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Imponete una logica – ossia una chiave di lettura di certi fatti e di certi processi, in vista di certe finalità che diventano vincolanti e inderogabili – e avrete un vantaggio decisivo nell’orientare ogni sviluppo successivo. Imporre una logica, infatti, equivale a fissare le regole del gioco, e chi stabilisce quelle regole stabilisce anche, per definizione, a quale gioco si dovrà giocare. Con quali obiettivi. Con quali punteggi. Con quali penalità e persino, in ultima istanza, con quali modalità di esclusione, nonché di auto esclusione, dal gioco stesso.

Fuor di metafora: nella politica italiana degli ultimi vent’anni, che sotto l’egida della Seconda repubblica ha promesso una rinascita morale per poi sfociare in un tracollo sia morale che economico, si è fatto di tutto per imporre un principio tanto nitido quanto ingannevole. Quello che fa coincidere il successo politico con l’ottenimento del governo.

Il baraccone ha avuto successo. Il baraccone sta per essere smontato. Il baraccone comincia a essere sfruttato per un’ulteriore campagna di propaganda, che pretende di innalzare la gestione dell’Expo 2015 a esempio virtuoso da seguire in tutta Italia. E innanzitutto a Roma, sempre più allo sbando e ormai in vista del “Giubileo straordinario della misericordia”, indetto da papa Francesco con apertura il prossimo 8 dicembre e conclusione il 20 novembre 2016.

Il primo messaggio-slogan è della settimana scorsa

Bel discorso al Congresso USA, mercoledì scorso, e bel discorso all’Assemblea generale dell’ONU, il giorno successivo. Nel suo viaggio oltreoceano papa Francesco ha confermato di essere molto abile, nel presentare sé stesso e la Chiesa in una luce positiva e desiderabile, e puntualmente ha fatto il pieno di reazioni favorevoli, o persino entusiastiche: applausi ripetuti dei presenti, qualcuno dei super professionisti della politica che addirittura si commuove fino alle lacrime (vedi il repubblicano John Boehner, presidente della Camera), e gli amplificatori del mainstream che rilanciano nel modo più acritico le dichiarazioni altisonanti e i mirabili auspici.

Tutto perfetto, nella rappresentazione mediatica.

Big surprise: i laburisti britannici si sono scelti un nuovo leader, il 66enne Jeremy Corbyn, che ha stravinto le primarie smentendo ogni pronostico e che, soprattutto, è agli antipodi di Tony Blair e dei suoi epigoni. Per dirla in maniera rozza, ma ovviamente voluta, Corbyn è molto più “di sinistra”.

No surprise: ai sostenitori dell’assetto dominante, tutto liberismo e competizione globale, la decisione non è piaciuta per niente.

No, non Grexit. Ma Grexecution. La repentina offensiva di ieri lo dimostra alla perfezione, ridicolizzando il facile ottimismo sparso appena poche ore prima da Renzi. Di colpo, ma con una brutalità che può sorprendere soltanto gli sprovveduti, le controparti UE di Tsipras hanno alzato il tiro e snocciolato le terrificanti condizioni che pretendono di imporre alla Grecia, in cambio di nuove e consistenti linee di credito con cui ovviare all’incombente default. Condizioni-capestro che per di più andrebbero introdotte a tempo di record, nel termine per metà risibile e per metà agghiacciante di mercoledì prossimo, e che lo stesso Huffington Post ha sintetizzato così: «Licenziamenti collettivi, ritorno Troika, le richieste “impossibili” fatte ad Atene».

Appunto: non Grexit, ma Grexecution.

Un’altra guerra “giusta”. Guerra in senso lato, ovviamente. Guerra senza l’impiego di un apparato propriamente bellico, ma con le armi dell’economia, della politica, della manipolazione mediatica.

Una guerra che è innanzitutto rivolta contro la Grecia, o per meglio dire contro la sua popolazione, ma che allo stesso tempo viene sfruttata per orientare l’opinione pubblica occidentale, allo scopo di rinsaldarne la convinzione che il modello dominante vada accettato non solo in forza della sua attuale supremazia, ma perché le sue motivazioni, le sue pratiche, i suoi diktat, sono appunto “giusti”.

