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a cura di Valerio Lo Monaco

(in arrivo)

Entries in Disoccupazione (209)

martedì
dic012015

Ops, l'Italia arretra. E ora?

Come era stato ampiamente previsto da alcuni analisti indipendenti, gli ultimi dati Istat, resi noti ieri, confermano ciò che pur noto da tempo era stato mascherato ad arte dai comunicati governativi: l’economia italiana rallenta, torna a crescere il numero di chi è inattivo e l’inflazione ritorna tanto indietro da far scattare il campanello d’allarme della deflazione. Ancora una volta. Il tutto, naturalmente, malgrado non solo i comunicati e i tweet vittoriosi di Renzi delle settimane scorse ma soprattutto malgrado l’enorme aiuto monetario, attraverso il Quantitative Easing, che la Banca Centrale Europea continua imperterrita a immettere in circolazione senza alcun risultato apprezzabile.

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venerdì
giu052015

Occupazione in aumento: cosa vuol dire veramente?

I dati ufficiali parlano chiaro: la disoccupazione in Italia sta calando. Dunque aumenta il numero degli occupati. Ben 159 mila in più rispetto a marzo, un momento nel quale la contrazione era stata tanto forte da far tornare i valori ai livelli di fine 2012. Cala anche la disoccupazione giovanile: meno 1.6 punti con un totale che supera di poco il rotondo, e pur sempre enorme, 40% (40.9% per la precisione). È un buon segno? A prima vista sì, e infatti il governo ci si è buttato a capofitto, nel rilasciare dichiarazioni entusiastiche. Significa che l’Italia sta iniziando a uscire dalla crisi? No, nel modo più assoluto. Cerchiamo di capire il perché. 

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giovedì
giu042015

Morto un Renzi se ne farebbe un altro

Il Partito della Nazione, che era e resta sempre nei sogni di Matteo Renzi, è uscito ridimensionato dalle elezioni regionali. Il dato è relativo visto che gli elettori chiamati a votare erano poco meno di 19 milioni ma resta pur sempre una battuta d'arresto nel progetto di costruire un partito contenitore interclassista, quale era la defunta Democrazia Cristiana.

L'ex boy scout in quegli ambienti ha soggiornato e l'approccio consociativo gli è rimasto appiccicato. Un partito che, come direbbe Veltroni, sia il partito degli operai ma anche dei banchieri, un partito dei disoccupati e dei precari ma anche dei professionisti e degli imprenditori.

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venerdì
mag082015

Sorridete, servi: imparate dal Boschi-style 

Prima istantanea, proveniente da quello che è, o sembra essere, il ponte di comando del Nuovo Transatlantico Italia: il ministro Maria Elena Boschi che sottolinea l’approvazione dell’Italicum con una specie di comunicato stampa pronunciato a voce e limitato a pochissime frasi. «Missione compiuta. Il governo ha mantenuto l’impegno preso con i cittadini: fare dell’Italia un Paese in cui, il giorno dopo le elezioni, si sappia chi ha vinto. E la legge elettorale è il simbolo di un governo che non si limita a predicare le riforme ma le fa sul serio. Abbiamo promesso e abbiamo mantenuto.» Il tutto – anzi il poco – con un’espressione terribilmente compiaciuta, da scolaretta/capoclasse che recita la lezione a menadito e che è sicurissima, così facendo, di entrare ancora di più nelle grazie dei professori.

Seconda istantanea, in arrivo dal Corriere della Sera.

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lunedì
mag042015

Il lavoro che non c'è

In Italia il lavoro non c'è e non ci sarà ancora per molto tempo. Questa l'amara realtà che emerge dai dati ufficiali sull'occupazione nel nostro Paese. Dati che ci dicono che nel periodo 2007-2014 la disoccupazione è aumentata più del doppio rispetto alla media europea. Una disoccupazione che, e questo è l'aspetto più grave, ha colpito quella che era una caratteristica tipica degli italiani: l'arte di arrangiarsi. 

