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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
Fondatore Massimo Fini - Direttore Responsabile Valerio Lo Monaco
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    LETTERE E RISPOSTE
    OPINIONI DEI LETTORI

    Entries in egemonia Usa (374)

    lunedì
    gen262015

    Ci giochino i fessi, al Toto Quirinale 

    Chi prenderà il posto di Napolitano? È una delle domande più inutili, e fuorvianti, che ci si possano porre. L’ingannevole sottinteso, infatti, è che nelle fintissime democrazie odierne le persone che occupano i vertici istituzionali siano davvero importanti, con un’autentica facoltà di derogare ai diktat del sistema (internazionale!) e di assumere decisione autonome. Conseguentemente, qui in Italia, l’esca che viene gettata alla pubblica opinione è che l’ormai incombente avvicendamento alla presidenza della Repubblica possa avere conseguenze davvero significative, facendo pendere la bilancia della politica interna da una parte o dall’altra e indirizzandone le decisioni e gli eventi sull’arco dei prossimi sette anni.

    Una totale sciocchezza, per chi abbocca all’amo. E una mistificazione cruciale da parte di chi quell’amo lo lancia.

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    martedì
    gen132015

    Isis e affini: chi si stupisce che le conseguenze arrivino anche da noi?

    Nelle pieghe degli insulsi dibattiti, soprattutto televisivi, attorno alla vicenda Charlie Hebdo, esce qualcosa di un leggero, leggerissimo interesse. Fatta la tara a tutte le dinamiche elettorali interne che stanno portando avanti alcuni infausti esponenti della nostra politica interna, e non sottolineando, questa volta almeno, l’assoluta mancanza del benché minimo dubbio su una operazione, quella dei presunti colpevoli, la cui versione ufficiale consta di tinte più comiche che ridicole, oltre che tragiche, naturalmente (solo Giulietto Chiesa, su La7 durante una trasmissione de La Gabbia, ci pare abbia sollevato qualche ragionevolissimo dubbio), c’è almeno un particolare che viene sollevato appena e poi subito riposto senza il minimo approfondimento che pure meriterebbe.

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    lunedì
    gen122015

    Avanti, march! Il mega selfie di Parigi

    Nel pomeriggio di ieri si è svolta la maxi manifestazione che ha riempito le vie di Parigi e alla quale ha partecipato oltre un milione di persone, che secondo alcune stime sarebbero state addirittura il triplo. Tra loro anche Benjamin Netanyahu, quel campione della libertà che di Palestinesi sulla coscienza ne ha ben oltre la manciata di uomini morti in Francia nel massacro dell'8 gennaio e che si affianca oggi ai Capi di Stato occidentali, anche loro non proprio innocenti verginelle. Tanto per mettere in chiaro "da che parte sta", il primo ministro israeliano.

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    venerdì
    gen092015

    L’integralismo oscuro dell’Occidente

    Sbatti il mostro in prima pagina… e incassa il più possibile. Vero o falso che sia, quel mostro, la strumentalizzazione è immediata, metodica, dilagante. Alimentata col massimo spiegamento di mezzi e finalizzata a raccogliere il massimo consenso, mescolando i concetti alle emozioni: il singolo avvenimento diventa lo spunto, o il pretesto, per una identificazione collettiva su vastissima scala, che ambisce a essere onnicomprensiva e permanente. NOI siamo stati aggrediti. NOI siamo i buoni. NOI abbiamo tutte le ragioni, ed è appunto per questo che i cattivi – quelli del momento e ogni altro che li ha preceduti o che li seguirà – non ne hanno nessuna.

    Lo schema è lo stesso dell’Undici settembre, che del resto viene rievocato a destra e a manca dopo la strage di mercoledì scorso a Parigi.

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    venerdì
    gen022015

    Usa Vs Russia? Il punto è il controllo dell'Europa

    L’ostilità americana verso la Russia post-sovietica è astiosa quanto quella che fu riservata all’URSS. La cosa può stupire, visto il desiderio dei dirigenti della nuova Russia di essere accolti a pieno titolo nel sistema occidentale.

    Il fatto si spiega se consideriamo che l’ideologia è solo un pretesto per coprire le vere motivazioni profonde dei comportamenti nei rapporti politici e fra gli Stati.

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    venerdì
    dic192014

    Obama a Cuba: regalo di Natale col "pacco"

    Un braccio di ferro lungo 55 anni. Cuba e gli Usa, i nemici storici, riannodano le relazioni. In un discorso memorabile il presidente Barack Obama ha addirittura citato l’eroe cubano José Martì. Si tratta indubbiamente di un evento di portata storica, quantomeno nella sua simbologia: nel passo indietro statunitense, nella ammissione di fatto del fallimento di un embargo criminale che lungi dal piegare il popolo cubano, lo ha trasformato nella memoria viva e tangibile della resistenza nazionale. E la citazione di Marti è il messaggio più forte. 

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    mercoledì
    dic102014

    La CIA torturò. Ma è acqua passata

    Il tipico cocktail USA: due parti quasi uguali di brutalità e di arroganza, con l’aggiunta (tardiva) di un’abbondante spruzzata di ipocrisia. E con una guarnizione di chiacchiere, o di lacrime di coccodrillo.

    La ricetta è costante. Cambiano invece, ma nemmeno poi tanto, le modalità con cui viene servita la bevanda. O la pozione. O l’intruglio. In questo caso, che del resto era stra-annunciato, la messinscena è di quelle particolarmente pompose: prima una ponderosissima inchiesta del Senato, che si estende per oltre seimila pagine ma che nella sintesi pubblicata on-line si riduce a una lunghezza pari a meno di un decimo, e poi il fervorino del presidente Obama in persona. Il quale non esita, con la sua abituale e serafica impudenza, a dichiarare che «I duri metodi utilizzati dalla Cia sono contrari e incompatibili con i valori del nostro Paese».

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    martedì
    dic092014

    La Russia sotto attacco. Di nuovo

    Ci attendono mesi cruciali per la storia del mondo. Sarà quindi utile tentare di collocare i frammenti di informazione in un quadro più unitario che li colleghi e ne indichi il senso. 

