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    Entries in egemonia Usa (180)

    mercoledì
    mag222013

    Muos, consolato Usa dà lo stop ai lavori

     Arriva la conferma della sospensione dei lavori di costruzione dell'impianto di telecomunicazioni Muos a Niscemi. Crocetta: soddisfatto dell'accordo.

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    martedì
    mag212013

    Afghanistan: arriva il petrolio, e lo sfruttamento dell'ignoranza

     

    Le esportazioni di democrazia, le "missioni di pace" che prevedono l'uso di armi da guerra mica si fanno così, aggratis. E infatti adesso in Afghanistan è spuntato il petrolioe si sono prodotte le circostanze più favorevoli perché agli afghani non ne resti neanche una goccia. Ma tu guarda alle volte il caso...

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    martedì
    mag212013

    L’OMICIDIO È IL NOSTRO SPORT NAZIONALE

    DI CHRIS HEDGES 
    Information Clearing House 

    L’omicidio è il nostro sport nazionale. In Afghanistan e in Iraq uccidiamo decine di migliaia di persone con le nostre macchine della morte industriali. Uccidiamo altre migliaia di persone dai cieli sopra Pakistan, Somalia e Yemen con i nostri droni senza pilota. Ci uccidiamo l’un l’altro con incauto trasporto. E, come se le nostre mani non fossero abbastanza ricoperte di sangue umano, uccidiamo i carcerati – la maggior parte di questi sono persone di colore povere che sono state dietro le sbarre per più di un decennio. Gli Stati Uniti d’America credono nella rigenerazione attraverso la violenza. Per generazioni siamo stati i responsabili di bagni di sangue in terre straniere e nel nostro stesso paese, nella vana speranza in un mondo migliore. E peggio diventa e più a fondo il nostro impero affonda sotto il peso del nostro declino e della nostra depravazione, più uccidiamo.

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    lunedì
    mag202013

    IL TRAMBUSTO POLITICO ED ECONOMICO PER IL FUTURO

    DI STUART JEANNE BRAMHALL
    dissidentvoice.org

    Un nuovo studio dell’Università Farleigh Dickinson rivela che il 29 % dei cittadini degli USA crede che nei prossimi anni potrebbe essere necessaria una rivoluzione armata per "proteggere le libertà". Condividevano questa visione il 18% dei democratici che hanno risposto, il 27% degli indipendenti e il 44% dei repubblicani. 

    Un decennio fa, era impensabile l'idea che qualcun altro al di fuori di pochi migliaia di estremisti avrebbe contemplato una rivoluzione violenta. Perlomeno questi risultati suggeriscono che una minoranza significativa degli americani è profondamente disillusa riguardo l'apparente indifferenza del governo per i loro bisogni e le loro aspettative.

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    lunedì
    mag202013

    L’ANOMALIA DEI TRATTATI BILATERALI ITALIA-USA SULLE BASI MILITARI NATO

    L’ANOMALIA DEI TRATTATI BILATERALI ITALIA-USA SULLE BASI MILITARI NATO 

    L’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) è un’organizzazione regionale a carattere difensivo(1), nata durante la Guerra Fredda,con il preciso intento di combattere la minaccia sovietica.

    Il Trattato istitutivo della Nato, in particolare nell’articolo 9, assegna all’organo politico, il North Atlantic Council (NAC) il compito di esaminare le questioni inerenti al funzionamento del Trattato, ivi inclusa la creazione di organismi ausiliari. Da questi compiti vengono però escluse le installazioni di infrastrutture o comandi alleati, per i quali è necessario un accordo bilaterale con lo Stato membro ospitante.

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    mercoledì
    mag152013

    La Bolivia prevede l'uscita dell’USAID quanto prima

    Il governo di Bolivia si aspetta l'uscita rapida dell’U.S. Agency for International Development (USAID), espulsa dal paese la scorsa settimana, dopo le accuse d'interferenza.

