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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
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    LETTERE E RISPOSTE
    OPINIONI DEI LETTORI

    Entries in crisi italia (122)

    giovedì
    gen022014

    Napolitano “strappacore”: i cittadini mi scrivono che…

    lunedì
    dic302013

    Fine 2013: panoramiche a gogò, e via così

    lunedì
    dic302013

    Lo stato delle cose, in Cina e qui da noi

    martedì
    dic242013

    Sempre meno lavoro. Sempre meno tutele

    lunedì
    dic232013

    Francesco, il Papa-aspirina

    Confortare è una bella cosa. Rabbonire a sproposito no, per niente. E le frasi pronunciate ieri dal Papa, rivolgendosi al gruppetto di manifestanti, dell’area dei “Forconi”, giunto in piazza San Pietro inalberando uno striscione con scritto «I  poveri non possono aspettare», rientrano certamente nella seconda categoria: un mazzetto di chiacchiere di circostanza che in superficie esprimono comprensione e solidarietà, ma che in profondità sono del tutto irrilevanti. Anzi, dannose.

    Il vero asse portante delle sue parole, infatti, non va individuato nelle accorate ovvietà del tipo «famiglia e casa vanno insieme: è molto difficile portare avanti la famiglia senza abitare in una casa», ma nella raccomandazione/auspicio a «dare un contributo costruttivo respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza e seguendo sempre la via del dialogo, difendendo i diritti».

    Detto con la dovuta franchezza, una completa stupidaggine. Che è talmente lontana da qualsiasi analisi realistica della crisi in corso, e prima ancora del sistema economico che l’ha generata, da suonare insultante. Delle due l’una: o l’ex cardinale Bergoglio non capisce un accidente di come funziona il liberismo, e di come i partiti di governo ne assecondino scientemente le iniquità a danno della grande maggioranza dei cittadini, oppure ne comprende le dinamiche e le finalità, ma fa finta di no. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un inetto. Nel secondo a un ipocrita.

    E non ci si venga a raccontare, per l’ennesima volta, che purtroppo la Chiesa non ha la possibilità di incidere direttamente sulla realtà sociale e deve accontentarsi, perciò, di spandere sommessi suggerimenti e fraterni inviti: la precarizzazione di massa non è un equivoco, e men che meno una svista, ma un obiettivo strategico, per cui non si potrà mai risolvere a suon di garbate sollecitazioni al confronto e alla (pacata) discussione. Viste le disuguaglianze oggi in atto, e destinate non già ad attenuarsi ma a diventare più marcate e strutturali, le parti che si dovrebbero relazionare «respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza» sono in effetti delle controparti. Separate da una distanza che non ha nulla di casuale e che va appunto aumentando.

    Non siamo nel campo dei malintesi, con una classe dirigente che in passato non si era resa conto di quello che stava combinando e che è pronta a emendarsi, laddove qualcuno la aiuti ad aprire gli occhi. Non siamo, neppure a livello embrionale, in una fase di riavvicinamento reciproco, in cui tutti si danno atto dei rispettivi errori e poi ripartono su basi diverse e migliori, lasciandosi alle spalle gli eccessi di egoismo in favore di una piena rappacificazione e di un futuro concorde.

    La verità è un’altra, ed è troppo evidente perché si possa scusare chiunque la ignori. E ignorandola la neghi. La verità è che ci sono delle oligarchie che si preoccupano solo dei propri vantaggi e che non esitano, a tale scopo, a infliggere qualunque privazione e sofferenza al resto dei cittadini. La democrazia è una messinscena, per loro. La “sovranità popolare” è l’alibi perfetto per nascondere, dietro la pantomima delle “libere elezioni”, le decisioni/imposizioni calate dall’alto. Dai vertici della politica. Dai vertici dell’economia, ovvero della finanza.