    Gli USA si logorarono nella lunghissima guerra del Viet Nam, che resistette agli americani anche grazie al sostegno in armi e denaro che ebbe dall’URSS. Dopo il ritiro degli USA, per qualche anno l’URSS apparve egemone, o almeno in fase di espansione. Si sostituì agli americani nelle basi aero-navali che avevano avuto nella penisola indocinese, accentuando i timori della Cina. Penetrò profondamente in Africa, utilizzando spregiudicatamente truppe cubane. Approfittò dell’altro duro colpo che venne inferto agli Usa con la rivoluzione khomeinista che abbatté la monarchia iraniana.

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    venerdì
    nov212014

    Ma guarda. Niente “Freedom Act”, negli USA

    Imprevisto? Non proprio. Incidente di percorso? Neanche un po’. Il fatto che il Senato USA abbia affondato la riforma della National Security Agency promossa da Obama, raggiungendo solo 58 dei 60 voti necessari all’approvazione, può sorprendere solo chi si fermi alla superficie delle cose. Ovvero ai singoli episodi, o tutt’al più alle singole vicende, della politica statunitense.

    La questione, nel caso specifico, è sotto i riflettori da oltre un anno e qui in Italia è stata ribattezzata “Datagate”. È la questione, sollevata dalle rivelazioni di Edward Snowden, degli esorbitanti controlli effettuati dall’intelligence USA sulle comunicazioni telefoniche e informatiche, sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali. I quotidiani The Guardian e Washington Post ne hanno ricavato un Pulitzer ex aequo per le loro inchieste, nella sezione “Public Service”. Snowden ha dovuto rifugiarsi in Russia, con un permesso di asilo temporaneo che nell’agosto scorso è stato rinnovato per tre anni, dopo una fuga rocambolesca che lo aveva portato dapprima a Hong Kong e poi a rimanere bloccato nella zona di transito dell’aeroporto internazionale di Mosca.

    Quanto ai veri responsabili – degli abusi, anziché della loro denuncia – il problema è stato quello di trovare delle contromosse. Da un lato per contenere i danni di immagine, nell’ambito della consueta pantomima democratica in cui i governi occidentali sono chiamati, di tanto in tanto, a rendere conto alla cosiddetta opinione pubblica delle loro losche manovre attuate dietro le quinte. Dall’altro per poter continuare imperterriti a svolgere più o meno le medesime attività di spionaggio di cui si sono avvalsi, nella loro ricerca parossistica, e cinica, del maggior numero possibile di informazioni riservate. Informazioni che vanno enormemente al di là di una ragionevole prevenzione delle azioni illegali avviate da chicchessia contro gli interessi USA, per espandere invece a dismisura il principio di difesa preventiva e trasformarlo nell’architrave, e nell’alibi, di un monitoraggio su vastissima scala che travolge il concetto di privacy e spiana la strada all’elaborazione di ogni sorta di dossier. E ai relativi ricatti.

    Che non vi sia alcuna autentica volontà di ravvedimento lo attestano, del resto, le retoriche e altisonanti denominazioni che vengono attribuite di volta in volta alle normative che disciplinano il settore. All’origine del dilagare dei controlli governativi ci fu il famigerato Patriot Act del 26 ottobre 2001, sfornato a tempi di record dall’Amministrazione Bush in nome della eccezionale emergenza connessa agli attentati dell’Undici settembre e mai più abrogato. A prometterne una revisione è sopravvenuto questo Freedom Act che non ha ottenuto il via libera dal Senato Usa.

    Da una parte il richiamo alla Patria. Dall’altra quello alla Libertà. In entrambi i casi due elementi cruciali della mitologia USA. La democrazia si proclama sempre e a gran voce. La tirannia si esercita solo occasionalmente e comunque a fin di bene.

    Il rischio, per non dire la certezza, è che paradossalmente i grandi scandali  servano a evitare di mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso. Si discute dei singoli vizi e intanto, però, si continua a dare per scontato che siano soltanto delle patologie limitate che si sviluppano, ahimè, in un organismo che è e che rimane fondamentalmente sano.  

    Si disquisisce delle zone d’ombra, e lì ci si ferma. Come se non ci fosse alcun bisogno, nemmeno dopo tutto ciò di cui gli USA si sono macchiati in passato, di ampliare il discorso. Come se quello che c’è intorno ai buchi neri delle agenzie di intelligence, più o meno segrete, più o meno scorrette, fosse un’immensa distesa di luce calda e rassicurante e benefica.  

    Federico Zamboni
    lunedì
    nov102014

    Quirinale offresi, solo referenziatissimi. E filo USA

    Brividini novembrini, per i cultori del genere: quando si dimetterà Napolitano? E chi prenderà il suo posto al Quirinale?

    Lo scorcio finale della settimana appena passata si è “animato” così, sui quotidiani del mainstream. Una ridda di ipotesi, con l’inevitabile seguito di cogitabonde riflessioni da parte degli editorialisti più o meno famosi, che partono dal momento in cui dovrebbe arrivare il fatidico annuncio dell’uscita di scena, per poi soffermarsi/trastullarsi sui possibili sostituti.

    Quanto alla data le opzioni sembrerebbero due: la fine di dicembre, in coincidenza del discorso televisivo del 31 dicembre e con effetto dal gennaio 2015, oppure il successivo Primo maggio. Non già, attenzione, in quanto Festa del lavoro (il lavoro che non c’è…) bensì quale giorno dell’inaugurazione dell’Expo di Milano e, nelle speranze di Matteo Renzi, termine utile per aver approvato la riforma elettorale. Il doppio spot, sempre negli auspici del presidente del Consiglio e della holding che lo sostiene, che diventa triplo: la Italia SpA che si proietta nel futuro esibendo sia le sue potenzialità economiche, sia il consolidamento societario dovuto alla nomina di un nuovo Capo dello Stato e dall’introduzione di un sistema di voto a forte impronta maggioritaria. In pratica, semmai non fosse chiaro, significa rassicurare “i mercati” promettendo che qui da noi le linee guida rimarranno le stesse per svariati anni. Quirinale bloccato fino al 2022 e Parlamento/Governo sotto controllo fino al 2020, in caso di elezioni anticipate, o addirittura fino al 2023, se l’attuale legislatura dovesse giungere al suo epilogo naturale. Ovviamente la condizione ulteriore, e fondamentale, è che il Pd di Renzi esca vittorioso dalle urne, ma non potendo prefissare il risultato del match si cerca di orientarlo cambiando i regolamenti: di sicuro aiuta, e di solito funziona.

