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    Entries in crisi (929)

    lunedì
    apr142014

    Per l’Fmi il Def di Renzi va bene. Per noi un po’ meno

    Matteo Renzi vuole accelerare su tutto. Dalle riforme istituzionali a quella elettorale, fino agli interventi per rilanciare l'economia e la domanda interna. Se in Italia l'ex sindaco viene accusato di eccessivo decisionismo (insomma di craxismo) e di tendenze autoritarie, all'estero, al contrario, lo si sospetta di essere eccessivamente parolaio e di non fare i conti con un sistema ingessato, come quello italiano, che ha sempre fatto di tutto per bloccare il cambiamento. 

    Al nuovo governo è stato concesso il beneficio del dubbio e i primi giudizi sono sostanzialmente positivi, limitandosi a riferirsi alle dichiarazioni di facciata. Così il  Fondo Monetario Internazionale, dopo una prima sommaria analisi, ha giudicato con favore il Def (Documento di economia e finanza) del governo. Anche perché, come direbbe Razzi, il Fmi sostiene da tempo l'idea di abbassare le tasse attraverso il taglio della spesa. 

    Riferendosi al riequilibrio dei conti, e quindi al taglio del debito pubblico, un portavoce del Fmi ha auspicato che i tagli annunciati non rappresentino una tantum ma siano la regola dei prossimi anni. L'organismo usuraio di Washington giudica con favore che Renzi e il ministro dell'Economia, Padoan (ex dirigente dello stesso Fmi e dell'Ocse) abbiano posto l'accento sulla necessità delle “riforme” che sono funzionali a sostenere una crescita economica che in Italia è ancora troppo bassa rispetto alla media europea. Ma poi, il Fmi chiede che alle parole seguano i fatti. E tanto per dimostrare quale sia la riforma più impellente, si cita quella del mercato del lavoro che deve essere “liberalizzato”. Termine che, come ben sappiamo, significa la più totale deregolamentazione; la diffusione della flessibilità e del precariato, con la più ampia libertà di licenziamento da parte delle imprese; la fine dei contratti nazionali di categoria e la loro sostituzione con contratti aziendali nei quali le buste paga registreranno l'incidenza crescente degli straordinari e dei premi di produzione. Con lo stakanovismo innalzato a regola di vita. 

    Il Fmi, come tanti gruppi similari, sostenitori del mercato unico globale, non prova alcuna remora a sostenere che le regole che valgono in Cina debbano valere anche in Italia. E pazienza se in Cina lo schiavismo in molte aziende è la regola sulla quale vigilano le milizie del partito comunista. Un capitalismo di Stato feroce e disumano ma che evidentemente piace ai tecnocrati del Fmi, dei quali molti vengono dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una peculiarità che non gli ha impedito di sposare la filosofia del Fmi che è la stessa di altre strutture similari come la Banca Mondiale e l'Ocse. Una filosofia che vede nella finanza l'elemento centrale dell'economia. Tanto che il Fmi è arrivato a giudicare con favore, non avevamo dubbi in proposito, l'annuncio della Banca centrale europea (guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi) di essere pronta ad immettere altra liquidità (si parla di mille miliardi di euro) nel sistema finanziario (quindi alle banche) per fare ripartire l'economia dell'Eurozona. Una soluzione che il Fmi giustifica lamentando il differenziale (gap) tra le potenzialità dell'economia europea e la sua crescita effettiva. Una soluzione che, è appena il caso di dirlo, non servirà allo scopo dichiarato perché, come successo per i mille miliardi precedenti prestati dalla Bce alle banche europee (novembre 2011-marzo 2012), essi non finiranno alle imprese e ai cittadini, ma serviranno alle banche stesse per coprire i debiti effetto delle proprie speculazioni. 

    Questo scenario futuro è ben chiaro anche ai politici italiani ma nessuno di loro, specie i neo convertiti al Libero Mercato, sembra preoccuparsene troppo. Non è il caso per costoro lamentare la stretta creditizia o criticare l'intoccabile Mario Draghi. Quello che dicono il Fmi e la Bce deve essere infatti preso come vangelo. E se ci chiedono di ridurre il lavoro a merce, bah, cosa volete che sia. È la tendenza in atto in buona parte del mondo. Ed anche l'Italia dovrà adeguarsi.

