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    Entries in default Italia (182)

    lunedì
    mag062013

    UN PATTO CON IL DIAVOLO ? L'ITALIA POTREBBE UTILIZZARE LE SUE RISERVE D'ORO PER FORZARE UN CAMBIAMENTO NELLA POLITICA DELL'UEM

    Free Image Hosting at www.ImageShack.usDI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
    blogs.telegraph.co.uk 

    Il World Gold Council ha chiesto all'Italia di usare le sue 2.000 tonnellate d’oro per mitigare i dettami di austerità imposti dall’Unione Monetaria Europea. 

    Utilizzando le sue riserve – le quarte per valore nel mondo - come garanzia di una prima tranche per le eventuali perdite degli obbligazionisti, l'Italia potrebbe raccogliere sul mercato dei capitali 400 miliardi di euro o giù di lì e potrebbe così decidere del proprio futuro, almeno per un po'.

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    venerdì
    mag032013

    Governo Letta: già finito il tempo delle promesse

    Più che un discorso di insediamento, quello di Letta il giorno della richiesta della fiducia a Camera e Senato è stato un comizio elettorale. Toni, temi e intenti sono stati infatti simili a uno qualunque tra i discorsi che i vari leader di coalizione fanno prima che il popolo vada alle urne, non dopo. La natura della nascita di questo governo, del resto, non è che potesse far sperare in un programma vero e proprio. Quel giorno, insomma, non abbiamo avuto di fronte un Presidente del Consiglio che dava seguito a quanto promesso in campagna elettorale, ma di fatto una persona "in cerca di voti". E quanto detto in quella circostanza lo ha rispecchiato in pieno. Come per tutte le operazioni del genere, ciò che conta sono le promesse e gli intenti. E così è stato. Inutile tornare sopra a una pagina che ormai è praticamente  storia (dimenticabilissima, peraltro). Il punto è che oggi, cioè immediatamente, si apre il momento del fare. E iniziano i problemi.

    Sopra ogni altra cosa ce ne sono due, oltre ovviamente al fatto di dover dare seguito a tante parole confuse come quelle pronunciate il giorno dell'insediamento. Entrambi i problemi sono ovviamente inerenti l'economia, e si portano dietro tutto il resto. 

    Se da una parte, infatti, l'Europa ha concesso più tempo a Francia, Portogallo e Spagna per rientrare nel parametro del 3% di deficit, per noi le cose stanno diversamente. Molto diversamente, per essere precisi: l'Ocse ha appena rivisto al ribasso i nostri valori di crescita. A fronte delle stime dello scorso novembre, in cui sembrava che ci saremmo attestati al -1% per l'anno in corso, adesso si parla di un peggioramento del 50%: dovremmo arrivare al -1.5%. Cosa significa? Molto semplice: impossibilità di ridurre la pressione fiscale così come promesso da Letta. Ovviamente.

    Secondo problema: durante l'audizione di ieri, Saccomanni, in quanto ministro dell'Economia, ha escluso "rinegoziazioni degli sforamenti del deficit". Ovviamente, ancora: nello stesso momento Mario Draghi, suo grande sponsor, da Francoforte ammoniva senza mezzi termini i Paesi ad andare avanti col risanamento del bilancio e nel mantenere la barra delle misure da adottare per "uscire dalla crisi". Cioè, come sappiamo, tagli e privatizzazioni. Saccomanni non poteva dire altrimenti.

    E dunque? Cosa mai potrà fare Letta, o meglio, cosa mai "vorrà" fare visto che è un uomo di diretta discendenza dei poteri forti che lo hanno messo a presiedere il nostro Consiglio? Nulla, naturalmente. 

    In altre parole, le promesse più importanti fatte a suo tempo diventeranno presto un lontano ricordo. Secondo Boccia, che è il consigliere economico di Letta, una strada tuttavia c'è. O meglio, a sentire le sue parole, ci sarebbe. Le idee al vaglio del governo sono grossomodo quattro.

    Patto con l'Europa: l'idea per coniugare crescita e rigore è quella di attuare una condivisione dei metodi a livello europeo. Ovvero chiedere uno slittamento del termine per ridurre il deficit anche per noi.