    Napolitano, nel frattempo, ha diffuso una breve nota ufficiale per puntualizzare che non c’è nulla di certo e che ogni decisione riguardo al suo abbandono spetta solo e unicamente a lui. La dichiarazione è di rito, ma un singolo passaggio merita di essere segnalato: quello in cui si afferma che resta «esclusiva responsabilità del Capo dello Stato il bilancio di questa fase di straordinario prolungamento». La valutazione, dunque, sarà del tutto unilaterale. Benché straordinario, infatti, il prolungamento è anche a tempo indeterminato. La palla resta nelle mani del vecchissimo gestore del nostro scombinato Italian Bowling (inutile specificare chi siano i birilli) e sarà egli stesso a stabilire quando cederne ad altri la supervisione.

    Magari, one more time, previa consultazione con i “cari amici di Washington”. I quali, peraltro, possono dormire sonni tranquilli, riguardo al politico/manager da piazzare sul Colle. Vedi Walter Veltroni, per citare solo un nome tra i papabili, veri o presunti, di cui si è cominciato a parlare. Un Napolitano parecchio più giovane ma altrettanto affidabile. Un altro che si potrà consacrare a suon di attestati di stima da parte dell’establishment nazionale e internazionale, purché filo USA.

    La popolarità, di qualsiasi prodotto, non è un requisito antecedente la sua commercializzazione. È l’esito delle campagne di marketing che ci si imbastiscono sopra.     

    Federico Zamboni
    mercoledì
    nov052014

    La farlocca ripresa americana (e il crollo di Obama)

    E dunque la Federal Reserve statunitense ha deciso di terminare (per ora) il suo programma di Quantitative Easing. Non solo: la Fed stessa motiva tale decisione con una dichiarazione pragmatica: siccome il tasso di disoccupazione è diminuito al 5.9%, cioè un decimale al di sotto della soglia fatidica del 6% che non avrebbe permesso di terminare con la stampa di banconote per tamponare la crisi, ora si può “finalmente” uscire dalla politica accomodante.

    Il messaggio implicito che si sta comunicando a tutto il mondo - e soprattutto all’Europa ancora alle prese con una fase precedente rispetto a quella Usa, e cioè quella che vuole ancora lacrime e sangue - è che allora la strada seguita dalla Fed e dagli Usa è quella giusta, e dunque la si deve seguire anche da noi.

    L’equazione teoricamente fila liscia, almeno a livello mediatico: gli Usa erano in crisi, dunque la Banca Centrale Statunitense ha operato per lunghi anni con il Quantitative Easing ma ora che la ripresa è iniziata, si può tornare alla normalità.

    Attenzione alle parole: che gli altri si adeguino, e soprattutto capiscano che la strada intrapresa oltre Oceano è stata quella corretta.

    Come stanno realmente le cose? Al solito, in modo molto differente rispetto a quanto comunicato dai media a grande diffusione. Questi ultimi lasciano parlare i dati divulgati dalla stessa Amministrazione statunitense, senza andare molto al di là di essi, prendendoli per buoni, e soprattutto evitando accuratamente di ragionarci sopra. 

    Dunque: ciò che viene venduto come l’ennesimo miracolo statunitense si basa in realtà su tre punti. Da una parte il fatto che il Dollaro è ancora - ma non si sa per quanto tempo ancora - valuta di riserva internazionale oltre che la moneta con la quale maggiormente si scambiamo le materie prime. Da un’altra parte il fatto che l’attuale ripresa statunitense si basa su ulteriori bolle gonfiate ad arte proprio dall’intervento della Fed (le vedremo). E dall’altra parte ancora dal fatto che, come sta avvenendo del resto anche in Europa, la crisi è servita agli Stati Uniti per modificare sensibilmente lo scenario sociale del Paese: mercato del lavoro in primis, sul quale infatti è indispensabile ragionare soprattutto alla luce dei dati sulla disoccupazione che vengono veicolati.

    In merito al primo aspetto il discorso è stato ampiamente affrontato da questo giornale in innumerevoli circostanze: l’egemonia Usa in merito al Dollaro continua dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, sebbene le altre potenze economiche del mondo, soprattutto Cina e Russia, ma anche il Giappone e ulteriori raggruppamenti di altri Paesi, come quelli dell’America Latina oppure quelli di influenza indiana, stiano prendendo rapidamente, e soprattutto inesorabilmente, delle contromisure. Eliminando Dollari e iniziando a commerciare attraverso le loro proprie monete. L’obiettivo di tutto il resto del mondo (fatta eccezione per l’Europa, che invece subisce la storia senza muovere un dito) è quella di ridimensionare il ruolo Usa e del Dollaro per svincolarsi via via sempre più definitivamente da un gioco che non regge più da tempo. La disastrosa politica estera dell’Amministrazione Obama (Presidente ormai alla canna del gas…) che ha seguito quella scellerata di Bush, ne sono la conferma: fallimenti in ogni parte del globo terracqueo, dall’Iraq all’Iran, dalla Siria all’Ucraina, passando dall’Afghanistan e dalla Libia. L’egemonia militare Usa è alle corde, e gli altri Paesi non permettono più che ciò che era una superpotenza militare possa fare il bello e il cattivo tempo ovunque nel mondo per rafforzare ulteriormente l’egemonia della propria influenza e del Dollaro. Gli statunitensi se ne stanno rendendo conto, visto che attualmente si muovono praticamente in difesa, o al più arroccandosi su posizioni di (finta) stabilizzazione ovunque, per nascondere il fallimento totale su tutto lo scenario mondiale.

