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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
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    LETTERE E RISPOSTE
    OPINIONI DEI LETTORI

    Entries in governo Monti (296)

    lunedì
    dic232013

    Francesco, il Papa-aspirina

    Confortare è una bella cosa. Rabbonire a sproposito no, per niente. E le frasi pronunciate ieri dal Papa, rivolgendosi al gruppetto di manifestanti, dell’area dei “Forconi”, giunto in piazza San Pietro inalberando uno striscione con scritto «I  poveri non possono aspettare», rientrano certamente nella seconda categoria: un mazzetto di chiacchiere di circostanza che in superficie esprimono comprensione e solidarietà, ma che in profondità sono del tutto irrilevanti. Anzi, dannose.

    Il vero asse portante delle sue parole, infatti, non va individuato nelle accorate ovvietà del tipo «famiglia e casa vanno insieme: è molto difficile portare avanti la famiglia senza abitare in una casa», ma nella raccomandazione/auspicio a «dare un contributo costruttivo respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza e seguendo sempre la via del dialogo, difendendo i diritti».

    Detto con la dovuta franchezza, una completa stupidaggine. Che è talmente lontana da qualsiasi analisi realistica della crisi in corso, e prima ancora del sistema economico che l’ha generata, da suonare insultante. Delle due l’una: o l’ex cardinale Bergoglio non capisce un accidente di come funziona il liberismo, e di come i partiti di governo ne assecondino scientemente le iniquità a danno della grande maggioranza dei cittadini, oppure ne comprende le dinamiche e le finalità, ma fa finta di no. Nel primo caso ci troviamo di fronte a un inetto. Nel secondo a un ipocrita.

    E non ci si venga a raccontare, per l’ennesima volta, che purtroppo la Chiesa non ha la possibilità di incidere direttamente sulla realtà sociale e deve accontentarsi, perciò, di spandere sommessi suggerimenti e fraterni inviti: la precarizzazione di massa non è un equivoco, e men che meno una svista, ma un obiettivo strategico, per cui non si potrà mai risolvere a suon di garbate sollecitazioni al confronto e alla (pacata) discussione. Viste le disuguaglianze oggi in atto, e destinate non già ad attenuarsi ma a diventare più marcate e strutturali, le parti che si dovrebbero relazionare «respingendo le tentazioni dello scontro e della violenza» sono in effetti delle controparti. Separate da una distanza che non ha nulla di casuale e che va appunto aumentando.

    Non siamo nel campo dei malintesi, con una classe dirigente che in passato non si era resa conto di quello che stava combinando e che è pronta a emendarsi, laddove qualcuno la aiuti ad aprire gli occhi. Non siamo, neppure a livello embrionale, in una fase di riavvicinamento reciproco, in cui tutti si danno atto dei rispettivi errori e poi ripartono su basi diverse e migliori, lasciandosi alle spalle gli eccessi di egoismo in favore di una piena rappacificazione e di un futuro concorde.

    La verità è un’altra, ed è troppo evidente perché si possa scusare chiunque la ignori. E ignorandola la neghi. La verità è che ci sono delle oligarchie che si preoccupano solo dei propri vantaggi e che non esitano, a tale scopo, a infliggere qualunque privazione e sofferenza al resto dei cittadini. La democrazia è una messinscena, per loro. La “sovranità popolare” è l’alibi perfetto per nascondere, dietro la pantomima delle “libere elezioni”, le decisioni/imposizioni calate dall’alto. Dai vertici della politica. Dai vertici dell’economia, ovvero della finanza.

    Papa Francesco, invece, cade dalle nuvole. O vi si adagia. Con la consueta bonomia chiede che si segua sempre «la via del dialogo», come se si trattasse di appianare qualche divergenza astratta tra soggetti in perfetta buona fede e con un mucchio di tempo a disposizione. Come ha fatto fin dall’inizio, vedi la scelta del suo stesso nome da pontefice, questo campione del marketing pseudo religioso punta tutto su una simulata semplicità: che di per sé non è certo un antidoto, di fronte al groviglio di interessi del mondo odierno, ma una colpa.