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martedì
apr072015

Disoccupazione e clausole di salvaguardia: come cambia il volto del nostro Paese

Dunque i settantanovemila “nuovi contratti” di cui si concionava in televisione e sui giornali e in Parlamento era una (mezza) bufala. Adesso, grazie ai dati Istat resi noti proprio ieri, il quadro relativo alla occupazione nel nostro Paese è un po’ più chiaro rispetto a prima e si possono tirare alcune somme. Si possono, inoltre, fare un paio di ragionamenti, uno almeno parziale, e uno, invece, definitivo.

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mercoledì
set032014

"Se potessi avere"... 400 euro al mese

Per la riforma del lavoro, in Italia, si prenderà fatalmente a esempio il sistema Hartz tedesco. Nulla di più facile, vista la provenienza e il marchio di fabbrica dell’unica economia attualmente ancora almeno un po’ funzionante in Europa, che prendere in prestito da chi, si dirà, i compiti a casa li sa fare e bene.

Da noi si prospetta dunque, e nella migliore delle ipotesi, un sistema alla Hartz. Riforma che prende il nome dell’ex consigliere d’amministrazione della Volkswagen che sotto al governo Schroeder, tra il 2003 e il 2005 diede vita a una serie di provvedimenti sul mercato del lavoro.

Vulgata comune vuole che la Germania abbia rilanciato il welfare attraverso sussidi di disoccupazione universali, purché si dimostri di essere in cerca attiva di lavoro. Ma anche che all’interno della rivoluzione tedesca vi siano i “buoni per la formazione”, i “job center” e le agenzie interinali funzionanti.

La verità più importante è un’altra però, ovvero l’introduzione dei Minijob: contratti di lavoro precari, poco tassati, ma senza diritto a pensione né ad assicurazione sanitaria, e con salari di massimo 400 euro. 

In altre parole: contratti di schiavismo salariato. Che è quello che ci aspetta anche in Italia.

Ciò che viene mantenuto rigorosamente nascosto è invece l’effetto a medio e lungo termine che tale politica del lavoro comporta e che comporterà anche in Germania: se nel breve termine ciò determina il poter rilevare una occupazione più alta - se di “occupazione” si può parlare con lavori precari da 400 euro al mese - nel medio e soprattutto nel lungo periodo gli effetti di ex lavoratori che si troveranno senza pensione e con l’impossibilità di curarsi è aspetto che non viene affrontato in nessun ordine e grado. Per ora, sull’immediato, la cosa funzionicchia, e se ci sono storture macroscopiche queste verranno fuori più in là. E i problemi saranno di altri governi, in altre “ere geologiche…”. 

In Germania tale riforma ha facilitato le assunzioni portando il costo del lavoro a livelli tanto bassi da rendere i tedeschi secondi esportatori dopo la Cina. La Cina, appunto.

Ma si tratta di lavori che hanno anche indebolito i consumi interni, ovviamente.

Ora, la Cina ha iniziato ad aumentare i salari interni proprio per venire incontro alle nuove esigenze di crescita, visto che il suo export diminuisce. La Germania ha introdotto il salario minimo (e abbiamo visto quanto “minimo”) per rispondere alla stessa esigenza, mentre l’Italia, da ultimo, verrà spinta a introdurre i MiniJobs (per come li si vorrà chiamare) sperando in risibili risultati immediati ma innescando enormi problemi già nel medio futuro.

(vlm)

giovedì
apr032014

La ripresa... della disoccupazione

La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%).

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mercoledì
gen292014

Lagarde: «Niente crescita nel 2014». Ci eravamo sbagliati...

martedì
dic242013

Sempre meno lavoro. Sempre meno tutele

lunedì
dic092013

Sfiduciati e disoccupati

lunedì
dic022013

My God, Mr. Letta: c’è il rischio dell’estremismo

mercoledì
nov132013

Disoccupazione Italia sale al 12,5%, giovani al 40,4%

Continua ad aumentare la percentuale di under 25 senza lavoro: in Italia sono il 40,4% (contro il 40,2% del mese precedente, e nell'area euro il 24,1% (contro 24%). Padoan, capoeconomista dell'Ocse: il 2014 sarà l'anno della ripresa