    Spending Review: ancora una volta, si continua sulla strada dei tagli per "riqualificare la spesa pubblica". Formula che, sappiamo, non fa presagire nulla di buono, visti i precedenti.

    Golden Rule: scorporo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit. Ci può stare. Il punto è capire quali possano essere questi investimenti produttivi. A richiamare qualcosa alla memoria, nel recente passato, si è parlato di Ponte sullo Stretto e di Tav, tanto per intenderci. E dunque, ancora una volta: nulla di buono all'orizzonte.

    Le tasse: riduzione del cuneo fiscale. Questo uno dei temi che il governo Letta tenterà di battere. Resta da capire, al solito, quale sarà la copertura per farlo, visto che le entrate tributarie dello Stato sono previste in discesa, per via della recessione e delle aziende che chiudono. 

    La coperta è insomma corta, cortissima in ogni ordine e grado. E ancora più piccola appare se la si rapporta alle roboanti promesse fatte in Parlamento.

    L'illusione di qualche intervento decisivo, dunque, sembra proprio destinata a dissolversi presto.

    lunedì
    apr292013

    Moody's: non è escluso che Italia ricorra agli aiuti della Bce

    "La situazione rimane difficile, Moody's verificherà la "capacita del nuovo governo italiano di perseguire le riforme"

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    giovedì
    apr252013

    Sale esposizione banche estere a Italia

    Cresciuta da 170 a 198 miliardi dollari a fine 2012

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    mercoledì
    apr172013

    Grilli: "Il limite del 3% del deficit è 'bibbia'"

    Il limite del 3% del deficit e' "bibbia", e' invalicabile ripete da giorni il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli. Un limite che e' possibile 'valicare' solo per pagare una tantum l'arretrato, la montagna dei debiti della P.a.. Questo anche perche' le imprese sono sempre piu'in affanno e non passa giorno che non rinnovino l'allarme della mancanza di liquidi in cassa. Cosi' si chiude e non si pagano neanche le tasse

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    martedì
    apr162013

    Fmi taglia la stima del Pil dell'Italia

    L'economia italiana continuerà a contrarsi anche nel 2013. Dopo il -2,4% del 2012, il pil calerà quest'anno dell'1,5%, per poi tornare a crescere nel 2014 quando registrerà un +0,5%. Lo prevede il Fondo Monetario Internazionale. Il tasso di disoccupazione salirà al 12,0% nel 2013 (dal 10,6% del 2012) e al 12,4% nel 2013.

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    martedì
    apr162013

    Fmi: mondo a 3 velocita', pil 2013 +3,3%

    Economie emergenti da un lato, biforcazione fra Usa ed Europa

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    giovedì
    apr112013

    Spread giù e Borse su. Ma i conti non tornano

    mercoledì
    apr102013

    Ue: riforme incomplete, Italia fiacca. E per l'Europa rischio-contagio

    L'export italiano "soffre del modello di specializzazione delle imprese, simile a quello cinese, che punta su settori 'low-tech' per la scarsa capacità di innovazione delle aziende". E' uno dei passaggi più significativi del rapporto sugli squilibri macroeconomici della Commissione Ue. Che denuncia anche "barriere normative e clima sfavorevole al business"

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    martedì
    apr092013

    L'Italia è in ginocchio ma lo spread non sale. Perché?

    martedì
    apr092013

    Abbiamo rischiato l'embargo

    Embargo brics italia


     di Valerio Valentini

     Abbiamo rischiato l’embargo. O qualcosa di molto simile. E siccome, nella concitazione di questi giorni che vedono i vani sforzi per formare un governo, la notizia è passata in secondo piano, è bene sottolinearne la gravità. A dare quest’annuncio è stato lo stesso Mario Monti, riferendo al Senato sulla vicenda dei due marò: "Abbiamo avuto notizia dal sottosegretario agli Esteri, ora vice ministro, Staffan De Mistura che in sede di vertice di Brics cominciava ad essere presa in considerazione, su richiesta indiana, l'ipotesi di misure congiunte nei confronti dell'Italia". In pochi hanno riflettuto sull’importanza di una tale affermazione: importanza dal valore storico ben più vasto rispetto alla contingenza attuale. Eppure è doveroso farlo, proprio per cercare di capire quali sono gli equilibri geo-politici ed economici che si vanno stabilendo in questi anni e che condizioneranno la nostra vita nei prossimi decenni.

