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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
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    Entries in egemonia Usa (349)

    martedì
    apr222014

    La centralità dell'Europa. Ancora una volta

    La globalizzazione, proiettando sulla scena internazionale altri attori, aveva fatto pensare che l’Europa stesse diventando marginale. La crisi ucraina invece dimostra che il nostro continente resta assolutamente decisivo negli equilibri mondiali.

    Si presentano due possibili scenari. 

    Il primo è quello di un’Europa che resti saldamente agganciata agli USA, non solo attraverso il legame storico garantito dalla NATO e dalla presenza massiccia di basi americane sui nostri territori, ma dipendente dal potente alleato-padrone anche dal punto di vista energetico, rinunciando in tutto o in parte agli approvvigionamenti che vengono dalla Russia. Inoltre è in corso di definizione un trattato di libero commercio fra UE e USA, trattato che ci vincolerebbe ancora più strettamente all’Impero Atlantico.

    La realizzazione di questo scenario allontanerebbe lo spettro del declino dagli USA e assicurerebbe anche per questo secolo la supremazia anglo-sassone sul mondo.

    Il secondo è quello di un progressivo distacco dagli USA, tentazione che si intravede talvolta nella Germania per i suoi stretti rapporti commerciali con la Russia, per i suoi “distinguo” in occasione di imprese imperialiste come l’aggressione alla Libia e le interferenze in Siria, per l’irritazione con cui la nazione-guida dell’Europa ha reagito al datagate. Un possibile futuro governo del Front National in Francia imprimerebbe una svolta in senso anti-atlantico a tutto il continente. Si delineerebbe così uno slittamento dell’Europa verso la Russia, a sua volta sempre più collegata con la Cina, a configurare la realtà di un Impero euro-asiatico che consegnerebbe l’Impero Atlantico a un’inevitabile parabola discendente.

    I due scenari dimostrano che l’Europa, con la sua potenza economica e tecnologica e con le sue centinaia di milioni di forti consumatori, resta il fattore decisivo per le sorti degli equilibri politici mondiali. Se consoliderà i suoi rapporti con gli USA, l’Impero Atlantico marittimo resterà dominante, se si sposterà verso la Russia  sarà l’Impero Continentale a imporsi come nuovo blocco egemone.

    Questa è la partita che si gioca in Ucraina. Non è da escludere che si sia fatto scoppiare il bubbone per provocare l’arresto del flusso del gas russo verso l’Europa e di conseguenza troncare sul nascere ogni tentazione di volgere lo sguardo a est.

    Se nel braccio di ferro la Russia si mostrerà più determinata, l’egemonia americana sull’Europa e sul mondo si incrinerà in modo forse irrimediabile.

    La partita è talmente grossa, la posta in palio è talmente elevata, che i rischi di un altro ’14, dopo quello che nel secolo scorso segnò l’inizio di una tragedia che si sarebbe conclusa solo nel 1945, sono incombenti.

    La storia ha assunto un passo di carica. Il ritmo degli eventi brucia le tappe.

    Dopo il crollo dell’URSS abbiamo avuto un ventennio di predominio assoluto dell’Impero Atlantico, che ne ha approfittato impadronendosi di gran parte del mondo con l’estensione della NATO ai Paesi che fecero parte del blocco sovietico, con l’aggressione alla Serbia che ha ridotto la penisola balcanica a un protettorato americano, con l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, con lo scempio della Libia, smembrando nazioni e arrogandosi un diritto illimitato a interferire nelle vicende interne degli altri Paesi, creando precedenti che ora si ritorcono contro chi li ha incautamente provocati.

    Nei primi anni di questo secondo decennio del nuovo millennio, le cose stanno cambiando altrettanto velocemente. Una Russia che sembrava in ginocchio si sta riprendendo con una rapidità imprevista. Una sua sempre più probabile alleanza anche militare con la Cina permetterebbe di mettere in comune risorse economiche e armamenti di prim’ordine, una popolazione di quasi due miliardi, col vantaggio di poter  manovrare per linee interne in caso di guerra mondiale. 