    Irene Sabeni
    martedì
    apr082014

    Quelle misure "non convenzionali", che non servono a nulla

    Delle “misure non convenzionali” che la Banca Centrale Europea sarebbe in procinto di mettere sul tavolo si inizia ora a parlare seriamente anche sui media di massa. Su questo giornale, e in pochissimi altri posti, se ne parla da oltre un anno. Non per mere capacità esoterico-anticipatorie, ma semplicemente per un uso della ragione scevro da altri condizionamenti legati alla propaganda di sistema cui si è abituati altrove.

    Intanto registriamo che il pericolo deflazione non era solamente un maglio agitato dai “complottisti” della rete, ma una realtà già presente in Europa da mesi e mesi, malgrado il termine non sia mai stato pronunciato da Mario Draghi e dai suoi sgherri e sia stato ostentatamente proposto quello, meno allarmante, di crescita negativa oppure, ancora più soft, quello di “bassa crescita”. Fandonie: l’Europa è in deflazione molto più che quanto gli stessi indicatori e le previsioni lascino intendere. Tanto che, appunto, la BCE sta cercando di correre ai ripari con metodi non ortodossi, cioè diametralmente opposti a quelli del mantra del libero mercato. Come dire: il libero mercato si regola da sé, e se anche non ce la fa, non è che lo si metta in discussione, ma semplicemente ne si cambiano le regole alla bisogna.

    In secondo luogo dobbiamo registrare l’ennesima dimostrazione eloquente del fatto che il valore di spread non c’entri nulla con i “fondamentali” economici dei vari Paesi, ma sia determinato e guidato da altre dinamiche, tutte interne e collegate a quelle della speculazione finanziaria: è bastato il solo accenno da parte di Draghi a queste misure “non convenzionali” per far scendere ulteriormente il nostro spread malgrado la situazione reale dell’Italia sia considerevolmente peggiore rispetto a quando il nostro scarto con i Bund tedeschi veleggiava attorno a quota 500. Allora il motivo risiedeva nella strategia di voler sostituire Berlusconi con uno qualunque degli uomini necessari a far digerire all’Italia tutto quanto è venuto dopo. Napolitano si prestò all’operazione e poi avemmo Monti, quindi Letta e adesso Renzi. Tutti nello stesso solco, tutti con il medesimo obiettivo, con una differenza enorme per quanto riguarda l’ultimo del terzetto: grazie alla deficienza (letteralmente, incapacità di capire la situazione) del popolo italiano, Renzi sarà l’uomo con tutte le carte in regola per far passare - tra un sorriso, una battuta, e una sciocchezza - ciò che l’austero Monti e il mellifluo Letta non sarebbero riusciti a fare. 

    Lo spread basso di questi giorni, la claque ricevuta durante il tour in Europa, le parole di Mario Draghi sono un balsamo per ciò che il Presidente del Consiglio si appresta a fare. Dopo le elezioni europee, cioè a risultato elettorale acquisito, naturalmente.

    Lo schema, a livello interno, è semplicissimo: tanta carota (di plastica) sino alle elezioni di maggio, e poi la scure, inevitabile, quando gli italiani avranno già energie e attenzione bruciate dal caldo di luglio. 

    Tornando all’Europa, le parole di Draghi e le prossime misure che pare verranno messe in campo - e ovviamente ne potremo parlare con maggiore cognizione quando esse saranno rese note - denotano un quadro di riferimento molto chiaro: la situazione economica non cambia perché semplicemente, dati i presupposti e date le “cure” imposte dal 2009 in poi, “non può” cambiare. È, in modo elementare, impossibile che cambi. E dunque si devono prendere altre misure. Dove le parole “non convenzionali” devono essere lette con il termine “illusione”. Della serie: non si cresce perché non si può crescere, stanti così le cose, e dunque si passa alla chimica, al sintetico, al falso. Cioè creazione di moneta dal nulla e sua immissione nelle vene dove scorre un sangue anemico. Poi si vedrà. 