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    martedì
    mag142013

    Pentagono, 500 marine a Sigonella

    giovedì
    mag092013

    Afghanistan: Usa manterranno 9 basi

    giovedì
    mag092013

    Veto sulle armi chimiche se non sono americane

    giovedì
    mag022013

    USA, il lavoro rende liberi - SMS

    Negli USA un’agenzia immobiliare di New York ha deciso di aumentare lo stipendio del 15% ai dipendenti che si fossero tatuati il logo dell’azienda: una iniziativa che ricorda i tatuaggi dei campi di sterminio o la marchiatura a fuoco degli schiavi. Quello che è più sconcertante è che 40 lavoratori, su 1100, hanno accettato di svendere la propria dignità per un pugno di dollari.

    lunedì
    apr292013

    LA VERGOGNA DEI GULAG AMERICANI

    DI CHRIS HEDGES
    truthdig.com

    Se, come scrisse Fyodor Dostoevsky, “il grado di civilizzazione di una società si può valutare entrando nelle sue carceri”, qui siamo davanti ad una nazione di barbari. La nostra vasta rete di prigioni federali e statali, con qualcosa come 2.3 milioni di reclusi, fa a gara con i gulag degli stati totalitari. Non appena sparisci dietro le pareti del carcere diventi una preda. Da stuprare. Da torturare. Da picchiare. Isolamenti prolungati. Privazioni sensoriali. Discriminazioni razziali. Reti di bande. Lavori forzati. Cibo rancido. Bimbi incarcerati alla stregua degli adulti. Prigionieri forzati a prendere medicinali che inducono all’apatia. Impianti di ventilazione e riscaldamento inadeguati. Scarse cure sanitarie. Dure sentenze per crimini non violenti.

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    venerdì
    apr262013

    "Assad avrebbe usato le armi chimiche". Ma mancano le prove...

    Gli USA mettono di nuovo sul piatto l’utilizzazione di armi chimiche da parte del regime di Assad per giustificare un loro intervento armato e sostengono che le ha sicuramente usate, anche se ammettono che non hanno prove.

    Nulla sarebbe cambiato quindi rispetto alla situazione precedente, fatto salvo il modo di comunicare: artatamente strutturato per infondere nell’opinione pubblica la certezza dell’impiego dei mezzi di distruzione di massa da parte del regime. Se si va oltre la parte enfatizzata dai media mainstream dei proclami, si legge anche che «le informazioni dell’intellingence vanno verificate». Il che significa che non vi è alcuna prova e che siamo di fronte solo ad informazioni provenienti dai servizi, che, per quanto affidabili ed efficienti, sono anche noti per distorcere i dati che possono essere divulgati nella maniera desiderata dal committente, come accadde in Iraq. Come accade sempre.

    Se uso si è avuto, inoltre, sarebbe stato su piccola scala, ma l’unica prova disponibile, ribadiamo, è che i servizi hanno detto che "sanno".  A questo punto verrebbe anche da chieder loro se sanno anche da chi: perché fino ad ora vi sono più indizi che l’impiego sia stato degli insorti e non del regime. È questa la ragione per cui gli USA sono cauti nel proclamare l’avvenuto uso dell’arma chimica e, quindi, scatenare l’offensiva, non tanto perché non si vogliono ripetere gli errori iracheni, facilmente aggirabili: Assad le armi chimiche le ha e verrebbero rinvenute sicuramente.

    Il problema vero sorgerebbe se emergessero prove dell’impiego dei gas da parte dei ribelli, che li porrebbe dalla parte del torto, quindi prima di agire bisogna accertarsi non ve ne siano o, nel caso, cancellarle. Questo lavoro sembra ben avviato visto che il pentagono comincia a sbilanciarsi e a preparare l’opinione pubblica, anche se siamo ad uno stadio prematuro e ancora denso di incertezze, si deve, però portarsi avanti col lavoro per poter poi esportare democrazia usando il fondamentalismo islamico.