    Non stiamo volando con la fantasia. Stiamo prendendo atto di realtà che stanno nascendo sotto i nostri occhi. Il mondo è davanti a un’altra svolta, e le scelte degli europei ne determineranno il corso.

    La contesa per il controllo sull’Europa scatenò le due guerre mondiali del secolo scorso, la stessa contesa potrebbe essere la causa del primo conflitto globale del ventunesimo.

    Sarajevo-Danzica-Kiev? Il limitato accordo di Ginevra non esorcizza quegli spettri: troppi accordi sono risultati carta straccia.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    mar282014

    Ucraina: l’occidente contro l’Europa

    mercoledì
    mar262014

    La Ue lassù, sopra di noi

    venerdì
    feb072014

    Un giorno i giapponesi getteranno 30 Atomiche su New York

    lunedì
    gen272014

    La Cina rallenta, la Fed ci ripensa

    mercoledì
    dic182013

    Cile: e ora mantieni le promesse, “Presidenta” Bachelet

    giovedì
    dic052013

    Putin va forte, ma l’impero USA è sempre lì

    mercoledì
    dic042013

    QUELLO CHE NON VORREBBERO FARCI VEDERE A GUANTANAMO

    DI ANASTASIA CHURKINA
    Russia Today

    L'’inviata di RT (Russia Today, canale satellitare russo diffuso a livello mondiale, ndt) Anastasia Churkina si è diretta verso la sede della base militare della più scandalosa prigione americana e ha scoperto un potente meccanismo di copertura.

    Il volo da Fort Lauderdale, in Florida, a Guantanamo è stato l’'unico della mia vita che, decollando da un aeroporto pubblico, non fosse stato prima segnalato sul tabellone delle partenze. Solo una manciata di persone in attesa all'’imbarco. Qualche soldato cupo e dall'’aspetto stanco- giovani sui vent’anni – e i membri dello staff molto meno eccitati di noi, in quanto, ovviamente, saranno stati in questo posto completamente nascosto già dozzine di volte.

    Non so se sia stato il nostro entusiasmo a generare la sensazione di mistero nelle nostre menti, ma quando un’'addetta del Duty Free mi chiese dove ero diretta, alla mia risposta “Guantanamo”, replicò, con un sorriso vivace sulle labbra: “Oh, le Bahamas – giusto?” Io annuii. E così ebbe inizio l’'occultamento.

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    venerdì
    nov292013

    Le mosse azzardate della cauta Cina

    venerdì
    nov292013

    ARRIVANO I B-52 (UN ICEBERG AMERICANO VAGAVA AL LARGO DELLA CINA)

    THE SAKER
    atimes.com

    Vi ricordate quando il Presidente Bill Clinton mandò due navi portaerei degli Stati Uniti nello Stretto di Taiwan nel 1996 per "mandare un messaggio " alla Cina? Beh, sembra che a Barack Obama, l'anatra zoppa, il presidente senza spina dorsale, multi-umiliato e multi -sconfitto degli USA, sia improvvisamente salito il testosterone, tanto che ha deciso di provocare un'altra volta la Cina, irridendo la decisione di allargare la zona di difesa aerea cinese sulle isole Senkaku/Diaoyu.

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    giovedì
    nov282013

    Europa-colonia. Nuovi droni per la democrazia export, a suon di bombe

    mercoledì
    nov272013

    Se la Cina non compra più Dollari

    martedì
    nov262013

    Siria: fissata la data della conferenza di pace

    Dopo una infinita serie di rinvii, ogni volta che sembrava avviata la via diplomatica per la soluzione della crisi siriana, la data per la conferenza di pace “Ginevra 2” sarebbe stata finalmente e definitivamente fissata per il 22 gennaio 2014, ma visti i precedenti il condizionale è d’obbligo.

    La conferenza propriamente detta sarà preceduta da un incontro trilaterale ONU-Russia-USA il 20 dicembre prossimo, una delle date inizialmente previste per “Ginevra 2”, dove i padrini delle parti in causa si daranno il compito di rappresentare gli interessi dei belligeranti e cercheranno un primo compromesso di massima su cui far partire i negoziati, evitando così che un immediato confronto diretto ribelli-Assad porti a rotture insanabili fin dalle prime battute dei negoziati.