    Papa Francesco, invece, cade dalle nuvole. O vi si adagia. Con la consueta bonomia chiede che si segua sempre «la via del dialogo», come se si trattasse di appianare qualche divergenza astratta tra soggetti in perfetta buona fede e con un mucchio di tempo a disposizione. Come ha fatto fin dall’inizio, vedi la scelta del suo stesso nome da pontefice, questo campione del marketing pseudo religioso punta tutto su una simulata semplicità: che di per sé non è certo un antidoto, di fronte al groviglio di interessi del mondo odierno, ma una colpa.

    Nascondendo la complessità di quanto avviene se ne mistifica la portata. Ed è come mandare i più deboli alla deriva, illudendoli che o prima o dopo giungerà indubbiamente l’approdo in un porto sicuro, dove le autorità saranno liete di accoglierli.

    Federico Zamboni  
    lunedì
    dic162013

    Italia da rimandare, secondo Standard & Poor's

    mercoledì
    dic112013

    I focolai di protesta: nulla di più, nulla di meno

    martedì
    dic032013

    Siamo tutti dei capri espiatori

    lunedì
    dic022013

    My God, Mr. Letta: c’è il rischio dell’estremismo

    venerdì
    nov222013

    Ricominciare l’inizio

    giovedì
    ott242013

    Debito Italia: pronti per un commissariamento

    mercoledì
    ott022013

    Spread o non spread, l’Italia traballa

    lunedì
    set302013

    Crisi. Tra il Berlusca e la Troika

    Probabilmente è eccessivo, ipotizzare che dietro la crisi di governo che è divampata sabato vi sia una strategia concordata, e occulta.

    Stavolta potrebbe essere vero che Berlusconi non abbia resistito alla tentazione del contrattacco, reagendo da belva ferita all’accerchiamento politico e giudiziario che gli si va stringendo intorno dopo la conferma in Cassazione, il primo agosto, della condanna a quattro anni per frode fiscale. Di fronte all’approssimarsi delle conseguenze pratiche di quella sentenza, dalla revoca del seggio al Senato alle misure restrittive della libertà personale, il capo del PdL potrebbe aver perso le staffe e compiuto una mossa disperata, all’insegna dell’istinto – e della vanità – anziché del ragionamento.

    La questione, tuttavia, non deve far dimenticare nemmeno per un attimo quello che è il vero asse portante delle vicende italiane. Un asse che in realtà non è stato progettato/forgiato qui da noi, rientrando invece in strategie internazionali di ben più vasta portata, e che assegna ai diversi governi che si possono susseguire a Palazzo Chigi, specialmente dopo quello di Mario Monti, un ruolo del tutto subalterno. Uno di quei casi in cui il termine “esecutivo” è più che mai centrato, anche se purtroppo in un’accezione anomala – e inquietante.

    Anche ammettendo che non vi siano retroscena segreti, nella “pazzesca” sortita di Berlusconi, la prospettiva d’insieme non cambia, e ovviamente è assai diversa da quella che viene colta dai più. In un certo senso, anzi, questa lettura alternativa ne esce rafforzata, se non sul piano tattico certamente su quello strategico. Quand’anche il dissidio di questi ultimissimi giorni equivalesse a un imprevisto, che in quanto tale scompiglia almeno un po’ i piani precedenti e pone delle incognite (tra cui, al primo posto, l’esito di un ritorno alle urne in tempi brevi, o brevissimi), l’aggravarsi del quadro economico non sarebbe affatto in contrasto con la logica che si sta seguendo. Al contrario, potrebbe rivelarsi utilissima.

    Solo pochi giorni fa, infatti, l’Fmi ha rimarcato che finora l’Italia si è tenuta al di fuori delle procedure ufficiali di sostegno finanziario. La sottolineatura, in cui si coglieva facilmente un malcelato rammarico, implica il fatto che a differenza di altri Paesi europei in notevole difficoltà, vuoi disastrati come la Grecia, vuoi semi disastrati come la Spagna, il nostro non abbia dovuto sobbarcarsi degli impegni formali e tassativi come contropartita dei cosiddetti aiuti. In effetti non è che vi sia poi tutta questa differenza, tra quel genere di vincoli e il sottostare, come avviene già ora, a dei diktat travestiti da consigli e raccomandazioni, ma per chi conosca la storia dell’Fmi non è assolutamente una sorpresa il suo disappunto per il non poter esercitare dei condizionamenti ancora più espliciti.

