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    Entries in crisi italia (98)

    venerdì
    giu142013

    SI PARLA DELL’IVA, SI PARLA DELL’IMU. ANZI, SI CIANCIA

    Sintesi giornalistica: «Interventi su Imu e Iva valgono 8 mld. Le risorse? Non rinvenibili». La fonte è il sito del Corriere, ma la provenienza è secondaria. Nelle constatazioni di fatto vanno bene persino i media mainstream – caso rarissimo in cui davvero “uno vale uno”, ossia "uno vale l'altro" - e comunque il riassuntino è proprio quello: innanzitutto il ministro dell’Economia, l’ex (ex?) Bankitalia Fabrizio Saccomanni, e in parallelo il suo collega dello Sviluppo (sviluppo?) economico, Flavio Zanonato, precisano che l’erario è a corto di soldi e che pertanto non si potranno raggiungere entrambi gli obiettivi. Eliminare l’Imu sulla prima casa ed evitare l’aumento di un punto percentuale dell’Iva. Tutt’al più uno dei due. E con grandi sforzi, ahimè ahimè.

    Governanti? Ma figuriamoci. Amministratori di condominio. Con tutto il rispetto per questi ultimi, quando fanno bene il loro mestiere. Perché poi, a farla breve, proprio di questo si tratta: di fare bene il proprio mestiere. E nel caso di chi governa, evidentemente, il compito da svolgere, anzi la funzione, non si può esaurire nel fare i conticini a tavolino e nel concludere che, sai com’è, i quattrini non ci sono e non c’è alcuna alternativa a danneggiare – a continuare a danneggiare, a insistere a danneggiare – la popolazione nel suo insieme. Accanendosi sui ceti più svantaggiati, che con la sistematica disgregazione delle classi medie si avviano a essere tutti i ceti dai più bassi in su, con la sola eccezione di quella ristretta oligarchia di privilegiati che se ne sta in cima alla scala sociale e può ancora fregarsene; e andando persino contro quello stesso modello economico, sviluppista e consumista, che si è voluto imporre a ogni costo anche in Europa e in Italia, dopo averlo collaudato, ed esasperato, negli USA.

    In questo quadro, di cui non bisogna mai smettere di ricordare la natura strategica e, appunto, oligarchica, le recentissime discussioni sull’Imu e sull’Iva sono allo stesso tempo una risibile messinscena e un gravissimo insulto collettivo. Il governo Letta, che al di là delle chiacchiere di superficie sul rilancio “urgente e imprescindibile” non è altro che la prosecuzione di quello guidato da Mario Monti, si guarda bene dall’affrontare i veri nodi della crisi e persiste nella sottomissione agli interessi, e ai diktat, della finanza internazionale. Avvitandosi, checché se ne dica, sulla spirale recessiva che abbatte il Pil. E che di conseguenza, in forza degli accordi di Maastricht, rende sempre più difficile rispettare il limite obbligatorio del tre per cento nel rapporto tra il deficit nazionale e lo stesso Pil: hai voglia a ridurre le spese, se la produzione cala/crolla e il denominatore della frazione si riduce.

    Chiaro: il vizio insormontabile è proprio nell’intero modello, ma non c’è neanche più bisogno di metterlo in discussione nelle sue (deliranti) linee teoriche. Ormai, dopo quasi cinque anni di crisi pesantissima e senza la più piccola certezza sui tempi e sui modi del suo superamento, basta constatarne il totale inceppamento.

    Risaputo, da queste parti. L’unica priorità è tutelare gli interessi della suddetta finanzia internazionale, specie se di matrice statunitense, e a questo obiettivo si è pronti a sacrificare tutto il resto. Riducendo le sorti dei popoli a una mera questione di “coesione sociale”, da tenere sotto controllo non già perché sia giusto e doveroso, allo scopo di assicurare ai cittadini una sufficiente sicurezza materiale e una piena dignità morale, ma solo perché in caso contrario verrebbe messa a rischio la legittimazione delle cosiddette democrazie occidentali. Con il possibile scatenarsi di ripetuti tumulti, o persino di insurrezioni su vasta scale, che costringerebbero l’establishment a rendere manifesta, attraverso una dura repressione dei disordini, la sua natura autoritaria e paradittatoriale.

    Fintanto che non si sarà costretti a fare diversamente, quindi, si seguiterà a parlare dei dettagli. Con l’aria pensosa, a un tempo dolente e a un tempo inflessibile, di chi amerebbe dispensare miglioramenti rapidi e universali, ma proprio non può. Ahimè. Ahinoi. AHIVOI.

    Al primo livello c’è il messaggio esplicito: mancano i soldi, connazionali carissimi, per cui portate pazienza e sperate che un giorno, chissà quando, le cose tornino ad andare meglio, o se non altro meno peggio. Al secondo livello c’è l’amara verità: dateci fiducia, o quantomeno lasciateci fare. Alla fine, per noi, è esattamente lo stesso.

    Federico Zamboni
    venerdì
    giu072013

    Decrescita: tre serate di incontri a Taggia

    Un tema più che mai di attualità, vista la crisi finanziaria e produttiva in cui siamo sprofondati dal 2008 in poi. Se ne parlerà per tre sere consecutive a Taggia, in provincia di Imperia, nei giorni dell’11, 12 e 13 giugno e a partire dalle 21, all’interno di un’iniziativa organizzata da Davide Gaglione e dal suo Laboratorio Cittadino, col patrocinio del Comune.

    Gli interventi saranno, nell’ordine, di Federico Zamboni ("La Decrescita non è la recessione"), di Massimo Fini ("Oziare è rivoluzionario") e di Maurizio Cossa, vicepresidente di MDF - Movimento Decrescita Felice, ("Cos'è la Decrescita?").

