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    Entries in egemonia Usa (356)

    lunedì
    set152014

    Suvvia, «Obama e soci»: un po’ di cautela… 

    È solo una goccia nell’oceano della disinformazione, l’articolo firmato oggi da Vittorio Feltri e pubblicato sul sito del Giornale con il titolo Un consiglio a Obama: andiamoci piano con le guerre mondiali”. Eppure, nel suo piccolo, rientra in una mistificazione di ben più ampia portata, che è essenziale comprendere e tenere a mente: la banalizzazione del grande potere economico e politico, e di chi lo detiene, dandone delle letture superficiali, che tendono a sminuire il livello di consapevolezza che sta dietro le decisioni assunte di volta in volta, ivi incluse quelle di maggior rilievo.

    Prendiamo come esempio la chiusura del pezzo di Feltri. Dopo essersi lungamente soffermato, deprecandole al massimo grado, sulle scelte che determinarono via via lo scoppio della Prima guerra mondiale e i successivi massacri, l’editorialista torna all’attualità soltanto in extremis e scrive: «Le guerre non sono ciliegie eppure l'una tira l'altra. Tant'è che Obama e soci meditano di farne un'altra contro l'Isis, e non pensano che così creeranno i presupposti per incrementare le decapitazioni e i monumenti ai caduti».

    La chiave di volta, come i più attenti avranno già capito, è in quel «non pensano che (…)». Il messaggio che si cerca di far passare è che la colpa di Obama & C. risieda in una certa avventatezza, che li induce a iniziare questo nuovo conflitto senza aver adeguatamente ponderato le sue conseguenze. Il sottinteso, allo stesso tempo, è che si tratta di persone che in buona fede stanno tentando di agire per il meglio, ossia a difesa dell’Occidente democratico e liberista e delle rispettive popolazioni. Per quanto gravi potranno essere gli esiti, fino a un bagno di sangue di enormi proporzioni, si rimarrebbe appunto nei limiti della colpa, anziché del dolo.

    Quella che a prima vista appare un’accusa, e quasi una requisitoria (visto l’insistito e inorridito richiamo all’ecatombe del 1915-18), si risolve così nella conferma di una sostanziale legittimazione, sia individuale che sistemica. Poiché le intenzioni restano buone, o persino ottime, il presidente USA e i suoi sostenitori non vanno mica considerati dei cinici guerrafondai pronti a qualsiasi sterminio in nome dei propri interessi oligarchici, ma tutt’al più, parafrasando la vecchia frase sulle Br e affini, dei “liberali che sbagliano”.

    (fz)

    lunedì
    set152014

    "Enduring Freedom" è un fallimento totale

    Sono passati tredici anni dal famoso 11 settembre e dalla proclamazione di Enduring Freedom, la guerra di lunga durata e senza quartiere che avrebbe dovuto stroncare il terrorismo islamico.

    Dopo tredici anni i guerrieri di Allah controllano vaste aree dell’Afghanistan, proclamano il Califfato fra Siria e Iraq, incendiano la Libia, dilagano in vaste aree dell’Africa nera. 

    Allora, delle due l’una: o Enduring Freedom è stata un colossale fallimento, o il vero obiettivo delle guerre americane era un altro, non il fondamentalismo islamico: per esempio seminare il caos disgregando nazioni a tutto vantaggio di Israele, oppure circondare Cina e Russia di basi in un’area strategicamente decisiva anche per le risorse energetiche.

    L’ipotesi che il vero obiettivo fosse un altro, appare molto più fondata. Ancora di più oggi.

    L’Internazionale Islamica, che assume volta per volta nomi e sigle diverse, appare negli anni ’80 in Afghanistan. Combatte i sovietici, usufruendo della logistica offerta dal Pakistan, alleato degli USA, del finanziamento e del reclutamento garantiti dall’Arabia Saudita, pilastro del sistema di dominio americano, e delle armi fornite dalla CIA. Fa un ottimo lavoro contro l’Armata Rossa, scalfendone il prestigio e contribuendo all’implosione dell’URSS.

    Riappare negli anni ’90 prima in Bosnia e poi nel Kosovo, in coordinazione con la NATO: gli aerei dell’alleanza occidentale colpiscono dal cielo e l’Internazionale Islamica fa il lavoro sporco a terra.

    Negli stessi anni un’Internazionale Islamica opera in Cecenia, spina nel fianco di una Russia che vorrebbe risorgere dalle ceneri dell’URSS.

    Nel primo decennio del XXI secolo l’Internazionale Islamica agisce in Iraq, questa volta apparentemente contro gli invasori occidentali, ma le barbute bombe umane si fanno esplodere soprattutto nei mercati e nelle moschee dei quartieri sciiti, provocando una scissione nella guerriglia patriottica che tanti grattacapi stava dando alle forze occupanti.

    Nel 2011 torna la cooperazione con la NATO, in Libia. I bombardieri colpiscono dal cielo, l’Internazionale Islamica fa il lavoro sporco a terra. Intanto altri guerrieri di Allah mettono a ferro e fuoco la Siria di Assad, invisa all’Impero perché è alleata dell’Iran e ospita basi russe.

