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a cura di Valerio Lo Monaco

(in arrivo)

Entries in default Europa (185)

giovedì
ott092014

La Germania ingoiata da se stessa

Se la Germania entrerà a breve in recessione, così come sembra, lo scenario europeo cambierà in modo sensibile. Ancora di più adesso, con Draghi in procinto di dare il via alle “misure non convenzionali” di maggiore peso.

I dati di ieri in merito all’economia tedesca sono allarmanti: la battuta d’arresto è veramente notevole, con un calo della produzione industriale del -4% ad agosto e con un vero e proprio tracollo per il settore automobilistico, da sempre uno dei cavalli di battaglia della Germania, che ha fatto registrare un sonoro -25%. Se vi sarà un nuovo calo del Pil anche per il terzo trimestre - e i dati si attendono a breve - si potrà parlare in tutto e per tutto di fase recessiva anche per la “locomotiva d’Europa”.

Il che ha un significato estremamente particolare. Perché a quel punto non si capirà più con quale artificio, ma anche con quali mere argomentazioni, la Merkel e la Bundesbank potranno continuare a fare la voce grossa alla Banca Centrale Europea. L’austerità imposta al resto d’Europa, così come è il punto fermo tedesco praticamente da sempre, non solo sta facendo vedere i pessimi risultati in tutti gli altri Paesi, ma adesso anche in Germania. E allora?

Allora, posto che le ricette di Draghi siano quelle corrette (e qui non lo crediamo), cioè posto che sia giusto allentare i cordoni del denaro e quelli del fiscal compact per innescare un incremento della domanda interna al fine di stimolare la ripresa, la Germania non potrà più opporsi con argomenti credibili. Né la Cancelliera avrà vita facile in patria.

Già ieri, alla pantomima del “vertice sul lavoro” a Milano, la Merkel è apparsa non solo livida per la sonora battuta d’arresto ricevuta dai dati, ma si è espressa anche in modo significativamente differente soprattutto nei confronti di Hollande, “reo” di avere detto molto candidamente che la Francia non è in grado di rispettare i patti economici sottoscritti a suo tempo con l’Europa e che dunque, molto semplicemente, non li rispetterà. In altri tempi la Merkel avrebbe tuonato in modo molto più sonoro rispetto a quanto fatto ieri, dove si è invece limitata a dire, diplomaticamente, che «è certa che gli altri Paesi rispetteranno i patti». Dichiarazione che vuol dire molto poco, se non la volontà estrema di tenere una linea che essa stessa sa già che dovrà cambiare.

La linea generale europea - e tedesca - dunque, per forza di cose dovrà cambiare. 

A quel punto, però, il rischio si troverà nel rovescio della medaglia: con la BCE a mani libere, e di fatto la troika a poter dirigere le operazioni su tutto il territorio europeo, e indirettamente anche sulla Germania, la sovranità dei popoli e le operazioni possibili dei governi locali - di tutti i governi - si ridurranno ancora di più, consentendo una avanzata senza più opposizione alcuna verso la governance mondiale di natura finanziaria tanto voluta dai gruppi di potere economico che, di fatto, già governano i destini dei popoli. Beninteso, non che la Germania potesse apparire un ostacolo reale a tale ordito ma, almeno sino a ora, forte della sua capacità economica in un deserto dei tartari, rappresentava in ogni caso una presenza nazionale di un certo spessore. Da ora in avanti non ci sarà più neanche quella. Almeno non più forte come è stata sino a ora.

In secondo luogo, varrebbe la pena riflettere anche dalle nostre parti (ma stiamo pur tranquilli che non lo si farà) quanto il modello tedesco sia sul serio quello da prendere ancora come riferimento. E lo si dovrebbe fare proprio adesso, proprio oggi, giorno in cui il governo Renzi ha posto e ottenuto la fiducia in Senato per fare tabula rasa dei lavoratori. La Germania che “ha fatto le riforme in tempo”, la Germania dei mini-jobs, la Germania che è riuscita a crescere quasi unicamente per via dello spropositato vantaggio acquisito con il passaggio all’Euro a discapito di tutti gli altri Paesi, la Germania, soprattutto, che è andata dritta come un treno sulla coercizione degli altri popoli, mostra la corda di una società basata sul commercio che giunge al termine della sua corsa.

A chi mai potrebbe continuare a vendere quando non ci sono persone in grado di comperare? Anche ammesso che offrire ai cittadini degli altri Paesi europei il denaro necessario per continuare a perpetrare la società dei consumi sia la cosa giusta da fare (e le posizioni di questo giornale sono chiare, in tal senso), resta da capire con quali metodi, adesso, si intenderà operare.