    Questo almeno da un punto di vista formale e ufficiale, ma è lecito pensare che Russia e USA baderanno in primis ai propri interessi, mediandoli con quelli delle fazioni siriane da usare come pedine sacrificabili in un gioco più grande di loro. Operazione, questa, più facile per la Russia, che riesce ad agire in maniera coordinata con Assad, anziché per gli USA, i quali hanno scarso controllo sui ribelli, che infatti non è stato semplice portare al tavolo della pace.

    Non si può, però, non concordare con l’inviato speciale dell’Onu, Lakhdar Brahimi, che, in una discussione in diretta telefonica con la controparte siriana, ha dichiarato: «È un’opportunità gigantesca per la pace. Non dobbiamo gettarla via. Non attendete l’inizio dei colloqui per fare qualche gesto di buona volontà. Diminuite la violenza, liberate dei prigionieri». Pace che adesso è anche interesse degli Stati Uniti, proprio perché a Washington hanno dovuto accettare l’impossibilità di tenere sotto controllo gli insorti e, quindi, uno scenario di stampo libico non è più conveniente, considerato anche che in Libia si è dovuto registrare un fallimento totale della strategia: i cirenaici, diventati ora, per la stampa mainstream, islamisti dopo esser stati civili inermi insorti per la libertà, continuano nel tentativo separatista.

    Al contrario dei negoziati sul nucleare iraniano, non filtra nessuna indiscrezione. Addirittura non è ancora nota la lista dei partecipanti alla conferenza di pace, tuttavia il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon si è comunque felicitato di questa nuova opportunità di discutere un cessate il fuoco in Siria: «La sola maniera di metter fine alle violenze è quella di creare un governo che integri tutte le parti in conflitto. Sarebbe imperdonabile non approfittare di questa opportunità per mettere fine a questi lutti e violenze».

    Difficile non essere d’accordo, ma il gioco non è condotto né dal popolo siriano, né mettendo al primo posto le sue esigenze, come evidenzia l’incontro trilaterale preliminare.

    giovedì
    nov212013

    IRAN, ARABIA SAUDITA E IL CENTENARIO DELLA FED

    DI VALENTIN KATASONOV
    strategic-culture.org

    Recentemente si è fatto un gran parlare, sui media, riguardo l’'apparente riavvicinamento diplomatico fra gli Stati Uniti e l’'Iran, e il simultaneo peggioramento delle relazioni fra gli Stati Uniti e l'’Arabia Saudita. E si fa sempre più menzione della creazione del 1913, del Federal Reserve System statunitense; Dicembre segnerà il suo centesimo anniversario.

    Secondo la mia opinione, la coincidenza fra gli ultimi eventi in Medio Oriente e l’'imminente centenario della Federal Reserve, è molto significativa.

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    mercoledì
    nov202013

    Rilancio USA: ci vorrà una “bella” guerra?

    martedì
    nov192013

    USA. Armamenti per rallentare il declino

    lunedì
    nov182013

    Arabia Saudita e Siria: il paradosso dell’Occidente

    venerdì
    nov152013

    USA Power. L’Ucraina apre allo shale gas

    giovedì
    nov142013

    Nassiriya. Il problema è politico, non “umano”

    È il tipico caso in cui, tra i due litiganti, non ha ragione nessuno dei due. Di qua i numerosissimi imbonitori dell’establishment impegnati, per l’occasione, a celebrare il decennale della Strage di Nassiriya; di là una deputata del M5S, Emanuela Corda, che al pari di svariati suoi colleghi di partito (pardon: di movimento) dà fiato alle trombe senza riflettere un granché: una bella tirata altisonante, affermando che nel novero delle vittime del massacro andrebbe ricompreso anche l’attentatore suicida, e poi si vedrà.

    Si è visto, infatti. Le sue parole sono state subito enfatizzate, e strumentalizzate, facendo finire nel mirino dell’FLP (Fronte Liberista Patriottico) sia lei che il MoVimento. Che orrore! Che scandalo! Che mancanza di rispetto sia per gli “eroi” caduti sul campo, a maggior gloria dell’Italia, e a maggior vantaggio degli USA, sia per i loro famigliari tutti!

