisfare le mozioni di cittadini che non crediamo inclini ad accettare supinamente in patria ciò che sta invece accadendo, senza alcuna reale sollevazione sociale, negli altri Paesi. 

    (vlm)

    mercoledì
    set242014

    La parola alle Banche: "bolle e bombe nucleari monetarie"...

    A quanto pare anche due soggetti di un certo calibro hanno gettato la maschera. Nei giorni addietro, in rapida sequenza tanto da far sembrare il tutto quasi una messa in scena (a favore di cosa lo vedremo), Deutsche Bank e Mediobanca, rispettivamente, hanno pubblicato i risultati di ampi studi fatti dai loro sedicenti macro-esperti e offerto delle dichiarazioni per sentenziare una cosa di non poco conto: solo una bolla ci può salvare. E non solo.

    Per la precisione, la prima Banca ha condotto uno studio sui rendimenti di alcune diverse classi di attivi sui mercati finanziari, e ha concluso che solo negli ultimi venti anni i mercati hanno soprattutto, o meglio innanzi tutto, creato e mantenuto in vita bolle economiche con un solo e unico scopo: ne avevano bisogno.

    Letteralmente, Deutsche Bank rileva che “negli ultimi due decenni, l’economia mondiale ha navigato di bolla in bolla con eccessi che non hanno mai avuto la possibilità di attenuarsi. Risposte politiche aggressive hanno incoraggiato a produrre nuove bolle. E questo ha contribuito a fare del moderno sistema finanziario un tema di preoccupazione permanente.” 

    Come dire: le bolle sono le condizioni necessarie - sottolineiamo il termine “necessarie” - per mantenere il sistema attuale di gestione della crisi. Come scrive giustamente Stefano Bassi sul suo sito e al quale fa eco un articolo pubblicato su Zero Hedge: “il problema è che questa bolla non può andare da nessuna parte, perché è nelle mani di governi e banche centrali, con regolatori che si assicurano che altri grandi acquirenti rimangano recettivi.

    Secondo lo studio, malgrado la bolla perduri per assicurare la solvibilità dell’attuale sistema finanziario, lo scenario più ottimista sarebbe lo scoppio lento, attraverso rendimenti reali negativi per i portatori di obbligazioni. Lo scenario più pessimista sarebbe una futura ristrutturazione. 

    Siccome i tassi di interesse tendono ad abbassarsi in gran parte del mondo, in parte per una debole crescita, e che l’indebitamento pubblico tende a svilupparsi, è poco probabile che i portatori di obbligazioni sovrane realizzino un profitto sul medio o lungo termine, a causa della possibilità dell’inflazione o di una ristrutturazione”. 

    Ma “quello che nessuno dice, è che solo l’1% beneficia della bolla” – a scriverlo è il portale d’informazione Zero Hedge. “La ricchezza e i redditi di tutti gli altri otterranno progressivamente minori benefici”.

    Per quanto riguarda invece Mediobanca, bastino le parole di Antonio Guglielmi su, questa volta, la situazione italiana: «È una catastrofe per le finanze del paese. Stiamo per arrivare a una ratio del debito del 145%». E ancora, in modo ancora più chiaro: «Chi conosce il numero massimo che il mercato tollererà? Il numero è già preoccupante, e il tempo ci dirà se questo gioco di poker di Draghi si rileverà un successo. Ci vorrebbe una bomba nucleare monetaria per cambiare la situazione. Se Draghi alla fine non farà nessun intervento di rilievo – e c’è molto scetticismo sui piani della Bce – l’Italia è morta».

    Beninteso, il fatto che oggi siano Deutsche Bank e Mediobanca, seppure con toni differenti, a sostenere una cosa del genere, è solo uno dei tanti casi dove alla fine, da qualche maglia aperta o non controllata a dovere di una “istituzione” di questo tipo arrivano conferme su ciò che in altri luoghi si teorizzava e cercava di spiegare da anni.

    Quello che invece può non essere immediato a prima vista, e che rappresenta il dato più importante da cogliere, è il ragionamento che ne discende, e ne consegue, se si porta il discorso fino in fondo. Del resto, non si può che portare fino in fondo un ragionamento anche solo partendo dai termini stessi usati da questi due colossi: il primo parla di “bolle necessarie”, il secondo della necessità di una “bomba nucelare economica”. Termini non proprio sobri e cauti, a quanto pare.

    E dunque, tanto per iniziare, avevano (e hanno) ragione quei pochi che sostengono una cosa del genere da anni, se non decenni. E avevano (e hanno) torto tutti gli altri. Ma proprio tutti. Che a questo punto dovrebbero essere ridotti almeno al silenzio.

    In secondo luogo, cosa ancora più importante, se è vero - come è vero - quello che oggi anche Deutsche Bank e Mediobanca affermano, ciò significa che tutto quanto fatto da allora a oggi dai vari governi, tutte le procedure, le sedicenti “riforme”, i sacrifici imposti e la macelleria sociale in ogni ordine e grado in ogni Paese, è servita unicamente a sostenere una truffa finanziaria. Il punto è che non siamo “noi” a dirlo, ma “loro”.

    Dal che, una volta scoperto l’inganno e confessato dai soggetti stessi che a vario titolo hanno partecipato al crimine, dovrebbero scaturire alcune riflessioni. E soprattutto azioni per, nell’ordine: fermare immediatamente quanto si sta facendo; processare i colpevoli e condannarli; sequestrare i beni che hanno rastrellato e ridistribuirli a tutti quanti a vario titolo siano stati depredati. Cioè il restante 99%.

    Una sacrosanta e giusta conclusione. E una utopia politica, naturalmente, se pensiamo che a tali atti dovrebbe portarci una classe dirigente, quella attuale almeno, che è al servizio delle Banche stesse e di altri attori della speculazione (lobby & finanza, per intenderci). Ma sopra ogni altra cosa si dovrebbe dichiarare, in modo unilaterale e irrevocabile, l’immediata sospensione di qualsiasi pagamento a qualsivoglia organizzazione o istituzione che a vario titolo può far destare anche solo il sospetto di appartenere a quella “banda degli onesti”.

    Ad esempio: il nostro debito pubblico è inesigibile, perché a esigerlo sono dei truffatori. E dunque non lo si paga più. Punto. E così via dicendo.

    Sono solo in apparenza “parole forti”, le nostre, e vani tentativi di sollecitare rivolte che ovviamente non si vedono all’orizzonte. Ma soprattutto, malgrado l’apparenza di una forma e di una sostanza, quelle che abbiamo usato, da tribuno della plebe (oggi si direbbe da populista) si tratta invece della cosa più evidente e logica - e minima - che si dovrebbe fare.

    La prova del nove di quanto sosteniamo è semplicissima, un gioco da ragazzi. Se appare tanto strano (o stralunato) il principio di rifiutarsi di partecipare e anzi dichiarare guerra a questi truffatori mondiali, è certo che dovrebbe apparire molto più strano e “al di fuori della realtà” continuare a fare la parte dei derubati per tutta la vita. O no?

    Come dire: il re è nudo, ha per giunta confessato i suoi crimini, ma noi ci ostiniamo a non volerlo tirare giù dal trono. La bolla e la truffa sono qui davanti a noi, ci rastrellano l’anima ogni secondo che passa, ma noi rimaniamo a guardarle, e a subirle, senza muovere un solo dito.

    Valerio Lo Monaco
    martedì
    set162014

    L'Ocse tira la volata alla BCE

    L'Ocse ci boccia sonoramente. E Anche per la Germania non va tanto meglio.

    Intanto i fatti di casa nostra. Senza mezzi termini: l'Italia è in caduta libera, e a confermarlo, ove ce ne fosse bisogno, stavolta arrivano l'Ocse e Standard & Poor's. 

    Per i meri dati, la prima cosa da mettere a fuoco è che malgrado i roboanti annunci fatti da mesi e mesi, e soprattutto dal governo Renzi, per il 2014 chiuderemo in acclarata recessione. Il Pil si contrarrà ulteriormente di uno 0,4% (dopo il +1,8% del 2013). E anche per il 2015 cresceremo, a quanto si legge, di appena lo 0,1%. Anche in quest'ultimo caso si tratta di previsioni. E abbiamo già constatato ampiamente come queste, da più di un lustro ormai, sia tutte immancabilmente da rivedere al peggio.