    Al culmine di questa serie storica, appare ISIS.

    Con una rapidità sorprendente conquista un vasto territorio. I satelliti spia, gli aerei che fotografano l’intera superficie terrestre, sembrano non accorgersi di colonne di armati e di mezzi di trasporto che attraversano zone pianeggianti o desertiche. La reazione degli americani è tardiva e debole, e viene decisa solo dopo che due dei loro sono barbaramente sgozzati davanti alle telecamere.

    Il fatto è che ISIS è servita a creare le condizioni per due mosse che gli USA volevano fare su quello scacchiere. Intanto eliminare il governo di Al-Maliki in Iraq, troppo amico dell’Iran. Successivamente, offrire il pretesto per entrare in Siria. Il tentativo era già stato fatto l’anno precedente con la vicenda delle armi chimiche di Assad, ma la reazione della Russia lo aveva frustrato. Sicuramente quell’episodio è stato tanto umiliante per gli inquilini della Casa Bianca che hanno deciso di prendersi la rivincita.

    Chi volesse scommettere su bombardamenti in Siria che per qualche motivo colpiscono non solo ISIS ma anche le truppe di Assad, oppure su un incidente come spari della contraerea siriana, veri o presunti, che provocherebbero la reazione massiccia dei bombardieri e dei droni, avrebbe buone probabilità di vincere la scommessa.

    Tuttavia i guerrieri di Allah non sono semplici burattini nelle mani di chi tiene i fili. Odiano l’Occidente e possono sfuggire al controllo. Nemmeno la strategia che consiste nel seminare il caos è lungimirante. Dal caos scaturiscono linee di forza che possono prendere direzioni imprevedibili. Anche la strada per Tel Aviv e Gerusalemme.

    Luciano Fuschini
    martedì
    lug222014

    Il Mondo cambia, ma i media non se ne accorgono

    Il livello del personale politico che ha diretto negli ultimi decenni quello che si suole definire “l’Occidente”, è di infimo grado. Una vera combriccola di incapaci, senza cultura storica e senza attitudine a ragionare in grande.

    Negli anni Novanta del secolo scorso era già evidente che il modello cinese, l’economia di mercato gestita dalla dittatura del partito unico, si imponeva come la maggiore minaccia all’egemonia dell’Impero marittimo anglo-americano.

    La Russia era appena uscita dalla disintegrazione dell’URSS con un carico di risentimenti, velleità di rivincita, ma anche desiderio di entrare a far parte del blocco occidentale a pieno titolo e non come vassallo sconfitto.

    Un ceto politico accorto e con un minimo di cultura storica, avrebbe teso la mano alla Russia occidentalizzante, l’avrebbe cooptata nel blocco atlantico, e la Cina sarebbe rimasta chiusa nel suo angolo.

    Invece il potere atlantico ha sottoposto la Russia a una serie di umiliazioni, stringendola in una morsa, estendendo la NATO sempre più a est, verso le repubbliche ex sovietiche che con buone ragioni storiche la Russia considera appartenenti alla sua sfera di influenza, aggredendo la Serbia amica della Russia, provocando ribellioni in Georgia e ora in Ucraina. Come risultato di tanta stoltezza, russi e cinesi, pur divisi da una serie di interessi contrastanti, sono stati letteralmente spinti gli uni nelle braccia degli altri.

    Si è così costituita una formidabile alleanza continentale, un blocco russo-cinese che per dimensioni territoriali, risorse economiche, popolazione, potenza armata, possibilità di agire per linee interne in caso di guerra, appare imbattibile.

    Il consolidamento di un raggruppamento, quello dei BRICS, che per ora ha soltanto una configurazione economico-commerciale ma ha in sé potenzialità di alleanza politica e di attrazione verso altri Paesi importanti, quali l’Iran, il Venezuela, l’Argentina, costituisce una svolta storica di immenso rilievo. La decisione di istituire una Banca comune che permetta grandi investimenti e regoli gli scambi fra gli Stati che aderiscono al BRICS, è la novità che sconvolge tutto il quadro internazionale. Nasce un’istituzione finanziaria in diretta concorrenza col FMI e in una prospettiva di attacco al dollaro, vale a dire al cuore pulsante del dominio imperiale atlantico.

    Il mondo che va delineandosi in questo 2014 è completamente diverso da quello di 10 anni fa. Allora le armate di un Impero che sembrava onnipotente avevano invaso l’Iraq dopo averne distrutto l’esercito in pochi giorni e dopo campagne brevi e irresistibili che avevano piegato prima la Serbia e successivamente i talebani afghani, nel timoroso silenzio del resto del mondo incapace della minima opposizione. La globalizzazione celebrava i suoi trionfi, il pensiero unico del Mercato Universale sembrava la fine della storia. Il Presidente degli USA era il Presidente del mondo.