    La sede degli incontri è Villa Boselli, dove lo scorso 8 febbraio si è svolta, sempre con l’organizzazione di Davide Gaglione e la partecipazione di Federico Zamboni, la conferenza sulle ultime Politiche (qui il video) e sugli inganni della pantomima elettorale.

    mercoledì
    giu052013

    BANCHE ITALIANE: SIAMO IN PIENO CREDIT CRUNCH 

    Lo studio arriva da Standard & Poor's e parla chiaro, quantomeno nel fornire i dati e nel delineare un certo tipo di conseguenze: nel solo 2012 le banche italiane hanno ridotto i loro finanziamenti alle imprese per un totale di 44 miliardi. Tali imprese, perciò, hanno dovuto scegliere se farne a meno o se approvvigionarsi altrove. Una situazione che, sempre secondo l’analisi di S&P, ha già portato, e dovrebbe portare ancora di più in futuro, a un crescente ricorso alle obbligazioni. Uno strumento che in passato è stato appannaggio delle società di maggiori dimensioni ma che adesso riguarda una platea più vasta, anche a causa del sopravvenuto «allentamento della legislazione d'impresa e fiscale per le medie imprese che è stata introdotta in Italia».

    Un’altra faccia del “credit crunch”, insomma. Espressione che è ormai diventata famigliare anche ai non addetti ai lavori, dopo la crisi finanziaria che si è scatenata nel 2008, e che indica appunto una stretta creditizia: essendoci stata una massiccia svalutazione dell’enorme ammontare dei titoli emessi al più vario titolo per assecondare le smanie speculative, vedi innanzitutto i derivati, la liquidità del sistema è divenuta insufficiente a sostenerne le esigenze.

    Le banche, per farla breve, hanno dovuto fare fronte ai contraccolpi sulla loro patrimonializzazione di bilancio, che era più che mai campata per aria in quanto si basava sulle quotazioni di mercato generate dalla bolla “made in Usa”, e quindi si sono arroccate su posizioni difensive. Con l’effetto, forse inevitabile nella realtà del settore ma sicuramente, e sommamente, iniquo in termini assoluti, di tagliare il credito alla clientela. In parte perché c’erano meno fondi disponibili, a causa dei minori margini offerti dalla cosiddetta “leva finanziaria”, e in parte perché l’espandersi della crisi all’economia produttiva, sulle tre direttrici delle imprese, dei lavoratori e dei consumi, ha reso via via più insicura la restituzione delle somme date in prestito.

    L’effetto, a sua volta, è diventato una concausa di ulteriori ripercussioni negative, assottigliando le possibilità di nuovi investimenti con cui affrontare la fare recessiva. Una tipica reazione a catena sulla quale è superfluo dilungarsi, ma alla quale si aggiunge anche quest’ultimo tassello: la tendenza, per il momento contenuta ma in via di espansione, che viene evidenziata da S&P e che spinge le aziende a finanziarsi attraverso le obbligazioni. Nel 2012 l’ammontare complessivo è stato di 22 miliardi, ma appare destinato a crescere, sia pure lungo un percorso che per gli analisti americani si presenta «lungo e arduo» per lo «scarso interesse» degli investitori istituzionali italiani nei confronti delle medie imprese. E infatti, rispetto ai suddetti 22 miliardi, l’80 per cento è stato sottoscritto da soggetti esteri. Un peccato perché, sottolinea S&P, attenuare la dipendenza dalle banche ha dei vantaggi: «un più ampio ricorso al mercato dei bond può aiutare a migliorare la struttura di capitale delle imprese italiane e a ridurre i rischi di rifinanziamento perché potrebbe allungare le scadenze del debito e diversificare la base degli investitori».

    Vale la pena, però, di aggiungere un’altra angolazione. Che è quella dei privati cittadini che decidessero di acquistare le obbligazioni e che, pertanto, si assumessero in prima persona il rischio di un’eventuale insolvenza. Eventuale in linea di principio, ma assai meno astratta in condizioni come quelle in cui siamo sprofondati e dalle quali usciremo chissà quando. Mentre versando i propri soldi in banca, infatti, il rischio dell’insolvenza da parte dei debitori ricade sulla banca stessa, comprando direttamente i bond aziendali ci si fa carico del loro mancato rimborso.

    Anche in questo caso, dunque, ci troviamo nella tipica – tipica ma paradossale – prospettiva del dopo 2008. Lo stesso mondo finanziario che ha determinato la crisi, e di riflesso il credit crunch, ne trae lo spunto per trasferirne gli oneri sui cittadini qualunque. Nella fattispecie, sui non professionisti dell’investimento. Che demotivati al deposito bancario dai risibili tassi di interesse sui conti correnti, e magari allarmati dal profilarsi di prelievi forzosi in stile Cipro, potrebbero abboccare alle lusinghe, o ai miraggi, delle obbligazioni emesse dai privati.

    Strategie non ancora evidenti, e fin troppo facili da ricusare appellandosi alla libera scelta dei singoli, ma che proprio per questo vale la pena di segnalare in anticipo. Non solo e non tanto a tutela di chi insegue comunque un profitto usurario dai propri denari, ma per richiamare l’attenzione sulle dinamiche occulte, o semi occulte, dei mercati finanziari.

    mercoledì
    mag292013

    CIÒ CHE L’OCSE PREVEDE. E CIÒ CHE INVECE NON VEDE

    Solo sei mesi fa, nel novembre 2012, l’Ocse prevedeva che qui in Italia il Pil dovesse arretrare dell’uno per cento. Oggi, invece, quella stima è quasi raddoppiata, attestandosi all’1,8. Un dato, peraltro, che non tiene conto degli effetti che si dovrebbero determinare a fronte del pagamento di una parte dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le aziende. Con un impatto, stavolta positivo, che è valutato nell’ordine di mezzo punto, ma a cavallo del biennio 2013-14.