    A essere negativi sono tutti - tutti - gli indicatori economici: vendite, consumi e potere d'acquisto. Mentre sono in aumento il debito pubblico, la pressione fiscale, la disoccupazione giovanile e i fallimenti aziendali. 

    Tutti dati dell'Ocse. Inutile insistere nel commento, se non per segnalare una ulteriore perla dell'istituto parigino, ovvero i consigli per manovre: viste "le prospettive di bassa crescita e il rischio che la domanda potrebbe essere ulteriormente indebolita se l'inflazione rimane vicino allo zero, o addirittura diventasse negativo", l'Ocse raccomanda "un sostegno" monetario ulteriore per l'area dell'euro. E in modo ancora più chiaro: "Le azioni recenti della Banca centrale europea sono benvenute, ma ulteriori misure, tra cui il quantitative easing, sono legittime".

    Terreno pronto dunque per Draghi & co. E manovre suggerite in arrivo per noi tutti.

    Dal canto suo, puntuale come una cambiale, fatti i debiti conti e letto il rapporto dell'Ocse, Standard & Poor's non ci ha messo più di un minuto per diramare il proprio comunicato tanto caro a Borse e speculatori: Il Pil dell'Eurozona si attesterà a +0,8% e si prevede che l'economia italiana resterà al palo nel 2014, contro il +0,5% previsto a giugno. Al ribasso vengono riviste anche le stime di Francia (a +0,5% da +0,7%) e Olanda (a +0,8% da +1%), mentre restano invariate quelle di Germania (+1,8%), Spagna (+1,3%) e Belgio (+1,1%). "I deludenti risultati del secondo trimestre hanno gettato dubbi sulla sostenibilità della ripresa nella zona dell'euro", avverte S&P, secondo cui "le condizioni economiche" dell'area "restano fragili".

    Al quadro fosco generale si aggiunge anche un altro dettaglio di un certo rilievo: cala ancora la fiducia degli investitori in Germania.

    Si tratta dell'indice Zew, che misura proprio la fiducia degli investitori: rispetto agli 8,6 punti di agosto, a settembre si è registrato un calo a 6,9 - molto sonoro, dunque. E si tratta soprattutto del nono calo consecutivo.

    Il dato è importante perché va inquadrato nell'ambito delle prossime inevitabili tensioni tra la Bundesbank e la Banca Centrale Europea, quando quest'ultima metterà in moto le nuove misure economiche previste ad agosto. A quel punto, e visti i dati che iniziano a essere allarmanti anche da parte tedesca, non sarà possibile un braccio di ferro troppo energico. Merkel & co. dovranno cedere. E la BCE avrà mano libera.

    (vlm)

    venerdì
    set122014

    Si fa presto a dire investimenti

    Investire. È quello che, secondo Mario Draghi, dovrebbero fare i Paesi membri dell'Unione per uscire da una recessione che sembra non avere mai fine. Parole al vento quelle dell'ex Goldman Sachs che, ancora una volta, dimostra di essere dotato di una non indifferente faccia di bronzo. 

    Sì, perché se le imprese private non investono la colpa è in primo luogo del presidente della Banca Centrale Europea che non ha condizionato gli enormi prestiti fatti alle banche a suo tempo, con l’LRTO, alla concessione di credito, appunto, alle imprese e alle famiglie. Una clausola che colui che per anni è stato l'uomo di riferimento della finanza anglofona in Europa si è ben guardato dal fare. E le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e si stanno facendo sentire anche in un Paese come la Germania che, a fronte di un enorme avanzo commerciale, vede la propria crescita economica rallentare vistosamente. 

    Se la Germania non corre, anche il resto dell'Unione non può che risentirne. La locomotiva d'Europa non vuole addossarsi tutto il peso della crisi, anzi finora ci ha guadagnato parecchio, sia come economia nel suo complesso che come sistema bancario. E la Merkel ha reagito freddamente quando i fratelli poveri dell'Unione hanno chiesto che la Germania riducesse il proprio surplus commerciale. Ma non siamo in un libero mercato? Schierandosi ancora una volta con la Commissione europea, Draghi ha sostenuto la necessità e l'obbligo per i Paesi dell’area di attivarsi per raggiungere gli obiettivi di bilancio prefissati da Bruxelles, l'azzeramento del disavanzo e la diminuzione del debito pubblico. Due obiettivi che in questa fase sono chiaramente un miraggio tenuto conto del drastico calo delle entrate fiscali e contributive che certo non aiutano a sostenere il riequilibrio dei conti. Finora la Commissione europea uscente e i Paesi “virtuosi” dell'Unione (Germania, Olanda e Finlandia, ma è Berlino ad avere l'ultima parola) hanno fatto orecchie da mercante alla richiesta dei Paesi “cicale”, Italia in testa (con un debito pubblico al 135% del Pil) di ottenere deroghe alle politiche di austerità. 

    Per rilanciare l'economia ci vuole un grande piano europeo di opere pubbliche, ha sostenuto Renzi, e con lui altri capi di governo europei. Opere il cui importo non dovrà essere conteggiato nel debito e nel disavanzo pubblici. Opere che, nell'ottica keynesiana, funzionino da volano per altri investimenti e da moltiplicatore per il reddito complessivo, dando lavoro a tante imprese piccole e grandi. Un New Deal all'europea come quello che Roosevelt avviò nel 1933, all'inizio della sua presidenza, per salvare gli Usa dagli effetti della Grande Depressione nata in seguito al crollo di Wall Street nel 1929, innescato da una politica monetaria sciagurata all'insegna dei bassi tassi di interesse e di una enorme liquidità in circolazione che consentì alle Banche ed anche ai semplici cittadini di speculare in Borsa allo scoperto con i risultati ben conosciuti. 

    Uno scenario che oggi si ripete in America come in Europa con la non piccola differenza che ad esplodere di liquidità a buon mercato sono soltanto i forzieri delle Banche. 

    Peraltro, tenendo conto dell'esperienza del passato, che un politico italiano parli di opere pubbliche in quei termini suona come una presa in giro considerati i tempi interminabili necessari in Italia per completarle. Una realtà che è ben conosciuta a Berlino come negli uffici dei tecnocrati di Bruxelles. Peraltro c'è da ricordare, anche se pochi lo fanno - e i libri di storia lo ignorano - che il New Deal non salvò gli Usa dalla crisi. Nel dicembre 1941 quando gli Usa entrarono in guerra dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbour, i disoccupati erano in numero maggiore che nel 1933. Gli Usa si rimisero in piedi soltanto grazie ad una economia di guerra. Una realtà da tenere presente oggi che i guerrafondai occidentali premono il pedale sull'acceleratore degli interventi militari “umanitari” o presunti tali.

    Irene Sabeni
    giovedì
    set042014

    BCE-cadabra: prossimo trucco, mister Draghi?

    Non ci resta che piangere, ovvero il Quantitative Easing vero e proprio. A essere ai minimi termini, adesso, non è solo il costo del denaro, ma Mario Draghi e la Banca Centrale Europea stessa. Non in termini economici o di incassi da signoraggio, sia chiaro, quanto per le mosse ancora possibili da mettere in campo per tentare di risollevare la situazione, almeno secondo i desiderata del loro unico criterio.

    Dunque riepiloghiamo, partendo dalla fine: la BCE ha abbassato ulteriormente il costo del denaro, malgrado le previsioni degli “analisti” non fossero tutte concordi nell’aspettarsi una decisione del genere. Non ora, almeno. Proprio questo particolare, la non totale aspettativa sul taglio dei tassi in questa circostanza, permette di mettere a fuoco un punto delicatissimo. E significativo.

    Il motivo per il quale non vi era una totale certezza che Draghi potesse tagliare ulteriormente il costo del denaro risiede in una considerazione di mero buon senso: quasi tutti gli analisti non si aspettavano una operazione del genere perché non credevano che la BCE sarebbe intervenuta così presto, dopo le ultimissime misure appena prese in altri settori, ancora prima di verificarne l’efficacia.