    In merito ai dati della ripresa interna, e qui veniamo all’aspetto meramente economico, ben oltre i valori del nuovo massimo storico del Dow Jones e del Pil, quest'ultimo indicato con un quasi +5%, è il caso di soffermarsi, invece, sulle condizioni che ne hanno determinato la salita e soprattutto sugli ambiti attraverso i quali si sta dipanando. 

    E allora, un filo, ma proprio un filo, di storia sintetizzata: dopo il crollo dei subprime del 2007 e il salvataggio di alcune Banche la Fed ha operato in due modi. Il primo: taglio drastico dei tassi di interesse. Il secondo, più importante: stampa di banconote con le quali ha inondato i mercati. Facile capire a beneficio di chi, visto che da allora a oggi, a fronte di un 70% di statunitensi che si reputa ancora in crisi nera (in barba ai dati roboanti diffusi, e la bocciatura di Obama nelle mid term ne è una conferma) le Banche salvate a suo tempo non solo sono di nuovo in attivo, ma lo sono con cifre mostruose. Il salvataggio è servito loro non solo per non fallire e per coprire le enormi responsabilità del crollo finanziario ed economico mondiale che stiamo scontando anche qui in Europa, ma soprattutto per arrivare a ottenere un duplice scopo. Da una parte la ripresa dei propri bilanci (e abbiamo visto con quali margini e con quali dividendi per azionisti e manager). Dall’altro lato, cosa ancora più importante e che è in grado di far capire il tutto, la possibilità di rilanciare gli ennesimi bluff, le ennesime bolle, attraverso le quali oggi, appunto, si può parlare e lasciar percepire al mondo che gli Usa sono sulla strada della ripresa.

    Non altro che attraverso Banche e finanza, infatti, e attraverso il loro operato creativo e criminoso, si devono leggere i risultati di inversione di alcuni fattori negativi della crisi Usa. Dal 2007 a oggi sono state rigonfiate, come mai prima nella storia, e certamente in misura ancora maggiore che rispetto allo scoppio di anni addietro, delle bolle necessarie proprio a far riprendere il gioco e l’illusione. Sia il settore azionario che quello immobiliare, sia quello relativo ai Bond statunitensi che quello meramente creditizio (con conseguente “caso subprime secondo estratto” alle porte) sono in tutto e per tutto stati ri-creati e ri-gonfiati mediante l’intervento della Fed in combutta con le Banche.

    In estrema sintesi: allo sgonfiamento della bolla del 2007 si è scelto di rispondere con la creazione e il gonfiaggio di nuove bolle. In procinto di esplodere, ovviamente.

    E veniamo all’occupazione. Il rapporto occupazionale preso come motivazione della decisione della Fed di chiudere il Quantitative Easing ha aspetti quasi comici. Da una parte si dichiara che il tasso di disoccupazione è diminuito al 5.9%, dall’altra parte che il tasso di occupazione è ai minimi da sempre. 

    Lo ribadiamo attraverso i numeri: dal 2007 a oggi sono stati “creati” circa 1 milione e 100 mila posti di lavoro (soprattutto mini-jobs da 3/400 Dollari al mese) ma - attenzione - c’è stato un incremento di 13 milioni e 300 mila statunitensi che non lavorano.

    Un milione di nuovi lavoratori rispetto a tredici milioni che non lavorano più.

    Che succede? Succede che si manipolano i dati. Uno dei criteri più interessanti da andare a vedere per capire come interpretare i dati Usa sulla disoccupazione è il “filtro U3” che viene usato per compilare le cifre: vengono considerati “disoccupati” coloro che sì, hanno perso il lavoro, ma che al tempo stesso ne hanno cercato uno nuovo nelle ultime quattro settimane. E gli altri? Gli altri, considerati - e conteggiati - come scoraggiati, sono, molto semplicemente, tolti dalla statistica. Non solo: questi scoraggiati, cioè queste persone che (nelle ultime quattro settimane) dopo aver perso il lavoro non ne hanno cercato uno, non solo non rientrano nella percentuale dei disoccupati, ma addirittura non vengono più neanche conteggiati nel totale delle “forze lavoro” e pertanto, questo il punto, nella base sulla quale poi viene calcolata la percentuale dei disoccupati.

    Sono persone che, dal punto di vista lavorativo, molto semplicemente, non esistono. Cancellati dalle liste, cancellati dalla rilevazione, rimossi persino come semplici numeri.

    E allora a questo punto il tutto dovrebbe essere chiaro: la ripresa Usa è una enorme manipolazione, che qui in Europa ci beviamo alla grande tanto dal pensare di doverne imitare le procedure che ne hanno decretato il successo, e soprattutto una altra cosa: la crisi è tutta ancora qui, davanti a noi. E le cause che l’hanno innescata non sono state rimosse, anzi, sono state perpetrate per far credere alla sua risoluzione. Cosa aspettarsi per il futuro, pertanto, non è più affare solo di cartomanti e visionari, ma lo può capire anche chi è dotato di comune buon senso.

    Valerio Lo Monaco

    venerdì
    ott242014

    Per Putin (ma non perché sia "buono")

    Gli USA hanno conquistato il mondo anche grazie alla propaganda abilissima, nella quale è maestra Hollywood. Lo schema della propaganda hollywoodiana è quello dello scontro finale fra il Buono e il Cattivo. Non è scontato che sia così in tutte le culture. Il duello finale dell’ Iliade, quello fra Ettore e Achille, tutto è tranne che lo scontro fra il Buono e il Cattivo, fra il Bene e il Male.

    Nell’uso politico che si fa dello schema Buono-Cattivo, oggi il Cattivo è, per tutto il pensiero unico liberal-social-demo-progressista, Putin. I pochi che riescono a sottrarsi alla macchina propagandistica, per reazione tendono a santificare il capo della Russia. Lo esaltano settori della destra europea e ora anche Salvini.

    Non è il caso di farlo, se vogliamo restare raziocinanti.