    C’è la questione Germania, da sempre contraria a un intervento della BCE per cercare di riequilibrare una situazione che pure i tedeschi hanno contribuito a creare e dalla quale hanno avuto solo da guadagnare, sino a ora. Il motivo è chiaro: ove intervenissero fattori esterni “non convenzionali” ad alterare l’ambiente di coltura delle fortune tedesche, la Germania vedrebbe arretrare la sua posizione dominante. E dunque vi si oppone.

    È nostra impressione, però, che al momento, oltre alle dichiarazioni di facciata provenienti da Berlino, sulla falsariga di quelle che arrivano da anni per porre qualunque veto a operazioni di aiuto degli altri Paesi sui quali di fatto la Germania specula, al Bundestag si siano ormai convinti che a livello europeo la situazione è davvero insostenibile e senza via di uscita. Con in più il campanello d’allarme dei partiti e dei movimenti euroscettici che malgrado il fuoco incrociato di tutti i media di regime, in ogni Stato, si stanno facendo comunque strada, a forza di intercettare e dare voce al malcontento e alla disperazione dei popoli, con prospettive elettorali (quelle delle elezioni di maggio) che iniziano sul serio a essere rischiose. Per loro, naturalmente. A nostro avviso anche la Germania inizia a capire che delle operazioni di “alleggerimento”, da parte dell’Europa nei confronti soprattutto dei Paesi in forte crisi, siano ormai inevitabili. E siano anzi anche utili, per tenere in piedi delle economie che altrimenti non sarebbero comunque in grado di sostenere neanche le esportazioni tedesche.

    In altre parole, la Germania deve piegarsi a soluzioni di questo tipo per i suoi stessi interessi, almeno per il momento. Ecco il motivo per il quale non si sta oggi opponendo alle parole di Draghi così duramente come fatto sino a qualche mese addietro. 

    In senso parziale ciò che ci aspetta è dunque una serie di norme in grado di alleggerire gli effetti negativi e perversi del crollo del sistema che stiamo vivendo. Né più né meno che come sta avvenendo per gli Stati Uniti, tecnicamente falliti da decenni, ma ancora in piedi grazie all’illusione finanziaria messa in campo dalla Federal Reserve. Dal punto di vista pratico, l’intervento di una sorta di Quantitative Easing alla europea servirà dunque a tamponare due fenomeni sopra ogni altro. Lo sprofondare della deflazione e l’aumento vertiginoso della disoccupazione. Non ci vorrà moltissimo per vedere un rallentamento di questi due effetti ormai in servizio permanente in Europa. 

    È una buona cosa? Parzialmente, sì. Dal punto di vista tecnico, fermare almeno un po’ l’incancrenirsi di deflazione e disoccupazione non può che rallentare la discesa nel baratro che stiamo vivendo, e ciò si ripercuoterà, ma solo in parte, anche nell’economia reale, cioè su tutti noi. Ma non è ovviamente il caso di tirare sospiri di sollievo o addirittura di festeggiare come invece si apprestano a fare in molti e hanno iniziato già a fare “i mercati” al solo annuncio di Draghi.

    I motivi sono presto detti. Il primo è di carattere generale, il secondo è molto più tecnico.

    Per quanto attiene al primo punto basti l’elementare considerazione in merito al perché la BCE sia in procinto di fare una operazione del genere: nessun meccanismo, tra quelli evidenziati dallo scoppio della crisi finanziaria, è stato corretto, variato, o cancellato. Tutto è rimasto come prima, la speculazione ha continuato ad andare avanti per la sua strada e soprattutto nessun elemento fallimentare di questa gestione dell’economia mondiale è stato messo in discussione. I punti cardine che più volte ci hanno fatto definire il nostro modello di sviluppo non sostenibile (né dal punto di vista economico né da quello climatico né da quello sociale) sono stati esaminati e giudicati per quello che sono: un processo e un metodo sbagliati che non possono che far avvitare la situazione su se stessa, peggiorandola. Tanto che oggi, appunto, si ricorre alla droga per tenere in vita un malato moribondo.