    Come dire: Draghi aveva deciso solo poche settimane addietro altre operazioni per contrastare la situazione, ma non ha atteso nemmeno che queste potessero almeno sperare di avere effetti. Neanche un trimestre di studio. Alla prima circostanza utile, cioè quella odierna, ha deciso di tagliare di 10 punti base il costo del denaro. In altre parole: la nave affonda rapidamente ed è necessario prendere più quante misure sia possibile. E al più presto, senza attendere oltre.

    Dal punto di vista tecnico, dunque, il tasso di rifinanziamento scende al nuovo minimo storico dello 0,05% - “parente” di 0%… - e allo stesso tempo, sempre di 10 punti base, è stato tagliato anche quello sui depositi, che passa dallo -0,1% al -0,2%. 

    In termini pratici ciò significa che le Banche hanno adesso, dal punto di vista numerico, più da perdere se lasciano il denaro in deposito rispetto a se decidono di “prestarlo”. Ciò dovrebbe indurre, secondo opinioni diffuse, a una almeno parziale ripresa dei finanziamenti.

    Non solo: tagliare il tasso di rifinanziamento a questi nuovi minimi (veramente minimi) rappresenta la volontà di perseguire la discesa del valore della moneta unica rispetto al Dollaro e alle altre valute. In questo modo, sempre molto teoricamente, l’Euro meno forte aiuterebbe le esportazioni, ridando un po’ di fiato, peraltro, all’inflazione. I mercati “abboccano”, come stiamo vedendo in queste ore, l’Euro perde valore e i listini salgono.

    Dovrebbe essere ormai chiaro, viste le ultime, quali siano stati in realtà i contenuti della famigerata telefonata tra Angela Merkel e Mario Draghi di qualche giorno addietro: la situazione sta precipitando vertiginosamente e si deve intervenire in qualche modo. Più chiaro di così.

    Sono lontani i tempi in cui su questo giornale, in tempi non sospetti, almeno a sentire gli altri media, parlavamo della possibilità - sino ad allora inesplorata - che la Banche Centrali, tra cui anche la BCE, iniziassero a sperimentare il terreno dei tassi negativi (cioè deposito 100 e mi riprendo, dopo un tot, 99,8, pur di non perderne di più…). Così come si sta verificando puntualmente, la medesima situazione, negli altri Paesi entrati nella spirale della impossibilità materiale di ripartire sino al continuare delle speculazioni virtuali.

    La finanza va avanti, le economie reali crollano, e la ripresa è più una futile speranza. I dati relativi alla stagnazione provenienti anche dalla Germania negli ultimi mesi, e quelli di deflazione pura già avvertiti in tutti gli altri Paesi - persino in Italia, dopo almeno due anni di silenzio, si parla apertamente di recessione pura - hanno insomma spinto verso una accelerazione delle “mosse” possibili da mettere in campo da parte della BCE.

    Le altre Banche Centrali, in primis quelle di Inghilterra e Giappone, avevano operato negli ultimi bollettini delle scelte di continuità, lasciando tassi bassi e continuando a inondare di moneta i mercati. Degli Usa sappiamo, a ogni nuova minaccia di riduzione sensibile del Quantitative Easing i palazzi finanziari scricchiolano sin dalle fondamenta.

    Adesso Draghi ha mosso una pedina nuova sul campo della guerra delle valute. E le altre Banche faranno le loro mosse: non permetteranno certo facilmente questa sorta di svalutazione dell’Euro nel contesto mondiale di una crisi che morde da Est a Ovest, da Nord a Sud.

    A Draghi, come detto, ora rimane solamente di portare i tassi proprio a zero (e ci siamo quasi) e di mettere in atto un reale Quantitative Easing (per come lo si vorrà chiamare). All’economia reale, cioè a tutti noi, non resta che stare a guardare le mosse, e sopportare le “bombe” che piovono sulle nostre teste. Bombe di tasse, di tagli, di riforme imposte e di depredazione della stessa dignità umana. Se non ci ribelliamo a loro, ai padroni della moneta, tutto il resto non conta. E non conterà.

    Valerio Lo Monaco
    venerdì
    lug252014

    Il Fondo Monetario gela Renzi. E ora?

    La situazione economica dell'Italia è a dir poco tragica. E le prospettive che si possa avere una inversione di tendenza sono pari a zero. Le stime del Fondo monetario internazionale sono, in tal senso, molto significative. In appena due mesi, il Fmi ha infatti abbassato allo 0,3% le stime di crescita della nostra economia. In aprile le stime parlavano di un più 0,6%. 

    Si tratta di un autentico crollo determinato sia dal concomitante rallentamento dell'economia globale (un aumento stimato del 3,4% annuo invece di un 3,7%) sia dallo scarso peso attribuito alle misure finora adottate dal governo in carica. 

    Renzi e Padoan speravano che una crescita globale forte avrebbe funzionato da traino per la nostra, offrendo un po' di respiro alle aziende nazionali. In particolare quelle che, esportando, sono ben posizionate sui mercati asiatici. Il Fondo monetario però non ha ancora visto la “novità” rappresentata da Renzi. D'accordo che non sono passati nemmeno sei mesi di esercizio ma i dati del debito pubblico sono lì a certificare che la famosa o famigerata “spending review”, la revisione della spesa, con la quale pure Monti e Letta si erano sciacquati la bocca, resta soltanto un termine senza alcuna conseguenza pratica. 

    Il debito pubblico continua infatti ad aumentare ed anche un profano di economia comprenderebbe che lo Stato centrale e le amministrazioni locali non sono più in grado di tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica. E nemmeno lo vogliono.

    Il “suggerimento” inoltrato dal Fmi a Renzi e Padoan di effettuare un prelievo forzoso del 10% sui conti correnti come primo passo per coprire in parte il debito pubblico, che è ormai al 135% del Pil, non rappresenta certo una novità. Non è la prima volta che l'organismo usuraio di Washington ne parla. È stato già fatto in Grecia perché non si dovrebbe fare in Italia? In tal modo, spiegano i tecnocrati di oltre Atlantico, si ridurrebbe il debito, i tassi di interessi calerebbero e le imprese avrebbero migliori condizioni di credito da parte delle banche e potrebbero investire e trainare la ripresa. 

    Una posizione che coincide con quella della Bce guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi. Una posizione che in realtà è totalmente falsa perché è sicuramente vero che da parecchi mesi i tassi di interesse “virtuali” (quelli che dovrebbero risentire dello 0,25% praticato dalla Bce) sono bassi. Ma è ugualmente vero che le banche italiane si guardano bene dal finanziare l'economia “reale”, quella delle piccole e medie imprese, preferendo finanziare i grandi gruppi, Fiat in testa, che non possono fallire. O in alternativa decidendo di comprare titoli di Stato che garantiscono entrate sicure e costanti e la restituzione del capitale. 

    Il Fmi queste cose si guarda bene dal ricordarle perché Christine Lagarde appartiene allo stesso mondo in cui è cresciuto Mario Draghi. I loro punti di riferimento sono infatti gli stessi e nessuno dei due si sognerebbe di mettere sotto accusa il fenomeno della finanziarizzazione dell'economia grazie al quale, negli ultimi anni, si è attuato un trasferimento di ricchezza reale dai cittadini e dalle imprese a tutto favore delle banche e dei fondi di investimento privati anglo-americani. Anzi, la Lagarde, allo stesso modo del capo della Bce, parla di una politica monetaria “accomodante”. Aggettivo che vuol dire, in buona sostanza, più soldi alle banche, considerate il perno dell'intera sistema economico. 

    Le stime al ribasso fornite dal Fmi sono la solita lista che a leggerla fa venire il mal di testa. Resta però la realtà di una Italia di fatto ferma perché manca completamente una politica economica degna di questo nome e perché sta ulteriormente calando la fiducia in un futuro che appare più nero dell'oggi. Anche la Spagna ci supera di molto nelle sue prospettive (un + 1,2% quest'anno) mentre la Germania, pur rallentando, realizzerà quasi un 2% in più. 

    Al di là delle chiacchiere, dovremmo correre, almeno così sperano, auspicano e ripetono, ma non riusciamo nemmeno a camminare.