    Nascondendo la complessità di quanto avviene se ne mistifica la portata. Ed è come mandare i più deboli alla deriva, illudendoli che o prima o dopo giungerà indubbiamente l’approdo in un porto sicuro, dove le autorità saranno liete di accoglierli.

    Federico Zamboni  
    venerdì
    nov222013

    Vai col lutto nazionale, che poi resta tutto com’è

    mercoledì
    ott162013

    A chi piace la manovra? Solo al governo 

    C’era da scommetterci, o da giurarci, ed è arrivata la conferma: il governo Letta (che in effetti è piuttosto un governatorato al guinzaglio della Troika) ha partorito una “legge di stabilità” (che in effetti è piuttosto un disegno di legge da sottoporre ai vertici UE) accompagnata da proclami altisonanti ma nel medesimo segno, asfittico, del governo Monti.

    La strategia continua a essere imperniata su obiettivi di carattere finanziario, anche se l’incipit del comunicato ufficiale sostiene tutt’altro. E, così facendo, sconfina nel grottesco: la nuova normativa «segna una svolta nella programmazione economico-finanziaria degli ultimi anni, realizzando le due priorità di politica economica del Governo: favorire la crescita e promuovere l’occupazione».

    Non ci crede nessuno, nemmeno tra quelli che pure sono tutt’altro che in antitesi al modello economico dominante. Di cui il presidente del Consiglio, che intanto si sta precipitando a Washington per “consultarsi” con Obama, è un solerte sostenitore. Persino il Corriere della Sera è lapidario: «La manovra varata ieri dal Consiglio dei ministri è insufficiente a rilanciare lo sviluppo».

    Per quanto ci riguarda vi rinviamo alle nostre trasmissioni di oggi su Raz24.com, visto che almeno per ora non c’è bisogno di dilungarsi in un esame minuzioso. Trattandosi appunto di una sorta di bozza in attesa di chissà quante modifiche e integrazioni, sarebbe un lavoro in larga misura superfluo: come ha sottolineato stamattina un giornalista “confindustriale” del Sole 24 Ore, in operazioni di questo genere «il diavolo sta nei dettagli». E i dettagli, in larghissima misura, sono ancora da definire.

    giovedì
    lug112013

    Datagate, Monti colpevole

    L'Europa ha perso la sovranità sui dati dei suoi cittadini, come l'aveva già persa sulla finanza. Un decreto scandaloso di Monti. Parla Stefano Rodotà

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    giovedì
    lug042013

    Grillo a colloquio con Napolitano. Ma a quale scopo?

    Un’altra mossa poco chiara, da parte di Grillo. Anzi, una successione di mosse: visto che alla sortita iniziale, già alquanto nebulosa, si sono aggiunte quelle successive. Ad aprire la sequenza, due giorni fa, è stato un post (qui) che tornava a sparare a zero sulla classe politica e che, dopo aver chiesto/intimato che «Napolitano vada in televisione, in prima serata e parli alla Nazione. Dica la verità sullo stato dell'economia, sulle misure che dovremo prendere, sui sacrifici enormi che ci aspettano», approdava a questa chiusura: «Quest’agonia non può durare. Chiedo un incontro con Napolitano».

    Sulle critiche, naturalmente, c’è ben poco da eccepire. L’unico distinguo, semmai, è che nell’ansia di attaccare il sistema dei partiti si tende a sottovalutare, non solo in questo specifico intervento ma in generale, i vizi del sistema economico. Accreditando l’idea, sbagliatissima, che i problemi nazionali dipendano solo dalle malefatte dei politici, quando invece la loro prima causa risiede in quel modello liberista che è di per sé stesso incompatibile con il bene comune dell’intera popolazione. La corruzione e il malgoverno sono solo degli effetti, certo gravissimi ma pur sempre accessori rispetto allo strapotere del denaro, delle banche, della speculazione finanziaria.

    Riprendiamo il filo principale. Grillo sollecita un incontro col presidente della Repubblica e probabilmente si aspetta che la richiesta cada nel nulla. Figurarsi: Napolitano è il manovratore che è, ovvero il demiurgo sia del governo tecnico che di quello di larghe intese, e non si può certo pensare che sia interessato a dialogare con chi, sia pure a sprazzi e con molte contraddizioni, lo addita come uno dei colpevoli del disastro in cui siamo precipitati.