    Oggi, si costituisce un blocco formidabile alternativo a quello finora dominante. Mentre la NATO si estende all’est europeo, l’America latina, il cortile di casa degli USA, sfugge al controllo dell’Impero e riceve trionfalmente i capi della Russia e della Cina. Le armate della NATO si apprestano a sgomberare un Afghanistan mai piegato, l’Iraq coi suoi imprevisti sviluppi politici e militari è la prova più chiara di come costosissime guerre super tecnologiche siano servite solo a scardinare le finanze della maggiore potenza del mondo, a parte l’utilità marginale che ne ha ricavato Israele, con la distruzione dell’unità nazionale di Stati ostili ai suoi confini. E l’Occidente si involve nel turbine di una crisi finanziaria, economica, sociale, spirituale, che oscura i fasti della globalizzazione.

    L’implosione dell’URSS aveva offerto all’Occidente l’occasione di un predominio almeno secolare. La stupidità del suo ceto dirigente ha dissipato quel patrimonio nel giro di venti anni, creando le premesse per un’altra guerra mondiale dall’esito incerto.

    I cosiddetti complottisti che credono nell’esistenza di centrali occulte e semi-onnipotenti, si tranquillizzino: se quei poteri esistono, sono un branco di incapaci.

    Intanto, nella nostra italietta verifichiamo la conferma di un fenomeno non nuovo: nel periodo della dissoluzione di un sistema, i media autoreferenziali procedono su una via che ignora la realtà. Si dedicano due parole distratte alla fondazione della Banca dei BRICS, mentre si decidono programmi speciali di intere serate televisive per discutere dei processi di Berlusconi e di Ruby rubacuori.

    Uno stupore catatonico coglierà moltitudini indementite, quando la dura concretezza del reale irromperà a travolgere i fondali di cartapesta tirati su in fretta dagli imbonitori del nulla.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    lug112014

    A cent'anni da Sarajevo i Balcani rischiano di ripiombare nel caos

    mercoledì
    giu252014

    Per una breve storia dell'Internazionale Islamica

    Lasciamo perdere le varie sigle nelle quali ci si perde inutilmente con mille distinguo irrilevanti: Al-Qaeda, Salafiti, Isis... La realtà che conta è l’esistenza di una Internazionale Islamica che da trent’anni sta svolgendo un grande ruolo nella storia del mondo, volendo limitarci alla storia recente, perché andando indietro nel tempo troveremmo che questo fenomeno, con caratteristiche molto diverse, è una costante.

    Parliamo di decine di migliaia di guerrieri, fanatici fino al suicidio per la causa, ben armati e addestratissimi, provenienti da tutto il mondo musulmano e talvolta anche dall’Europa e dagli USA.

    Una simile forza non scaturisce dalla predicazione di qualche allucinato barbuto nascosto nell’oscurità di una caverna. Dietro un’armata come questa ci sono Stati che finanziano, che organizzano, che addestrano, che armano. Questo è un dato di fatto indiscutibile.

    Ebbene, di questa Internazionale Islamica si conosce la nascita, a Peshawar, località pakistana alla frontiera con l’Afghanistan, nei primi anni Ottanta del secolo scorso, e si conoscono gli sponsor: l’Arabia Saudita provvide al finanziamento e al proselitismo, la CIA americana all’armamento e all’addestramento. Si conosce anche il fine: aiutare la resistenza afghana per sconfiggere l’Armata Rossa sovietica che aveva invaso il Paese negli ultimi giorni del 1979. Quell’Internazionale Islamica fece un ottimo lavoro, contribuendo al crollo dell’URSS ben più delle omelìe del  tanto esaltato papa polacco.

    Non è credibile che una simile organizzazione, dimostratasi tanto efficiente, sia stata abbandonata a sé stessa dai suoi creatori, l’Arabia Saudita e gli USA, dopo la fine dell’URSS.

    La ritroviamo attiva negli anni Novanta, pochissimo tempo dopo il ritiro sovietico dall’Afghanistan. La troviamo nella guerra balcanica, durante la dissoluzione della Yugoslavia. In particolare in Bosnia, contro i cristiano-ortodossi serbi, anche in questo caso di concerto con gli Usa e con la NATO. I bombardieri della NATO colpivano dal cielo, i guerrieri di Allah facevano il lavoro sporco a terra.

    Negli stessi anni la troviamo in Cecenia, spina nel fianco di una Russia che gli americani e la NATO non volevano si risollevasse dopo l’implosione dell’URSS. Ancora una volta, i guerrieri musulmani utilizzati da chi li aveva creati.

    Passano pochi anni e l’Internazionale Islamica riappare nell’Iraq invaso dagli imperialisti. Apparentemente ora combattono contro gli USA, ma è veramente così? Contro l’invasione si era organizzata una resistenza patriottica in cui sunniti, saddamisti e sciiti conducevano parallelamente azioni di guerriglia micidiali. Ebbene, a quel punto appaiono i guerrieri barbuti provenienti da mezzo mondo. Uccidono dei soldati occidentali ma soprattutto fanno stragi di civili, accanendosi contro la popolazione sciita. Il fronte unitario di resistenza patriottica viene spezzato, la resistenza diventa guerra fratricida e conflitto settario. Gli americani possono respirare.