    In questo senso, perciò, l’improvviso imbizzarrirsi di Berlusconi diventa quasi provvidenziale, per chi voglia passare a una nuova fase in cui le indicazioni della Troika si trasformino a pieno titolo in obblighi inderogabili. Il dato di fatto, che magari non va enfatizzato ma che non può nemmeno essere sottaciuto, è che l’ammutinamento del PdL arriva proprio a ridosso delle previsioni negative sull’anno che volge al termine: a cominciare dalla quasi certezza di un superamento della soglia del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil.

    Come sappiamo perfettamente questo limite è un feticcio creato ad arte, ma fintanto che non lo si abbatta rimane al suo posto. E si presta a generare ulteriori conseguenze negative, in linea coi tanti altri riti perversi tributati all’idolo – Papa dixit, o Papa confirmavit – del denaro.

    Federico Zamboni
    martedì
    set032013

    Che vocina flebile, Squinzi & C.

    lunedì
    ago262013

    E-Cig: maxi tassazione, maxi rischi per il settore

    Gli effetti ci sono già, e sono massicci. Secondo Ovale Italia, che fa capo a un gruppo internazionale, «Con il solo annuncio del decreto che prevede una tassazione spropositata per le e-Cig e gli accessori, il gruppo ha subito una perdita del 50% del fatturato».

    Il decreto, più precisamente, è quello relativo alle norme su Lavoro e Occupazione, e la diatriba che si riaccende oggi era già divampata tra giugno e luglio, dopo che il governo aveva deciso di equiparare le sigarette elettroniche a quelle tradizionali, portando il prelievo al 58,5 per cento. Sorvolando sulle valutazioni di carattere sanitario, e quindi sull’opportunità o meno di favorire un prodotto alternativo a quelli preesistenti e altamente cancerogeni, uno dei principali motivi di dissidio era e resta di natura economica: l’impatto dell’aggravio fiscale sulle vendite, la cui contrazione minaccia di ridurre parecchio il volume d’affari del settore, mettendo a rischio le imprese che sono sorte sull’onda del successo commerciale ed erodendo il gettito effettivamente riscosso dall’erario.

    In entrambi i casi si tratta di contraccolpi ampiamente previsti, ma sostanzialmente ignorati da Palazzo Chigi. Nell’ansia di racimolare risorse aggiuntive con cui soddisfare altre esigenze di bilancio, a cominciare dal mancato aumento dell’Iva e dalla abrogazione totale o parziale dell’Imu, l’esecutivo si è tenuti stretti i suoi calcoli astratti e ha fatto finta di niente. Un classico esempio di contabilità sulla carta, in cui si dà per scontato che l’impennata delle aliquote proietti all’insù gli introiti pubblici, anziché trascinare all’ingiù gli incassi delle aziende e i relativi versamenti dovuti allo Stato.

    Viceversa, quella che si profila è una realtà ben diversa. Sempre secondo Ovale Italia, «A fine anno la stima è che il calo del fatturato raggiungerà almeno l'80%. Il danno avrà ripercussioni sociali ed economiche di enorme portata. Secondo i nostri studi lo Stato avrebbe continuato ad incassare, soltanto dal gruppo Ovale, tra i 60 e i 70milioni di euro (tra Iva e tasse varie); ora quella cifra probabilmente si ridurrà a pochi milioni di euro».