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    lunedì
    apr082013

    Alberto Bagnai: per non farsi rapinare dall’Ue

    Professore, come mai l’uscita dall’eurozona sarebbe dovuta avvenire tempo fa?
    Perché Cipro, proprio per restare nell’euro, ha subìto tutte quelle sciagure che si dice subirebbe un Paese che dovesse abbandonare la moneta unica, vale a dire controlli dei movimenti di capitali, panico bancario e una ingente distruzione di ricchezza e di reddito. Ecco perché credo che l’affermazione di Krugman sia errata: Cipro sarebbe dovuta uscire dall’euro prima che tutto questo accadesse.

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    mercoledì
    apr032013

    Fabbisogno: peggiora a marzo, a 21,4 mld

    Tesoro,in linea con previsioni. Senza fattori negativi a 15,5 mld

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    mercoledì
    mar272013

    Spread Btp a 343 punti, Spagna vicino 380

    Rendimento al 4,70%. Tasso Bonos risale al 5%

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    martedì
    mar262013

    Inps al collasso. Addio pensioni

    Una azienda con un patrimonio di 41 miliardi che nel giro di un paio d'anni ne avesse persi così tanti da farlo scendere a soli 15, verrebbe considerata sana oppure oppure desterebbe se non altro l'interesse di andarne a capire il motivo? E ancora di più: nel caso in cui questa "azienda" fosse di importanza fondamentale non solo per i suoi azionisti ma per l'intero Paese del quale fa parte, sarebbe il caso, a livello informativo, di dare risalto alla notizia e di farla entrare nel dibattito pubblico?

    Le risposte sono scontate, ma le domande servono a introdurre l'argomento. Perché lo Stato del quale parliamo è l'Italia, e l'"azienda" con questi conti disastrati si chiama Inps.

    L'istituto di previdenza, infatti, aveva a inizio 2011 un patrimonio di 41 miliardi, come detto, il quale si è ridotto a soli 15 in 24 mesi. Ma è a livello tendenziale che le cose peggiorano e destano ancora più preoccupazione.

    Ci sono due elementi importanti da tenere in considerazione più un terzo che è addirittura determinante.

    Inpdap profondo rosso

    Il primo, motivo principale di questo calo del patrimonio, è relativo alla fusione recente di Inpdap e Inps, cioè il fatto che il sistema pensionistico del settore pubblico sia stato fatto confluire all'interno di quello del settore privato (operazione datata appunto 2012). La fusione di questi due enti era stata prevista trionfalmente, comunicando che, per via dei tagli alle spese che tale operazione avrebbe comportato si sarebbero risparmiate alcune centinaia di milioni di euro. Cosa puntualmente ancora non verificata, visto che sia la prevista gestione unica degli immobili dei due enti sia la razionalizzazione del personale è ancora di là dal venire.

    Nel frattempo, però, questo matrimonio ha portato in dote al sistema pensionistico del settore privato oltre 10 miliardi di rosso, contribuendo ad affossare ancora di più le riserve originarie dell'Inps conteggiate a fine 2011.

    Lo Stato moroso

    Il secondo dato allarmante contiene una riflessione interessante, visto che, come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende. Dunque, il grande buco dell'Inpdap - che, ribadiamo, era l'ente pensionistico dei dipendenti del settore pubblico - dipende direttamente da un elemento chiave: le pubbliche amministrazioni, da tempo e in modo diffuso, non stanno pagando del tutto i contributi pensionistici dovuti dei propri dipendenti. Si tratta di una somma stimata in circa 30 miliardi, che grava ovviamente sul bilancio già fortemente compromesso dello Stato ma che, attenzione, non è ancora stato messo agli atti, visto che proprio mediante la fusione con l'Inps è stato, per il momento, occultato.