    Putin era un giovane e brillante agente del KGB sovietico. Gli agenti del KGB non erano cavalieri senza macchia. Come leader politico, Putin ha assunto il ruolo del restauratore della potenza russa strumentalizzando cinicamente la questione cecena. Dopo una serie di attentati che colpirono la stessa Mosca, attentati di oscura matrice almeno quanto alcuni che hanno suscitato fondati interrogativi in Occidente, in cui forse manine e manone dei servizi segreti hanno avuto un ruolo, Putin proclamò davanti alle telecamere che avrebbe «scovato i terroristi perfino nel cesso». Assurse alla statura di grande capo con queste parole e queste abili pratiche propagandistiche.

    Sulla scomparsa di alcuni giornalisti critici verso il suo potere, si addensano sospetti mai del tutto fugati.

    Ha liquidato con maniere spicce alcuni oligarchi che gli facevano ombra, mentre ne ha innalzato altri che gli facevano comodo. Anche nella gestione della vicenda ucraina ha mostrato spregiudicatezza e cinismo. La popolazione russofona delle regioni orientali sarebbe stata piegata in pochi giorni dal pur scalcagnato esercito di Kiev se non ci fosse stata l’intromissione di soldati russi senza divisa e di armi russe. In omaggio al nobile principio dell’ “autodeterminazione dei popoli”, spesso proclamato ma raramente osservato, sarebbe giustificabile il distacco della minoranza russofona da Kiev, ma l’osservanza rigorosa di quel principio ovunque, sconvolgerebbe il quadro politico. Per esempio in Bulgaria c’è un’importante minoranza turca. Ne facciamo un altro staterello indipendente? Uniamo quelle popolazioni alla Turchia, creando un altro focolaio di guerra in Europa? In Romania e Serbia vivono minoranze ungheresi. Facciamo un altro stato indipendente, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero? Si potrebbe continuare a enumerare casi di questo tipo.

    Dunque, Putin si è mosso in modo spregiudicato anche in Ucraina. Non è il Buono di uno schema che voglia opporsi a Hollywood assumendone la logica.

    D’altra parte, se c’è qualcuno che non avrebbe il diritto di protestare, costoro sono i responsabili delle nazioni di Occidente e della NATO. Autoproclamandosi “la comunità internazionale”, bombardarono Belgrado per costringere la Serbia a rinunciare a una sua provincia, il Kosovo. Precedente gravissimo, avvertito subito come tale dai pochi che non hanno portato il cervello all’ammasso. Si faceva strame di ogni traccia di diritto internazionale, in particolare quella “non ingerenza negli affari interni degli altri Paesi” che sarebbe l’unica via per prevenire le guerre. Bisogna usare i verbi al condizionale perché anche quel principio è solo una bella frase, che raramente nella storia ha trovato riscontro nei fatti.

    La realtà vera è che in politica, e in particolare nella relazione fra Stati, vige l’unica regola della legge del più forte.

    L’Occidente non ha alcun diritto di indignarsi per i comportamenti di Putin, non solo per il precedente del Kosovo e per una serie di aggressioni sulla base di pretesti menzogneri. Non può farlo anche perché ha cavalcato e provocato i disordini in Ucraina per escludere la Russia dalla Crimea, quindi dal Mar Nero e in ultima analisi dal Mediterraneo, come ritorsione allo smacco subìto per opera di Putin in Siria. A gioco sporco si risponde con gioco sporco, quando i rapporti di forza, l’unica cosa che conta al di là dei bei princìpi mai osservati, sono cambiati.

    La demonizzazione di Putin era iniziata prima che esplodesse la questione ucraina. I capi dell’Occidente, escluso Letta che forse per questo ha pagato un prezzo, non andarono a Soci in occasione delle Olimpiadi invernali proprio in segno di protesta, accampando motivi del tutto pretestuosi, come una legge che si limitava a proibire la propaganda in favore dei gay in presenza di minori. L’evidenza è che Putin disturba solo perché vuole sottrarre il suo Paese al dominio imperiale.

    Del resto, volendo tornare a qualche pallida giustificazione di diritto, hanno più ragioni storiche le pretese russe sull’Ucraina (fra l’altro la prima capitale della Russia fu proprio Kiev) che quelle albanesi sul Kosovo, in cui solo di recente si era andata costituendo una maggioranza di lingua albanese. E la resistenza russa a una pretesa di dominio mondiale da parte dell’imperialismo anglo-americano è una causa che merita considerazione e sostegno.

    Concludendo, siamo con Putin non perché sia il Buono, ma per considerazioni di natura storica e di contingenza politica. Tutto qui. Non è la Sfida all’O.K. Corral, non è il pistolero buono che elimina il malvagio. Lasciamo questa rozzezza alla robaccia che ci viene da oltre Oceano, alluvione di spazzatura.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    ott172014

    Medio Oriente: tutti contro tutti?

    Quello che sta succedendo in Medio Oriente, con la grande coalizione dei nuovi “volonterosi” contro il Califfato e con tutte le ambiguità, con tutte le contraddizioni e tutti i retropensieri che la minano dall’interno, è molto istruttivo e rivelatore di ciò che probabilmante accadrà su scala molto più vasta.

    Il Califfato fa evidentemente comodo a molti.

    Viene foraggiato dall’Arabia Saudita in funzione anti iraniana, anti sciita, anti Assad. Viene sostenuto dalla Turchia in funzione anti curda e per l’utilità che può avere nel disegno di penetrazione in quello che fu l’impero del sultanato. Fa comodo agli USA perché può offrire il pretesto per insinuarsi in Siria e liquidare Assad, con ciò dando un colpo durissimo all’Iran e in ultima analisi a quella Russia di Putin che sta procurando molti grattacapi all’Impero.

    Bisognerebbe anche chiedersi come mai Israele sembri preoccuparsi di tutto tranne che del Califfato. Eppure quei fanatici potrebbero diventare i mortali nemici di Israele. In realtà i dirigenti sionisti si godono lo spettacolo della disgregazione degli Stati loro confinanti, e delle tribù sunnite e sciite che si scannano anziché unirsi contro lo Stato ebraico. Dal canto suo, il Califfato non si sente affatto una pedina né dell’Arabia Saudita, né della Turchia, né tantomeno di Israele e degli USA.