    Irene Sabeni 
    giovedì
    lug242014

    Il momento è propizio, per radere al suolo "il lavoro"

    L'Europa economica, vedremo, adesso sarà costretta a muoversi sul serio. La Commissione europea e la Banca Centrale Europea, a questo punto, non possono più tardare dal mettere sul tavolo ciò che hanno in mente di tirare fuori dal cappello a cilindro: i dati provenienti dall'economia tedesca sono allarmanti, e hanno validità per ben oltre la sola Germania.

    Che essa non potesse continuare a crescere indisturbata, e a esportare e un "resto dell'Europa" e a un "resto del mondo" che non ha più denaro neanche per comperare i prodotti made in Germany era cosa che prima o poi anche i più scettici avrebbero dovuto ammettere. Che la battuta di arresto arrivi proprio nel momento in cui da più parti si continua a ripetere che dopo le varie cure dimagranti imposte ai tanti Paesi si fosse iniziato a prendere la strada della ripresa ha però l'effetto di un fulmine a ciel sereno.

    Dunque la Germania ristagna. Figuriamoci come sono messi "gli altri". Dell'Italia, nel particolare, è persino superfluo ormai quasi continuare a dire: i dati relativi al debito pubblico e al rapporto con il Pil sono eloquenti. E i vari annunci fatti in merito agli zero virgola di crescita ripetuti sempre in modo così presuntuoso sino a qualche mese addietro - per intenderci, in "zona insediamento Renzi" - stanno lasciando il posto alla più classica pletora di aggiornamenti in peggio. Sino al ridicolo 0,3% di questi ultimi giorni, che ovviamente sarà soggetto a ulteriori ritocchi (facile immaginare al ribasso) da qui alla fine dell'anno. Tutti gli errori sulle previsioni fatte negli ultimi cinque anni naturalmente non impediscono ai vari governi, e l'ultimo in carica non fa eccezione, di fare ulteriori previsioni roboanti per i 2015. Per l'anno prossimo, dunque, in cui è previsto un Pil di addirittura l’1,5%. In base a quale evento non è dato sapere. Per quanto riguarda questo, di anno, e soprattutto i mesi che abbiamo davanti, sarà invece il momento di vedere appunto "le carte" (metafora quanto mai azzeccata) attraverso le quali dai piani alti si penserà di poter far ripartire la situazione.

    Beninteso, non vi è alcuna correlazione diretta, come invece tentano da sempre di convincerci, tra lo stato dell'economia reale e i vari valori di spread dei Paesi: basti su tutti il valore di spread attuale dell'Italia, ben sotto i 200 punti, nel momento in cui dal lato dei conti pubblici il nostro Paese si trova in situazione ben peggiore di quanto non fosse invece al momento in cui lo spread veleggiava oltre i 500 punti con l'obiettivo, ormai praticamente dimostrato, di far cadere l'allora governo in carica onde permettere, attraverso il golpe Napolitano, l'insediamento di Mario Monti prima e di Enrico Letta poi sino a Renzi. Tutti personaggi, certamente i primi due in modo diretto ma anche il terzo in virtù della sua spendibilità alla causa, molto ben visti dagli ambienti della speculazione finanziaria internazionale. 

    L'Italia rasa al suolo dagli inviati del Bilderberg, ad ogni modo, non si è affatto ripresa. E siccome il "lavoro" necessario alla sua definitiva capitolazione sociale deve essere terminato, una nuova ondata di crisi, questa volta comprendente anche la Germania, servirà alla bisogna.

    All'orizzonte ci sono due cose sopra ogni altra. Da una parte le "misure non convenzionali" tanto e sempre sbandierate dalla BCE e ora in prossimità di essere sul serio rese pubbliche e adoperate. Dall'altra parte il denaro che Juncker ha promesso di stanziare a livello europeo. Questa pioggia di liquidità, però, non arriverà gratis, o quanto menò sarà di certo più costosa di quella messa in atto per anni dalla Federal Reserve per gli Stati Uniti. Ma se mentre per quanto attiene alla Banca Centrale Europea il tutto si risolverà facilmente a favore delle Banche così come è sempre avvenuto (e in ogni caso ne sviscereremo i dettagli non appena se ne saprà di più) per quanto riguarda i Paesi sottomessi alla Commissione Europea si tratterà di cedere su un punto fondamentale che sino a ora non è stato del tutto consegnato in mano ai padroni del vapore. Per ricevere il denaro si dovrà accettare la "riforma" delle "riforme", quella di cui si parla spesso senza entrare nei dettagli, quella applicata a macchia di leopardo in tanti luoghi d'Europa eppure mai imposta sul serio come invece "i padroni" auspicano.

    È il momento di farla passare, adesso. Proprio per mezzo della nuova ondata di crisi ormai piombata sul vecchio continente - che questo stop della Germania non è altro che lo squillo di tromba. Si tratta della riforma europea sul "mercato" del lavoro. 

    In Italia Renzi è l'uomo giusto per farla passare, quasi senza che gli italiani se ne accorgano. 

    E ovviamente in cambio dell'ennesima illusione, che questa volta non sarà solo opera del Presidente del Consiglio, ma verrà corroborata, appunto, anche dai piani alti d'Europa.

    Nello specifico del nostro Paese, la cosa prenderà le sembianze della flessibilità sui conti, ovvero della possibilità di sforare i parametri di rapporto tra deficit e Pil. L’Europa è costretta a rivedere tali parametri: praticamente nessun Paese potrà rispettarli, vista la situazione, e dunque per poter andare avanti dando la parvenza che tutto può continuare senza crollare del tutto, tali parametri saranno allargati. Ciò che sino a ieri era impossibile anche solo pronunciare ora verrà palesato come possibile, anzi, indispensabile.

    Naturalmente tale concessione non sarà indolore, ma verrà anzi messa in opera a patto che i Paesi svolgano alcuni compiti a casa molto precisi. Uno su tutti, come detto, il definitivo smantellamento delle tutele sul lavoro. Da noi la cosa offrirà il destro al governo per portare avanti lo scempio del Jobs Act promesso da Renzi a suo tempo. 

    In altre parole, pur di avere la concessione sulla revisione dei conti, cioè più margine, e più flessibilità sul rapporto deficit/Pil, l’Italia sarà costretta a varare l’unica riforma annunciata - o sarebbe meglio dire minacciata - dal governo in carica. Riforma venduta a tutti come indispensabile per far ripartire l’occupazione ma soprattutto vista con enorme favore da tutti gli attori internazionali della speculazione che pur di continuare a rastrellare sangue dalle vene dei cittadini coglieranno la palla al balzo per sprofondare nell’incertezza, nel lavoro sottopagato, non protetto né tutelato, milioni e milioni di persone.

    Il momento è adattissimo, adesso, per farla passare. Altrimenti l’Europa non ci concederà maggiore flessibilità e torneranno i fantasmi - ci diranno - della troika e del commissariamento…

    A meno di colpi d’orgoglio e di moti finalmente rivoluzionari, che non sono all’orizzonte, gli italiani accetteranno supini anche questo altro esproprio sulla propria pelle. 

    Valerio Lo Monaco
    giovedì
    lug172014

    Padoan, se questo è un Ministro…

    Quanto avvenuto stamane al Parlamento ha dell’inaudito. E (almeno) nel corso dei telegiornali di mezza giornata pare che nessuno lo abbia notato con la dovuta sottolineatura.

    Il Ministro del Tesoro, nel corso di una audizione ufficiale e nel pieno del merito del suo ambito preciso di competenza, di fronte alla sacrosanta domanda riguardo una possibile nuova manovra correttiva dei conti economici in Italia della quale si inizia a parlare con una certa insistenza, si è trincerato dietro un semplice - e semplicistico - «no comment»

    In altre parole non ha voluto rispondere a una domanda su un argomento di sua diretta competenza. Come fosse un cittadino qualsiasi al quale magari viene rivolta una domanda sulla propria sfera personale, Padoan ritiene di non dover commentare su un argomento che è invece non solo di dominio pubblico ma, ribadiamo, di sua diretta pertinenza. C’è di che basta per chiedere a forza le sue dimissioni immediate. Ministro del governo in carica, e in dipendenza diretta, di fatto, di ogni italiano, ha dunque rifiutato di svolgere la sua funzione, e non in un dibattito televisivo, non in una intervista rubata in mezzo alla strada, ma dentro a un luogo istituzionale.