    Ora, già il fatto che le amministrazioni pubbliche non stiano versando tutti i contributi dei dipendenti, cioè che lo Stato sia moroso verso se stesso e i suoi dipendenti, è cosa che dovrebbe chiarire da sola la situazione generale. Ma che ora - ed eccoci alla riflessione poco ortodossa accennata poc'anzi - vi sia stata questa misura di accorpamento tra Inpdap e Inps fa venire più di qualche dubbio. È come se - meglio: è - lo Stato avesse scelto di prendere un proprio ente in forte deficit (nel quale da una parte doveva far confluire alcune proprie spese, cioè i contributi dei dipendenti, e dall'altra far uscire altre spese, cioè l'erogazione delle pensioni) e lo avesse inserito, come un cavallo di troia malefico, nell'altro ente (l'Inps) in cui sono i privati a far confluire i propri contributi per unire il tutto in un calderone, prossimo al collasso, sul quale far gravare un fallimento complessivo. Tra un po', in altre parole, siccome l'Inps, con il patrimonio così drasticamente intaccato e con i conti tendenziali in rosso, non potrà più erogare le pensioni, si prenderà atto della cosa dimenticandosi che buona parte di questo scenario catastrofico dipende proprio dai mancati versamenti del settore pubblico.

    Baby boomers all'incasso (forse)

    Il terzo elemento, anche in questo caso assente dal dibattito e dalle analisi attuali, risiede nella constatazione che proprio in questi anni, e per il prossimo quinquennio, c'è una enorme fetta del Paese a dover andare in pensione. Si tratta della generazione dei baby boomers. Di quelli, per intenderci, che negli anni Settanta tentarono la "rivoluzione" più celebrata che concreta. E che, "una volta al potere", al posto delle rivoluzioni si sono invece premurati di mettere al riparo i propri meri interessi. Oggi, in età pensionistica, appunto, sono in procinto di passare all'incasso. Se questa massa di persone fosse messa in grado di andare dritta in pensione così come giustamente previsto, l'Inps crollerebbe in modo definitivo nel giro di qualche anno appena. Ribadiamo, infatti, che già a fine 2013 il bilancio complessivo dell'Inps è atteso a poco oltre 15 miliardi. Dai 41 di fine 2011.

    Non solo: tutte le operazioni relative al sistema pensionistico degli ultimi anni a questo punto possono - e devono - essere interpretate alla luce dei dati che ora stanno venendo fuori, ma che evidentemente già anni addietro erano ben presenti all'interno degli ambienti politici. Nel luglio del 2010, sul Mensile, pubblicammo questo articolo: "In Pensione a 100 anni". Oggi bisogna aggiornarlo. Il tentativo neanche troppo velato, almeno per chi voglia accorgersene, è quello di evitare proprio che persone possano andare in pensione. Il che si applica facendole lavorare il più a lungo possibile, spostando sempre in là la data in cui sarà possibile andare in pensione. Con questo si otterrà il risultato di aver fatto lavorare tutta la vita le persone, facendogli versare montagne di contributi, sino al punto in cui avranno davanti ancora pochissimi anni, una volta andate in pensione, per avere indietro dallo Stato solo una piccola parte di quanto versato. Sempre che non muoiano prima sulla scrivania del proprio posto di lavoro.

    I giovani sono completamente fuori

    Parallelamente, il fatto che così tante persone non possano lasciare il posto di lavoro sino di fatto alla vecchiaia comporta anche l'assoluta mancanza di turnover, e dunque pochissimo accesso dei giovani al mondo del lavoro. Come stiamo puntualmente verificando. Questi, già penalizzati dalle riforme Fornero sul lavoro che hanno aumentato le già elevate sperequazioni precedenti, tra contratti da fame a 500 euro al mese e senza alcuna possibilità di accedere a un posto di lavoro degno di questo nome, in ogni caso, ora e domani, non saranno comunque in grado di versare contributi in quantità bastante a pagare le pensioni di chi, via via, in ritardo e alla fine, comunque (per ora: almeno secondo le norme attuali) in pensione poco alla volta ci sta andando. 