    I combattenti dello Stato Islamico odiano l’Occidente, decapitano occidentali a cui impongono camicioni di colore arancione come quelli dei musulmani seviziati a Guantanamo. Si preparano a minacciare anche i loro sponsor.

    A completare e complicare il quadro, si deve rilevare che in fondo il Califfato fa comodo anche alla Siria di Assad, e quindi a Iran e Russia.

    Infatti nel loro fanatismo folle e forse stimolato  da droghe, i guerrieri del Califfo si scagliano ferocemente pure contro gli altri gruppi che combattono l’esercito siriano, compresi quelli che si ricollegano ad Al-Qaeda. Assad ne sta traendo un indubbio beneficio.

    Inoltre infieriscono contro i curdi, nemici sia della Turchia sia del governo di Damasco, e combattuti pure dall’Iran. Insomma, il Califfato fa comodo a tanti, ma sono quegli stessi per i quali rappresenta una minaccia.

    Questo quadro caotico, attraversato da contraddizioni non componibili, prefigura lo scenario più probabile della grande guerra mondiale che si sta preparando.

    Non si deve pensare che sarà lo scontro fra due schieramenti granitici e nettamente contrapposti: da una parte la NATO, Israele e gli alleati asiatici degli USA, dall’altra parte i BRICS, l’Iran e alcuni Paesi dell’America Latina.

    Ci sono profonde linee divisorie anche all’interno dei due schieramenti ipotizzati. Stiamo già assistendo a qualcosa di impensabile: il Vietnam alleato degli USA. I nemici dei miei nemici sono miei amici, anche quando i nuovi amici in tempi recenti hanno ucciso milioni di miei concittadini, hanno fatto nascere migliaia di bambini deformi a causa dei defolianti chimici che hanno inquinato la mia terra. Ora la Cina è per il Vietnam più minacciosa degli USA, quindi i nemici di ieri sono gli amici di oggi.

    Sarà piuttosto una guerra fra alleanze a geometria continuamente variabile.

    Sarà una mischia generale, una guerra di tutti contro tutti, fra nazioni ma anche all’interno delle nazioni.

    A meno che la tentazione di un colpo decisivo preventivo attraverso una tempesta di missili con testate nucleari, non trasformi rapidamente il pianeta in un ammasso di rovine fumanti veleni radioattivi.

    Allora non ci sarebbe spazio né tempo per le geometrie variabili e i calcoli sulla pelle delle tribù inferocite.

    Allora sarebbe il Tempo dello svelamento, dell’inveramento delle profezie antiche.

    Luciano Fuschini
    martedì
    ott072014

    Cina: grosse manovre monetarie in corso

    L’avvicinamento della Cina alla Russia, con la conseguente prudente a inesorabile de-dollarizzazione dei forzieri cinesi, prosegue senza sosta. Accordi commerciali tra i due colossi si susseguono, spostando l’asse economico e geopolitico della Cina non già oltre il pacifico ma più vicino al continente asiatico. L’enorme mole di debito estero statunitense acquistato dalla Cina regolarmente per mantenere in vita artificialmente il bluff Usa è in smobilitazione da tempo. Ma ci sono due ulteriori aggiornamenti i quali vanno entrambi nella medesima direzione. Da un lato il tentativo, che sta riuscendo alla perfezione, di far rientrare nell’alveo di questo nuovo asse economico anche altri Paesi sparsi per il mondo. Dall’altro lato il fatto che sui mercati internazionali di negoziazione delle valute, anche la Banca Centrale Cinese inizia a lasciar operare sul Renminbi in modo diretto, con altre valute, e al di là dell’intervento del Dollaro.

    Per quanto attiene al primo punto un Paese su tutti, in modo fortemente indicativo, è l’Argentina, che dopo l’ennesimo default dello scorso luglio riceverà proprio dalla Banca Centrale Cinese una prima tranche multimiliardaria di scambio in Yuan. L’operazione permetterà all’Argentina, che ha ormai riserve in Dollari in via di esaurimento, di poter pagare in valuta straniera (e maggiormente con lo Yuan) le importazioni proprio dalla Cina, che è affamata di esportare.

    In merito alla possibilità di negoziare direttamente il Renminbi con l’Euro sul mercato interbancario, l’operazione va letta nella ennesima conferma della volontà di relegare il Dollaro in una posizione sempre più secondaria. Al momento l’Euro è la seconda moneta più scambiata al mondo, e a fronte di un coinvolgimento sempre più asfissiante dell’Europa da parte degli Stati Uniti, è evidente che questa operazione della Cina serva ancora una volta a isolare sempre di più quella che una volta era la potenza statunitense.

    Vi sono naturalmente diversi altri argomenti delicati collegati. Se l’Europa si sposta fatalmente verso l’Asia (Russia e Cina) non avrà tempi semplici, a livello diplomatico, con gli Stati Uniti, con tutto quello che ne consegue a livello militare (Nato) e geopolitico. Se la Cina, come ormai è chiaro, smobilita il sostegno al Dollaro e inizia a intervenire pesantemente offrendo assistenza all’Euro, lo scenario economico (e sociale) cambia drasticamente. Perché da una parte l’Europa e l’Euro avranno il sostegno cinese in modo superiore rispetto a quanto fatto sino a ora (e dunque il bluff della sua economia fallimentare potrà continuare a reggersi), dall’altro lato l’influenza cinese e le sue esportazioni in Europa aumenteranno ancora di più, con le conseguenze sulla nostra economia interna e sul lavoro facilmente immaginabili.

    La mossa cinese è epocale, e sarà gravida di conseguenze. Piuttosto immediate.

    (vlm)

    venerdì
    ott032014

    Tigri di carta?

    Ci sono informazioni che accogliamo distrattamente, mentre meriterebbero grande attenzione per trarne conclusioni che possono mettere in discussione convinzioni diffuse.

    È il caso del dato secondo cui tutto l’apparato aero-navale e missilistico che sta conducendo l’offensiva americana contro ISIS, costa dieci milioni di dollari al giorno. Il Pentagono aggiunge che tale cifra è probabilmente insufficiente.