    Ancora più temibili le ricadute negative sui piccoli operatori, che nel nuovo business avevano trovato un rimedio alla disoccupazione: altre migliaia di posti di lavoro che sembrano destinati a sparire, accentuando l’effetto boomerang dell’intera operazione. A conferma del fatto, peraltro evidente, che il “rigore di bilancio” è un dogma perverso, la cui applicazione non può mai e poi mai essere svincolata da un attentissimo esame degli esiti che va a innescare.

    mercoledì
    ago072013

    Recessione addio. Se date retta a Saccomanni

    L’argomento è delicatissimo, ma a giudicare dai toni sia del diretto interessato che della generalità dei commentatori si direbbe il contrario: a dominare è la nonchalance, manco si trattasse di una delle tante chiacchiere estive sul prossimo campionato di calcio. Chi vincerà lo scudetto? Chi si classificherà al secondo e al terzo posto, utili per l’accesso alla Champions League? Ognuno dice la sua (la sua opinione, la sua cazzata) e sono tutti contenti. Il trastullo è garantito, come sempre. La responsabilità tende a zero, come al solito.

    Nel caso specifico, invece, sarebbe doverosa la massima cautela. Che è l’indice minimo della serietà e che, specialmente da parte dei cosiddetti tecnici, dovrebbe essere connaturata ai loro altisonanti curriculum. Macché. Ai microfoni di Sky Tg 24 il ministro dell’Economia, ed ex direttore generale della Banca d’Italia, butta lì con assoluta disinvoltura un’affermazione di grandissimo rilievo, stando alla quale la recessione nazionale è praticamente finita: «Credo di sì, credo che tra questo trimestre e il quarto trimestre l'economia entrerà in ripresa: siamo tecnicamente in quello che si chiama punto di svolta del ciclo». In maniera analoga, sia l’intervistatore di Sky che i giornalisti delle altre testate accolgono la dichiarazione come se non ci fosse nulla da aggiungere. Nulla da chiedere. Nulla da chiarire.

    Vuoi perché soggiogati dalla “autorevolezza” del personaggio, vuoi perché la consegna dei media mainstream è non disturbare il manovratore, ossia il governo in carica, i più riportano le parole di Saccomanni senza battere ciglio. Così come fanno, del resto, con quelle che Enrico Letta pronuncia al Tg1 e che, riguardo al possibile rilancio dell’economia, vanno nella medesima direzione: «Si, ci sono tutti i segnali per il prossimo semestre. Gli strumenti ci sono. In questi cento giorni si è fatto molto».

    Niente che sia niente, ossia senza imbarcarsi in una lettura alternativa e magari di segno opposto, bisognerebbe quantomeno sollecitare/esigere un ragionamento molto più articolato. Nel quale si indichino dettagliatamente i motivi del ritrovato ottimismo, in modo da chiarire come, quando e perché la situazione interna si sarebbe modificata, segnando un miglioramento così marcato da poter essere considerato definitivo. Viceversa, ci si “accontenta” di una pseudo spiegazione dal sapore specialistico, la succitata «siamo tecnicamente in quello che si chiama punto di svolta del ciclo», e ci si astiene da qualunque richiesta di approfondimento.

    Con un tipico paradosso dell’informazione di massa, l’apparente reverenza nasconde al suo interno l’esatto contrario: al di là degli ordini di scuderia, prevale l’assuefazione al teatrino della politica. Si sa benissimo che la propaganda auto celebrativa non va presa sul serio e che, quindi, non c’è da scaldarsi troppo nemmeno stavolta. Saccomanni, seguito a stretto giro di ruota da Enrico Letta, ha sciorinato le sue previsioni-spot. E gli spot, per definizione, non si contestano, a meno che a utilizzarli sia un avversario col quale si è in guerra aperta e che, perciò, va rintuzzato colpo su colpo.

    Ci scappa quasi un proverbio: governo di larghe intese, giornalismo di scarse (o nulle) pretese.

    Federico Zamboni
    martedì
    ago062013

    Seconda Repubblica SpA: un problema di management

    Si sono imbottigliati. La sintesi di quanto va accadendo nella politica italiana, laddove per politica si è purtroppo costretti a intendere quel miserabile pasticcio che sono i partiti, è tutta qui: a forza di rinviare all’infinito le soluzioni autentiche, e dunque profonde, e talvolta brutali, gli stessi artefici delle dinamiche che ci hanno condotti alla situazione attuale si ritrovano in una specie di stallo. La strategia complessiva è chiarissima. Il guazzabuglio tattico si è complicato come non mai.