    Libia 2011. La rivolta di alcune tribù contro Gheddafi sarebbe facilmente repressa dalle forze governative sostenute dalla maggioranza della popolazione. Interviene l’Internazionale Islamica che fa il lavoro sporco a terra, mentre i bombardieri della NATO fanno il resto dal cielo. Un Paese prospero viene fatto a pezzi.

    Contemporaneamente, in Siria un’agitazione che poteva essere contenuta diventa una feroce guerra civile per l’intervento di un’imponente Internazionale Islamica che gode dell’assistenza logistica, dell’armamento, del finanziamento, di Arabia Saudita, USA e di Paesi della NATO come la Turchia. Il lavoro non è portato a compimento unicamente perché finalmente Iran e Russia reagiscono a muso duro.

    Veniamo all’oggi, all’offensiva dell’Internazionale Islamica in Iraq e al balbettamento di Obama e Kerry, che non possono smentire decenni di propaganda che addita l’estremismo islamico come il massimo nemico ma nello stesso tempo sanno bene che quei tagliagole stanno facendo ancora una volta un lavoro prezioso per l’Impero e per Israele: attaccano il governo sciita di Baghdad, troppo amico di Iran e Assad per essere tollerato, creano le premesse per una rinnovata offensiva nella confinante Siria, colpendo al cuore quell’asse fra Iran, Siria ed Hezbollah libanesi che tanto disturba Israele e che gode del sostegno russo.

    Sembra così sufficientemente dimostrato che l’Internazionale Islamica è stata ed è uno strumento efficacissimo manovrato da americani, sauditi e NATO per i loro fini, dietro la retorica della lotta al fondamentalismo.

    Non sarebbe onesto tacere altri fatti che all’apparenza smentiscono questa tesi.

    Non è un argomento contrario alla tesi quello della resistenza afghana contro la NATO. A differenza dei tempi dell’invasione sovietica, là non agisce un’Internazionale Islamica: la resistenza è opera dei pashtun, un’etnia di fieri combattenti che sta oscurando la fama guerriera dei gurka, dei vietnamiti e dei curdi.  Tuttavia nell’Africa Orientale agisce un’Internazionale Islamica, a fianco degli Shebab somali, che combatte l’Occidente. Può essere l’eccezione che conferma la regola.

    C’è poi il terrorismo, che sembra essersi accanito contro gli occidentali, dagli attacchi alle ambasciate fino all’11 Settembre e alle bombe di Londra e di Madrid, passando per il sanguinoso attentato al cacciatorpidiniere americano Cole. Imprese tragiche che hanno offerto il pretesto per la massiccia offensiva imperialista degli anni di Bush. Imprese che presentano comunque lati molto oscuri, soprattutto nel caso dell’11 Settembre, di cui ci è stata propinata una versione ufficiale che cozza col buon senso.

    Risultano pertanto debolissimi gli argomenti contrari alla tesi di un’Internazionale Islamica utilizzata sistematicamente dall’Impero e da Israele per i loro fini.

    Il gioco è comunque estremamente pericoloso per tutti. I fanatici islamisti odiano l’Occidente. Alcuni di loro sono passati per Guantanamo, altri si sono trovati sotto i bombardamenti dei droni. La creazione di un califfato islamico nella penisola arabica sarebbe una sciagura per l’Iran e per gli interessi della Russia, ma costituirebbe una minaccia anche per gli stessi sponsor dell’estremismo, Arabia Saudita, Giordania, USA, Turchia, Israele.

    Gli apprendisti stregoni hanno evocato forze malefiche che possono sfuggire al controllo. La forza delle cose è sempre più complicata di quanto non immaginino le menti di quelli che si credono padroni del mondo. 

    Luciano Fuschini
    martedì
    giu172014

    Imprevedibilità dei sistemi complessi

    Il mondo globalizzato, dalle frontiere aperte, percorso da masse migranti, da istantanei scambi di merci e capitali, in un flusso continuo e frenetico, dove la volatilità di realtà virtuali di monete elettroniche produce la solidità del dominio imperiale, è un sistema sempre più complesso, quindi sempre più esposto all’entropia.

    La complessità del sistema è incrementata dal tipo di imperialismo inaugurato dagli USA, diverso dal classico colonialismo. Gli Imperi storici miravano al possesso di territori e popolazioni, al loro sfruttamento, in un quadro di salda amministrazione statale e ferreo controllo militar-poliziesco.

    Gli sviluppi più recenti dell’imperialismo yankee manifestano invece una volontà puramente disgregatrice. Si punta a sfruttare le risorse economiche e strategiche di intere aree geografiche dopo avere frantumato l’organismo statale e dopo aver fomentato ogni sorta di conflitto e rivalità, al fine di distruggere ciò che era saldo, ciò che era istituzione, comunità organizzata, tessuto sociale coeso.

    Lo aveva fatto anche il colonialismo europeo, per esempio rinfocolando i tradizionali conflitti tribali in Africa, ma al fine di ricostituire un forte potere centrale amministrato direttamente dalla potenza coloniale o da governi-fantoccio eterodiretti.