    Ne discende che la guerra supertecnologica nella quale USA, NATO e Israele non hanno rivali, deve risolversi in poche settimane o al massimo pochi mesi, altrimenti i costi diventano insostenibili.

    Nel recente conflitto fra Israele e Hamas, ogni missile antiaereo del tecnologicissimo sistema con cui lo Stato ebraico ha neutralizzato i razzetti dei nemici, poco più che petardi, è costato centomila dollari. Migliaia sono stati i petardi scagliati da Hamas, migliaia i costosissimi missili antiaerei di Israele.

    La seconda considerazione da fare riguarda  il vero e proprio terrore che tutto lo schieramento occidentale prova all’idea di poter subire forti perdite di vite dei suoi soldati.

    Anche a questo proposito il modo più convincente di argomentare è il confronto fra le cifre, per misurare la distanza fra il sentire odierno, in un Occidente in piena decadenza civile e morale, e quello di poco più di 50 anni fa.  

    La campagna che portò le forze anglo-americane a conquistare la Sicilia, nell’estate del 1943, fu considerata una delle più facili nella seconda guerra mondiale, eppure costò alle forze alleate circa dieci mila morti, cifra allora considerata come “perdite lievi”.

    Nella guerra del Viet Nam, durata quasi un decennio, gli USA ebbero circa 50.000 morti, in media 5.000 all’anno. Quelle perdite furono considerate tanto intollerabili che provocarono ondate di proteste in tutte le grandi città americane. Intanto le vittime vietnamite si contavano a milioni, ma la resistenza continuava tenace, uguagliata o perfino superata soltanto dall’attuale eroismo dei pashtun afgani, l’etnia che alimenta la guerriglia talebana. Gli Usa persero la guerra del Viet Nam dopo aver vinto tutte le battaglie, e la persero per l’insostenibilità dei costi e per la ribellione dei giovani che bruciavano le cartoline-precetto con l’ordine di partire per il fronte. Da allora le guerre americane furono combattute da volontari e mercenari, eppure l’idea di morire in battaglia è sempre meno tollerata.

    Ne discende che l’Occidente è imbattibile se le guerre odierne si risolvono in poco tempo. Una guerra di lunga durata lo vede perdente, per l’enormità dei costi di una tecnologia da fantascienza e per il il rifiuto dell’idea della morte (quella propria ovviamente; le cifre dei morti altrui lasciano indifferenti).

    Le prove di quanto asserito sono numerose.

    La prima guerra del Golfo finì in pochi mesi col trionfo della coalizione guidata dagli USA, perché fu condotta soprattutto dal cielo con bombardamenti massicci sulle forze irachene. L’allora presidente degli Usa, Bush senior, fermò saggiamente le sue truppe sulla strada di Baghdad sia per non favorire troppo l’Iran abbattendo il suo acerrimo nemico Saddam, sia per evitare le perdite che avrebbe comportato la penetrazione in una metropoli come la capitale irachena.

    La seconda guerra del Golfo, quella scatenata nel 2003 da Bush junior, è finita in un completo fallimento per la guerriglia urbana che ha inchiodato sul terreno per lunghi anni l’esercito americano, per i costi che hanno reso abissale il debito pubblico e per le perdite che una guerra di quel tipo comportava.

    La campagna della NATO contro la Serbia si è conclusa con pieno successo nell’arco di due mesi, perché i bombardamenti su Belgrado e la distruzione delle infrastrutture serbe hanno indotto quel governo alla resa.

    L’invasione dell’Afghanistan ha messo gli occupanti davanti a una guerriglia logorante che dura da 13 anni e che li costringe ad abbandonare il Paese per evitare che i costi e le perdite lievitino ulteriormente.

    Israele ha sbaragliato gli eserciti arabi in una serie di guerre in cui la sua tecnologia bellica aveva ragione in poco tempo del nemico in scontri fra aereo ed aereo, carro armato e carro armato.

    Quando si è trattato di affrontare una guerriglia di lunga durata, i costi e le perdite crescenti hanno interrotto le operazioni belliche con risultati ambigui. È successo nel 2006 nello scontro con gli Hezbollah libanesi, è successo a Gaza nel 2008 e nei mesi scorsi. Il rapporto di mille a uno fra la potenza di fuoco di Israele e quella dei suoi nemici non è stato sufficiente quando si è trattato di proseguire in un’offensiva che avrebbe portato i soldati con la stella a sei punte nelle viuzze di una metropoli densamente popolata, e col costo astronomico dei bombardamenti aerei e del sistema antimissilistico.

    Il presidente Mao definiva l’imperialismo “una tigre di carta”. Krusciov, impegnato in trattative per il disarmo con gli USA, aveva buon gioco nel ribattere che quella tigre di carta aveva i denti atomici.

    Nemmeno l’attuale armamento dell’Occidente, senza confronti nel mondo, è una tigre di carta, ma i suoi costi e un materiale umano infiacchito dalla decadenza dei costumi sono fattori di debolezza su cui il nemico può contare. Quelli dell’ISIS lo sanno, ma lo sanno anche i veri competitori dell’Impero anglo-israelo-americano, che non sono i guerrieri di Allah bensì russi, cinesi e iraniani.

    Luciano Fuschini
    giovedì
    ott022014

    Ecco le ragioni del rancore che il mondo islamico cova contro gli occidentali

    lunedì
    set292014

    Né con i tagliagole né con gli Stati Uniti

    mercoledì
    set242014

    Camerieri degli Usa col terrorismo alle porte

    lunedì
    set152014

    Suvvia, «Obama e soci»: un po’ di cautela… 

    È solo una goccia nell’oceano della disinformazione, l’articolo firmato oggi da Vittorio Feltri e pubblicato sul sito del Giornale con il titolo Un consiglio a Obama: andiamoci piano con le guerre mondiali”. Eppure, nel suo piccolo, rientra in una mistificazione di ben più ampia portata, che è essenziale comprendere e tenere a mente: la banalizzazione del grande potere economico e politico, e di chi lo detiene, dandone delle letture superficiali, che tendono a sminuire il livello di consapevolezza che sta dietro le decisioni assunte di volta in volta, ivi incluse quelle di maggior rilievo.