    Ferdinando Menconi

    giovedì
    apr252013

    Al cuore della Terra e ritorno: comprendere la crisi sistemica

    lunaterradi Redazione.

    Pubblichiamo in formato PDF scaricabile liberamente la prima e l’ultima sezione del libro di Piero Pagliani: Al cuore della Terra e ritorno, corredate da una Premessa introduttiva.  Il libro, diviso in due parti, di cui Megachip curerà la prossima pubblicazione in rete, idealmente è la continuazione, dieci anni dopo, del volume «Alla conquista del cuore della Terra. Gli USA dall’egemonia sul “mondo libero” al dominio sull’Eurasia» (Punto Rosso, Milano, 2003). 

    Dieci anni fa l’autore cercava di comprendere i motivi più profondi della ripresa di iniziativa imperiale degli Stati Uniti dopo l’11/9, senza fermarsi alle prime facili considerazioni legate al neo-colonialismo e rifuggendo da popolari formulazioni che giudicava sciagurate, come la nota “guerre delle multinazionali”. La ricerca fu guidata dall’ipotesi di Giovanni Arrighi di essere in presenza della crisi sistemica del rapporto di scambio politico tra il Potere del Denaro e il Potere del Territorio che sotto il segno degli Stati Uniti aveva dominato la scena a partire dalla fine della II Guerra Mondiale. Una crisi che induceva gli USA a intraprendere quella che Pagliani definì una politica di “imperialismo preventivo”, cioè in previsione di un futuro scontro con le grandi potenze emergenti, in particolare la Cina.

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    lunedì
    apr222013

    Guardian: per gli USA un riarmo nucleare occulto

    Un investimento da 11 miliardi di dollari, destinati a modificare 200 bombe atomiche di vecchia generazione per renderle adatte all’utilizzo tramite gli F-35. Un programma che in tutto o in parte comprenderà, probabilmente, anche le decine di ordigni nucleari (70, secondo le ultime stime) presenti qui in Italia.

    A sostenerlo è il quotidiano britannico Guardian.   

    qui la notizia d’agenzia AGI

    giovedì
    apr182013

    Assad il saggio, l’Occidente e Al Qaeda

    In un’intervista televisiva alla televisione di stato Al Ikhbariya, Assad ha messo in guardia l’Occidente con una facile profezia: pagherà caro il suo appoggio ad Al Qaeda. Il Presidente siriano sembra, al contrario degli atlantisti, aver fatto tesoro della lezione della storia: « L’ovest ha pagato caro l’aver finanziato Al Qaeda ai suoi inizi. Oggi sta facendo la medesima cosa in Siria, Libia ed altri luoghi, e pagherà un prezzo altissimo in Europa e negli Stati Uniti».

    Non è un mistero che Al Qaeda e Bin Laden siano creature della CIA, create per contrastare l’intervento sovietico in Afghanistan e impiegate al servizio degli interessi USA fino alla guerra del Kossovo, ma quello che stupisce è che a Washington non si siano resi conto che il mostro che hanno creato e continuano a nutrire è una creatura incontrollabile, che spesse volte ha morso la mano che l’ha nutrita.

    Anche se Assad è un tiranno sanguinario, non si può non concordare con lui quando sostiene che «I poteri forti, in particolare gli USA, non accettano che le nazioni siano indipendenti; le vogliono sottomesse»: questo è uno scenario che viviamo ogni giorno, anche se da noi è una guerra che si combatte a colpi di prelievi forzosi e non a raffiche di AK.

    Non è necessario essere sostenitori del dittatore per convenire con lui che «fin dal primo giorno quanto sta succedendo in Siria è imposto dall’estero», mentre più ardita è l’affermazione che «l’esercito non sta combattendo una guerra per liberare il territorio siriano, ma una guerra contro il terrorismo». Questi sono toni degni della più becera propaganda atlantista, anche se è vero che molti degli insorti «sono arabi, ma non  siriani». Il Presidente, tuttavia, ha una visione limitata. Dimentica i kossovari ed altri musulmani di etnie non semitiche, che combattono finanziati dall’internazionale del papavero afgano.