Perché se in Germania, con la recessione alle porte, si aprono seppur lentamente gli scenari in cui gli altri Paesi sono già immersi da tempo - una cosa su tutte, l’aumento della disoccupazione - qualsiasi mossa si vorrà fare per invertire la rotta a livello europeo, che sia da Francoforte o da Bruxelles, non basteranno pochi mesi per avere degli effetti evidenti.

Le previsioni sul Pil per il 2014 sono funeste per tutti, adesso, e fatalmente inizieranno le false previsioni per il 2015, quando anche i sassi sanno che, in una situazione che degrada inesorabilmente dal 2007, eventuali riprese non si possono attendere nell’arco di “trimestri”, ma di “anni”. Se non decenni.

L’ultima riflessione riguarda proprio i tedeschi: se in Grecia, Spagna, Portogallo e Italia i cittadini sono ormai abituati ai bollettini di guerra e assuefatti (almeno così pare) alle misure imposte altrove, resta da vedere come la cosa verrà accettata in Germania. Certo, lì la Merkel ha ancora ampio spazio per poter spendere in deficit, ma si tratta, in occasione dell’inizio di una spirale negativa come questa è anche per loro, di una possibilità buona solo per prendere tempo. Se non ripartiranno i consumi degli altri Paesi (e come?) non potrà riprendersi neanche la situazione tedesca. A quel punto - a questo punto - la crisi è europea nel suo complesso, e se si leggono i dati reali della falsa ripresa Usa, si può chiaramente parlare di una crisi che ora unisce nel complesso Europa e Usa, dunque tutta l’area atlantica. Mentre la Cina, opportunamente per sé, lascia gli Stati Uniti alla deriva e si stringe sempre di più a Putin, tendendoci la mano per mezzo dello Yuan ora scambiabile con l’Euro, e spostando di fatto, ancora di più, l’asse della storia verso Est. 

Valerio Lo Monaco
venerdì
nov152013

Eurozona in deflazione a ottobre, 0,1%

Inflazione precipita a +0,7% su base annuale

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mercoledì
nov132013

L'Europa e la crisi di una non-moneta

L'euro che conosciamo più che una moneta e' un metodo di governo occulto, elitario, illegittimo, autoritario e antidemocratico: la longa manus del neoliberismo.

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venerdì
ott112013

Germania a rischio implosione, l’austerità non paga (neanche per i tedeschi)

mercoledì
set252013

Euro… disastro! La recessione affligge l’Europa

giovedì
set052013

"Ripresa europea", sicuri?

lunedì
set022013

Europa sull’orlo del collasso

Intervista a Ulrich Beck. La discussione affronta i temi esposti dal teorico tedesco durante il "Festival della mente" di Sarzana. [Benedetto Vecchi]

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venerdì
lug192013

Detroit crac: la follia delle città ridotte ad aziende

Negli USA, a quanto pare, il principio del “Too Big To Fail” vale per le banche e affini, ma non per le città. O forse, chissà, Detroit non è abbastanza grande per sfuggire alla logica esclusivamente contabile che conduce alla bancarotta: con i suoi 800 mila abitanti, e i suoi 18-20 miliardi di debiti, è un po’ l’equivalente di Lehman Brothers. Una società di notevoli dimensioni, e con una lunga storia alle spalle, che tuttavia non è indispensabile ai fini della sopravvivenza complessiva del meccanismo cui appartiene. E che, perciò, può essere abbandonata al suo destino.

D’altronde, e sempre restando negli Stati Uniti, i precedenti non mancano. La “novità” di Detroit è tale solo perché rientra tuttora fra le venti metropoli più popolose, nonostante la cittadinanza si sia più che dimezzata rispetto ai quasi due milioni degli Anni Cinquanta che la collocavano, addirittura, al quarto posto. Ma la regola, che è quella su cui concentrarsi, è appunto che le città siano soggetti assimilabili alle imprese private. Più che enti locali, la cui dissoluzione per via meramente contabile è assurda di per sé in quanto viola il fondamentale vincolo tra popolazione e territorio, entità collettive, rispetto alle quali i cittadini sono una sorta di soci, o di lavoratori dipendenti, che vengono risucchiati loro malgrado nei gorghi del fallimento.