    Invece, con un’ennesima dimostrazione di sagacia (o di furbizia), il Capo dello Stato decide di accettare. Fissa a tambur battente una data e un orario, venerdì 5 luglio alle 11, e la comunica attraverso una nota firmata dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Donato Marra. Grillo si dichiara «felicemente sorpreso» ma prova a rinviare l’appuntamento alla prossima settimana, invocando altri impegni già assunti. Tuttavia, e proprio questo sarà l’epilogo, precisa anche di essere pronto a sacrificare l’agenda personale: «Se non potrà essere spostata la data, per il bene del Paese ci saremo».

    Domani mattina, dunque, il leader del M5S salirà al Quirinale, con una delegazione del MoVimento, e avrà modo di conferire vis-à-vis col presidente della Repubblica. Con quali intenzioni, però? Con quali aspettative? Con quali finalità?

    La chiave di volta è evidente, a meno di essere del tutto sciocchi o in malafede. Con Napolitano non ci può essere alcun dialogo, per chi aspiri a un ordine economico e politico che sia in antitesi a quello vigente. Napolitano, al quale si possono fare mille addebiti ma che di sicuro non è uno sprovveduto, non ha il benché minimo interesse ad ascoltare, e men che meno ad accogliere, alcuna istanza che vada in direzioni diverse da quelle che sta seguendo. Ci mancherebbe altro: alla sua età, e col suo percorso, è totalmente conscio di ciò che ha fatto e che sta facendo, ossia del disegno strategico che sta contribuendo a trasformare in realtà. Non c’è nulla di casuale, nella sua azione. Nulla di improvvisato. Nulla che non sia stato accuratamente ponderato, e avallato, e perseguito, accettando con la massima lucidità di farne pagare il prezzo alla generalità dei cittadini.  

    L’unica ragione di incontrarlo, perciò, è tentare di smascherarlo agli occhi di chi ancora non lo abbia messo a fuoco e continui a illudersi che sia altro da ciò che è, confondendo l’anzianità con la saggezza e l’aspetto da nonno benevolente, che fu già di Ciampi, con un’autentica vicinanza agli innumerevoli “nipotini” che si dibattono nel pantano della crisi.

    Una partita delicatissima, di cui bisogna avere quanto mai chiare le insidie. A cominciare dal rischio, assai concreto, di accreditare comunque Napolitano come una figura distinta, e migliore, rispetto all’attuale Esecutivo e alla maggioranza che lo sostiene. La posta in gioco, che finora Grillo & C. sembrano aver ampiamente sottovalutato, ha un nome preciso: legittimazione. Un processo di estrema complessità che ricomprende una miriade di fattori, dagli atti che si compiono alla comunicazione che si alimenta. E in questo senso, a proposito, suona davvero stonato quel «felicemente sorpreso» proferito dopo aver appreso che Sua Maestà Re Giorgio aveva deciso, quel honneur, di concedere udienza. Di cosa accidenti ci si rallegra? Di essere ricevuti a palazzo? Di poter ripetere a voce quello che la controparte sa già alla perfezione, e di cui ha dato ampia prova di infischiarsi?

    Se il colloquio di domattina si risolverà in una resa dei conti, pubblica e definitiva, bene. In caso contrario, sarà servito solo a perpetuare l’equivoco di un Capo dello Stato super partes, che presta orecchio un po’ a tutti e che, pur decidendo a modo suo, lo fa con le migliori intenzioni.

    Un altro errore clamoroso di Grillo, se andrà a finire così.

    Federico Zamboni  
    lunedì
    giu172013

    Equitalia restyling 

    Il governo ci prova: cerca di mostrarsi più comprensivo di quello che lo ha preceduto (la sussiegosa Brigata Monti) e di far credere che tra i suoi obiettivi ci sia davvero quello di contemperare le ragioni dell’Erario con quelle dei contribuenti. Una strategia, molto di immagine e poco di sostanza, che ha tra i suoi obiettivi primari la de-demonizzazione di Equitalia. Le cui brutali procedure l’hanno resa, a ragion veduta, una delle strutture più invise dell’intera Pubblica Amministrazione.