    Una spirale di narcoterrorismo islamico che potrebbe subire un duro colpo solo se la Russia manterrà quanto ha minacciato: distruggere le colture usando i metodi usati dagli USA contro la cocaina colombiana, e il papavero è più facilmente individuabile dall’alto rispetto alle piante di coca.

    Assad ha, inoltre, riaffermato la sua volontà di combattere fino all’ultimo, anche perché non ha alternative essendogli stata preclusa ogni possibilità di uscita di scena negoziale, ma, cada o no, l’Occidente pagherà caro l’aver sostenuto Al Qaeda. Si può esser certi che non tutti gli aiuti sono stati riversati nella campagna di Siria: buona parte di questi è stata messa da parte per colpire l’infedele.

    Ferdinando Menconi


    martedì
    apr162013

    Lo strano caso dei verbali affettati della Fed

    banana
    Come nella migliore tradizione di una qualunque Repubblica delle banane, ieri è stato pubblicato in anticipo il verbale della riunione del 19 e 20 marzo del Federal Open Markey Committee, che avrebbe dovuto essere distribuito per le 14:00 (ora di NY, ovvero le 20:00 in Italia) ed invece è giunto alle 9:00 (le 15:00 italiane).

    La causa di tutto?

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    lunedì
    apr152013

    Wounded knee, genocidio all’asta

    Il sito dell’ultimo atto del genocidio degli indiani d’America, o nativi americani se preferite, rischia di essere venduto con una base d’asta inavvicinabile per la povera tribù dei Sioux Orlala, che vi fu massacrata: 3,9 milioni di dollari.

    La possibilità di vendere il sacrario nasce dal fatto che i gli invasori, che avevano lasciato quello straccio di terra all’interno delle miserevoli riserve indiane, avevano deciso che le vittime dovevano aderire al capitalismo e per abituarli all’idea decisero di assegnare i lotti di terra non alla tribù, ma ai singoli individui: un’erede dell’assegnatario di quel lotto si sposò con un bianco ed i loro discendenti vendettero il sacrario ai Czywczynski, una famiglia polacca.

    Nonostante il sito fosse stato dichiarato National Historic Landmark, è rimasto in mani private ed è quindi esposto a qualsiasi forma di speculazione edilizia, operazione non riuscita ai Czywczynski, che avrebbero voluto costruirvi un motel, e che, quindi, ora intendono disfarsene.

    I Sioux sarebbero impossibilitati all’acquisto, visto il costo proibitivo proposto dai proprietari, anche se negli USA sostengono che le tribù, grazie agli indennizzi graziosamente concessi per il genocidio, non sarebbero così povere e che la vendita avrebbe potuto essere evitata, se la tribù non si fosse opposta al piano del senatore Tom Daschle, che voleva far acquisire al demanio statunitense il sito del massacro, ma era per loro inaccettabile che quelle terre divenissero proprietà dell’invasore.

    I soldi avrebbero, invece, potuto averli se avessero accettato un indennizzo di 100 milioni di dollari, proposto loro a seguito di una sentenza che aveva dichiarato illegale l’acquisizione delle Black Hills da parte del governo di Washington, ma i Sioux lo hanno rifiutato, pretendendo invece la restituzione delle loro montagne sacre: esistono ancora popoli per i quali tradizione e dignità sono più importanti di qualsiasi somma di denaro e non sono incompatibili con la povertà. 

    Una mentalità che ha reso inevitabile il loro massacro da parte di chi ha fatto della ricchezza l’unico valore morale possibile.