    La strategia complessiva, manco a dirlo, è quella che riguarda il modello economico. In quest’ambito, che è l’unico davvero decisivo, i margini di manovra sono pressoché nulli, in quanto dettati da entità sovrannazionali che né il PdL né tantomeno il Pd hanno le capacità e l’intenzione di contrastare. Per chi possieda la lucidità necessaria a guardare al di là delle diatribe sull’Imu, e più in generale sui tempi e sui modi di un qualche allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica, è evidente che i massimi vertici si sono accordati da tempo. Come minimo, vedi quanto abbiamo scritto e ribadito negli ultimi due anni, a partire dall’autunno 2011 in cui Berlusconi accettò di rassegnare le dimissioni e di consentire l’avvento di Mario Monti a Palazzo Chigi.

    Viceversa, ora come allora, rimangono irrisolti numerosissimi altri aspetti, che rimandano a due esigenze principali. Da un lato la rimodulazione del bipolarismo: bisogna attenuare, fino a rimuoverla, quell’anomalia berlusconiana che è stata utilissima per accelerare il degrado collettivo ma che adesso non è più compatibile con l’immagine efficientista e pseudo sobria che si vuole dare, nell’intento di accreditare la spietata competizione iperliberista in termini etici (lo Stato che amministra con parsimonia) e meritocratici (solo i migliori avranno successo e si arricchiranno). Dall’altro lato, la necessità pressante consiste in un riassetto delle camarille che si agitano intorno alla lotta per il potere. O meglio del sottopotere, se si va al di là delle proporzioni dei diversi business e del fatto che se ne ritraggano oppure no delle vere e proprie tangenti.

    Il dato di fatto è che nei decenni precedenti, che si riducono a un paio per quanto concerne la Seconda Repubblica ma che in un modo o nell’altro ricomprendono anche quelli della Prima, si è creata una vastissima ragnatela di interessi, e di abusi, e di connivenze, che ha moltiplicato all’eccesso il numero dei soggetti da soddisfare. Soggetti che per lo più, specialmente nelle pubbliche istituzioni ma anche altrove – ossia nell’immenso “parastato” foraggiato a vario titolo coi soldi dell'erario, dalla Stampa alla Sanità, dal mondo dello spettacolo e della cultura all’economia assistita – non avevano nessun’altra dote personale che il loro essere pronti a tutto pur di assecondare il meccanismo nel suo insieme.

    Per usare un linguaggio industriale, quindi, ci troviamo di fronte a un gigantesco problema di riconversione, stante il restyling del prodotto economico-politico da vendere all’elettorato, e di sfoltimento degli organici aziendali, che sono diventati sovrabbondanti e che non sempre appaiono in grado di allinearsi al nuovo corso, essendo troppo impregnati del know-how appreso finora.

    Il governo di larghe intese, analogamente a quello “tecnico” che lo ha preceduto, si pone perciò come una joint venture, : ed è un gravissimo errore sia scambiare le diatribe di facciata con dei disaccordi autentici e insormontabili, sia confondere i pochissimi, veri titolari dell’accordo con il multiforme codazzo dei manager, o presunti tali, che vi ronzano intorno.

    Federico Zamboni  
    venerdì
    lug262013

    Lezioncine Pd-Cgil: nessuna pietà per chi evade

    Una frase buttata lì – e come vedremo il vero difetto sta in questo, anziché nell’affermazione in sé stessa – e si è scatenato un vespaio. La frase, pronunciata durante un convegno di Confcommercio, è del Pd Stefano Fassina, viceministro dell’Economia: «esiste un'evasione di sopravvivenza». Il vespaio si è scatenato all’interno del suo stesso partito, sempre timorosissimo di non mostrarsi inflessibile riguardo al “risanamento” dei conti pubblici, e a dare manforte ai sacerdoti/sagrestani del rigore tributario si è prontamente aggiunta Susanna Camusso. «Questa battuta – ha tuonato la Segretaria Cgil – non si può definire solo una battuta infelice, ma è un drammatico errore politico».