    Per ciò che riguarda il secondo punto può bastare osservare gli effetti che un tale sistema ha portato dove è già stato applicato, in modo particolare negli Usa: la disoccupazione non ha continuato a salire, o è addirittura scesa, almeno secondo le statistiche, grazie al fatto che i cittadini hanno iniziato ad accettare impieghi che tutto sono fuorché “un posto di lavoro”, come i mini jobs, oppure incarichi a tempo parziale, sottopagati, e non in grado di far sostenere a chi li pratica una vita decorosa, tanto che questi pseudo-lavoratori (occupati a tutti gli effetti, per gli studi di statistica locali), pur “lavorando”, sono costretti a ricorrere a tante strutture di sussistenza. È il nuovo soggetto di lavoratore povero, non certo un bel risultato. Dal punto di vista della valuta, il Dollaro ha continuato a “reggere” sia per il sostegno avuto dall’intervento monstre della Fed sia per il contestuale attacco all’Europa che sino a ora, non operando allo stesso modo degli Usa, non ha potuto che soccombere a una economia che invece è stata del tutto supportata artificiosamente. Dal punto di vista più meramente finanziario e macro economico, infine, il Quantitative Easing della Fed, pompando denaro nel sistema, ha portato con sé una caratteristica fondamentale e un (primo, ma altri verranno) effetto collaterale. La caratteristica è quella di veder dirigere tale denaro non direttamente all’economia reale, ma sempre verso quei soggetti che tale denaro hanno usato e continuano a usare per operare sui mercati finanziari con i giochi di prestigio tipici della speculazione. L’effetto collaterale è stato quello di mettere in crisi tutte le altre economie deboli e debolissime che, legate a vario titolo al Dollaro, o comunque non del tutto indifferenti alla bizze di questa valuta impazzita, ne stanno pagando le conseguenze (ad esempio il caso Argentina).

    Una rapida sintesi in merito alla efficacia delle operazioni di Quantitative Easing è dunque in quello che abbiamo appena detto: un sistema disperato, che non funziona come dovrebbe e che pone le basi per ulteriori e più grandi disequilibri macroeconomici e dunque che è in grado di far montare e innescare una ennesima nuova bolla.

    Ecco, l’Europa ha “scelto” di affidarsi allo stesso protocollo. Dopo anni di ritardi, si attacca alla droga, che peraltro sappiamo già che non risolve il problema.

    Valerio Lo Monaco
    lunedì
    apr072014

    I conti della Bce e quelli dell'Ocse. E noi a subire il tutto

    La Banca centrale europea di Mario Draghi ci ha abituato da tempo alla solita sceneggiata. Nonostante i nostri “sforzi”, ci spiegano da Francoforte, l'economia europea non cresce come dovrebbe crescere. Dove gli “sforzi” in questione sono rappresentati dalla enorme liquidità buttata nel sistema finanziario, ossia nelle tasche dei banchieri, ad esempio attraverso il sistema del Long Term Refinancing Operation messo in atto a suo tempo. 

    Aiuti che non sono stati usati per finanziare le imprese ma soltanto per salvare le banche che, sulla scia di quelle anglofone, avevano preso a giocare con i derivati ed altri titoli similari con il risultato di trovarsi a pezzi sia dal punto di vista finanziario che patrimoniale. Ma, a fronte di una economia che stenta a riprendersi e del pericolo concreto di un fenomeno come la deflazione che ne è la conseguenza, Draghi non intende cambiare approccio. 

    In marzo l'inflazione annua ha toccato lo 0,5% nell'Eurozona e la Bce, grazie anche ai propri interventi, spera che nel 2016 tocchi il 2% che è considerato un livello fisiologico e tale da sostenere una accettabile crescita economica. Più liquidità nel sistema, diceva Keynes e non solo lui, comporta un aumento del livello dei prezzi. Draghi ha annunciato ancora una volta, lo sta facendo da mesi, che la Bce è pronta a misure “non convenzionali” come l'acquisto di titoli pubblici. Avendo lasciato allo 0,25% il tasso di riferimento, le altre opzioni si concretizzeranno in una altra immissione di liquidità nel sistema da cui avrà benefici soltanto il sistema finanziario. 