    L’aspetto più allarmante, come sempre, è quello relativo ai riflessi sul mondo del lavoro della recessione tuttora in corso, o dell’assai modesto recupero che viene previsto (previsto…) per il prossimo anno. Il 2013 dovrebbe chiudersi con una disoccupazione all’11,9 per cento per poi salire, nel 2014, fino al 12,5. Valori che appaiono ulteriormente aggravati dal ritardo, ben noto, con cui i livelli occupazioni seguono i miglioramenti del Pil.

    Per il resto, le analisi dell’Ocse sono le solite. Da un lato si raccomanda che vengano proseguite le politiche rivolte al «necessario risanamento dei conti pubblici» e dall’altro si lamentano «le restrittive condizioni di credito [che] hanno prolungato la recessione». Nel primo caso, però, le raccomandazioni tendono al diktat, ancorché come eco di quelli irrogati dalla Troika, mentre nel secondo le lamentazioni rimangono senza destinatario, visto che la responsabilità è del sistema bancario. Il quale, si sa, risponde solo a sé stesso.

    L’Ocse, perciò, deve accontentarsi di sperare nella Bce, sottolineando che «l’area euro ha bisogno di una politica monetaria ancora più accomodante, con tassi di interesse ridotti il più possibile e acquisti di asset condotti in modo coerente con la natura dell’unione monetaria». I consueti giri di parole per non arrivare al cuore del problema: senza delle massicce iniezioni di liquidità l’economia produttiva non si potrà riprendere, ma il mondo della finanza preferisce indirizzare i propri capitali altrove.

    Come si legge proprio oggi in un articolo pubblicato dal Sole 24 Ore (qui)  e a firma di Martin Feldstein, docente ad Harvard e con una miriade di altri incarichi tra cui quello in seno alla Trilateral Commission, «I tassi di interesse insostenibilmente bassi di questo periodo lasciano intravedere bolle speculative dei prezzi delle obbligazioni e di altri titoli. Quando i tassi di interesse saliranno, come sicuramente accadrà, le bolle scoppieranno».

    Feldstein non è certo il primo, a prospettare la nuova catastrofe in arrivo. Ma il suo, al pari degli altri, è un allarme che cadrà nel vuoto. I soldi stanno correndo troppo in fretta, perché i loro investitori-speculatori decidano spontaneamente di fermarli.

    martedì
    mag212013

    DISOCCUPAZIONE: GRANDE ANGOSCIA, AI PIANI ALTI

    Sempre loro, da Napolitano in giù, e sempre lì. Totalmente incapaci di farci uscire dalla crisi, ma altrettanto determinati a non farsi da parte. Stranissimo caso di condottieri, o presunti tali, che si autocelebrano in ogni caso: sia quando vincono, sia quando perdono. Con l’unica accortezza, e nemmeno sempre, di cambiare i toni del monologo.

    L’ultima tendenza è il pubblico rammarico, che è la variante “dark” delle promesse preelettorali. Nei tempi di vacche grasse si facevano belli a declamare i risultati raggiunti e a prospettare i traguardi futuri, di cui (sottinteso) sono i principali artefici. Nei tempi bui, che naturalmente non possono essere addebitati a loro ma dipendono da complicatissime e ineluttabili vicende internazionali, continuano a farsi belli mostrando/esibendo le proprie preoccupazioni.

    Solidarietà a costo zero. Se va bene gliene verrà un ritorno in termini di popolarità, se va male non rischiano nulla. Almeno per ora. Almeno fino a quando la massima parte dei cittadini-clienti-sudditi si ostinerà a legittimarli col voto, nonché nei mille altri modi con cui i governati si sottomettono di buon grado ai governanti. Per indole, prima ancora che per calcolo.

    Ma veniamo al dettaglio, rimanendo nei limiti della stretta attualità. Napolitano commemora la scomparsa di Massimo D’Antona, ucciso quattordici anni fa dalle “Nuove Brigate Rosse”, e lamenta il persistere di «una crisi angosciante e drammatica, che impone alle Istituzioni, alle forze sociali e alle imprese la messa in atto di efficaci soluzioni per rilanciare l'occupazione e lo sviluppo economico e sociale del Paese».

    Enrico Letta si concede «una lunga e cordiale conversazione telefonica con il Presidente degli Stati Uniti d'America, Barack Obama» e, come dubitarne, ne viene fuori una piena e totale consonanza. Che, proseguendo nel testo del comunicato diramato da Palazzo Chigi, viene così descritta: Obama «nel ribadire il fortissimo legame esistente tra i due Paesi, ha inteso confermare di persona i rallegramenti per la formazione del nuovo esecutivo già espressi il giorno del giuramento»; a sua volta, «il Presidente del Consiglio ha indicato le priorità del governo relativamente all'agenda di riforme politiche ed economiche, con particolare riguardo alle linee che egli esporrà in occasione dei Consigli Europei del 22 maggio e di fine giugno»; conclusione: «Il Presidente Obama si è detto pienamente d'accordo circa l'esigenza di prestare attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione giovanile».

    Un classico esempio di salamelecco incrociato, per un verso, e di finta competenza, per l’altro. Roba da scatenare l’indignazione generale, e che invece viene ammannita con malcelato compiacimento. Se dopo cinque anni di crisi – e con una nuova bolla speculativa che si va gonfiando rapidamente ma che è assente dal dibattito politico e giornalistico, nonostante Il Sole 24 Ore la stia stigmatizzando a più riprese e con dovizia di particolari – hanno da dire solo questo, ossia che USA e Italia concordano «circa l'esigenza di prestare attenzione prioritaria alle politiche volte a fronteggiare la disoccupazione giovanile», dovrebbero andare a nascondersi. Riconoscendo, finalmente, la cruda realtà: in effetti non hanno mezza idea su come uscire dal pantano, nel senso di un rilancio stabile dell’economia produttiva e, quindi, dell’occupazione e dei consumi.