    Ferdinando Menconi

    venerdì
    apr122013

    Siria, la droga degli insorti

    Che il grosso degli armamenti di cui dispongono i ribelli siriani provenga dagli ex arsenali di Gheddafi è un dato difficilmente contestabile, ma lascia aperta la questione di “come” vengano finanziate sia le forniture che le milizie transnazionali presenti sul terreno e stimate in circa 20mila uomini.

    Sottolineiamo il “come” e non il “chi”, dato questo abbastanza palese che non necessita ulteriori approfondimenti in questa sede, perché le somme in gioco sono ingenti e non possono essere dissimulate in pieghe di bilancio, specie se si tratta di bilanci di nazioni esportatrici di democrazia che negano di finanziare direttamente i ribelli.

    Una soluzione all’enigma viene proposta da Viktor Ivanov, direttore del servizio antidroga russo, che indica come principale fonte di finanziamento i proventi del traffico di eroina, la cui produzione ha subito un’impennata da quando l’Afghanistan è finito sotto la tutela statunitense. Le preoccupazioni russe sulla crescita esponenziale del commercio degli oppiacei non sono solo di ordine interno: il paese è il principale mercato di sbocco di una droga da lungo sul viale del tramonto in occidente, sostituita da sostanze di sintesi più economiche, che danno meno problemi allo spacciatore e sono meglio “gestibili” socialmente, da un punto di vista di ordine pubblico e allarme sociale.

    Le approfondite indagini delle forze dell’ordine russe le hanno portate a scoprire che  «la criminalità transnazionale organizzata può assicurare l’afflusso di un grande numero di criminali e mercenari in ogni parte del mondo grazie ai proventi del traffico di eroina». Fra questi vengono inclusi i «15/20mila mercenari concentrati in Siria, che stanno destabilizzando la situazione del paese».

    Per le autorità russe il maggiore problema in Afghanistan non sono tanto i talebani, quanto la criminalità organizzata transnazionale, anche se non arrivano apertamente a denunciare che la principale fonte di approvvigionamento dei fondi viene tollerata, se non addirittura promossa, da chi ha il controllo del paese, magari a condizione che il denaro ricavato venga, almeno per buona parte, impiegato per finanziare movimenti insurrezionali che gli esportatori di democrazia non possono apertamente sostenere. Ma che fanno il loro gioco.

    Ancora una volta le solite tesi complottiste prive di fondamento trovano una conferma in fonti governative ufficiali, ma c’è da ritenere che nessuno, o quasi, riprenderà il lancio dell’agenzia Ria Novosti: fonte sicuramente di parte al contrario delle veline atlantiste.

    Ferdinando Menconi

    venerdì
    apr122013

    Egemonia Usa: apre la Dal Molin. Dignità perduta

    Ricordate la base Usa all’ex aeroporto Dal Molin di Vicenza? Apre il 5 maggio prossimo, con contorno di fisiologica, scontata e ormai inutile protesta di quel che resta del fu movimento No Dal Molin. 

    Si può compensare o ridurre il danno rappresentato dalla più grande base militare statunitense in Europa al posto di una pista aerea, tolta d’imperio alla città da uno Stato che si priva di un’area di sua proprietà per obbedire ai desiderata di una potenza straniera? Per un cittadino che non voglia rassegnarsi alla condizione di suddito, la risposta non può essere che no. La nuova caserma a stelle e strisce era e resta un clamoroso abuso. Anzitutto, di sovranità nazionale: l’Italia, governata indifferentemente dalla destra o dalla sinistra, ha concesso una porzione di territorio a Washington che vi installa truppe e armamenti usati per guerre americane (Afghanistan). In secondo luogo, di sovranità locale, perché Roma non ha riconosciuto alcun diritto di autodeterminazione alla popolazione vicentina negandole finanche una semplice consultazione (avvenuta comunque in modo autogestito, senza valore legale), e questo in base a un’inesistente natura di “difesa nazionale” attribuita a un insediamento interamente extraterritoriale. Infine, è stato uno stupro di democrazia - la tanto decantata democrazia - perché a vent’anni dalla fine della Guerra Fredda, il trattato bilaterale del 1955 che ha dato legittimità formale al via libera italiano è coperto da un anacronistico segreto che ha reso impossibile qualsiasi trasparenza sui lavori, sulle conseguenze ambientali, su eventuali dotazioni belliche, e che soprattutto nega agli italiani tutti di poter rifiutare, se lo volessero, genuflessioni così umilianti. 