    Per un Draghi cresciuto alla scuola della Goldman Sachs questa attenzione verso le banche fa parte del suo Dna. Poi, giusto per fare vedere che si preoccupa anche dell'economia “reale”, il presidente della Bce ha messo sotto accusa gli scarsi risultati raggiunti dall'Italia, come da altri Paesi, sulla via della riduzione del debito pubblico. E a seguire, ha lamentato l'aumento della disoccupazione che un Paese come l'Italia non riesce a contrastare con una seria riforma del mercato del lavoro. 

    Stiamo tenendo sotto controllo la situazione, ha insistito, ma i Paesi membri dell'Eurozona devono realizzare le riforme “strutturali”. Le banche, sarebbe il caso di rispondergli, dovrebbero a loro volta tornare finalmente a fare credito alle piccole e medie imprese. Un monito che l'ex Goldman Sachs si è ben guardato dal lanciare perché la responsabilità dell'attuale crisi è in buona parte sua considerato che non aveva vincolato al finanziamento dell'economia “reale” tutti i soldi (mille miliardi di euro) versati alle banche europee tra il novembre 2011 e il marzo 2012. Soldi di fatto regalati, in quanto scontavano un tasso di appena l'1% annuo. 

    A bloccare la ripresa in Italia è infatti la stretta creditizia che sta strozzando le famiglie e le piccole e medie imprese che rappresentano la struttura portante del nostro sistema industriale. Se Draghi si diverte nel ricordare a Renzi e Padoan che devono tagliare il debito pubblico all'interno del Patto di Stabilità (portarlo entro 20 anni al 60% sul Pil) e azzerare il disavanzo in tre anni, dall'Ocse è arrivato un avvertimento all'Italia che è gravido di conseguenze spiacevoli. Dicono i tecnocrati di Parigi che da qui al 2023 ci vorrebbe un avanzo primario annuo medio del 5%. Se si tiene conto che quello del 2012, grazie ad una barca di tasse, è stato appena del 2,2%, ne consegue secondo l'Ocse che quel traguardo è impossibile da raggiungere con l'attuale politica economica. 

    Il ministro Padoan, che dell'Ocse è stato capo economista, potrà così proporre la misura che da tecnico suggeriva all'Italia. Quella di una tassa patrimoniale straordinaria con la quale tamponare i buchi dei conti pubblici. Una misura che verrebbe giustificata con il permanere di una bassa crescita economica che taglia le entrate fiscali e contributive. Ma che finirebbe per ammazzare il malato. Cioè noi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    apr032014

    La ripresa... della disoccupazione

    La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

    Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%).

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    giovedì
    mar272014

    Visco: "La centralità dell'economia reale". Almeno a parole...

    mercoledì
    feb262014

    Il debito degli altri

    venerdì
    feb212014

    La Germania chiede a Renzi la patrimoniale

    venerdì
    feb212014

    Le sfide impossibili: la disoccupazione

    mercoledì
    feb122014

    Stretta creditizia: Draghi fa il pesce in barile

    sabato
    feb082014

    IL GRANDE BLUFF: RAZ24 ha parlato con Stefano Bassi

    Controra un programma di Valerio Lo Monaco dalle 15 alle 17 tutti i giorni su raz24.com

    Stefano Bessi
    Blogger economico-finanziario-esistenzialista...autore de ilGrandeBluff.info  (200mila accessi al mese). Videmus nunc per speculum in aenigmate.

    Cast: La Voce del Ribelle

    Tags: il grande bluff, stefano bassi, raz24, valerio lo monaco, francia, debiti, debito, grecia, persone, televisione, falsa, notizie, news, fake, event and intervista

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    Destino ineluttabile? - prima parte

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    gen292014

    Lagarde: «Niente crescita nel 2014». Ci eravamo sbagliati...

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    gen282014

    Aumentano i poveri. E i ricchi sono più ricchi

    venerdì
    gen242014

    Il Fondo Monetario rivende speranze. Vane

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    gen202014

    Rehn: spiraglio all'Italia, con molti "se" e con molti "ma"

    mercoledì
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    Pane e povertà

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    Il 2014 sarà peggio del 2013: elementare, Watson

    lunedì
    gen132014

    2013: boom della Borsa. E della povertà

    giovedì
    gen092014

    Consumi ancora in calo: altro che "ripresa"

    martedì
    dic312013

    Londra über alles?

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