    L’unica cosa che sanno è che devono trovare dei palliativi, in modo da mascherare tanto la natura strutturale dell’impasse quando i danni irreversibili connessi al drastico riassetto sociale che stanno imponendo all’Europa. Il paradosso, che ai più sembra sfuggire ancora, è che quel po’ di ansia che provano per sé stessi, a causa del crescere del malcontento e della sua eventuale esplosione in forme di rivolta, li facilità nel mostrarsi angosciati per le sorti altrui.

    Metodo Actors Studio: pensi a qualcosa che ha fatto o che fa soffrire te (i cazzi tuoi, in pratica) e lo trasformi in pura recitazione. Al pubblico, si sa, piace un sacco identificarsi in quello che passa sullo schermo.

    Federico Zamboni
    martedì
    mag142013

    Boldrini in carcere: a domanda NON risponde

    L’articolo è uscito su Repubblica (qui) e alla fine la parte più interessante è il titolo: «Boldrini tra i giovani detenuti di Nisida: “Presidente, come possiamo aver fiducia?».

    Bella domanda, davvero. La presidente della Camera si arrampica sugli specchi, pur di non rispondere con la stessa chiarezza. Conchita Sannino, la redattrice che firma il pezzo, si guarda bene dal sottolinearlo, limitandosi a un riassuntivo «Ma poi diventa un match l'incontro diretto tra la Boldrini e i ragazzi. Piovono domande sulla politica degli scandali, sulle condizioni delle carceri, sulla violenza che colpisce le donne. E sulle stesse "colpe" dei cittadini-elettori». Il prosieguo è altrettanto tiepido. Quattro quinti di neutralità, per esaurire gli obblighi del dovere di cronaca e dell’informazione cosiddetta obiettiva, e un quinto di malcelata simpatia/ossequio verso l’ospite illustre. Con l’aggiunta, perché Repubblica è sempre Repubblica, di una spruzzatina acida nei confronti dell’arcinemico degli ultimi vent’anni. Uno dei ragazzi parte aggressivo e però, illuminato dalla replica di una Boldrini che contrattacca amichevolmente e tuttavia «senza cercare consenso», cambia atteggiamento prestandosi, a sua insaputa, all’aneddoto edificante: «Marco alla fine si scioglie: “Mo' ve lo dico, che peccato che non siete venuta prima.. Io avevo votato Berlusconi.. E se vi sentivo prima, non lo votavo più”». 

    Malvezzi giornalistici a parte, torniamo alla questione autentica. La domanda del giovane carcerato che guarda al suo futuro, e a quello di chissà quanti altri come lui, e che va dritto al punto. Esprimendo tutti i suoi dubbi su quello che lo attende dopo che sarà uscito di prigione.

    Ammettiamo pure che abbia deciso di rigare dritto e di darsi da fare onestamente. Che cosa deve aspettarsi? Che tipo di opportunità? Che razza di esistenza? La risposta schietta, per come si sta orientando la società italiana, è lapidaria: niente di buono. Innanzitutto delle enormi difficoltà a trovare un lavoro, specie se con un minimo di stabilità e pagato decentemente. Subito dopo (subito accanto), un quadro socioeconomico che è destinato ad assomigliare sempre di più a quello statunitense, di cui peraltro stiamo assorbendo solo i molti aspetti negativi e nessuno dei pochi, o pochissimi, positivi. Linee guida: una competizione brutale all’insegna del massimo profitto e un welfare che progressivamente cessa di essere concepito come un diritto e si riduce a iniziative, forse auspicabili ma non obbligatorie, di pubblica carità.  

    Scenari, e preoccupazioni, che dunque non riguardano soltanto chi oggi è in cella e ne uscirà in un futuro non troppo lontano, ma la generalità dei cittadini, a cominciare dai giovani, che non possono contare su situazioni di privilegio. L’avvenire che si prospetta, e che ha l’imprinting della crisi in corso, è una dura lotta per la sopravvivenza. Rispetto alla quale il crimine a scopo di arricchimento personale è una tentazione che esce sicuramente rafforzata.

    Ai giovani detenuti che chiedono quali siano i motivi per avere fiducia in un loro reinserimento non si può offrire proprio nulla di rassicurante, a meno di raccontare fandonie e prenderli in giro. L’unico incentivo a non delinquere più, quindi, diventa la minaccia di condanne ancora più dure. Magari in attesa di arrivare, anche qui da noi, al principio penale che venne introdotto negli USA intorno alla metà degli anni Novanta e che è applicato in 24 Stati, tra cui spicca in senso negativo la California. Il principio racchiuso nell’inquietante formula, derivata dal baseball, che recita “three strikes and you’re out”: al terzo reato, anche di poco conto, puoi beccarti l’ergastolo.

    Quando finiscono le buone ragioni a favore dell’onestà, restano solo i deterrenti imperniati sulla paura delle sanzioni. Ammesso che funzionino, poi.

    Federico Zamboni
    sabato
    mag042013

    CRISI: MA BASTA, CON LE “PREVISIONI” A GETTO CONTINUO

    La notizia di giornata – o notiziola, perché tra i siti dei quotidiani più diffusi a darle grande risalto è solo il Giornale di Berlusconi – è che secondo Prometeia la disoccupazione qui in Italia rimarrà alta ancora a lungo. E quindi bisognerà attendere il 2020 affinché si passi dalle odierne percentuali a due cifre, nell’ordine dell’11-12, a un meno drammatico, ma sempre cospicuo, 9 per cento.