Sorprendersi sarebbe sciocco, ma arrabbiarsi no. Arrabbiarsi, di fronte alla nuova enciclica intitolata Laudato si’, non è sciocco per niente. Perché quello che ci viene presentato come un antidoto ai mali odierni è in realtà l’ennesimo tranquillante che non guarirà un bel nulla. Con l’aggravante, imperdonabile, di illudere i malati che la cura sia in arrivo solo perché il primario dell’ospedale – cattolico, si intende – ne proclama a gran voce la necessità, l’urgenza, la divina predestinazione.

Non è la sana teoria che anticipa la pratica, fissandone i princìpi e gli obiettivi.

Barack Obama, da bravo fiduciario di Wall Street, ha salvato le banche statunitensi finite nell'anticamera del fallimento a causa delle proprie speculazioni andate a male. È fisiologico che ora voglia offrire una sponda alle imprese nazionali creando un unico grande mercato transatlantico fra gli Stati Uniti e l'Unione Europea. Un mercato sul quale, senza il peso di dazi doganali, e senza l'ostacolo di regolamenti tecnici e di norme sanitarie differenti, circoleranno tranquillamente materie prime, merci, prodotti finiti e capitali.

Ovviamente tra i settori che dovrebbero essere liberalizzati c'è quello dei prodotti agricoli ed alimentari, sul quale da tempo sono apparse come attrici diverse aziende chimiche americane e tedesche. Una svolta che, se venisse attuata, comporterebbe effetti devastanti per l'Italia che, nel settore agricolo e nei suoi derivati, vanta la più vasta e differenziata offerta di prodotti, noti per la propria qualità e per questo imitati ovunque. Il famigerato Parmesan ha fatto scuola.

Ogni tanto succede: qualcuno dei media mainstream butta lì un titolo che centra le vere questioni, dietro la sarabanda degli aggiornamenti a getto continuo. Poi, manco a dirlo, ciò che accade di solito è che l’articolo non si spinga ad approfondire davvero quella sintesi iniziale, che perciò resta un lampo occasionale nella solita nebbia della disinformazione.

Così, ieri, sul sito di Repubblica è apparso un pezzo di Ettore Livini intitolato “Grecia, per Tsipras l’ora del prendere o lasciare l’Europa”. Esatto: non solo l’euro, ma l’intera Europa.

Podemos esce trionfante dalle Amministrative, in Spagna, e qui in Italia se ne rallegrano sia Renzi che Salvini. Un opportunismo che non può non suonare stonato, nonostante gli innumerevoli precedenti nel marketing dei partiti, e che sul piano morale – benché parlare di “morale” sia già una forma di sopravvalutazione – si commenta da sé.

Ma l’aspetto davvero interessante è un altro: è ciò che sta dietro la furberia di giornata.

Le multinazionali che mirano solo a fare soldi sono odiose. Ma quelle che pretendono pure di farci la morale sono persino peggio. Un po’, per dirla in termini musicali (e non meramente discografici), come se il Festival di Sanremo si ergesse a paladino del Valore Artistico della Canzone, rivendicando a massima prova di ciò la sua stessa popolarità: siccome ci seguono in tanti, allora significa che abbiamo un valore. O si vuole dire che sono tutti scemi, i nostri seguaci/fan?

Il teorema – fondamentale nella geometria del marketing, e nell’aritmetica quattrinesca del management – viene puntualmente ripreso da McDonald’s.

È un caso da manuale di inganno collettivo, il modo in cui si discute della questione dei cosiddetti migranti. In massima parte, infatti, il dibattito viene incardinato su una contrapposizione di natura apparentemente morale: una sorta di conflitto, grottesco, tra i buoni e i cattivi. Dove i buoni sarebbero quelli che si commuovono e solidarizzano con gli sventurati in arrivo sulle nostre coste, mentre i cattivi sarebbero invece quelli che non si commuovono affatto e chiedono a gran voce di fermare il fenomeno con ogni mezzo, sia preventivo che repressivo.

Semplificando, e ricorrendo al cast politico della legislatura in corso, è il dissidio tra i tipini sensibili alla Boldrini e i tipacci sbrigativi alla Salvini.

Versione passiva, e fintamente umanitaria: l’immigrazione che preme sulla UE è un fenomeno ineluttabile, e comunque è nostro dovere morale accogliere chi viene qui in cerca di un futuro migliore. Versione aggressiva, e scioccamente identitaria: dobbiamo fermare i clandestini con ogni mezzo, anche brutale, perché la priorità è tutelare le nostre società, in senso sia economico che culturale.