    Un minimo senso di responsabilità imporrebbe che l’area lasciata libera dal diktat statunitense fosse stata trasferita al patrimonio comunale come risarcimento quanto meno simbolico alla calpestata Vicenza, e poi  che i soldi per le opere di sostenibilità urbanistica fossero garantiti dagli Americani. Ma c’è il fatto che gli Stati Uniti non sborsano un dollaro per nulla al di fuori del perimetro delle loro basi. Questo è il mesto epilogo di una lotta che era stata un punto di riferimento per l’orgoglio nazionale, democratico e localista. Almeno lo è stata fino a quando i No Dal Molin, succubi del riflesso pavloviano a sinistra, non l’hanno consegnata nelle mani di un abile politicante come il sindaco Achille Variati (Pd), che l’ha cavalcata e poi scaricata. 

    Al netto della sfacciata protervia di Roma, che tratta le comunità locali come seccatori e nemici interni (il commissario governativo, Paolo Costa del Pd, disse che bisognava «reprimere il dissenso», sic), l’impostazione del fronte contrario alla base ha scontato errori strategici e limiti ideologici di fondo. Il No Dal Molin si è sviluppato secondo due direttrici: quella dell’insurrezione locale, che adduce ottimi argomenti tecnici, di disagio urbano, lambendo motivazioni di tipo federalista (la ripresa del motto paròni a casa nostra, rinnegato da una Lega favorevolissima alla Ederle bis in nome degli schei); e quella della contestazione pacifista, derivata da una visione cattolica o di estrema sinistra (no alla “base di guerra”). Le argomentazioni “di destra”, ad esempio di un Sergio Romano che stigmatizza la colonizzazione militare americana perché antistorica e lesiva dell’orgoglio nazionale, sono state acquisite ma lasciate ai margini. Ciò di cui non c’è traccia è quel salto di qualità intellettuale e politico che da tutti questi diversi “no” giunge ad una riflessione unificante e davvero utile. 

    Andiamo con ordine. Il localismo viene tradotto dagli araldi del pensiero unico con l’effetto nimby: “not in my back yard”, non nel mio giardino. Basi militari, linee dell’alta velocità ferroviaria, rigassificatori, autostrade, tutte le infrastrutture volute dai giganti della politica e dell’economia troverebbero il rifiuto delle popolazioni interessate perché queste sarebbero egoiste e affette dalla sindrome del particulare. Fesserie. “Localismo” è tutt’altro che una parolaccia. È la sana presa di coscienza della gente in carne e ossa contro la globalizzazione, un mostro obbediente ai bisogni di crescita e potenza, in questo caso, dei governi occidentali appiattiti sui diktat di Washington. È la riscoperta del diritto all’autodeterminazione a partire dai veri bisogni, tanto più veri, reali e sentiti quanto più vicini e calati nel proprio vissuto. Cioè bisogni eminentemente locali. Ma questo è un discorso no global per antonomasia, e investe il giudizio sull’ordinamento politico in generale. È democratica una democrazia che non tiene conto della volontà dei territori? Fa l’interesse del nostro popolo un regime assuefatto ai dogmi della Nato (a che serve, se il Patto di Varsavia non esiste più?), della sudditanza agli Usa (a quando un’Europa indipendente?), dell’occupazione da parte di un esercito straniero (quando scade il mutuo per averci liberato dai nazisti)? Che diavolo di rappresentatività ha un meccanismo per cui i partiti tengono in ostaggio la sovranità popolare e poi fanno quello che gli pare, con un Pd vicentino contrario – a parole - alla base, e un Pd nazionale che se ne fregava e se ne frega, perché è favorevole tanto quanto gli avversari-compari di centrodestra e ci mangia attraverso le coop ex rosse vincitrici dell’appalto? 