    Sarà vero? Visti i ripetuti errori commessi finora, dai più diversi soggetti sia privati che pubblici, è più che legittimo dubitarne. La stessa Prometeia ha appena riconosciuto, con una tranquillità che sfiora l’impudenza, di aver completamente sbagliato le stime riguardo all’economia interna: «Tre mesi fa Prometeia prevedeva per il 2013 una caduta del Pil italiano dello 0.6%. Ora la caduta prevista è quasi triplicata e ha raggiunto l’1.5%». Tuttavia, ecco pronta un’altra infornata di “analisi” che si spingono molto più in là nel tempo, azzardando scenari e conseguenze di qui a sette anni e senza mancare di fornire le percentuali che abbiamo riportato.

    Naturalmente, semmai ci fosse bisogno di chiarirlo, il problema non è il singolo istituto “di ricerca”, ma la funzione complessiva che questi elaborati a getto continuo vengono a svolgere nei confronti dell’opinione pubblica, attraverso i resoconti che ne danno i media. Il primo, e determinante, aspetto negativo è il metamessaggio trasmesso fra le righe: la crisi, per quanto grave, rimane transitoria e verrà certamente superata con l’andare del tempo. Dal che si deduce – si dovrebbe dedurre – che il modello economico dominante resta valido e che le attuali classi dirigenti sono in grado di fronteggiare le turbolenze in corso, fino a ritrovare quei ritmi di crescita su cui poggiano le società di matrice liberista e che sono essenziali per alimentare la promessa/illusione di un incremento della ricchezza generale.

    In effetti, e già questo la dice lunga, dal 2008 in poi non si è fatto altro che spostare in avanti il momento del ritorno agli standard precedenti. Per chi volesse armarsi di santa pazienza, e spulciare negli archivi mediatici degli ultimi cinque anni, la sequela dei rinvii è lì a disposizione. Annuncio per annuncio. E smentita per smentita. Anche se poi, figurarsi, invece che smentite si preferisce definirle rettifiche, in modo da salvaguardare la (presunta, presuntissima) attendibilità di chi vi si cimenta.

    Più che di analisi e di previsioni, quindi, bisognerebbe parlare di constatazioni di fatto e di congetture. Le prime riguardano le enormi difficoltà che ci assediano, di cui però si mettono a fuoco solo alcune dinamiche, e distorsioni, senza mai risalire alle cause originarie. E costitutive. E ineliminabili, a meno di cambiare approccio. Le seconde, come abbiamo detto a proposito del subdolo metamessaggio che si cela nelle continue ricognizioni sull’andamento della crisi, servono a far credere che certi processi siano sotto controllo e che, su un arco di tempo imprecisato ma non troppo esteso, se ne verrà a capo.

    Interessante. I medici rimandano all’infinito la guarigione del paziente, limitandosi a registrarne i dati clinici e a sciorinarli con fare assai pensoso, ma si ostinano a ergersi a luminari. Facendosi forti del fatto che operano in regime di sostanziale monopolio, nascondono la loro incompetenza, o peggio, dietro le esercitazioni a tavolino: dati questo o quello, succederà questo e quest’altro. Poi non succede affatto, o succede solo in parte, e si ricomincia coi calcoli. Più o meno campati per aria. Più o meno sballati. Sempre fuorvianti.

    Di solito li si chiama esperti, questi vaticinatori professionisti che non ne azzeccano una. Ma sarebbe meglio definirli “addetti ai lavori”. E chiedersi, subito dopo, di quali “lavori” si tratti, esattamente.  

    Federico Zamboni

     

    martedì
    apr302013

    Governo a corto di euro. Perché c’è l’euro, appunto

    Un altro riflesso automatico. E quindi, stante che dietro gli animaletti addestrati ci sono sempre degli istruttori che li addestrano, un’altra manipolazione.

    Di fronte al discorso tenuto ieri da Enrico Letta la prima sottolineatura dei commentatori è stata la più ovvia: ottime intenzioni, ma dove li troviamo i soldi? Ovvero, in linguaggio più tecnico (o presunto tale), dov’è la copertura? Da un lato, quello della realtà per come è oggi, l’osservazione non fa una piega. Considerati i vincoli esistenti in materia di conti pubblici, e la recessione che tagliando il Pil ne peggiora il rapporto col debito nazionale, i margini di manovra sono stretti. Se si vogliono allargare i cordoni della borsa in certi ambiti, per aumentare le uscite come nel caso degli ammortizzatori sociali o per ridurre le entrate tributarie come nei casi dell’Imu sulla casa di abitazione o del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, è inevitabile stringerli altrove, ossia sul versante delle spese.

    Ciò che si evita accuratamente di dire, però, è che tutta questa rigidità ha innanzitutto una causa precisa: la rinuncia alla sovranità monetaria. Il tema, come i nostri lettori abituali sanno benissimo, è un autentico tabù e non deve essere toccato, sia per evitare di ricordarlo a quelli che almeno un po’ ne sono a conoscenza, sia per impedire di scoprirlo a tutti gli altri che lo ignorano completamente. Al massimo, si ribadisce che la scelta dell’euro è irreversibile e che, in caso contrario, restare aggrappati alla nostra lira, o liretta, ci avrebbe portati al disastro, tra assalti speculativi, svalutazioni galoppanti, e chissà quali altre iatture.

    Appena domenica scorsa, tuttavia, Paul Krugman è tornato a sostenere, in un articolo pubblicato sul sito del New York Times (qui la traduzione fornita da Comedonchisciotte), che dalle depressioni si esce soltanto iniettando liquidità nel sistema. E siccome questa liquidità non può arrivare dagli investitori privati – beninteso: sempre rimanendo all’interno del modello corrente – a provvedervi non può che essere lo Stato. O, se si preferisce, la Banca centrale su mandato/avallo delle autorità di governo.

    Nel caso degli USA si tratta ormai, com’è noto, di una pratica ultra consolidata. Gli interventi della Federal Reserve, i cosiddetti “quantitative easing”, si sono dapprima ripetuti a più riprese e poi trasformati in una routine. Che, dal gennaio scorso, porta a erogare finanziamenti pari a 85 miliardi di dollari al mese. Ogni mese. E fintanto che lo si riterrà necessario.