    Beninteso, i motivi per il suo recalcitrare di fronte a un argomento del genere ci sono tutti: dichiarare oggi che è già allo studio una misura correttiva per tentare (vanamente) di riequilibrare i conti pubblici in ulteriore caduta libera sarebbe stato un fulmine a ciel sereno. Ove “ciel sereno” è ovviamente solo quello presente sulle teste degli ingenui che tale possibilità non reputano veramente probabile.

    Come sappiamo, tutti i dati - tutti - relativi allo stato dell’economia nel nostro Paese vanno nella direzione (che era facile prevedere) di un peggioramento costante e inesorabile. Il nostro debito pubblico aumenta senza sosta, il dato di inflazione scende ulteriormente e l’economia pertanto non riparte. Il che significa che spendiamo sempre di più di quanto incassiamo, che non c’è denaro in giro e dunque la gente compera sempre meno, e che la spirale deflazionistica in corso non può che spingere ulteriormente in basso le possibilità di invertire la rotta ai fini di una ripresa dell’occupazione e dunque dei consumi, operazione vista tuttora come panacea di tutti i mali.

    Padoan ha sì dovuto ammettere che «non ci sono bacchette magiche» per far ripartire l’economia, e dunque si è trattato di una ammissione di impotenza, ma non è entrato nel merito di alcuna strategia del governo per tentare di agire su una situazione disastrosa. L’unica cosa di un certo rilievo partorita dal Ministro è stata quella relativa alla norma degli 80 euro di Renzi che, ha ribadito, «diventerà permanente». Notare, per favore, l’utilizzo del tempo futuro nella dichiarazione: come a confermare che ancora non lo è, permanente, e che ci si adopererà per farla diventare tale. In futuro…

    Naturalmente nessuno, a parte gli “ingenui” di cui sopra, ha pensato che tale manovra sarebbe stata quella adatta a far iniziare un cambiamento della situazione in Italia. Come sappiamo si è trattato di una mossa in perfetto “stile Renzi” per disinnescare i rischi che potevano derivare dalle elezioni europee (con risultato peraltro ottenuto) ma nulla più: premiare, e con poco, chi un lavoro lo ha già senza incidere minimamente sulla possibilità di ripresa dell’occupazione poteva essere unicamente una boutade elettorale simile, nei fatti, a quelle utilizzate dai partiti della Prima Repubblica dove nel più classico dei voti di scambio venivano date agli elettori le sole scarpe destre con la promessa di consegnargli le sinistre una volta il risultato nelle urne fosse stato ottenuto. 

    Allo stesso modo, non sarà sfuggito ai più e speriamo almeno ai nostri lettori, con il medesimo “stile Renzi” è stato dato l’annuncio, giorni addietro, che i dati relativi alla cassa integrazione iniziavano a essere in calo. Vero, per la precisione numerica. Ma ciò che si è evitato di dire in tale circostanza è che la cosa sta avvenendo non perché c’è meno bisogno di cassa integrazione quanto perché essa è arrivata a scadenza. Una volta esaurita anche quella in deroga non c’è più spazio per ottenerla, e dunque per gli ex cassa integrati si aprono - e ne avremo contezza a breve - le porte della disoccupazione.

    È evidente, insomma, che le cose stiano continuando ad andare nel verso che era facile prevedere ed è certo, pertanto, che una “manovra correttiva” è alle porte. Di qui il silenzio intollerabile di Padoan.

    A livello generale, dunque, e come viatico per il mese di Agosto alle porte, l’Italia sta continuando a sprofondare ed è facile aspettarsi che non appena tornati a temperature climatiche più fresche, se non proprio durante il solleone estivo, arriverà sulla testa degli italiani la ciliegina indigesta della manovra. Per come la si vorrà chiamare, e per come Renzi e i suoi tenteranno di farla digerire, si tratterà in ogni caso di un ulteriore prelievo dalle tasche di ognuno di noi.

    A livello europeo il problema è allo studio da tempo: si sa bene, da quelle parti, che la situazione non sta affatto migliorando e che è necessario fare delle operazioni per non far crollare definitivamente il tutto entro tempi brevi. 

    Lo avevamo ipotizzato su queste pagine già circa due anni addietro: si farà di tutto per perpetuare l’illusione. I 300 miliardi promessi dal neo eletto Juncker alla Commissione Europea, per rilanciare l’economia, sono uno di questi tentativi allo studio, così come l’ennesimo aiuto alle Banche promesso da Draghi non più tardi di due settimane addietro.

    Lo scenario è chiaro: i governi locali non sono in grado, se non con giochi di prestigio di occultamento temporaneo, di operare inversioni di tendenza rispetto al declino inesorabile, e a livello superiore si corre ai ripari cercando di fare, anche in Europa, né più né meno di quanto fatto in Usa sino a ora, cioè tipologie di quantitative easing mascherati, per via di “misure non convenzionali”, che non tarderanno a rendersi manifeste. 

    La situazione è peggiore adesso rispetto anche a due anni addietro. E qualche “trucco” è ancora possibile. Vedremo che non tarderanno a propinarlo e che lo berremo tutto d’un fiato, perché oramai lo stato di annientamento delle coscienze critiche (almeno di noi italiani) è talmente basso dal non rilevare neanche l’assurdità di un “no comment” da parte di un Ministro del nostro Stato. 

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    giu042014

    Tasse per ridurre il disavanzo

    Dopo aver vinto le elezioni europee, il governo Renzi, secondo quanto chiede la Commissione europea, dovrà compiere “sforzi aggiuntivi”  per rispettare i vincoli del Patto di Stabilità e Crescita anche nel 2014. Soprattutto per dare il buon esempio visto che il secondo semestre europeo sarà presieduto proprio dall'Italia. Eppure sono mesi che l'ex sindaco spergiura che non ci saranno rialzi delle tasse mentre Padoan assicura che per evitarli basterà la crescita che si avrà quest'anno. 

    Più una speranza che altro, ed una speranza poco fondata considerate le stime dei vari organismi internazionali che prevedono una crescita ben sotto l'1%. Dalla Bce al Fmi fino all'Ocse, è tutto un pianto. Una crescita ridicola, che recupererà ben poco di quello che si è perso in questi anni rispetto al crollo dell'economia reale, alla chiusura di migliaia di imprese e all'impennata della disoccupazione. 

    L'Italia quindi dovrà fare la brava

    La Commissione europea uscente ha emesso il suo ultimo documento nel quale si osserva come il nostro Paese sia agli ultimi posti quanto a ripresa e potenzialità di ripresa e che gli siano stati concessi già fin troppi ampi margini di manovra. La nota della Commissione lascia il tempo che trova, perché un altro esecutivo comunitario sta per sostituirla ma si tratta pur sempre di paletti che sono stati fissati. La nuova Commissione si prevede che debba essere più “sociale”, anche per tenere conto del malumore espresso dagli elettori che hanno premiato le formazioni euro-scettiche, anti-europee ed anti-euro. Così, nella riunione di due giorni fa, il documento finale nato come rigido nel non concedere un altro anno all'Italia per raggiungere il pareggio di bilancio, quindi azzerare il disavanzo, ha finito per concedere quello che Renzi e Padoan chiedevano. Una proroga. Niente è stato però regalato. 