    Il governo ci prova: cerca di mostrarsi più comprensivo di quello che lo ha preceduto (la sussiegosa Brigata Monti) e di far credere che tra i suoi obiettivi ci sia davvero quello di contemperare le ragioni dell’Erario con quelle dei contribuenti. Una strategia, molto di immagine e poco di sostanza, che ha tra i suoi obiettivi primari la de-demonizzazione di Equitalia. Le cui brutali procedure l’hanno resa, a ragion veduta, una delle strutture più invise dell’intera Pubblica Amministrazione.

    Oggi, in particolare, il compito di gettare acqua sul fuoco se l’è assunto il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni. Il quale, in visita alla Scuola di Polizia tributaria della Guardia di Finanza a Ostia per presenziare alla cerimonia di chiusura dell'anno di studi 2012-13, ha sciorinato un bel mazzetto di distinguo. Che sono tanto giusti in teoria quanto poco attendibili all’atto pratico.

    La premessa è una classica enunciazione di principio: «In una fase che costringe gli italiani ad affrontare sacrifici quotidiani, il tenace perseguimento degli evasori e la facilitazione dell'adempimento degli obblighi fiscali per i contribuenti onesti costituiranno iniziative importanti per conseguire una maggiore giustizia sociale». Le precisazioni operative svelano il punto debole, che è quello di affiancare, a chiacchiere, due approcci pressoché antitetici. Da un lato, la lotta contro gli evasori «non può essere assolutamente allentata»; dall’altro, essa «deve tenere conto delle esigenze dei contribuenti in difficoltà».

    Siamo sempre lì. Non ce la raccontano giusta, sull’evasione fiscale. E, quindi, nemmeno sul problema della riscossione. Non l’hanno fatto finora e di sicuro non cominceranno adesso: la versione ufficiale, nel senso di ciò che viene detto e fatto per orientare l’opinione pubblica, continua a essere a senso unico, gettando nel medesimo calderone delle questioni parecchio diverse. L’errore, o piuttosto la mistificazione, consiste innanzitutto nel riunire sotto la stessa etichetta, che è appunto quella della “evasione”, sia quelli che fanno di tutto per sfuggire ai propri obblighi tributari, sia coloro i quale semplicemente non versano il dovuto.

    La differenza è decisiva: specie in tempi di crisi come quelli attuali il mancato pagamento delle imposte, o degli oneri previdenziali, può non dipendere affatto da una cattiva volontà ma da un’oggettiva mancanza di soldi. E in tal caso, evidentemente, viene a mancare quel dolo che merita di essere additato al pubblico ludibrio. O che lo meriterebbe in altre condizioni, ossia se la pressione fiscale non fosse così elevata e se le pubbliche istituzioni spendessero bene ciò che incassano dai cittadini.

    Questo, d’altronde, è lo stesso Stato – usurpato nelle sue funzioni vitali dalle classi dirigenti politiche ed economiche che lo hanno ridotto a “cosa loro” – che non paga i propri debiti ai fornitori e che fa passare per un mezzo miracolo l’avvio, assai parziale e tardivo, delle relative liquidazioni. Un termine beffardo, in effetti: i crediti di non poche imprese verranno saldati (liquidati) quando ormai le rispettive aziende saranno in liquidazione. Magari, o quasi sicuramente, anche per il peso insostenibile delle pretese tributarie.

    venerdì
    giu142013

    SI PARLA DELL’IVA, SI PARLA DELL’IMU. ANZI, SI CIANCIA

    Sintesi giornalistica: «Interventi su Imu e Iva valgono 8 mld. Le risorse? Non rinvenibili». La fonte è il sito del Corriere, ma la provenienza è secondaria. Nelle constatazioni di fatto vanno bene persino i media mainstream – caso rarissimo in cui davvero “uno vale uno”, ossia "uno vale l'altro" - e comunque il riassuntino è proprio quello: innanzitutto il ministro dell’Economia, l’ex (ex?) Bankitalia Fabrizio Saccomanni, e in parallelo il suo collega dello Sviluppo (sviluppo?) economico, Flavio Zanonato, precisano che l’erario è a corto di soldi e che pertanto non si potranno raggiungere entrambi gli obiettivi. Eliminare l’Imu sulla prima casa ed evitare l’aumento di un punto percentuale dell’Iva. Tutt’al più uno dei due. E con grandi sforzi, ahimè ahimè.