    Il tutto, naturalmente, contribuisce a peggiorare il quadro già disastroso dell'Inps.

    Dobbiamo a questo punto necessariamente correggerci. A destare preoccupazione sono le cose incerte. Mentre qui si può tranquillamente parlare di una certezza: l'Inps sta finendo nel buco nero statale e dunque le pensioni non potranno essere più erogate a breve. Molto a breve, a meno di stravolgimenti sistemici (uscita dall'Euro e ripresa della sovranità monetaria, ad esempio) che per ora comunque non sono all'orizzonte. Il che apre scenari non preoccupanti, ma terrorizzanti. Nel silenzio generale di chi sa ma non vuole far sapere.

    Valerio Lo Monaco

    lunedì
    mar252013

    Italiani in fuga dai Bot. E la ricchezza crolla

    Che la ricchezza delle famiglie italiane sia retrocessa di dieci anni è una notizia pacifica già da diversi mesi. Anche i meri dati, ora, lo confermano: la stima, fatta a dicembre scorso, parla di 2627 miliardi di euro, valore che a prezzi correnti è il più basso, appunto, da circa un decennio. Ma c'è un dato ulteriore, di recente verifica, che dovrebbe far riflette e che apre a degli scenari, per quanto ci riguarda, piuttosto importanti. La notizia è questa: sta crescendo in modo esponenziale la disaffezione da parte degli italiani nei confronti dei Bot e dei Btp. A fine 2012 la quota di debito in mano alle famiglie è calcolata per un totale pari al solo 9.2%, mentre nel 2002 era di oltre il doppio, ovvero quasi 22%. 

    La cosa ha diverse implicazioni. 

    Più quota di debito pubblico è in mano ai cittadini residenti nel Paese di emissione del debito meno lo stesso è esposto alla speculazione estera. Viceversa, più debito è nelle mani estere, maggiore sarà il ricatto di soggetti esterni al Paese nella negoziazione degli eventuali rinnovi dei titoli in scadenza. Detto in altri e più semplici termini, se l'interesse nei conti dello Stato è in mano ad altri che non siano cittadini dello Stato stesso è evidente che maggiori sono le pressioni, ma anche le mere interferenze, di soggetti altri.

    Chiaro dovrebbe essere, in tal senso, il caso del Giappone: fortemente indebitato, esso ha comunque una altissima percentuale di debito posseduto dai cittadini dello Stato stesso, e dunque dall'estero non è che si possano fare pressioni più di tanto.

    Beninteso, un debito è sempre un debito. E sappiamo bene soprattutto oggi cosa questo voglia dire, sia in termini interni sia in merito alla moneta nella quale esso è espresso. Per il primo tema il punto è chiaro: un Paese è indebitato perché spende più di quanto incassa, e visto che gli interessi si sommano allo scoperto, il debito stesso non può che continuare ad aumentare a meno che il Paese non inizi a crescere di più (o a spendere meno, dunque tagliando in vari settori) rispetto a quanto spende. Cosa che, in tempi di crisi e in senso generale in tempi in cui è ormai chiaro - o dovrebbe esserlo - che il meccanismo non funziona, è ormai una chimera. Per il secondo tema, inoltre, si torna fatalmente alla sovranità monetaria: avere un debito espresso in una moneta privata che ci viene prestata a interesse e sulla quale non possiamo minimamente intervenire nel tasso di cambio ci impone di non poter agire in alcun modo. Come invece, ad esempio, fanno regolarmente Cina e Usa, che possono svalutare la propria moneta per aumentare le esportazioni nel primo caso oppure per far diminuire l'entità del debito nel secondo caso.

    Ecco, l'Italia non può fare nulla di tutto questo. Il suo debito rimane. E continua a crescere. Siamo con le mani legate. Anzi ammanettate.

    Ripudio?

    Dall'altro lato, bisogna pure ribadirlo, il fatto che gli italiani non possiedano più grandi quantità di debito statale, ci mette nella situazione, volendo, di poter dichiarare default e di lasciare tutta la speculazione internazionale con il cerino in mano. Si dichiara, né più né meno, che il debito estero è iniquo e inesigibile e che verrò rispettato solo quello interno, magari con una nuova moneta. E gli altri, chi sino a ora ci ha tenuto al guinzaglio, si arrangino.