    In mancanza di queste misure l’economia statunitense, che già adesso non naviga in acque sicure, visto che la disoccupazione vera e propria è intorno all’8 per cento ma i sottooccupati sfiorano il 18, starebbe molto, molto peggio. Certo: la soluzione definitiva, là oltre Oceano come qui in Europa, consiste nel rivedere da cima a fondo l’idea di ricchezza e le modalità con cui la si crea e la si distribuisce (o, piuttosto, con cui la si concentra in poche mani). Tuttavia, se non si vuole arrivare a tanto, bisogna quantomeno prendere atto della cruda verità: proprio perché i capitali “prodotti” vengono rastrellati da una minoranza, e sottratti così alla popolazione nel suo insieme, l’unica maniera di tenere in funzionamento i meccanismi della produzione e del consumo è aumentare la quantità di denaro in circolazione. Stampando materialmente banconote, appunto, o accrescendo virtualmente l’offerta di credito.

    Il che ci riporta dritti dritti all’inizio del ragionamento: dove trovare i miliardi necessari alla realizzazione del programma delineato dal presidente del Consiglio? Nelle condizioni attuali, chissà. Probabilmente agendo un po’ all’esterno, fino a ottenere qualche tipo di concessione da parte della Ue e, più in particolare, dell’ala rigorista capitanata dalla Merkel, e un po’ all’interno, operando sia sui tagli che sulle privatizzazioni. Boccate d’ossigeno estemporanee, per la cittadinanza stremata, in cambio di zavorre permanenti.

    In assoluto, invece, la risposta è che una nazione sovrana non dovrebbe fare altro che battere moneta per l’importo corrispondente. Cifre che oggi paiono enormi, e quindi proibitive, ma che in assoluto non lo sono affatto.

     

     

    domenica
    apr282013

    SPARI SENZA SCOPO. INTERPRETAZIONI SENZA SCRUPOLI

    La “follia” di Luigi Preiti, il 49enne disoccupato che stamattina ha aperto il fuoco davanti a Palazzo Chigi, è racchiusa nelle sue parole, assai più che nel suo gesto. Quelle parole che il sito del Giornale, non a caso, enfatizza in un titolo a tutta pagina che suona così: «L’attentatore: “Volevo colpire i politici”».

    Strano modo di provarci, però, visto che all’atto pratico la sparatoria è avvenuta mentre i ministri del nuovo governo erano dentro l’edificio per la cerimonia di rito e di altri parlamentari, lì all’esterno, non se ne ha notizia. Ovviamente si potrebbe replicare che l’espressione è metaforica, per cui il bersaglio non erano i politici in carne e ossa bensì la politica – questa politica – nel suo insieme. Ma Preiti, muratore calabrese trapiantato in Piemonte e poi costretto a ri-trapiantarsi in Calabria a causa della recessione e della mancanza di lavoro, non sembra proprio un uomo avvezzo alle metafore.

    Più che di bersagli simbolici, quindi, bisognerebbe parlare di fantasmi. Di ombre che gli sono cresciute nella mente e che lo hanno ottenebrato. Fino a fargli credere che ci potesse essere almeno un brandello di rivalsa nel fare quello che ha fatto: una cazzata da prima pagina. Una violenza stupida. Un’incursione cruenta che si è risolta nel ferimento di due carabinieri e che ai professionisti della politica non costa assolutamente nulla, mentre semmai gli fa un favore permettendogli di atteggiarsi a vittime.

    Sta andando così, infatti. Soprattutto dal centrodestra, e in particolare dal PdL, si levano le accorate, prevedibilissime lamentazioni sul “clima di odio” che avrebbe armato la mano del disgraziato di turno. Non potendo accostare lui, direttamente, a nessun ambiente estremistico, giocano la solita carta dei cattivi maestri. E non potendo dire (troppo) apertamente che ce l’hanno con Grillo e col MoVimento 5 Stelle, lo fanno capire tra le righe. Vedi innanzitutto Alemanno, che se ne esce con il seguente tweet: «Dopo mesi che si inveisce contro politica e istituzioni, non c'è da stupirsi se un pazzo si mette a sparare!».

    Le variazioni sul tema si sprecano, comunque. E infatti il Corriere ne tira fuori agevolmente un primo florilegio, in un intero paragrafo dedicato appunto al PdL: «Il presidente dei senatori Schifani, parla di “attacco alle istituzioni”, e invita alla riflessione chi “in questi mesi, e anche negli ultimi giorni, ha alimentato veleni e acuito un clima di scontro politico e sociale”. Lo segue Prestigiacomo (“Ora stop a odio e parole violente”), Gelmini (“Aprire con determinazione una nuova stagione di pacificazione nella quale tutti abbassino i toni”) e Santanché (“Non fomentare il clima di odio che trova terreno fertile in questa difficilissima fase di crisi economica”) . E Gasparri: “Il fatto che l'attentatore di Palazzo Chigi possa essere uno squilibrato non cancella le colpe di quanti, proprio in quelle zone della Capitale, stanno alimentando un clima di odio e di violenza”.»

    Grillo replica immediatamente sul suo blog, prendendo le distanze da qualsiasi aggressione. Presente o futura. Prima esprime la sua «solidarietà ai carabinieri, alle forze dell'ordine e ai parenti del carabiniere ferito gravemente», poi afferma che «ci discostiamo da questa onda che spero finisca lì perchè il nostro MoVimento non è assolutamente violento. Noi raccogliamo firme ai banchetti, facciamo referendum e leggi popolari. Piena solidarietà alle forze dell'ordine e speriamo che sia un episodio isolato e rimanga tale».

    Parole un po’ doverose e un po’, o parecchio, di circostanza. Parole che in nome della rapidità, piuttosto che della sintesi, preferiscono sorvolare sul nodo fondamentale: l’ostilità popolare nei confronti di questa classe dirigente, politici in testa, è del tutto giustificata.