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giovedì
ott312013

Disoccupazione giovani settembre a 40,4%

Istat, occupati meno di 2 su 10, tasso scende al 16,1%

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mercoledì
ott302013

Germania: +2.000 disoccupati a ottobre

Terzo rialzo mensile di fila. Tasso disoccupazione fermo al 6,9%

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giovedì
ott242013

Francia: +54.000 disoccupati a settembre

Dopo una riduzione dell'1,3% ad agosto

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lunedì
set162013

L'ideologia del merito perpetua la povertà

Disoccupazione giovanile, diseguaglianze distributive e "meritocrazia". La trasmissione ereditaria della povertà si autoalimenta in tutta Europa

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martedì
set102013

Fate così, fate cosà: il sistema ci ammaestra

lunedì
ago262013

E-Cig: maxi tassazione, maxi rischi per il settore

Gli effetti ci sono già, e sono massicci. Secondo Ovale Italia, che fa capo a un gruppo internazionale, «Con il solo annuncio del decreto che prevede una tassazione spropositata per le e-Cig e gli accessori, il gruppo ha subito una perdita del 50% del fatturato».

Il decreto, più precisamente, è quello relativo alle norme su Lavoro e Occupazione, e la diatriba che si riaccende oggi era già divampata tra giugno e luglio, dopo che il governo aveva deciso di equiparare le sigarette elettroniche a quelle tradizionali, portando il prelievo al 58,5 per cento. Sorvolando sulle valutazioni di carattere sanitario, e quindi sull’opportunità o meno di favorire un prodotto alternativo a quelli preesistenti e altamente cancerogeni, uno dei principali motivi di dissidio era e resta di natura economica: l’impatto dell’aggravio fiscale sulle vendite, la cui contrazione minaccia di ridurre parecchio il volume d’affari del settore, mettendo a rischio le imprese che sono sorte sull’onda del successo commerciale ed erodendo il gettito effettivamente riscosso dall’erario.

In entrambi i casi si tratta di contraccolpi ampiamente previsti, ma sostanzialmente ignorati da Palazzo Chigi. Nell’ansia di racimolare risorse aggiuntive con cui soddisfare altre esigenze di bilancio, a cominciare dal mancato aumento dell’Iva e dalla abrogazione totale o parziale dell’Imu, l’esecutivo si è tenuti stretti i suoi calcoli astratti e ha fatto finta di niente. Un classico esempio di contabilità sulla carta, in cui si dà per scontato che l’impennata delle aliquote proietti all’insù gli introiti pubblici, anziché trascinare all’ingiù gli incassi delle aziende e i relativi versamenti dovuti allo Stato.

Viceversa, quella che si profila è una realtà ben diversa. Sempre secondo Ovale Italia, «A fine anno la stima è che il calo del fatturato raggiungerà almeno l'80%. Il danno avrà ripercussioni sociali ed economiche di enorme portata. Secondo i nostri studi lo Stato avrebbe continuato ad incassare, soltanto dal gruppo Ovale, tra i 60 e i 70milioni di euro (tra Iva e tasse varie); ora quella cifra probabilmente si ridurrà a pochi milioni di euro».

Ancora più temibili le ricadute negative sui piccoli operatori, che nel nuovo business avevano trovato un rimedio alla disoccupazione: altre migliaia di posti di lavoro che sembrano destinati a sparire, accentuando l’effetto boomerang dell’intera operazione. A conferma del fatto, peraltro evidente, che il “rigore di bilancio” è un dogma perverso, la cui applicazione non può mai e poi mai essere svincolata da un attentissimo esame degli esiti che va a innescare.

venerdì
lug262013

Lezioncine Pd-Cgil: nessuna pietà per chi evade

Una frase buttata lì – e come vedremo il vero difetto sta in questo, anziché nell’affermazione in sé stessa – e si è scatenato un vespaio. La frase, pronunciata durante un convegno di Confcommercio, è del Pd Stefano Fassina, viceministro dell’Economia: «esiste un'evasione di sopravvivenza». Il vespaio si è scatenato all’interno del suo stesso partito, sempre timorosissimo di non mostrarsi inflessibile riguardo al “risanamento” dei conti pubblici, e a dare manforte ai sacerdoti/sagrestani del rigore tributario si è prontamente aggiunta Susanna Camusso. «Questa battuta – ha tuonato la Segretaria Cgil – non si può definire solo una battuta infelice, ma è un drammatico errore politico».