    Qui è in gioco qualcosa di non negoziabile: la dignità. Nel luglio 2009 scrissi un Appello sul giornale locale per cui scrivevo che si richiamava a questo valore ormai desueto, di contro al trafficare bavoso di manifesti e petizioni che a Vicenza si rincorrevano per reclamare grottesche contropartite economiche. Un liberal-conservatore vecchio stampo come Romano ebbe a scriverlo a chiare lettere: «credo che vi siano beni, nella vita di un Paese, che non possono essere misurati con il metro del denaro» (Corriere della Sera, 16 ottobre 2006). 

    Ma siccome essere semplicemente a favore della dignità della propria terra non fa fino, si tira fuori il pacifismo. Buono per tutte le stagioni, pio quanto basta per assolversi da ogni altro peccato, l’argomento della “pace” è il secondo, più incisivo filone della contestazione cominciata nel 2005 e dissoltasi nel 2009. Magari condito con i vecchi fumi dell’ideologia marxista (i lavoratori contro l’America capitalista), fa breccia, perché essere per la pace è come dire “viva la mamma”, e in più offre il vantaggio rassicurante del dejà vu: ah, com’erano belle le marce contro l’invasione del Vietnam! Anche qui: siamo fuori strada. Non bisogna essere pacifisti per essere contrari. Bisogna solo conservare amor proprio e riconoscere che il modello di società importato dall’America ci ha reso schiavi. Altro che balle, altro che democrazia. Per mantenere il po’ po’ di profitti e consumi su cui si mal regge l’Impero Usa, il Pentagono deve provvedere a controllare il mondo come fosse, questo sì, il giardino di Casa (Bianca). È nel nostro interesse ribellarsi all’imperialismo statunitense, essendo questo il cavallo di troia di uno Sviluppo che ci si ritorce contro e che ha l’arroganza di “liberare” a furia di bombe quelle restanti parti di mondo che ancora gli resistono.

    Per dirla chiara: ai No Base, come purtroppo a tutti i No sparsi per la penisola, fa difetto quella che una volta si sarebbe chiamata “elaborazione culturale”. Non ci si è mossi di un millimetro dalle proprie spiegazioni che non spiegano più niente. Non è la base militare il problema. Il problema è che non ci si mobilita contro il sistema, globalizzante e anti-democratico, che la fa piovere dall’alto. I No Dal Molin rimasti, sostanzialmente i Disobbedienti locali, agitano come un trofeo il Parco della Pace adiacente alla base. Vero, ma che vittoria è? Basta appiccicare l’etichetta della “pace” ad un parco e la rivolta stessa non sarà servita a niente. Perché mica ci vorranno far bere sul serio la fiaba che un po’ di verde farebbe cadere i “muri di tutte le basi militari del mondo”, come è stato detto con caramellosa retorica arcobaleno. A Vicenza si è consumata una solenne sconfitta per l’arcipelago dei No alla macchina tritatutto del dio Sviluppo: questa è la triste verità.

    Alessio Mannino

    giovedì
    apr042013

    Nucleare: quante testate in giro per il mondo? E di chi?

    Mentre negli Stati Uniti c'è una nuova ondata contro la vendita delle armi ai cittadini, almeno secondo i giornali locali, e in ogni caso è difficile che possa avere effetti reali viste le lobbies che controllano il settore in quel Paese, la cronaca relativa alla Corea del Nord riapre, almeno in parte, la questione del nucleare. Che è, come si intuisce, di ben altra caratura.