    Come hanno chiarito in molti, fra i cosiddetti “cattivi maestri”, i vizi della società occidentale non sono affatto dei difetti momentanei. O, in ogni caso, da accettare di buon grado a fronte dello sviluppo che è venuto e che verrà. Quei vizi, al contrario, vanno addebitati sia a un modello intrinsecamente sbagliato, sia al  groviglio di interessi che lega i potentati economici e quelli politici. In qualche caso le responsabilità sono soltanto colpose. In qualche altro dolose. Gravemente dolose. E premeditate.

    Luigi Preiti è niente di più che un povero cristo frustrato, che per aver dato di matto finirà in carcere per svariati anni. Credete, solerti onorevoli della Grosse-Grassa-Koalition 2013: non è di quelli come lui, che dovete preoccuparvi.

     

     

    lunedì
    apr222013

    MORIREMO NEOLIBERISTI? 

    Si sono arroccati. E allo stesso tempo si accingono a un’offensiva, tanto più insidiosa perché strisciante. Tanto più inquietante perché, nelle intenzioni, è quella definitiva, che ci porterà al punto di non ritorno.

    L’Italia globalizzata. E ammodernata a modo loro. Una “repubblica” di tipo presidenziale. Un’economia ancora più dominata dal denaro e dalla finanza. Una popolazione che avrà diritti ridotti al minimo e obblighi espansi al massimo: per sopravvivere dovrà cavarsela da sola, ma per far sopravvivere le banche, o anche solo per aiutarle a prosperare, sarà tenuta a lasciarsi depredare di gran parte del proprio reddito: in condizioni ordinarie a forza di tasse per ripagare il debito pubblico o, piuttosto, gli interessi sul medesimo; alla bisogna, attraverso imposte sui patrimoni, nella consueta accezione meramente immobiliare che permette di colpire le case di abitazione, e prelievi forzosi sui conti correnti.

    La rotta è già tracciata: portare avanti le riforme (Monti Style, of course) e presentarle, di nuovo, come una necessità inderogabile. Ce lo chiede l’Europa. Ce lo chiedono i Mercati. Ce lo chiedono i cari, carissimi alleati di Washington. Ce lo chiede – e un po’ ce lo impone, ma per il nostro bene – la Troika.

    In questa prospettiva, che era pianificata da tempo e che però si è dovuta ridisegnare a causa dell’imprevisto andamento delle elezioni e delle turbolenze successive, il governo pseudo tecnico si avvia a trasformarsi in governo pseudo politico. La messinscena è per forza di cose contorta, e una cittadinanza che fosse appena appena consapevole dovrebbe smascherarla al colpo d’occhio. Per poi insorgere in massa, se le fosse rimasto un po’ di dignità, di orgoglio, di spirito combattivo.

    La messinscena si incentra sulla benedizione di Giorgio Napolitano, il Re Taumaturgo. Il fallimento dei partiti, che ne attesta l’estremo degrado, viene reinventato come un autodafé collettivo, che prelude a un riscatto. Adesso che la confessione è arrivata può arrivare il perdono. In nome del bene del Paese, la legislatura proseguirà comunque e si protrarrà il più possibile.

    Obiettivo minimo: cambiare le norme elettorali per imbrigliare il MoVimento 5 Stelle e, nel frattempo, consolidare il quadro politico-economico, da un lato tagliando il numero dei parlamentari e i relativi costi/sprechi, mentre dall’altro si cercherà di convincere i cittadini che il peggio sia alle spalle e che, sia pure faticosamente, si stia marciando nella direzione di un rilancio del Pil grazie al quale, di lì a non moltissimo, ripartiranno pure l’occupazione e i consumi.

    Obiettivo massimo (alquanto inverosimile, ma hai visto mai): rimanere in sella per tutti e cinque gli anni, confidando che intanto la situazione migliori, o quantomeno non peggiori, e che perciò il malcontento si riduca, o si rassegni.

    Un’offensiva, appunto. Per farci vivere, e morire, da neoliberisti.

    Federico Zamboni


    mercoledì
    apr172013

    Pensioni: gli aggiornamenti, inutili, dell’Istat

    Lasciamo perdere i valori medi, che in un caso come questo sono pressoché inutili, e concentriamoci su quelli davvero significativi. Quelli che ci dicono, a cura dell’Istat, che nel 2011 7,4 milioni di cittadini italiani, pari al 44,1% dei pensionati, ha percepito assegni mensili sotto i mille euro, mentre per 2,2 milioni, equivalenti al 13,3% del totale, l’ammontare è stato inferiore a 500.

    Di fronte a importi di questo genere, che del resto sono ormai in linea con gli stipendi di un numero crescente di persone, e in particolare dei giovani, la domanda che ci si deve porre è tanto drastica quanto lapalissiana: come tirano avanti, coloro i quali non hanno altri introiti? Con quali rinunce? Con quali rischi, immediati o futuri, per la propria salute, innanzitutto fisica ma anche mentale?

    Il vero monitoraggio che si dovrebbe condurre, infatti, non è quello sulle cifre, ma sulla loro congruità, o meno, rispetto alle necessità della vita reale. Altrimenti le rilevazioni statistiche, e la loro diffusione mediatica, rimangono un esercizio sterile. O addirittura nocivo, nel dare la falsa impressione che qualcuno ne terrà conto.

    Certo: nel profilarsi di un’implosione dell’Inps, che tra le altre cose risente di tutti gli arretramenti che si sono verificati nel mondo del lavoro (disoccupazione, precarizzazione, calo/crollo dei salari), può sembrare che sia già molto ricevere una pensione, ancorché modesta o persino esigua. Ma il punto non è fare una classifica del peggio, fino a concludere che sia una fortuna essere aggrappati a un relitto anziché abbandonati a sé stessi in mezzo ai flutti.