    Prendiamo come esempio la chiusura del pezzo di Feltri. Dopo essersi lungamente soffermato, deprecandole al massimo grado, sulle scelte che determinarono via via lo scoppio della Prima guerra mondiale e i successivi massacri, l’editorialista torna all’attualità soltanto in extremis e scrive: «Le guerre non sono ciliegie eppure l'una tira l'altra. Tant'è che Obama e soci meditano di farne un'altra contro l'Isis, e non pensano che così creeranno i presupposti per incrementare le decapitazioni e i monumenti ai caduti».

    La chiave di volta, come i più attenti avranno già capito, è in quel «non pensano che (…)». Il messaggio che si cerca di far passare è che la colpa di Obama & C. risieda in una certa avventatezza, che li induce a iniziare questo nuovo conflitto senza aver adeguatamente ponderato le sue conseguenze. Il sottinteso, allo stesso tempo, è che si tratta di persone che in buona fede stanno tentando di agire per il meglio, ossia a difesa dell’Occidente democratico e liberista e delle rispettive popolazioni. Per quanto gravi potranno essere gli esiti, fino a un bagno di sangue di enormi proporzioni, si rimarrebbe appunto nei limiti della colpa, anziché del dolo.

    Quella che a prima vista appare un’accusa, e quasi una requisitoria (visto l’insistito e inorridito richiamo all’ecatombe del 1915-18), si risolve così nella conferma di una sostanziale legittimazione, sia individuale che sistemica. Poiché le intenzioni restano buone, o persino ottime, il presidente USA e i suoi sostenitori non vanno mica considerati dei cinici guerrafondai pronti a qualsiasi sterminio in nome dei propri interessi oligarchici, ma tutt’al più, parafrasando la vecchia frase sulle Br e affini, dei “liberali che sbagliano”.

    (fz)

    lunedì
    set152014

    "Enduring Freedom" è un fallimento totale

    Sono passati tredici anni dal famoso 11 settembre e dalla proclamazione di Enduring Freedom, la guerra di lunga durata e senza quartiere che avrebbe dovuto stroncare il terrorismo islamico.

    Dopo tredici anni i guerrieri di Allah controllano vaste aree dell’Afghanistan, proclamano il Califfato fra Siria e Iraq, incendiano la Libia, dilagano in vaste aree dell’Africa nera. 

    Allora, delle due l’una: o Enduring Freedom è stata un colossale fallimento, o il vero obiettivo delle guerre americane era un altro, non il fondamentalismo islamico: per esempio seminare il caos disgregando nazioni a tutto vantaggio di Israele, oppure circondare Cina e Russia di basi in un’area strategicamente decisiva anche per le risorse energetiche.

    L’ipotesi che il vero obiettivo fosse un altro, appare molto più fondata. Ancora di più oggi.

    L’Internazionale Islamica, che assume volta per volta nomi e sigle diverse, appare negli anni ’80 in Afghanistan. Combatte i sovietici, usufruendo della logistica offerta dal Pakistan, alleato degli USA, del finanziamento e del reclutamento garantiti dall’Arabia Saudita, pilastro del sistema di dominio americano, e delle armi fornite dalla CIA. Fa un ottimo lavoro contro l’Armata Rossa, scalfendone il prestigio e contribuendo all’implosione dell’URSS.

    Riappare negli anni ’90 prima in Bosnia e poi nel Kosovo, in coordinazione con la NATO: gli aerei dell’alleanza occidentale colpiscono dal cielo e l’Internazionale Islamica fa il lavoro sporco a terra.

    Negli stessi anni un’Internazionale Islamica opera in Cecenia, spina nel fianco di una Russia che vorrebbe risorgere dalle ceneri dell’URSS.

    Nel primo decennio del XXI secolo l’Internazionale Islamica agisce in Iraq, questa volta apparentemente contro gli invasori occidentali, ma le barbute bombe umane si fanno esplodere soprattutto nei mercati e nelle moschee dei quartieri sciiti, provocando una scissione nella guerriglia patriottica che tanti grattacapi stava dando alle forze occupanti.

    Nel 2011 torna la cooperazione con la NATO, in Libia. I bombardieri colpiscono dal cielo, l’Internazionale Islamica fa il lavoro sporco a terra. Intanto altri guerrieri di Allah mettono a ferro e fuoco la Siria di Assad, invisa all’Impero perché è alleata dell’Iran e ospita basi russe.

    Al culmine di questa serie storica, appare ISIS.

    Con una rapidità sorprendente conquista un vasto territorio. I satelliti spia, gli aerei che fotografano l’intera superficie terrestre, sembrano non accorgersi di colonne di armati e di mezzi di trasporto che attraversano zone pianeggianti o desertiche. La reazione degli americani è tardiva e debole, e viene decisa solo dopo che due dei loro sono barbaramente sgozzati davanti alle telecamere.

    Il fatto è che ISIS è servita a creare le condizioni per due mosse che gli USA volevano fare su quello scacchiere. Intanto eliminare il governo di Al-Maliki in Iraq, troppo amico dell’Iran. Successivamente, offrire il pretesto per entrare in Siria. Il tentativo era già stato fatto l’anno precedente con la vicenda delle armi chimiche di Assad, ma la reazione della Russia lo aveva frustrato. Sicuramente quell’episodio è stato tanto umiliante per gli inquilini della Casa Bianca che hanno deciso di prendersi la rivincita.

    Chi volesse scommettere su bombardamenti in Siria che per qualche motivo colpiscono non solo ISIS ma anche le truppe di Assad, oppure su un incidente come spari della contraerea siriana, veri o presunti, che provocherebbero la reazione massiccia dei bombardieri e dei droni, avrebbe buone probabilità di vincere la scommessa.

    Tuttavia i guerrieri di Allah non sono semplici burattini nelle mani di chi tiene i fili. Odiano l’Occidente e possono sfuggire al controllo. Nemmeno la strategia che consiste nel seminare il caos è lungimirante. Dal caos scaturiscono linee di forza che possono prendere direzioni imprevedibili. Anche la strada per Tel Aviv e Gerusalemme.

    Luciano Fuschini
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