Il tracollo della città-azienda li priva di qualsiasi certezza, vista l’assenza di una tutela pubblica di rango superiore, e infliggendo loro un impoverimento sicuro li espone a uno sradicamento probabile. Come sottolinea un articolo uscito oggi sul Sole 24 Ore (qui), «Fra i debiti non garantiti [di Detroit], ovvero quelli più a rischio, ci sono 9 miliardi di dollari di assistenza sanitaria e pensioni; gli ex dipendenti della città rischiano di ottenere il 10% di ciò cui avrebbero diritto».

Significa ritrovarsi sul lastrico, in pratica. E a un’età, per i pensionati, nella quale certamente non si può ricominciare daccapo, augurandosi di avere maggior fortuna. Una situazione che del resto non è troppo dissimile da quella di chi, benché non altrettanto anziano, si sia trovato a perdere la propria fonte di reddito e magari anche la massima parte del valore della sua piccola proprietà immobiliare, dalla casa al negozio o all’ufficio, a causa del crollo generale delle quotazioni e dello svuotamento di ampie zone, ormai ridotte a quartieri-fantasma.

L’idea, tipicamente statunitense ma ormai prossima ad affermarsi anche in Europa, è tanto semplice quanto brutale. Le cose vanno come vanno, e i singoli devono sbrogliarsela da soli. Una logica da Grande Depressione, o da fine della Corsa all’oro, o da ordinario Far West con le sue innumerevoli ghost town sorte sullo slancio di una qualunque spinta espansiva e poi schiantate dal mutare delle circostanze e delle opportunità. Una logica che esplode nei momenti di crisi, locale o nazionale, ma che in effetti non scompare mai del tutto, rimanendo invece nascosta-incombente-strisciante nelle altre fasi del ciclo economico liberista.

La lezione di Detroit aggiunge ben poco a ciò che già non si sapesse delle dinamiche degli USA e laggiù, dai santuari di Washington fino alle chiesette dei piccoli e piccolissimi centri abitati di cui i più non hanno mai sentito parlare ma che sono soggiogati dallo stesso cinismo, non innescherà alcun ripensamento sui vizi di un sistema che oscilla di continuo tra arricchimenti repentini e declini inarrestabili. Il loro dogma è che sia giusto così: molto si crea, molto si distrugge, e in teoria c’è posto per tutti, se si possiedono le “qualità” necessarie.

Per noi, come italiani e come europei, c’è ancora qualche possibilità di non ammalarci della stessa follia. Chiedendoci, ad esempio, se saremmo disposti ad accettare vicende come quella di Detroit, col fallimento, e la desertificazione, di qualche nostra città medio-grande.

O degli interi Stati, a maggior ragione.

Federico Zamboni

 

Vedi anche:

07 luglio 2010 – “Detroit: città fantasma con orti dentro”

18 settembre 2012 – “Detroit: l’altra faccia della medaglia”

 

martedì
lug162013

Fitch taglia ad AA+ rating Efsf

A seguito del peggioramento del giudizio sulla Francia

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lunedì
lug152013

IL CARROZZONE PERDE PEZZI IN SUD EUROPA

Free Image Hosting at www.ImageShack.us DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
telegraph.co.uk



In Europa la strategia della crisi del debito è ormai vicina al collasso. La tanto attesa ripresa non è riuscita a decollare. Gli indici di indebitamento in tutta l'Europa meridionale stanno crescendo ad un ritmo accelerato e il consenso politico per una austerità estrema non esiste più in nessuno stato dell'UEM in crisi. E ora la FED americana ha assestato una bella botta al credito con le sue ultime misure. Inoltre un rapporto riservato della UE conferma che ancora una volta la Grecia non raggiungerà gli obiettivi imposti dalla austerità.

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lunedì
lug082013

L’Eurozona è a rischio implosione

La Germania tenta di rassicurare tutti sul futuro dell’Eurozona, ma i popoli europei dopo esser stati privati della loro sovranità e ridotti in miseria vivono costantemente sotto il tallone dell’usura internazionale.
A sottolineare che nessun Paese finirà fuori dalla moneta unica a causa della crisi è stato il cancelliere tedesco Angela Merkel, anche se – ha precisato – i problemi con l’euro non si sono ancora completamente risolti, ma “sarà un processo lungo composto da diverse tappe e interventi. Abbiamo già fatto dei progressi su questa strada, ma resta ancora molto da fare”.