Viceversa, ma in modo altrettanto superficiale e propagandistico, PdL e Lega hanno accolto gongolando l’imprevista sortita. Brunetta, ad esempio, si è prodotto in questa mini concione da talkshow: «Con Fassina ho vaste ragioni di dissenso, e ci ho polemizzato poco fa sull’Imu. Ma talvolta si lascia trascinare dall’istinto di verità e stupisce piacevolmente. Quando sostiene che questa spaventosa pressione fiscale induce gli onesti a evadere per sopravvivere, mi pare di sentire quel Berlusconi che i compagni del suo partito azzannavano come complice degli evasori. Benvenuto nel Popolo della libertà. Ora mi auguro che Fassina perseveri». La logica è rozza, il parallelo arbitrario, l’ironia un esercizio di pura routine (in pratica il kit completo del politicante a caccia di visibilità mediatica), ma il giochino funziona. Non che ci voglia molto, visto che il giornalismo standard si accontenta di trascrivere, e amplificare, i botta e risposta tra i soliti noti.

Così, benché la frase incauta fosse stata subito seguita da una cauta precisazione («Senza voler strizzare l'occhio a nessuno e senza ambiguità nel contrastare l'evasione, ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno»), la discussione è subito partita per la tangente, trasformandosi in una pretestuosa diatriba sull’atteggiamento da tenere nei confronti di chi non paga all’erario tutto quel che gli competerebbe. Come se il punto, a partire dal dato oggettivo dell’altissima pressione fiscale, fosse quello di concedere o non concedere delle attenuanti a 360 gradi, finendo col mettere sul medesimo piano sia il poveraccio che davvero non avrebbe di che sbarcare il lunario se si attenesse strettamente alle leggi, sia coloro i quali sono semplicemente infastiditi da un prelievo tanto elevato e perciò, facendone un alibi indiscriminato, dichiarano e versano importi risibili. Vedi il classico caso dei gioiellieri, per citarne uno solo: 17.300 euro di reddito medio nel 2011. Reddito imponibile, si capisce. Reddito al lordo delle imposte.

Ma non era questo, ciò che Fassina intendeva. Sia pure in maniera occasionale ed eccessivamente sommaria, come abbiamo già sottolineato in apertura, il problema che egli segnala è fondatissimo. Nel momento in cui la pretesa tributaria divenga obiettivamente insostenibile, rispetto alle effettive condizioni personali e famigliari del contribuente, essa andrebbe riconsiderata all’origine, fino a modificare le norme da applicare a chiunque si trovi in circostanze analoghe. Oppure, se non altro, dovrebbe far sì che si cancellino o si riducano al minimo le sanzioni e gli interessi a carico del singolo inadempiente.

L’atteggiamento odierno, che si limita a fissare il gettito complessivo e a stabilire degli obblighi inderogabili a carico dei cittadini, va in direzione opposta. Infischiandosene, tra l’altro, delle ulteriori e innegabili difficoltà/impossibilità dovute alla crisi, dal lavoro che non si trova al credito bancario che non si ottiene. È lo Stato esattore, anziché lo Stato governatore. È lo Stato che quando si tratta di prendere si comporta con la spietatezza dei privati che pensano solo a sé stessi, mentre quando si tratta di dare, adempiendo ai propri compiti sostanziali, si rifugia nel lassismo e nell’impunità dei peggiori burocrati.

L’unico ripensamento degno di tal nome, quindi, dovrebbe essere di carattere generale. Il che, naturalmente, lo pone fuori dalla portata sia dello stesso Fassina sia di coloro i quali, nel solito gioco delle parti della nostra falsa democrazia, lo hanno attaccato o difeso. Per poter riconoscere che «esiste un'evasione di sopravvivenza» bisognerebbe avere a cuore le sorti dei propri connazionali. E non solo per augurarsi che reggano il più a lungo possibile nella duplice veste di consumatori e di contribuenti.

Federico Zamboni

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