    Il punto – e qui sul Ribelle lo andiamo sollecitando da anni – è elaborare dei modelli dettagliati sul tipo di società al quale andiamo incontro. Scenari accurati che chiariscano come, da parte delle diverse (diverse?) forze politiche, si intenda orientare la creazione e la distribuzione della ricchezza, di qui a cinque, a dieci, a venti anni.

    Sempre che questo approccio non appaia esageratamente statalista, e si preferisca invece continuare con quello Istat-alista: che aggiorna all’infinito i suoi dati, e poi se ne fotte.

    (fz)


    domenica
    apr072013

    CIVITANOVA: OMICIDIO DI STATO? NO. DI SISTEMA

    Riferiscono le cronache di qualche momento di rabbia, durante i funerali dei tre anziani di Civitanova Marche che si sono uccisi a causa delle difficoltà economiche: prima due coniugi, un esodato di 62 anni e sua moglie di 68 titolare di una modesta pensione, e poi il fratello 72enne di lei, schiantato dal dolore per la morte dei congiunti. Analogamente, viene riferito pure di qualche contestazione al presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenuta a una riunione organizzata in Comune.

    Nel corso delle esequie, in particolare, si è levato tra gli altri il grido «Omicidio di Stato», a sottolineare che questa tragedia si sarebbe potuta evitare se le pubbliche istituzioni, a cominciare dal governo centrale di Roma, avessero agito in maniera diversa. A quanto risulta, infatti, la situazione della coppia era precipitata perché il marito, Romeo Dionisi, era finito nel limbo degli esodati. Ossia, com’è noto, di quelle centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato il lavoro nel presupposto di poter accedere alla pensione di lì a non molto, in base alla normativa vigente, e che invece si sono ritrovate in una terra di nessuno, perché nel frattempo il governo Monti ha cambiato la legge e innalzato i limiti di età.

    Dopo di che, via col rimpallo di responsabilità, e di cifre, tra il ministro “competente”, l’ineffabile Elsa Fornero, e i vertici dell’Inps. Disaccordi grotteschi, lassù in alto, e conseguenze drammatiche, laggiù in basso. Mentre nei sontuosi uffici del Palazzo la si tirava per le lunghe, come se si trattasse di una disputa teologica sulla quale disquisire all’infinito, nelle case dei diretti interessati non si sapeva, e in molti casi non si sa tuttora, dove sbattere la testa. I più fortunati hanno cambiato neologismo: da esodati a salvaguardati. Naufraghi caduti (buttati) in mare ma ripescati prima di inabissarsi. Gli altri, che non hanno pescato il jolly alla Lotteria del Futuro Globale, sono rimasti in balìa delle onde: alla deriva per un tempo indeterminato, sperando di resistere quanto servirà.

    A prima vista, quindi, sembrerebbe proprio che abbiano perfettamente ragione, quelli che a Civitanova Marche hanno gridato allo «Stato assassino». Invece hanno ragione solo a metà. Lo Stato – questo Stato italiano che un po’ per volta si va allontanando dal welfare del passato, sgangherato e truffaldino ma di manica larga – è solo l’esecutore materiale, mentre i mandanti si annidano altrove. I mandanti si annidano nei veri centri decisionali del potere finanziario. Là dove si sono decise, via via, le trasformazioni che ci hanno portati a questo punto: l’euro, la Bce, i parametri di Maastricht, le solidali misure a sostegno delle banche, le severe contromisure a danno dei cittadini. Il nuovo dogma: il pareggio di bilancio. La nuova divinità: la Troika.

    Laura Boldrini non se l’è presa per le intemperanze contro di lei e contro la classe politica che, in quanto presidente della Camera, si trova adesso a rappresentare. Conosce il mestiere, dopo la lunga carriera in ambito Onu, e si è rifugiata nel classico distinguo dello statu quo: «Chi sopporta il peso di queste tragedie ha tutto il diritto di esprimere come ritiene il suo dolore e la sua indignazione, che non hanno niente a che vedere con le strumentalizzazioni politiche imbastite da qualche frangia estremista».

    Niente di male, se qualcuno perde la pazienza di tanto in tanto. Un pizzico di rabbia è consentita, specie a latere di una tragedia. “Elaborazione del lutto”, per così dire.

    A patto, però, che il grido occasionale non si consolidi in un’analisi approfondita, e permanente. «Omicidio di Stato» deve rimanere un’iperbole. «Omicidio di sistema» deve restare un tabù.

    Federico Zamboni


    domenica
    mar172013

    INTANTO, ECCO I BIDELLI

    lunedì
    mar112013

    DIPENDENTI PUBBLICI FOTTUTI

    Il governo Monti prosegue imperterrito coi suoi tagli lineari. Ovverosia indiscriminati. Ovverosia ottusi

    Della questione abbiamo già parlato una decina di giorni fa (qui), ma dando notizia dell’aspetto diciamo così concettuale: la decisione, da parte del governo Monti, di cristallizzare i contratti della Pubblica Amministrazione, con effetti anche retroattivi che portavano l’ampiezza del blocco all’intero periodo dal 2011 al 2014 compreso.

    Adesso, a completare il quadro, arrivano i calcoli su quale sarà l’impatto concreto sui lavoratori.

    per Abbonati
    giovedì
    mar072013

    PERUGIA: UNA TRAGEDIA IN STILE USA

    mercoledì
    mar062013

    “Allarme” povertà? Ma ci facci il piacere…

    venerdì
    mar012013

    Egregi travet, stringete la cinghia

    giovedì
    feb282013

    «NELLA CRISI I SEMI DELLA VIOLENZA»

    venerdì
    feb152013

    Buonini, manifestanti, che la polizia si stufa

    giovedì
    gen242013

    IL PIANO “MAGICO” DI CONFINDUSTRIA