Tra questi due estremi, che sono da rigettare proprio perché così estremizzati da equivalere a dei dogmi – le cui formulazioni logiche, o presunte tali, sono l’involucro che nasconde le vere matrici di atteggiamenti tanto viscerali e a senso unico – si stende un’immensa zona d’ombra.

Susanna Camusso ha buttato lì la frase con la massima disinvoltura, come se fosse un’assoluta ovvietà. E in effetti lo è, ma solo in termini relativi. Solo a patto di prendere per buona la situazione degradata che si è venuta a creare negli ultimi decenni, col sostanziale appiattimento di tutti i dissidi sociali sulle linee guida del modello dominante.

«Noi dice il segretario generale della Cgil – dobbiamo fare il nostro lavoro, che è il lavoro di un’organizzazione sindacale di rappresentanza dei lavoratori».

Sui termini ci si può sbizzarrire a piacimento. Sulla sostanza molto meno. I termini, che per lo più sono solo un involucro e, dunque, il “packaging” verbale dell’industria mediatica, vanno dal neutrale «compromesso» del Sole 24 Ore al ben più drastico «resa» di Repubblica. La sostanza, che in qualche modo avevamo anticipato nell’analisi di venerdì scorso, è pressoché indiscutibile: il proclamato conflitto tra Grecia e UE (o Troika) si è già trasformato nel classico negoziato di facciata, asimmetrico e a senso quasi unico.

Tranquilli: mica vogliamo concentrarci sul Festival in quanto tale. Mica siamo matti. Dalle canzoni in gara al resto del baraccone allestito da Rai Uno è stato tutto, e per l’ennesima volta, di una banalità/mediocrità talmente generalizzata da rendere superfluo ogni ulteriore commento. A parte, forse, domandarsi quale deserto culturale abbiano in testa quelli che apprezzano questa abbuffata, annuale, di immondizia in pompa magna.

Il punto è un altro. Il punto è l’uso mediatico, e manipolativo, che è stato fatto di quest’ultima edizione.

Pensa tu: per sostituire Napolitano c’era pronto un individuo “di altissimo profilo” quale Sergio Mattarella, come ormai ci viene ripetuto senza posa, e quasi nessuno lo sapeva. Un’ignoranza talmente diffusa, del resto, da coinvolgere non soltanto i comuni cittadini che non seguono un granché le vicende della politica, ma anche una miriade di quelli che invece dovrebbero farlo, vuoi perché agiscono all’interno dei partiti, vuoi perché se ne occupano da giornalisti.

E invece no. Tenebre fitte, prima dell’annuncio fatale.

Sbatti il mostro in prima pagina… e incassa il più possibile. Vero o falso che sia, quel mostro, la strumentalizzazione è immediata, metodica, dilagante. Alimentata col massimo spiegamento di mezzi e finalizzata a raccogliere il massimo consenso, mescolando i concetti alle emozioni: il singolo avvenimento diventa lo spunto, o il pretesto, per una identificazione collettiva su vastissima scala, che ambisce a essere onnicomprensiva e permanente. NOI siamo stati aggrediti. NOI siamo i buoni. NOI abbiamo tutte le ragioni, ed è appunto per questo che i cattivi – quelli del momento e ogni altro che li ha preceduti o che li seguirà – non ne hanno nessuna.

Lo schema è lo stesso dell’Undici settembre, che del resto viene rievocato a destra e a manca dopo la strage di mercoledì scorso a Parigi.

Da diversi anni, si discute se i vaccini facciano bene o male. Addirittura, si suppone che ci sia un rapporto tra il vaccino, in particolare quello contro il morbillo, e l’autismo.

Il 23 settembre 2014, una sentenza del Tribunale del lavoro di Milano ha decretato l’esistenza di un «nesso causale» tra il vaccino esavalente Infanrix Hexa Sk (contro difterite, tetano, poliomielite, epatite b, Haemophilus influenzae di tipo B e pertosse) prodotto da GlaxoSmithKline e l’autismo, e ha condannato il ministero della Salute, che ha “adottato” questo farmaco, a versare per tutta la vita un assegno bimestrale a un bimbo di nove anni affetto dalla patologia, al quale nel 2006 fu iniettato il prodotto.