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lunedì
lug082013

La Germania che guadagna dalla crisi

martedì
lug022013

UNA 'GIOVANNA D'ARCO' TRIONFANTE PROMETTE DI RITORNARE AL FRANCO

Free Image Hosting at www.ImageShack.us

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
telegraph.co.uk

Marine Le Pen ha annunciato una crociata: Il leader del Fronte Nazionale francese giura che distruggerà l'ordine europeo esistente e che spingerà per una spaccatura dell'unione monetaria, se vincerà alle prossime elezioni.

Marine Le Pen ha detto che il suo primo ordine del giorno, appena metterà piede all'Eliseo sarà quello di indire un referendum sull'adesione all'UE, da tenersi entro un anno.
"Negozierò sui punti in cui non ci possono essere compromessi. Se il risultato sarà inadeguato, chiederò di uscire dall’euro".

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venerdì
giu282013

LA CRISI D’EUROPA IN 80 SLIDES

DI MAURIZIO BLONDET
effedieffe.com

Tra i «think-tank» fasulli e «fondazioni culturali» senza idee, che non hanno dato segno di attività intellettuale ancorché ampiamente irrorate di denaro pubblico (tipo «ItalianiEuropei» di D’Alema, o la fantomatica «FareFuturo» dello scomparso Gianfranco Fini), abbiamo il piacere di presentare il solo vero think-tank italiano: «Scenari Economici». Conosco personalmente il ristretto gruppo di lavoro che la compone, ne ammiro la competenza, l’onestà intellettuale e il realismo: sono, del resto, tutti dirigenti innovativi che operano nell’economia reale, facendo onore al nome italiano all’estero.

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mercoledì
giu052013

Fmi: Eurolandia avanti a velocità zero

In 2013 contrazione 0,3%. Risanamento proceda a giusta velocità

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lunedì
giu032013

UN BESTSELLER PORTOGHESE PREVEDE L'USCITA DALL’€URO

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
blogs.telegraph.co.uk

Il Portogallo si sta svegliando. Un nuovo libro che chiede il ritiro dall'euro e un ritorno allo scudo è arrivato in cima alla classifica dei best seller.
Con un titolo incendiario - "Porque Debemos Sair do Euro" (Perché dobbiamo lasciare l'euro) – è stato scritto dal professor João Ferreira do Amaral dell’ Instituto Superior de Economia e Gestão (ISEG).

Il professore si è già guadagnato l'appoggio di Luis Antonio Noronha Nascimento, Giudice Capo della Corte Suprema del Portogallo.

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venerdì
mag312013

Crisi: nuova fase dietro l'angolo

venerdì
mag312013

GLI STATI UNITI E LA CRISI DELL'EURO: LEZIONI DA UN CONFRONTO

Free Image Hosting at www.ImageShack.us DI MARK WEISBROT
aljazeera.com

Ci sono forti differenze tra come si stanno gestendo le crisi finanziarie nella zona euro e negli USA

Il populista Beppe Grillo e il suo Movimento anti-establishment 5 Stelle sta avendo molta popolarità in Italia, perché disposto a parlare di un referendum per uscire dall'euro [NdT : l’articolo originale è stato pubblicato prima delle elezioni amministrative in Italia].

La recessione della zona euro ormai è la più lunga mai registrata nell’area della moneta unica, secondo le statistiche ufficiali pubblicate la scorsa settimana l'economia ha continuato a regredire anche nel primo trimestre di quest'anno. Un confronto con l'economia statunitense potrebbe far luce sui motivi per cui, nel 21° secolo, può verificarsi un profondo fallimento economico in paesi ad alto reddito e alto livello di istruzione.

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martedì
mag212013

Il mito del contribuente del Nord che paga per salvare i paesi del Sud

L’analisi economica pubblicata oggi dalla agenzia di stampa Reuters  riferisce che  i contribuenti del Nord non hanno speso un centesimo per il salvataggio del Sud. Al contrario, i governi di Germania, Finlandia, Austria, Paesi Bassi e Francia RISPARMIANO miliardi grazie al calo dei tassi di interesse sui prestiti. Secondo la società assicurativa Allianz solo la Germania negli anni 2010-2012 ha guadagnato 10,2 miliardi di euro dal calo dei tassi di interesse sui titoli a dieci anni. Tuttavia, come osservato da Reuters, per scopi pre-elettorali ha avanzato l'idea che i lavoratori del nord lavorano duramente perché sono chiamati a pagare gli errori e le follie dei governi del sud. 

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giovedì
mag162013

Europa in ginocchio. La Merkel non sa cosa fare. E gli europei hanno capito ancora molto poco

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