    Chi tuonava di qua, chi tuonava di là, e ben presto ai censori in servizio permanente effettivo si sono aggiunti quelli di complemento. Per esempio, ieri mattina ai microfoni di Radio 24, Luca Dini e Paola Saluzzi. Entrambi assai autorevoli, del resto: lui è il direttore di Vanity Fair, lei la conduttrice dello spazio pomeridiano di Sky Tg24. L’accorata indignazione del momento li affratella, ma sanno ritagliarsi degli exploit da solisti. «Uno schiaffo in faccia ai famigliari delle vittime», rimbrotta lui. Lei è ancora più drastica: «Hai avuto un fratello morto a Nassiriya? No. E allora stai zitta».

    Una dialettica da Domenica In, ma al loro intervistatore va bene così. E quindi non lo sfiora nemmeno l’idea, il dubbio, la consapevolezza che la lapidaria intimazione della Saluzzi andrebbe semmai ribaltata: è proprio se «hai avuto un fratello morto a Nassiriya» che faresti meglio a stare zitto, o almeno a domandarti dieci-cento-mille volte se quel coinvolgimento così diretto, e doloroso, non ti privi della lucidità necessaria ad andare al di là dell’ovvio. Fino a diventare capace di affrancarti dagli schemi correnti, secondo i quali gli eserciti occidentali sono sempre e comunque i “buoni”, mentre quelli che osano ostacolarli, quand’anche a difesa della loro patria invasa, sono invariabilmente i “cattivi”.  

    Ed è appunto questo, il tema che Emanuela Corda avrebbe dovuto mettere al centro del suo intervento, invece di sfiorarlo o poco più. Perché questo, e solo questo, è il vero nodo politico di tutta la vicenda: non la commozione a senso unico, che ne è solo un riverbero emotivo, ma l’interpretazione capziosa che accredita gli USA e i loro alleati/servi come i paladini del Bene.

    Inoltre – e qui si passa dal caso specifico al tema generale della comunicazione politica, che non può non tenere conto dei tempi e dei modi in cui si svolge – la “cittadina” Corda era tenuta a sapere che, dicendo quel che ha detto in quel posto (il Parlamento) e in quel giorno (il decennale della strage), sarebbe stata immediatamente attaccata nel modo più aggressivo e sdegnato. Tanto per riaffermare il dogma della superiorità morale dell’Occidente, quanto per screditare, tramite lei, il M5S nel suo insieme. Prima di andare all’assalto, quindi, si sarebbe dovuta chiedere  dieci-cento-mille volte se il gioco valesse la candela. Se cioè quella sua pietosa istanza di commemorazione XXL, al fine di far ottenere una briciola di ricordo, e di compianto, anche a favore dell’esecutore materiale della strage, giustificasse il vespaio che ha suscitato.

    Da parte nostra la risposta è evidente. Per così poco no, non ne valeva la pena. A maggior ragione se poi, di fronte al fuoco di fila degli Scandalizzati di ogni ordine e grado, non si trova di meglio che rifugiarsi in una variante dell’omologazione occidentale: «Sono contraria a qualunque fanatismo e nella mia idea di società, laica e plurale, non c'è spazio per il fondamentalismo religioso e per l'affermazione delle proprie idee attraverso l'uso della violenza», e perciò «se le mie parole hanno soltanto minimamente offeso i familiari delle vittime di Nassiriya, chiedo scusa loro perché questo non era in alcun modo mia intenzione».

    Suvvia, un ultimo sforzo. Delle scuse ancora più esplicite e poi mancherà solo un abbraccio collettivo, in favore di telecamera, per far sì che anche questa puntata della fiction (pardon, del talkshow) possa lietamente concludersi.