    Barroso e Rehn nei loro ultimi giorni a Bruxelles hanno voluto fare i difensori della stabilità. La stessa che in passato Paesi come la Germania e la Francia hanno allegramente violato, sforando il tetto del 3%. Ma si sa,  ci sono Paesi di serie A e quelli di serie B. Rimanendo nei canoni europei, per la serietà l'Italia viene collocata da tempo nella seconda categoria, per il suo peso in Europa nella prima. Ma se fallisce l'Italia salta tutta la baracca e con lei l'euro. Non siamo insomma la Grecia. Per questo ci è stato dato un anno aggiuntivo di tempo per fare quadrare il saldo tra uscite ed entrate. Come questo possa essere possibile senza nuove tasse è un mistero che Padoan e Renzi non hanno ancora spiegato. Peraltro le tasse sono già state aumentate. Lo dimostra la vicenda della Tasi, la nuova tassa su casa e immondizia che la Banca d'Italia ha previsto possa aumentare pure del 60%. Un fatto questo che il governo ha invece smentito. Una divaricazione del genere tra Palazzo Chigi e Via Nazionale non c'era stato nemmeno ai tempi di Berlusconi. 

    Al di là delle chiacchiere resta la realtà di una crisi che ha tagliato drasticamente le entrate fiscali e contributive. Meno entrate significa più debito e più disavanzo. I numeri sono quelli e non si possono cambiare. E i buchi di bilancio potranno essere tamponati soltanto con nuove tasse. Vedi la patrimoniale che Padoan, quando era all'Ocse, aveva più volte suggerito ai governi italiani di adottare. Finiti i tempi dell'ingegneria finanziaria applicata ai conti pubblici, con lo slittamento all'anno seguente di alcuni capitoli di spesa, resta la realtà di una macchina pubblica, a livello centrale e locale, che ha un disperato bisogno di risorse per sopravvivere e per pagare le proprie clientele e che alla fine cercherà di convincere i cittadini che una patrimoniale è fatta in funzione del loro bene. Il che sarebbe come dire che l'impiccato dovrebbe ringraziare il boia per quello che sta per fargli.

    Irene Sabeni
    giovedì
    mag082014

    La ripresa secondo Padoan

    La mano sinistra non sappia cosa fa la destra. La Commissione europea stila le sue previsioni economiche per il 2014 che vedono l'Italia confermare il suo declino e il ministro dell'Economia, Pier Carlo “Ocse” Padoan, si dice soddisfatto. «È la conferma – ha sostenuto – che le nostre misure sono giuste». Contento lui.

    Le stime di Bruxelles dicono infatti tutt'altro. Il debito pubblico toccherà a fine anno il 135,2% sul Prodotto interno lordo, con tanti saluti alla spending review, in italiano la revisione della spesa. Il Pil a sua volta crescerà dello 0,6% quest'anno e di un 1% nel 2015. Numeri modestissimi e che non permetteranno di recuperare quanto si è perso in questi ultimi sei anni (un -1,9% soltanto nel 2013) con il crollo dell'economia, la chiusura di migliaia di imprese e una disoccupazione che, secondo l'Istat, ha superato il 13%.

    La ripresa italiana è lenta, dicono i tecnocrati di Bruxelles. Lenta quindi nei confronti dei principali Paesi dell'Eurozona che, come la Germania, hanno dimostrato al contrario di essere ancora vivi e vegeti. La spesa delle famiglie torna a crescere, dicono da Bruxelles. Dove la Commissione europea veda questo aumento dei consumi è davvero un mistero a meno che Olli Rehn e i suoi tecnici-tecnocrati guardino al futuro e abbiano già tenuto conto del bonus di 80 euro promesso da Renzi, e soprattutto "annotata" la sua efficacia, tutta da dimostrare.

    Bruxelles vede in miglioramento anche l'erogazione di credito alle imprese da parte delle banche che negli ultimi anni è stato molto più che carente contribuendo alla recessione-depressione in corso. Un credito che in questo biennio dovrebbe tornare a farsi vedere.

    Ma qui siamo più alle speranze che alle previsioni basate su stime econometriche. A meno che, e questa è l'ipotesi più plausibile, la Commissione Ue non abbia sposato in pieno le chiacchiere delle banche italiane che hanno promesso che le cose cambieranno, e che torneranno a fare credito, dopo che il loro patrimonio si è rafforzato in seguito alla rivalutazione delle quote azionarie della Banca d'Italia detenute in portafoglio.

    L'inflazione, insiste poi Bruxelles, dovrebbe raggiungere un minimo storico (0,7%) nel 2014, per poi salire all'1,3% nel 2015, tenendo conto delle deboli pressioni sul costo del lavoro e del calo dei prezzi energetici. Una deflazione che le imprese vedono in realtà come il fumo negli occhi, non tanto per il fatto che essa è spesso l'anticamera della depressione quanto perché il calo dei prezzi avrebbe un effetto devastante sui ricavi che devono andare a coprire i costi fissi sostenuti in passato.

    Tranquilli, comunque: nel 2015 il debito pubblico scenderà al 133,9%.

    È invece scontro con l'Istat sul livello della disoccupazione che Bruxelles a fine dicembre fissa al 12,2% (contro il 13% dell'organismo italiano) e che nel 2014 salirà al 12,8% per scendere al 12,5% nel 2015. Gongolante, ma non si capisce bene perché, il "nostro" Padoan, ex dirigente del Fondo monetario internazionale. «Siamo in presenza di una crescita economica» - ha affermato - «sta migliorando la competitività delle imprese e ci sarà un aumento di investimenti e occupazione nel periodo di previsione». Quindi in futuro.

    Come si vede, siamo sempre al livello delle speranze e delle stime che si possono leggere e manovrare a piacimento. «Altri Paesi» – ha insistito il ministro - «hanno posizione di aggiustamento peggiore della nostra». Forse la Grecia? Dicevano i latini: beati quelli con un occhio solo in una terra di ciechi.


    Irene Sabeni
    lunedì
    apr142014

    Per l’Fmi il Def di Renzi va bene. Per noi un po’ meno

    Matteo Renzi vuole accelerare su tutto. Dalle riforme istituzionali a quella elettorale, fino agli interventi per rilanciare l'economia e la domanda interna. Se in Italia l'ex sindaco viene accusato di eccessivo decisionismo (insomma di craxismo) e di tendenze autoritarie, all'estero, al contrario, lo si sospetta di essere eccessivamente parolaio e di non fare i conti con un sistema ingessato, come quello italiano, che ha sempre fatto di tutto per bloccare il cambiamento. 

    Al nuovo governo è stato concesso il beneficio del dubbio e i primi giudizi sono sostanzialmente positivi, limitandosi a riferirsi alle dichiarazioni di facciata. Così il  Fondo Monetario Internazionale, dopo una prima sommaria analisi, ha giudicato con favore il Def (Documento di economia e finanza) del governo. Anche perché, come direbbe Razzi, il Fmi sostiene da tempo l'idea di abbassare le tasse attraverso il taglio della spesa. 

    Riferendosi al riequilibrio dei conti, e quindi al taglio del debito pubblico, un portavoce del Fmi ha auspicato che i tagli annunciati non rappresentino una tantum ma siano la regola dei prossimi anni. L'organismo usuraio di Washington giudica con favore che Renzi e il ministro dell'Economia, Padoan (ex dirigente dello stesso Fmi e dell'Ocse) abbiano posto l'accento sulla necessità delle “riforme” che sono funzionali a sostenere una crescita economica che in Italia è ancora troppo bassa rispetto alla media europea. Ma poi, il Fmi chiede che alle parole seguano i fatti. E tanto per dimostrare quale sia la riforma più impellente, si cita quella del mercato del lavoro che deve essere “liberalizzato”. Termine che, come ben sappiamo, significa la più totale deregolamentazione; la diffusione della flessibilità e del precariato, con la più ampia libertà di licenziamento da parte delle imprese; la fine dei contratti nazionali di categoria e la loro sostituzione con contratti aziendali nei quali le buste paga registreranno l'incidenza crescente degli straordinari e dei premi di produzione. Con lo stakanovismo innalzato a regola di vita. 