    Non è fantapolitica o fantaeconomia. È storia. È già accaduto in altri Paesi che infatti, dopo i primi anni di grossi sacrifici, si stanno puntualmente riprendendo. Da Stati sovrani. E se politicamente si volesse (ma chi? quale forza politica italiana? quale popolo informato e cosciente?) si potrebbe fare dall'oggi al domani. Pagandone ovviamente dure conseguenze all'inizio - fuori dai mercati, svalutazione, un po' di inflazione - ma tornando a essere sovrani e liberi. Magari non subito e non domani, ma subito dopodomani. Il libro "Il Tramonto dell'Euro" di Alberto Bagnai spiega il tutto in modo chiaro, referenziato, inequivocabile e incontestabile (qui).

    Soprattutto, se non altro, si tornerebbe ad avere un futuro di rilancio davanti. Che invece, adesso, ci è del tutto precluso.

    I predoni

    Altro tema correlato. Dovesse succedere oggi una ulteriore fase di crisi nel nostro Paese, dall'Europa non avrebbero dubbi su come intervenire: visto che il nostro debito pubblico è in mano straniera, l'unico modo per colpirci e farcelo ripagare, sarebbe fatalmente quello di andare a mettere le mani nei conti correnti e sulla ricchezza privata dei cittadini italiani, oltre, ovviamente, sui nostri beni pubblici. L'Italia ne è piena. Ed è pieno il mondo di soggetti che vorrebbero metterci le mani sopra per farli entrare nel proprio portafoglio privato di asset.

    Ci lasceranno cuocere nel nostro brodo ancora a lungo oppure è già all'orizzonte la nuova offensiva verso lo Stato e i suoi cittadini?

    Nessuno conosce il futuro e tanto meno su questo giornale ci arroghiamo il diritto di predirlo come se avessimo la sfera di cristallo. Però la realtà e la cronaca non possiamo non sottolinearla. E tutto quello che accade negli altri Paesi a noi vicini - i casi di Cipro e Grecia sono solo quelli più recenti ed eclatanti - è fortemente indicativo, in tal senso.

    Valerio Lo Monaco

    PS Chi ricorda la storia recente del Btp Day? (qui)

    venerdì
    mar152013

    Record debito a gennaio, a 2.022,7 mld

     "+34 mld rispetto a dicembre 2012, 43 mld dovuti a fondo Ue"

    da Ansa

    mercoledì
    mar132013

    Nyt, Italia rischia decennio recessione

    Rogoff agita spettro che crisi ue possa trascinarsi

    da Ansa

    martedì
    mar122013

    JUNK! A un passo dalla spazzatura.

    "

     Fitch BBB+ Loretta Napoleoni Byoblu Claudio Messora


     di Loretta Napoleoni

     L’agenzia di certificazione Fitch ha declassato l’Italia a BBB+, una sigla che solo gli addetti ai lavori capiscono pienamente. A noi basta sapere che siamo ad un passo dal giudizio ‘spazzatura’, la certificazione junk, quella che si dà ai paesi senza speranza. Quali i motivi e le conseguenze per noi italiani?



     Con un debito pubblico superiore a 2 mila miliardi ed un’economia che si e’ contratta complessivamente del 2,6 per cento nel 2012 e del 2,8 nell’ultimo trimestre del 2012, non si capisce bene come il paese riuscira’ a servire questo debito. Nel rapporto di Fitch non si parla esplicitamente del Fiscal Compact, ma e’ chiaro che questo pesa sulle aspettative future. Se bisogna scorporare dalla spesa pubblica ogni anno 50 miliardi di euro e’ chiaro che l’impatto sull’economia sara’ negativo. Ed infatti le previsioni di Fitch sono per un’ulteriore contrazione del Pil nel 2013, probabilmente pari al 2 per cento.

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    lunedì
    mar112013

    Pil: Istat, -2,4% in 2012,-0,9% IV trim.

    "-1% calo gia' acquisito 2013"

    da Ansa