    Governanti? Ma figuriamoci. Amministratori di condominio. Con tutto il rispetto per questi ultimi, quando fanno bene il loro mestiere. Perché poi, a farla breve, proprio di questo si tratta: di fare bene il proprio mestiere. E nel caso di chi governa, evidentemente, il compito da svolgere, anzi la funzione, non si può esaurire nel fare i conticini a tavolino e nel concludere che, sai com’è, i quattrini non ci sono e non c’è alcuna alternativa a danneggiare – a continuare a danneggiare, a insistere a danneggiare – la popolazione nel suo insieme. Accanendosi sui ceti più svantaggiati, che con la sistematica disgregazione delle classi medie si avviano a essere tutti i ceti dai più bassi in su, con la sola eccezione di quella ristretta oligarchia di privilegiati che se ne sta in cima alla scala sociale e può ancora fregarsene; e andando persino contro quello stesso modello economico, sviluppista e consumista, che si è voluto imporre a ogni costo anche in Europa e in Italia, dopo averlo collaudato, ed esasperato, negli USA.

    In questo quadro, di cui non bisogna mai smettere di ricordare la natura strategica e, appunto, oligarchica, le recentissime discussioni sull’Imu e sull’Iva sono allo stesso tempo una risibile messinscena e un gravissimo insulto collettivo. Il governo Letta, che al di là delle chiacchiere di superficie sul rilancio “urgente e imprescindibile” non è altro che la prosecuzione di quello guidato da Mario Monti, si guarda bene dall’affrontare i veri nodi della crisi e persiste nella sottomissione agli interessi, e ai diktat, della finanza internazionale. Avvitandosi, checché se ne dica, sulla spirale recessiva che abbatte il Pil. E che di conseguenza, in forza degli accordi di Maastricht, rende sempre più difficile rispettare il limite obbligatorio del tre per cento nel rapporto tra il deficit nazionale e lo stesso Pil: hai voglia a ridurre le spese, se la produzione cala/crolla e il denominatore della frazione si riduce.

    Chiaro: il vizio insormontabile è proprio nell’intero modello, ma non c’è neanche più bisogno di metterlo in discussione nelle sue (deliranti) linee teoriche. Ormai, dopo quasi cinque anni di crisi pesantissima e senza la più piccola certezza sui tempi e sui modi del suo superamento, basta constatarne il totale inceppamento.

    Risaputo, da queste parti. L’unica priorità è tutelare gli interessi della suddetta finanzia internazionale, specie se di matrice statunitense, e a questo obiettivo si è pronti a sacrificare tutto il resto. Riducendo le sorti dei popoli a una mera questione di “coesione sociale”, da tenere sotto controllo non già perché sia giusto e doveroso, allo scopo di assicurare ai cittadini una sufficiente sicurezza materiale e una piena dignità morale, ma solo perché in caso contrario verrebbe messa a rischio la legittimazione delle cosiddette democrazie occidentali. Con il possibile scatenarsi di ripetuti tumulti, o persino di insurrezioni su vasta scale, che costringerebbero l’establishment a rendere manifesta, attraverso una dura repressione dei disordini, la sua natura autoritaria e paradittatoriale.

    Fintanto che non si sarà costretti a fare diversamente, quindi, si seguiterà a parlare dei dettagli. Con l’aria pensosa, a un tempo dolente e a un tempo inflessibile, di chi amerebbe dispensare miglioramenti rapidi e universali, ma proprio non può. Ahimè. Ahinoi. AHIVOI.

    Al primo livello c’è il messaggio esplicito: mancano i soldi, connazionali carissimi, per cui portate pazienza e sperate che un giorno, chissà quando, le cose tornino ad andare meglio, o se non altro meno peggio. Al secondo livello c’è l’amara verità: dateci fiducia, o quantomeno lasciateci fare. Alla fine, per noi, è esattamente lo stesso.