    Federico Zamboni
    giovedì
    nov142013

    I nostri “eroi” sacrificati sull’altare degli USA

    Non è equilibrismo, seppure sia vero che di questi tempi è richiesto schierarsi con sempre maggiore nettezza sulle cose del mondo. Ma può essere concesso fregarsene bellamente di ragioni e sentimenti altrui nel giudicare una tragedia? Perché pare che se non ci si esprime con affettata retorica nazionalista sull’anniversario della strage di Nassiriya si è delle bestie senza cuore.

    Il dispiacere per la perdita di vite umane dovrebbe essere condiviso, ma quando diventa più intenso per esclusivi vincoli “di passaporto” ci si dovrebbe interrogare sulla cosa. Lo schierarsi nettamente non dovrebbe essere sul ricordo di morti “nostri” contrapposti ai morti “altri”, particolarmente in una situazione come quella irachena di 10 anni fa. Da un lato celebrazioni patriottarde alla “grazie ragazzi” e “i nostri eroi”, dall’altra scherno e riduzione di 19 vite a “mercenari senza onore”. Non viene contemplato nulla che non venga tagliato con l’accetta, e giù a ululare contro chi, come la deputata Emanuela Corda ha “osato” affermare che nessuno conosce il nome dell’uomo che allora si è immolato contro la base italiana, che ha deciso di morire e portarsi dietro le vite di coloro che per lui non erano altro che occupanti.

    Non è pacifismo del piffero, quello delle bandierine arcobaleno per intenderci, né antimilitarismo d’accatto, il criticare celebrazioni che volutamente e colpevolmente nascondono la vera causa di quella strage di 10 anni fa. Ma in questo paese è da eretici chiedersi che diavolo ci facevano i militari italiani nel sud dell’Iraq e rispondersi col disincanto di chi sa bene che andava rispettato il patto di sangue con Washington e in subordine fatta la guardia ai pozzi dell’Eni. Patrimonio che andava difeso da orde di iracheni che incredibilmente non capivano che assieme all’uranio impoverito gli occidentali, rappresentati anche dai militari con lo scudetto tricolore, portavano libertà e democrazia.

    Tanto è stato l’impegno internazionale per quelle genti che oggi, quotidianamente, in Iraq saltano in aria decine di persone in attentati settari dei quali 11 anni fa non si intravedeva ombra. «Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell'attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari; a volte ricordiamo anche i 9 iracheni che lavoravano nella base italiana, ma non troppo spesso. Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage. Un'ideologia criminale lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico, e lo aveva mandato a morire». Queste le parole della deputata dei 5 Stelle. Se questa è la celebrazione di un kamikaze c’è da intendersi bene sul significato di alcune parole del vocabolario italiano.

    La realtà è che anche solo la semplice considerazione che allora ci fossero delle ragioni inascoltate “dall’altra parte” e che queste abbiano innescato la miccia della bomba umana diventa un delitto contro la memoria dei caduti. Hanno diritto di celebrare quelle vittime i parenti, gli amici che li hanno amati in vita e che li hanno persi per sempre. Troppi altri ne usano la tragedia per continuare ad anestetizzare le coscienze e convincere gli italiani che abbiamo anche noi i nostri eroi vittime del terrorismo, che siamo dunque in comunione con gli altri paesi occidentali minacciati dal terrore, e come tali dobbiamo difenderci inviando truppe a migliaia di chilometri, in luoghi lontani dai nostri confini nazionali tanto quanto dai nostri interessi strategici.

    Dopotutto al Qaeda non ha fatto saltare la metropolitana di Roma. Non abbiamo vittime civili da mettere sul piatto delle nazioni occidentali colpite al cuore da bombe indiscriminate e allora gettiamo l’asso Nassiriya. Ma i madrileni  e londinesi che il destino ha voluto fossero a bordo dei treni colpiti negli attacchi del 2004 e del 2005 sono eroi tanto quanto i militari italiani uccisi dieci anni fa. Cioè non lo sono.

    I 19 restano vittime, ancora una volta, della retorica usata da ogni governo succedutosi dal quel 2003. E per tutti quelli che cadono ancora nella trappola sarebbe opportuno riflettere: quei soldati non sono tornati in patria sugli scudi ma dentro feretri usati per rinsaldare la venefica alleanza a perdere con gli Stati Uniti d’America.

    Alessia Lai
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