    Ora gli USA privilegiano la distruzione che lascia dietro di sé il caos, la frammentazione che impedisce possibili future rivincite, spesso lasciando al loro destino i governi compiacenti da loro installati. 

    Quanto questa strategia sia pericolosa per tutti, liberando forze che possono ritorcersi contro chi le ha evocate, è particolarmente visibile nel vicino e medio Oriente.

    Comincia a essere convinzione diffusa che le avventure imperiali in Afghanistan, in Iraq, in Libia, nonché la violenta e cinica opera di destabilizzazione della Siria, siano colossali fallimenti. Lo sono nell’ottica di chi pensi che l’obiettivo degli imperialisti fosse quello di abbattere governi forti per sostituirli con un loro controllo totale su organismi statali consolidati. Non sono fallimenti se si pensa che l’obiettivo era invece quello di frammentare, di distruggere, di scatenare uno contro l’altro gruppi etnici, rivalità tribali, fanatismi religiosi. Se si trattava di annientare degli Stati per poter sfruttarne le risorse e intanto renderli inoffensivi, anche nell’interesse di Israele, non dimentichiamolo, quelle aggressioni hanno conseguito notevoli successi.

    Il caso iracheno è il più esemplare. Dopo l’invasione e l’abbattimento del regime di Saddam, vi si sviluppò una resistenza armata micidiale per le forze di occupazione, in un quadro di riscossa patriottica che vedeva sollevarsi sunniti e sciiti, con i curdi unica comunità a usufruire della libertà d’azione permessa dalla liquidazione della compagine statale. A quel punto il jihadismo estremista ha fatto la sua comparsa sulla scena, con stragi indiscriminate di civili che hanno disgustato la massa popolare e hanno scatenato sunniti e sciiti gli uni contro gli altri, frantumando il fronte unitario della resistenza. Per uscire da una trappola in cui essi stessi si erano cacciati, gli americani, oltre a strumentalizzare l’estremismo sunnita, hanno acconsentito che a Baghdad si formasse un governo sciita, correndo il rischio di consegnare almeno una parte della nazione a chi aveva strette relazioni con gli ayatollah iraniani.

    La complessità di questi intrecci ha aperto brecce in cui sono entrate le ambizioni di potenze subimperialiste come l’Arabia Saudita o la Turchia, magari utilizzando i soldi e l’influenza mediatica del Qatar. Così oggi abbiamo un’offensiva jihadista sunnita che, puntando su Baghdad, minaccia gli interessi iraniani, costituisce una base territoriale da cui continuare ad alimentare la sovversione in Siria, tende a estromettere la Russia dall’area, sottraendole gli alleati iraniano e siriano. Tutti obiettivi di primaria importanza per gli USA e per Israele, che infatti non sembrano fare molto per bloccare l’avanzata jihadista.

    D’altra parte gli estremisti del jihad puntano scopertamente alla creazione di un califfato nell’area iracheno-siriana, uno Stato che finirebbe col minacciare quella stessa Arabia Saudita che ora arma e finanzia i tagliagola islamisti, la Giordania docile pedina dell’Impero, e, in prospettiva, lo stesso Israele.

    Il quadro si fa ulteriormente complesso se vi collochiamo la Turchia, protettrice dei Fratelli Musulmani che invece sono invisi all’Arabia Saudita, una Turchia, tassello fondamentale della catena di comando dell’Impero, che rischia di finire nel tritacarne di un viluppo di contraddizioni ormai fuori controllo.

    Il vecchio Mubarak, amico degli Usa che poi lo abbandonarono al suo destino come meritano i servi, osò ammonire Bush alla vigilia dell’attacco all’Iraq con parole profetiche: “state attenti perché aprirete le porte dell’inferno”. Il vecchio Mubarak conosceva la realtà di quei tribalismi, di quei fanatismi, di quelle astuzie levantine, di quelle trappole seminate sul cammino di personaggi di una incompetenza sorprendente, i Bush, gli Obama, le Condolize, le Hillary, i Kerry... 

    Nella grande geopolitica dei rapporti fra potenze, intanto gli americani e la NATO giocano la carta ucraina per spingere la Russia verso l’Asia e allentare i suoi rapporti con l’Europa, perché l’UE resti agganciata agli USA anche nel XXI secolo e garantisca così il protrarsi della supremazia dell’Occidente.

    Ma le vicende medio-orientali e la stessa decisione della Russia di raccogliere la sfida, dimostrano come la complessità crescente del sistema-mondo renda gli sviluppi successivi sempre più aleatori.

    L’imprevedibilità dei sistemi complessi è una legge della fisica che vale anche nel mondo della politica e dell’economia. Saperlo suona minaccioso perchè apre prospettive di disastri epocali, ma è anche consolante per chi sopporta a fatica lo squallore dei tempi che stiamo vivendo: può accadere tutto in qualunque momento, perché non c’è trama occulta di potentati nascosti che possa controllare un sistema di forze che interagiscono in modo turbinoso. Può anche succedere che questa baracca putrida crolli proprio quando la riteniamo inattaccabile.