    Viceversa, ma in modo altrettanto superficiale e propagandistico, PdL e Lega hanno accolto gongolando l’imprevista sortita. Brunetta, ad esempio, si è prodotto in questa mini concione da talkshow: «Con Fassina ho vaste ragioni di dissenso, e ci ho polemizzato poco fa sull’Imu. Ma talvolta si lascia trascinare dall’istinto di verità e stupisce piacevolmente. Quando sostiene che questa spaventosa pressione fiscale induce gli onesti a evadere per sopravvivere, mi pare di sentire quel Berlusconi che i compagni del suo partito azzannavano come complice degli evasori. Benvenuto nel Popolo della libertà. Ora mi auguro che Fassina perseveri». La logica è rozza, il parallelo arbitrario, l’ironia un esercizio di pura routine (in pratica il kit completo del politicante a caccia di visibilità mediatica), ma il giochino funziona. Non che ci voglia molto, visto che il giornalismo standard si accontenta di trascrivere, e amplificare, i botta e risposta tra i soliti noti.

    Così, benché la frase incauta fosse stata subito seguita da una cauta precisazione («Senza voler strizzare l'occhio a nessuno e senza ambiguità nel contrastare l'evasione, ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno»), la discussione è subito partita per la tangente, trasformandosi in una pretestuosa diatriba sull’atteggiamento da tenere nei confronti di chi non paga all’erario tutto quel che gli competerebbe. Come se il punto, a partire dal dato oggettivo dell’altissima pressione fiscale, fosse quello di concedere o non concedere delle attenuanti a 360 gradi, finendo col mettere sul medesimo piano sia il poveraccio che davvero non avrebbe di che sbarcare il lunario se si attenesse strettamente alle leggi, sia coloro i quali sono semplicemente infastiditi da un prelievo tanto elevato e perciò, facendone un alibi indiscriminato, dichiarano e versano importi risibili. Vedi il classico caso dei gioiellieri, per citarne uno solo: 17.300 euro di reddito medio nel 2011. Reddito imponibile, si capisce. Reddito al lordo delle imposte.

    Ma non era questo, ciò che Fassina intendeva. Sia pure in maniera occasionale ed eccessivamente sommaria, come abbiamo già sottolineato in apertura, il problema che egli segnala è fondatissimo. Nel momento in cui la pretesa tributaria divenga obiettivamente insostenibile, rispetto alle effettive condizioni personali e famigliari del contribuente, essa andrebbe riconsiderata all’origine, fino a modificare le norme da applicare a chiunque si trovi in circostanze analoghe. Oppure, se non altro, dovrebbe far sì che si cancellino o si riducano al minimo le sanzioni e gli interessi a carico del singolo inadempiente.

    L’atteggiamento odierno, che si limita a fissare il gettito complessivo e a stabilire degli obblighi inderogabili a carico dei cittadini, va in direzione opposta. Infischiandosene, tra l’altro, delle ulteriori e innegabili difficoltà/impossibilità dovute alla crisi, dal lavoro che non si trova al credito bancario che non si ottiene. È lo Stato esattore, anziché lo Stato governatore. È lo Stato che quando si tratta di prendere si comporta con la spietatezza dei privati che pensano solo a sé stessi, mentre quando si tratta di dare, adempiendo ai propri compiti sostanziali, si rifugia nel lassismo e nell’impunità dei peggiori burocrati.