    Il Fmi, come tanti gruppi similari, sostenitori del mercato unico globale, non prova alcuna remora a sostenere che le regole che valgono in Cina debbano valere anche in Italia. E pazienza se in Cina lo schiavismo in molte aziende è la regola sulla quale vigilano le milizie del partito comunista. Un capitalismo di Stato feroce e disumano ma che evidentemente piace ai tecnocrati del Fmi, dei quali molti vengono dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una peculiarità che non gli ha impedito di sposare la filosofia del Fmi che è la stessa di altre strutture similari come la Banca Mondiale e l'Ocse. Una filosofia che vede nella finanza l'elemento centrale dell'economia. Tanto che il Fmi è arrivato a giudicare con favore, non avevamo dubbi in proposito, l'annuncio della Banca centrale europea (guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi) di essere pronta ad immettere altra liquidità (si parla di mille miliardi di euro) nel sistema finanziario (quindi alle banche) per fare ripartire l'economia dell'Eurozona. Una soluzione che il Fmi giustifica lamentando il differenziale (gap) tra le potenzialità dell'economia europea e la sua crescita effettiva. Una soluzione che, è appena il caso di dirlo, non servirà allo scopo dichiarato perché, come successo per i mille miliardi precedenti prestati dalla Bce alle banche europee (novembre 2011-marzo 2012), essi non finiranno alle imprese e ai cittadini, ma serviranno alle banche stesse per coprire i debiti effetto delle proprie speculazioni. 

    Questo scenario futuro è ben chiaro anche ai politici italiani ma nessuno di loro, specie i neo convertiti al Libero Mercato, sembra preoccuparsene troppo. Non è il caso per costoro lamentare la stretta creditizia o criticare l'intoccabile Mario Draghi. Quello che dicono il Fmi e la Bce deve essere infatti preso come vangelo. E se ci chiedono di ridurre il lavoro a merce, bah, cosa volete che sia. È la tendenza in atto in buona parte del mondo. Ed anche l'Italia dovrà adeguarsi.

    Irene Sabeni
    martedì
    apr082014

    Quelle misure "non convenzionali", che non servono a nulla

    Delle “misure non convenzionali” che la Banca Centrale Europea sarebbe in procinto di mettere sul tavolo si inizia ora a parlare seriamente anche sui media di massa. Su questo giornale, e in pochissimi altri posti, se ne parla da oltre un anno. Non per mere capacità esoterico-anticipatorie, ma semplicemente per un uso della ragione scevro da altri condizionamenti legati alla propaganda di sistema cui si è abituati altrove.

    Intanto registriamo che il pericolo deflazione non era solamente un maglio agitato dai “complottisti” della rete, ma una realtà già presente in Europa da mesi e mesi, malgrado il termine non sia mai stato pronunciato da Mario Draghi e dai suoi sgherri e sia stato ostentatamente proposto quello, meno allarmante, di crescita negativa oppure, ancora più soft, quello di “bassa crescita”. Fandonie: l’Europa è in deflazione molto più che quanto gli stessi indicatori e le previsioni lascino intendere. Tanto che, appunto, la BCE sta cercando di correre ai ripari con metodi non ortodossi, cioè diametralmente opposti a quelli del mantra del libero mercato. Come dire: il libero mercato si regola da sé, e se anche non ce la fa, non è che lo si metta in discussione, ma semplicemente ne si cambiano le regole alla bisogna.

    In secondo luogo dobbiamo registrare l’ennesima dimostrazione eloquente del fatto che il valore di spread non c’entri nulla con i “fondamentali” economici dei vari Paesi, ma sia determinato e guidato da altre dinamiche, tutte interne e collegate a quelle della speculazione finanziaria: è bastato il solo accenno da parte di Draghi a queste misure “non convenzionali” per far scendere ulteriormente il nostro spread malgrado la situazione reale dell’Italia sia considerevolmente peggiore rispetto a quando il nostro scarto con i Bund tedeschi veleggiava attorno a quota 500. Allora il motivo risiedeva nella strategia di voler sostituire Berlusconi con uno qualunque degli uomini necessari a far digerire all’Italia tutto quanto è venuto dopo. Napolitano si prestò all’operazione e poi avemmo Monti, quindi Letta e adesso Renzi. Tutti nello stesso solco, tutti con il medesimo obiettivo, con una differenza enorme per quanto riguarda l’ultimo del terzetto: grazie alla deficienza (letteralmente, incapacità di capire la situazione) del popolo italiano, Renzi sarà l’uomo con tutte le carte in regola per far passare - tra un sorriso, una battuta, e una sciocchezza - ciò che l’austero Monti e il mellifluo Letta non sarebbero riusciti a fare. 

    Lo spread basso di questi giorni, la claque ricevuta durante il tour in Europa, le parole di Mario Draghi sono un balsamo per ciò che il Presidente del Consiglio si appresta a fare. Dopo le elezioni europee, cioè a risultato elettorale acquisito, naturalmente.

    Lo schema, a livello interno, è semplicissimo: tanta carota (di plastica) sino alle elezioni di maggio, e poi la scure, inevitabile, quando gli italiani avranno già energie e attenzione bruciate dal caldo di luglio. 

    Tornando all’Europa, le parole di Draghi e le prossime misure che pare verranno messe in campo - e ovviamente ne potremo parlare con maggiore cognizione quando esse saranno rese note - denotano un quadro di riferimento molto chiaro: la situazione economica non cambia perché semplicemente, dati i presupposti e date le “cure” imposte dal 2009 in poi, “non può” cambiare. È, in modo elementare, impossibile che cambi. E dunque si devono prendere altre misure. Dove le parole “non convenzionali” devono essere lette con il termine “illusione”. Della serie: non si cresce perché non si può crescere, stanti così le cose, e dunque si passa alla chimica, al sintetico, al falso. Cioè creazione di moneta dal nulla e sua immissione nelle vene dove scorre un sangue anemico. Poi si vedrà. 

    C’è la questione Germania, da sempre contraria a un intervento della BCE per cercare di riequilibrare una situazione che pure i tedeschi hanno contribuito a creare e dalla quale hanno avuto solo da guadagnare, sino a ora. Il motivo è chiaro: ove intervenissero fattori esterni “non convenzionali” ad alterare l’ambiente di coltura delle fortune tedesche, la Germania vedrebbe arretrare la sua posizione dominante. E dunque vi si oppone.

    È nostra impressione, però, che al momento, oltre alle dichiarazioni di facciata provenienti da Berlino, sulla falsariga di quelle che arrivano da anni per porre qualunque veto a operazioni di aiuto degli altri Paesi sui quali di fatto la Germania specula, al Bundestag si siano ormai convinti che a livello europeo la situazione è davvero insostenibile e senza via di uscita. Con in più il campanello d’allarme dei partiti e dei movimenti euroscettici che malgrado il fuoco incrociato di tutti i media di regime, in ogni Stato, si stanno facendo comunque strada, a forza di intercettare e dare voce al malcontento e alla disperazione dei popoli, con prospettive elettorali (quelle delle elezioni di maggio) che iniziano sul serio a essere rischiose. Per loro, naturalmente. A nostro avviso anche la Germania inizia a capire che delle operazioni di “alleggerimento”, da parte dell’Europa nei confronti soprattutto dei Paesi in forte crisi, siano ormai inevitabili. E siano anzi anche utili, per tenere in piedi delle economie che altrimenti non sarebbero comunque in grado di sostenere neanche le esportazioni tedesche.

    In altre parole, la Germania deve piegarsi a soluzioni di questo tipo per i suoi stessi interessi, almeno per il momento. Ecco il motivo per il quale non si sta oggi opponendo alle parole di Draghi così duramente come fatto sino a qualche mese addietro. 

    In senso parziale ciò che ci aspetta è dunque una serie di norme in grado di alleggerire gli effetti negativi e perversi del crollo del sistema che stiamo vivendo. Né più né meno che come sta avvenendo per gli Stati Uniti, tecnicamente falliti da decenni, ma ancora in piedi grazie all’illusione finanziaria messa in campo dalla Federal Reserve. Dal punto di vista pratico, l’intervento di una sorta di Quantitative Easing alla europea servirà dunque a tamponare due fenomeni sopra ogni altro. Lo sprofondare della deflazione e l’aumento vertiginoso della disoccupazione. Non ci vorrà moltissimo per vedere un rallentamento di questi due effetti ormai in servizio permanente in Europa. 

    È una buona cosa? Parzialmente, sì. Dal punto di vista tecnico, fermare almeno un po’ l’incancrenirsi di deflazione e disoccupazione non può che rallentare la discesa nel baratro che stiamo vivendo, e ciò si ripercuoterà, ma solo in parte, anche nell’economia reale, cioè su tutti noi. Ma non è ovviamente il caso di tirare sospiri di sollievo o addirittura di festeggiare come invece si apprestano a fare in molti e hanno iniziato già a fare “i mercati” al solo annuncio di Draghi.