    Luciano Fuschini     
    giovedì
    mag152014

    Chi tramò contro Silvio? Certamente non gli USA… 

    Cui prodest? A chi conviene? Di fronte al “Geithner affaire” torna di attualità la vecchia domanda-passepartout, che confida di illuminare i lati oscuri delle lotte per il potere andando al di là delle apparenze e identificando, appunto, chi si avvantaggia maggiormente dall’intrigo di turno.

    Il rischio, però, è che anche in questo caso si commetta un errore decisivo, ancora prima di cominciare le analisi: quello di muoversi comunque all’interno della rappresentazione mediatica, prendendo per buono che i protagonisti siano solo quelli indicati - ossia Berlusconi e i suoi avversari, sia italiani che stranieri – e che i rispettivi interessi siano davvero antitetici. Così, ad esempio, ci si concentrerà/accanirà sulle circostanze che nell’autunno 2011 indussero lo stesso Berlusconi a dimettersi da presidente del Consiglio, col risultato di finire fatalmente risucchiati nei gorghi delle opposte versioni. Di qua le requisitorie di Forza Italia, con la richiesta perentoria di chiarimenti ufficiali e persino di una commissione d’inchiesta (che d’altronde non servirebbe ad alcunché se non a fingere una indipendenza di giudizio e una volontà di trovare la verità che sono escluse a priori, visto il sostanziale asservimento della maggioranza dei parlamentari ai diktat dell’establishment, sia politico che economico), e di là le repliche dell’amplissimo fronte filogovernativo, Quirinale compreso.

    Le presunte vittime tuonano, invocando giustizia. I presunti colpevoli tuonano a loro volta, negando qualsiasi addebito. L’opinione pubblica, si suppone, dovrebbe appassionarsi alla diatriba e continuare così, una volta di più, a restarsene intrappolata nella tipica messinscena del bipolarismo: due sono i contendenti e uno di essi, come è logico, deve avere necessariamente ragione. Oppure, quantomeno, più ragione dell’altro. Do you like Berlusconi? Do you like Renzi?  

    L’abbaglio, accuratamente pianificato, è in questa falsissima dicotomia, che replica all’infinito lo stesso copione ma che di volta in volta assume forme diverse, allo scopo di riaccendere l’attenzione generale e rinfocolare le abituali faziosità. Viceversa, le due posizioni non vanno contrapposte fra loro, nel puerile e fuorviante intento di stabilire quale delle due sia attendibile, ma considerate in parallelo, come sfaccettature della medesima questione. Anzi, della medesima strategia.

    L’obiettivo, infatti, è discutere di tutto tranne che degli aspetti cruciali. Per dirla in termini economici, o economicistici, equivale a parlare a getto continuo dei fenomeni “micro” e ignorare i fattori “macro”. Sui saliscendi dei listini di Borsa veniamo aggiornati senza sosta, e addirittura a più riprese nel corso della stessa giornata; sulla speculazione che determina, anzi persegue, quelle oscillazioni si dice poco o nulla. I riflettori sono puntati sugli effetti. Le vere cause rimangono (devono rimanere) nell’ombra.

    Torniamo alla domanda iniziale, allora. Cui prodest? A chi conviene questo ennesimo balletto avviato dalle rivelazioni dell’ex Segretario al Tesoro Usa Tim Geithner? Semplice: innanzitutto conviene a chi vuole accreditare l’immagine di un governo statunitense super partes, che non è disponibile ad assecondare le manovre, o manovrine, che si ordiscono all’interno dell’Unione europea. La premessa è che «nell'autunno del 2011 funzionari europei ci contattarono con una trama per cercare di costringere il premier italiano Berlusconi a cedere il potere; volevano che noi rifiutassimo di sostenere i prestiti del Fmi all'Italia, fino a quando non se ne fosse andato». L’autocelebrazione arriva a ruota: «Parlammo al presidente Obama di questo invito sorprendente, ma per quanto sarebbe stato utile avere una leadership migliore in Europa, non potevamo farci coinvolgere in un complotto come quello. “Non possiamo avere il suo sangue sulle nostre mani”, dissi io. Per arginare la crisi dell'euro gli Stati Uniti puntarono sull'asse con il presidente della Bce Mario Draghi, che grazie al programma per sostenere i bond europei riuscì a evitare il collasso».

    Insomma: evviva Washington, maestra di democrazia e nume tutelare della sovranità altrui, ed evviva Francoforte, maestra di sagacia finanziaria.  

    Tuttavia, poiché ci si guarda bene dal fare dei nomi limitandosi invece a riferirsi, come abbiamo visto, a imprecisati «funzionari europei», il tornaconto Usa non comporta nemmeno particolari danni né ai vertici Ue, né a quelli italiani. Una girandola di smentite, sai che novità, e la pantomima è pronta ad andare avanti indisturbata. Proprio come in Borsa, ogni speculatore tira acqua al suo mulino ma allo stesso tempo si pone al servizio della Grande Macina Globale.