    Ma quali sono i Paesi che attualmente dispongono di testate nucleari? E in che misura? Difficile dirlo con esattezza, perché da una parte tale informazione viene nascosta dietro il "segreto nazionale", dall'altra perché su questo tema, per ovvi motivi militari e strategici, c'è molta differenza, in merito alle comunicazioni ufficiali che vengono fornite, relativamente al vero ammontare del proprio "volume di fuoco".

    Se da un lato comunicare numeri roboanti ha l'ovvio effetto di incutere timore nello scacchiere internazionale, dall'altro lato, come l'intelligence insegna, non è mai utile dichiarare esattamente ciò di cui si è in possesso. I vari servizi segreti di tutto il mondo si muovono e agiscono regolarmente per conoscere sempre più dettagli dei Paesi considerati avversari, e in ogni caso i dati che arrivano all'opinione pubblica sono per ovvi motivi edulcorati, o quanto meno pilotati, in un senso e nell'altro.

    In questa chiave del mostrare e nascondere, vanno lette pertanto tutte le varie esercitazioni e i test che i vari Paesi effettuano, talora in modo visibile, e molto più spesso in modo nascosto, proprio in merito a questo scenario bellico. 

    Se da una parte, ad esempio, gli Usa pretendono di agire indisturbati sul lato del Pacifico, sino a che la Cina gli permetterà di farlo, facendo incrociare vari sommergibili ed elementi in fase di controllo e test per confermare, direttamente o indirettamente, la propria capacità, non si capisce il motivo per il quale - e sfioriamo la cronaca di questi giorni - ciò non debba essere permesso agli altri Paesi. Corea del Nord inclusa.

    Non solo, è evidente a tutti, almeno se si fa opera di onestà intellettuale, che per quanto attiene ad esempio il caso Iran sia del tutto ipocrita pensare di poter imporre delle sanzioni a un Paese che autonomamente e legittimamente vuole dotarsi di una arma nucleare soprattutto quando, a spingere per tali pressioni e sanzioni, sono altri Paesi che non solo l'atomica ce l'hanno già, ma che, ed è il caso degli Usa, sono i soli ad averla realmente utilizzata. Proprio gli Stati Uniti, c'è bisogno evidentemente di ripeterlo perché in pochi lo fanno ogni volta che arriva una comunicazione dalla Casa Bianca, sono veramente gli ultimi che possono pronunciare parole ia riguardo. È ridicolo pensare a voler imporre trattati di non proliferazione nucleare quando si è in possesso di uno degli arsenali più grandi, in tal senso, che si è peraltro già usato realmente.

    Eppure, malgrado il differente grado di trasparenza tra Paese e Paese, in merito a questo tema, è possibile fare una stima generale, a livello mondiale, non troppo distante dalla realtà.

    I dati più aggiornati risalgono al dicembre dello scorso anno, e sono forniti - attenzione, comunque la si voglia interpretare - dalla Fas, cioè la Federation of American Scientist. Dunque Usa.

    E comunque vediamoli. In termini numerici, gli Stati Uniti possederebbero circa 7700 testate - esatto: settemilasettecento - e sarebbero superate, in quantità, solo dalla Russia, che ne avrebbe 8500. Andando a scalare, sempre in ordine numerico, ci sarebbe la Francia con 300 testate, quindi la Cina con 240, il Regno Unito con 225, il Pakistan con circa 100 testate e l'India con 90. Chiudono i conti Israele con 80 e la Corea del Nord che non dovrebbe superare le 10 testate.

    Altro dato interessante: la data, Paese per Paese, in cui sono stati effettuati "dei test" in merito. Posto che per Israele al momento non c'è alcun test ufficialmente confermato, il Primo Paese ad aver testato sul serio questa arma è, come sappiamo - gli Stati Uniti: era il 1945. Quindi è stata la volta della Russia (1949), del Regno Unito (1952), della Francia (1960), della Cina (1964), dell'India (1974), del Pakistan (1998) e della Corea del Nord (2006).

    Uno scenario, come detto, solo stimato. Ma niente affatto confortante.