    L’unico ripensamento degno di tal nome, quindi, dovrebbe essere di carattere generale. Il che, naturalmente, lo pone fuori dalla portata sia dello stesso Fassina sia di coloro i quali, nel solito gioco delle parti della nostra falsa democrazia, lo hanno attaccato o difeso. Per poter riconoscere che «esiste un'evasione di sopravvivenza» bisognerebbe avere a cuore le sorti dei propri connazionali. E non solo per augurarsi che reggano il più a lungo possibile nella duplice veste di consumatori e di contribuenti.

    Federico Zamboni

    venerdì
    lug192013

    Detroit crac: la follia delle città ridotte ad aziende

    Negli USA, a quanto pare, il principio del “Too Big To Fail” vale per le banche e affini, ma non per le città. O forse, chissà, Detroit non è abbastanza grande per sfuggire alla logica esclusivamente contabile che conduce alla bancarotta: con i suoi 800 mila abitanti, e i suoi 18-20 miliardi di debiti, è un po’ l’equivalente di Lehman Brothers. Una società di notevoli dimensioni, e con una lunga storia alle spalle, che tuttavia non è indispensabile ai fini della sopravvivenza complessiva del meccanismo cui appartiene. E che, perciò, può essere abbandonata al suo destino.

    D’altronde, e sempre restando negli Stati Uniti, i precedenti non mancano. La “novità” di Detroit è tale solo perché rientra tuttora fra le venti metropoli più popolose, nonostante la cittadinanza si sia più che dimezzata rispetto ai quasi due milioni degli Anni Cinquanta che la collocavano, addirittura, al quarto posto. Ma la regola, che è quella su cui concentrarsi, è appunto che le città siano soggetti assimilabili alle imprese private. Più che enti locali, la cui dissoluzione per via meramente contabile è assurda di per sé in quanto viola il fondamentale vincolo tra popolazione e territorio, entità collettive, rispetto alle quali i cittadini sono una sorta di soci, o di lavoratori dipendenti, che vengono risucchiati loro malgrado nei gorghi del fallimento.

    Il tracollo della città-azienda li priva di qualsiasi certezza, vista l’assenza di una tutela pubblica di rango superiore, e infliggendo loro un impoverimento sicuro li espone a uno sradicamento probabile. Come sottolinea un articolo uscito oggi sul Sole 24 Ore (qui), «Fra i debiti non garantiti [di Detroit], ovvero quelli più a rischio, ci sono 9 miliardi di dollari di assistenza sanitaria e pensioni; gli ex dipendenti della città rischiano di ottenere il 10% di ciò cui avrebbero diritto».

    Significa ritrovarsi sul lastrico, in pratica. E a un’età, per i pensionati, nella quale certamente non si può ricominciare daccapo, augurandosi di avere maggior fortuna. Una situazione che del resto non è troppo dissimile da quella di chi, benché non altrettanto anziano, si sia trovato a perdere la propria fonte di reddito e magari anche la massima parte del valore della sua piccola proprietà immobiliare, dalla casa al negozio o all’ufficio, a causa del crollo generale delle quotazioni e dello svuotamento di ampie zone, ormai ridotte a quartieri-fantasma.

    L’idea, tipicamente statunitense ma ormai prossima ad affermarsi anche in Europa, è tanto semplice quanto brutale. Le cose vanno come vanno, e i singoli devono sbrogliarsela da soli. Una logica da Grande Depressione, o da fine della Corsa all’oro, o da ordinario Far West con le sue innumerevoli ghost town sorte sullo slancio di una qualunque spinta espansiva e poi schiantate dal mutare delle circostanze e delle opportunità. Una logica che esplode nei momenti di crisi, locale o nazionale, ma che in effetti non scompare mai del tutto, rimanendo invece nascosta-incombente-strisciante nelle altre fasi del ciclo economico liberista.

    La lezione di Detroit aggiunge ben poco a ciò che già non si sapesse delle dinamiche degli USA e laggiù, dai santuari di Washington fino alle chiesette dei piccoli e piccolissimi centri abitati di cui i più non hanno mai sentito parlare ma che sono soggiogati dallo stesso cinismo, non innescherà alcun ripensamento sui vizi di un sistema che oscilla di continuo tra arricchimenti repentini e declini inarrestabili. Il loro dogma è che sia giusto così: molto si crea, molto si distrugge, e in teoria c’è posto per tutti, se si possiedono le “qualità” necessarie.