    Federico Zamboni
    martedì
    apr222014

    La centralità dell'Europa. Ancora una volta

    La globalizzazione, proiettando sulla scena internazionale altri attori, aveva fatto pensare che l’Europa stesse diventando marginale. La crisi ucraina invece dimostra che il nostro continente resta assolutamente decisivo negli equilibri mondiali.

    Si presentano due possibili scenari. 

    Il primo è quello di un’Europa che resti saldamente agganciata agli USA, non solo attraverso il legame storico garantito dalla NATO e dalla presenza massiccia di basi americane sui nostri territori, ma dipendente dal potente alleato-padrone anche dal punto di vista energetico, rinunciando in tutto o in parte agli approvvigionamenti che vengono dalla Russia. Inoltre è in corso di definizione un trattato di libero commercio fra UE e USA, trattato che ci vincolerebbe ancora più strettamente all’Impero Atlantico.

    La realizzazione di questo scenario allontanerebbe lo spettro del declino dagli USA e assicurerebbe anche per questo secolo la supremazia anglo-sassone sul mondo.

    Il secondo è quello di un progressivo distacco dagli USA, tentazione che si intravede talvolta nella Germania per i suoi stretti rapporti commerciali con la Russia, per i suoi “distinguo” in occasione di imprese imperialiste come l’aggressione alla Libia e le interferenze in Siria, per l’irritazione con cui la nazione-guida dell’Europa ha reagito al datagate. Un possibile futuro governo del Front National in Francia imprimerebbe una svolta in senso anti-atlantico a tutto il continente. Si delineerebbe così uno slittamento dell’Europa verso la Russia, a sua volta sempre più collegata con la Cina, a configurare la realtà di un Impero euro-asiatico che consegnerebbe l’Impero Atlantico a un’inevitabile parabola discendente.

    I due scenari dimostrano che l’Europa, con la sua potenza economica e tecnologica e con le sue centinaia di milioni di forti consumatori, resta il fattore decisivo per le sorti degli equilibri politici mondiali. Se consoliderà i suoi rapporti con gli USA, l’Impero Atlantico marittimo resterà dominante, se si sposterà verso la Russia  sarà l’Impero Continentale a imporsi come nuovo blocco egemone.

    Questa è la partita che si gioca in Ucraina. Non è da escludere che si sia fatto scoppiare il bubbone per provocare l’arresto del flusso del gas russo verso l’Europa e di conseguenza troncare sul nascere ogni tentazione di volgere lo sguardo a est.

    Se nel braccio di ferro la Russia si mostrerà più determinata, l’egemonia americana sull’Europa e sul mondo si incrinerà in modo forse irrimediabile.

    La partita è talmente grossa, la posta in palio è talmente elevata, che i rischi di un altro ’14, dopo quello che nel secolo scorso segnò l’inizio di una tragedia che si sarebbe conclusa solo nel 1945, sono incombenti.

    La storia ha assunto un passo di carica. Il ritmo degli eventi brucia le tappe.

    Dopo il crollo dell’URSS abbiamo avuto un ventennio di predominio assoluto dell’Impero Atlantico, che ne ha approfittato impadronendosi di gran parte del mondo con l’estensione della NATO ai Paesi che fecero parte del blocco sovietico, con l’aggressione alla Serbia che ha ridotto la penisola balcanica a un protettorato americano, con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, con lo scempio della Libia, smembrando nazioni e arrogandosi un diritto illimitato a interferire nelle vicende interne degli altri Paesi, creando precedenti che ora si ritorcono contro chi li ha incautamente provocati.

    Nei primi anni di questo secondo decennio del nuovo millennio, le cose stanno cambiando altrettanto velocemente. Una Russia che sembrava in ginocchio si sta riprendendo con una rapidità imprevista. Una sua sempre più probabile alleanza anche militare con la Cina permetterebbe di mettere in comune risorse economiche e armamenti di prim’ordine, una popolazione di quasi due miliardi, col vantaggio di poter  manovrare per linee interne in caso di guerra mondiale. 

    Non stiamo volando con la fantasia. Stiamo prendendo atto di realtà che stanno nascendo sotto i nostri occhi. Il mondo è davanti a un’altra svolta, e le scelte degli europei ne determineranno il corso.

    La contesa per il controllo sull’Europa scatenò le due guerre mondiali del secolo scorso, la stessa contesa potrebbe essere la causa del primo conflitto globale del ventunesimo.

    Sarajevo-Danzica-Kiev? Il limitato accordo di Ginevra non esorcizza quegli spettri: troppi accordi sono risultati carta straccia.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    mar282014

    Ucraina: l’occidente contro l’Europa

    mercoledì
    mar262014

    La Ue lassù, sopra di noi

    venerdì
    feb072014

    Un giorno i giapponesi getteranno 30 Atomiche su New York

    lunedì
    gen272014

    La Cina rallenta, la Fed ci ripensa

    mercoledì
    dic182013

    Cile: e ora mantieni le promesse, “Presidenta” Bachelet

    giovedì
    dic052013

    Putin va forte, ma l’impero USA è sempre lì

    mercoledì
    dic042013

    QUELLO CHE NON VORREBBERO FARCI VEDERE A GUANTANAMO

    DI ANASTASIA CHURKINA
    Russia Today

    L'’inviata di RT (Russia Today, canale satellitare russo diffuso a livello mondiale, ndt) Anastasia Churkina si è diretta verso la sede della base militare della più scandalosa prigione americana e ha scoperto un potente meccanismo di copertura.