    I motivi sono presto detti. Il primo è di carattere generale, il secondo è molto più tecnico.

    Per quanto attiene al primo punto basti l’elementare considerazione in merito al perché la BCE sia in procinto di fare una operazione del genere: nessun meccanismo, tra quelli evidenziati dallo scoppio della crisi finanziaria, è stato corretto, variato, o cancellato. Tutto è rimasto come prima, la speculazione ha continuato ad andare avanti per la sua strada e soprattutto nessun elemento fallimentare di questa gestione dell’economia mondiale è stato messo in discussione. I punti cardine che più volte ci hanno fatto definire il nostro modello di sviluppo non sostenibile (né dal punto di vista economico né da quello climatico né da quello sociale) sono stati esaminati e giudicati per quello che sono: un processo e un metodo sbagliati che non possono che far avvitare la situazione su se stessa, peggiorandola. Tanto che oggi, appunto, si ricorre alla droga per tenere in vita un malato moribondo.

    Per ciò che riguarda il secondo punto può bastare osservare gli effetti che un tale sistema ha portato dove è già stato applicato, in modo particolare negli Usa: la disoccupazione non ha continuato a salire, o è addirittura scesa, almeno secondo le statistiche, grazie al fatto che i cittadini hanno iniziato ad accettare impieghi che tutto sono fuorché “un posto di lavoro”, come i mini jobs, oppure incarichi a tempo parziale, sottopagati, e non in grado di far sostenere a chi li pratica una vita decorosa, tanto che questi pseudo-lavoratori (occupati a tutti gli effetti, per gli studi di statistica locali), pur “lavorando”, sono costretti a ricorrere a tante strutture di sussistenza. È il nuovo soggetto di lavoratore povero, non certo un bel risultato. Dal punto di vista della valuta, il Dollaro ha continuato a “reggere” sia per il sostegno avuto dall’intervento monstre della Fed sia per il contestuale attacco all’Europa che sino a ora, non operando allo stesso modo degli Usa, non ha potuto che soccombere a una economia che invece è stata del tutto supportata artificiosamente. Dal punto di vista più meramente finanziario e macro economico, infine, il Quantitative Easing della Fed, pompando denaro nel sistema, ha portato con sé una caratteristica fondamentale e un (primo, ma altri verranno) effetto collaterale. La caratteristica è quella di veder dirigere tale denaro non direttamente all’economia reale, ma sempre verso quei soggetti che tale denaro hanno usato e continuano a usare per operare sui mercati finanziari con i giochi di prestigio tipici della speculazione. L’effetto collaterale è stato quello di mettere in crisi tutte le altre economie deboli e debolissime che, legate a vario titolo al Dollaro, o comunque non del tutto indifferenti alla bizze di questa valuta impazzita, ne stanno pagando le conseguenze (ad esempio il caso Argentina).

    Una rapida sintesi in merito alla efficacia delle operazioni di Quantitative Easing è dunque in quello che abbiamo appena detto: un sistema disperato, che non funziona come dovrebbe e che pone le basi per ulteriori e più grandi disequilibri macroeconomici e dunque che è in grado di far montare e innescare una ennesima nuova bolla.

    Ecco, l’Europa ha “scelto” di affidarsi allo stesso protocollo. Dopo anni di ritardi, si attacca alla droga, che peraltro sappiamo già che non risolve il problema.

    Valerio Lo Monaco
    lunedì
    apr072014

    I conti della Bce e quelli dell'Ocse. E noi a subire il tutto

    La Banca centrale europea di Mario Draghi ci ha abituato da tempo alla solita sceneggiata. Nonostante i nostri “sforzi”, ci spiegano da Francoforte, l'economia europea non cresce come dovrebbe crescere. Dove gli “sforzi” in questione sono rappresentati dalla enorme liquidità buttata nel sistema finanziario, ossia nelle tasche dei banchieri, ad esempio attraverso il sistema del Long Term Refinancing Operation messo in atto a suo tempo. 

    Aiuti che non sono stati usati per finanziare le imprese ma soltanto per salvare le banche che, sulla scia di quelle anglofone, avevano preso a giocare con i derivati ed altri titoli similari con il risultato di trovarsi a pezzi sia dal punto di vista finanziario che patrimoniale. Ma, a fronte di una economia che stenta a riprendersi e del pericolo concreto di un fenomeno come la deflazione che ne è la conseguenza, Draghi non intende cambiare approccio. 

    In marzo l'inflazione annua ha toccato lo 0,5% nell'Eurozona e la Bce, grazie anche ai propri interventi, spera che nel 2016 tocchi il 2% che è considerato un livello fisiologico e tale da sostenere una accettabile crescita economica. Più liquidità nel sistema, diceva Keynes e non solo lui, comporta un aumento del livello dei prezzi. Draghi ha annunciato ancora una volta, lo sta facendo da mesi, che la Bce è pronta a misure “non convenzionali” come l'acquisto di titoli pubblici. Avendo lasciato allo 0,25% il tasso di riferimento, le altre opzioni si concretizzeranno in una altra immissione di liquidità nel sistema da cui avrà benefici soltanto il sistema finanziario. 

    Per un Draghi cresciuto alla scuola della Goldman Sachs questa attenzione verso le banche fa parte del suo Dna. Poi, giusto per fare vedere che si preoccupa anche dell'economia “reale”, il presidente della Bce ha messo sotto accusa gli scarsi risultati raggiunti dall'Italia, come da altri Paesi, sulla via della riduzione del debito pubblico. E a seguire, ha lamentato l'aumento della disoccupazione che un Paese come l'Italia non riesce a contrastare con una seria riforma del mercato del lavoro. 

    Stiamo tenendo sotto controllo la situazione, ha insistito, ma i Paesi membri dell'Eurozona devono realizzare le riforme “strutturali”. Le banche, sarebbe il caso di rispondergli, dovrebbero a loro volta tornare finalmente a fare credito alle piccole e medie imprese. Un monito che l'ex Goldman Sachs si è ben guardato dal lanciare perché la responsabilità dell'attuale crisi è in buona parte sua considerato che non aveva vincolato al finanziamento dell'economia “reale” tutti i soldi (mille miliardi di euro) versati alle banche europee tra il novembre 2011 e il marzo 2012. Soldi di fatto regalati, in quanto scontavano un tasso di appena l'1% annuo. 

    A bloccare la ripresa in Italia è infatti la stretta creditizia che sta strozzando le famiglie e le piccole e medie imprese che rappresentano la struttura portante del nostro sistema industriale. Se Draghi si diverte nel ricordare a Renzi e Padoan che devono tagliare il debito pubblico all'interno del Patto di Stabilità (portarlo entro 20 anni al 60% sul Pil) e azzerare il disavanzo in tre anni, dall'Ocse è arrivato un avvertimento all'Italia che è gravido di conseguenze spiacevoli. Dicono i tecnocrati di Parigi che da qui al 2023 ci vorrebbe un avanzo primario annuo medio del 5%. Se si tiene conto che quello del 2012, grazie ad una barca di tasse, è stato appena del 2,2%, ne consegue secondo l'Ocse che quel traguardo è impossibile da raggiungere con l'attuale politica economica. 

    Il ministro Padoan, che dell'Ocse è stato capo economista, potrà così proporre la misura che da tecnico suggeriva all'Italia. Quella di una tassa patrimoniale straordinaria con la quale tamponare i buchi dei conti pubblici. Una misura che verrebbe giustificata con il permanere di una bassa crescita economica che taglia le entrate fiscali e contributive. Ma che finirebbe per ammazzare il malato. Cioè noi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    apr032014

    La ripresa... della disoccupazione

    La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

    Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%).

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    giovedì
    mar272014

    Visco: "La centralità dell'economia reale". Almeno a parole...

    mercoledì
    feb262014

    Il debito degli altri

    venerdì
    feb212014

    La Germania chiede a Renzi la patrimoniale

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