    Per noi, come italiani e come europei, c’è ancora qualche possibilità di non ammalarci della stessa follia. Chiedendoci, ad esempio, se saremmo disposti ad accettare vicende come quella di Detroit, col fallimento, e la desertificazione, di qualche nostra città medio-grande.

    O degli interi Stati, a maggior ragione.

    Federico Zamboni

     

    Vedi anche:

    07 luglio 2010 – “Detroit: città fantasma con orti dentro”

    18 settembre 2012 – “Detroit: l’altra faccia della medaglia”

     

    venerdì
    lug122013

    Gradite un gianduiotto italo-turco?

    Come dicono i media mainstream, la cessione della Pernigotti al gruppo turco Toksoz “fa notizia”. Quanto al perché, si suppone che non ci sia bisogno di chiarirlo. Per cui ci si limita ad aggiungere qualche riga sul fenomeno, che va avanti da anni e che riguarda imprese anche di gran nome come quelle della moda o comunque del “made in Italy” (il marchio nazionale che a torto o a ragione si affianca, in automatico, a quello aziendale), e l’articolo è bell’e finito.

    Nella stessa giornata, d’altronde, si apprende che la Geox di Moretti Polegato ha acquistato i diritti di Diadora per Cina, Hong Kong e Macao, dal che si dovrebbe dedurre che il mercato non è solo in uscita. Poi, magari, sarebbe interessante fare i conti e vedere qual è il saldo complessivo, e peraltro momentaneo, ma semmai ci si penserà in seguito. Per il momento basta così. Basta che l’accaduto sia stuzzicante (come un cioccolatino…) e che perciò, appunto, faccia notizia.

    Ma cos’è che colpisce davvero l’attenzione del lettore/spettatore medio? Il fatto che si tratti di un’azienda che produce dolciumi famosi, che dal Natale in giù sono legati alla dimensione affettiva del regalo più che a quella del consumo personale? O che a comprarsela sia una holding turca, ossia di una nazione che non è, o non ci appare, dello stesso rango di quelle occidentali?

    Sia come sia, si resta in superficie. E c’è da scommettere che a moltissimi continui a sfuggire il tassello decisivo: nell’epoca della globalizzazione, con il movimento sempre più libero/incontrollato/parossistico dei capitali, la natura nazionale delle imprese tende a ridursi a mera apparenza. Il denaro, infatti, diventa apolide di per sé, al punto da assorbire in questa sua caratteristica, e perversione, anche coloro i quali lo possiedono. Gli individui in carne e ossa e, a maggior ragione, le persone giuridiche. Le delocalizzazioni sono lì a dimostrarlo. E le società a proprietà mista, nell’amplissima gamma che va da due soli comproprietari di nazionalità diversa fino all’azionariato diffuso tra gli investitori di tutto il mondo, lo innalzano a regola ormai acquisita.

    Paradossalmente, oggi come oggi è più “italiano” chi pur essendo straniero produce all’interno del nostro territorio, anziché il contrario. Solo che, ovviamente, questa sua appartenenza non poggia su alcuna base che non sia il vantaggio economico e, pertanto, è a sua volta labile. Transitoria nella sua essenza, quale che sia la durata effettiva dell’attività svolta nei nostri confini. Egoista, e cinica, così come lo sono i suoi scopi.

    La replica dei neoliberisti è nota: si deve rendere il proprio Paese appetibile agli investitori, innanzitutto con trattamenti fiscali di favore e norme sul lavoro che assicurino alle imprese la massima libertà d’azione – o di arbitrio. Bisogna essere attraenti. Disponibili a tutto. Praticamente irresistibili.

    Un linguaggio che ricorda, chissà perché, quello della prostituzione.

    Federico Zamboni
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