    Il volo da Fort Lauderdale, in Florida, a Guantanamo è stato l’'unico della mia vita che, decollando da un aeroporto pubblico, non fosse stato prima segnalato sul tabellone delle partenze. Solo una manciata di persone in attesa all'’imbarco. Qualche soldato cupo e dall'’aspetto stanco- giovani sui vent’anni – e i membri dello staff molto meno eccitati di noi, in quanto, ovviamente, saranno stati in questo posto completamente nascosto già dozzine di volte.

    Non so se sia stato il nostro entusiasmo a generare la sensazione di mistero nelle nostre menti, ma quando un’'addetta del Duty Free mi chiese dove ero diretta, alla mia risposta “Guantanamo”, replicò, con un sorriso vivace sulle labbra: “Oh, le Bahamas – giusto?” Io annuii. E così ebbe inizio l’'occultamento.

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    venerdì
    nov292013

    Le mosse azzardate della cauta Cina

    venerdì
    nov292013

    ARRIVANO I B-52 (UN ICEBERG AMERICANO VAGAVA AL LARGO DELLA CINA)

    THE SAKER
    atimes.com

    Vi ricordate quando il Presidente Bill Clinton mandò due navi portaerei degli Stati Uniti nello Stretto di Taiwan nel 1996 per "mandare un messaggio " alla Cina? Beh, sembra che a Barack Obama, l'anatra zoppa, il presidente senza spina dorsale, multi-umiliato e multi -sconfitto degli USA, sia improvvisamente salito il testosterone, tanto che ha deciso di provocare un'altra volta la Cina, irridendo la decisione di allargare la zona di difesa aerea cinese sulle isole Senkaku/Diaoyu.

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    giovedì
    nov282013

    Europa-colonia. Nuovi droni per la democrazia export, a suon di bombe

    mercoledì
    nov272013

    Se la Cina non compra più Dollari

    martedì
    nov262013

    Siria: fissata la data della conferenza di pace

    Dopo una infinita serie di rinvii, ogni volta che sembrava avviata la via diplomatica per la soluzione della crisi siriana, la data per la conferenza di pace “Ginevra 2” sarebbe stata finalmente e definitivamente fissata per il 22 gennaio 2014, ma visti i precedenti il condizionale è d’obbligo.

    La conferenza propriamente detta sarà preceduta da un incontro trilaterale ONU-Russia-USA il 20 dicembre prossimo, una delle date inizialmente previste per “Ginevra 2”, dove i padrini delle parti in causa si daranno il compito di rappresentare gli interessi dei belligeranti e cercheranno un primo compromesso di massima su cui far partire i negoziati, evitando così che un immediato confronto diretto ribelli-Assad porti a rotture insanabili fin dalle prime battute dei negoziati.

    Questo almeno da un punto di vista formale e ufficiale, ma è lecito pensare che Russia e USA baderanno in primis ai propri interessi, mediandoli con quelli delle fazioni siriane da usare come pedine sacrificabili in un gioco più grande di loro. Operazione, questa, più facile per la Russia, che riesce ad agire in maniera coordinata con Assad, anziché per gli USA, i quali hanno scarso controllo sui ribelli, che infatti non è stato semplice portare al tavolo della pace.

    Non si può, però, non concordare con l’inviato speciale dell’Onu, Lakhdar Brahimi, che, in una discussione in diretta telefonica con la controparte siriana, ha dichiarato: «È un’opportunità gigantesca per la pace. Non dobbiamo gettarla via. Non attendete l’inizio dei colloqui per fare qualche gesto di buona volontà. Diminuite la violenza, liberate dei prigionieri». Pace che adesso è anche interesse degli Stati Uniti, proprio perché a Washington hanno dovuto accettare l’impossibilità di tenere sotto controllo gli insorti e, quindi, uno scenario di stampo libico non è più conveniente, considerato anche che in Libia si è dovuto registrare un fallimento totale della strategia: i cirenaici, diventati ora, per la stampa mainstream, islamisti dopo esser stati civili inermi insorti per la libertà, continuano nel tentativo separatista.

    Al contrario dei negoziati sul nucleare iraniano, non filtra nessuna indiscrezione. Addirittura non è ancora nota la lista dei partecipanti alla conferenza di pace, tuttavia il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon si è comunque felicitato di questa nuova opportunità di discutere un cessate il fuoco in Siria: «La sola maniera di metter fine alle violenze è quella di creare un governo che integri tutte le parti in conflitto. Sarebbe imperdonabile non approfittare di questa opportunità per mettere fine a questi lutti e violenze».

    Difficile non essere d’accordo, ma il gioco non è condotto né dal popolo siriano, né mettendo al primo posto le sue esigenze, come evidenzia l’incontro trilaterale preliminare.

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