    Federico Zamboni
    mercoledì
    mag292013

    Cip6: le magie in extremis di Passera

    cip6-termovalorizzatori.jpg

    Abracadabra, al confronto, è veramente acqua fresca. Cip6 è la parola magica di governanti, industriali e petrolieri. Quella sigletta, infatti, fa credere da anni agli italiani di aver stanziato attraverso le bollette dell'energia elettrica una barca di soldi destinati ad incentivare le energie rinnovabili, mentre invece quasi i tre quarti di quei soldi nel 2012 sono in realtà andati a inquinatori e petrolieri. Alle rinnovabili sono rimaste le briciole.

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    mercoledì
    mag082013

    Corte Conti boccia misure governo Monti

    martedì
    apr302013

    Letta? Continuerà Monti

    Letta ue 550

    Nota di Rischio Calcolato: questo post è tratto dalla rivista on-line EffediEffesito di informazione a cui consigliamo caldamente un abbonamento (50€ spesi benissimo). Come al solito la penna del “Direttore” coglie nel centro il cuore del problema. Buona lettura.

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    giovedì
    apr112013

    IL MITO DEL GOVERNO CHE CI TIRERÀ FUORI DAI GUAI

    Giorgio Squinzi ci riprova. Il presidente di Confindustria torna a lamentare lo stato di gravi e crescenti difficoltà in cui versano le aziende, che ormai chiudono al ritmo di una quarantina al giorno, e sollecita la formazione «immediata» di un nuovo governo. Il che, vista la situazione attuale, significa un governo di larghe intese, a seguito di un qualche tipo di accordo tra Pd e PdL.

    Nel tentativo di dare maggior forza alle proprie parole, inoltre, Squinzi paventa il deflagrare del malcontento. La sua sottolineatura, concernente «una situazione che non può continuare per molto tempo senza sfociare in esplosioni sociali violente», sembra ineccepibile, ma al pari dell’altra, sull’urgenza di un esecutivo quand’anche di compromesso, non lo è per niente.

    In entrambi i casi, infatti, il postulato sottinteso è che la stabilità di governo sia proficua di per sé stessa. E che, quindi, una volta usciti dall’odierna impasse parlamentare, si andrà certamente/automaticamente verso una fase positiva, in cui l’economia interna troverà nuovo slancio, il Pil riprenderà a salire, lo spread calerà, le finanze pubbliche si consolideranno, eccetera eccetera.

    Insomma: il classico pacchetto, propagandistico, della Troika. Imperniato su una serie di mezze verità – nonché di diktat interi, e inderogabili – che dovrebbero indurre la popolazione a fare buon viso a cattivo gioco. Accettando delle condizioni assai più dure che in passato ma coltivando, tuttavia, la speranza di un ritrovato benessere. Finita la stagione dei diritti e del welfare di massa, che purtroppo non sono più sostenibili, ecco aprirsi quella della competizione individuale. All’insegna della cosiddetta meritocrazia, in chiave statunitense: nulla è garantito a priori ma chi si impegna a fondo può farcela. Specialmente se ha talento. Specialmente se ha fortuna. Specialmente se è capace di integrarsi a fondo nelle dinamiche, mutevoli, del momento.

    Che ne sia del tutto consapevole oppure no, Squinzi si muove su queste direttrici. Le sue affermazioni andrebbero radiografate a una a una, in modo da costringerlo ad abbandonare il comodo riparo dei luoghi comuni. O, appunto, delle mezze verità.

    Prendiamo la questione del governo, ad esempio. Un conto è dire che la sua persistenza mancanza sia un fattore negativo, e un altro è concludere che, di contro, ci farà bene averne uno di qualsiasi genere. Squinzi, del resto, non è che sia proprio favorevole a un esecutivo “di qualsiasi genere”. Ciò che egli auspica è comunque una riedizione, con un po’ di rigore in meno e un po’ di investimenti in più, del governo Monti. E se caldeggia le larghe intese, innanzitutto fra Pd e PdL ma possibilmente con il sostegno di Scelta Civica e dei residui dell’Udc, è nel presupposto che le linee guida siano obbligate.

    La sua aspettativa, in altre parole, è che l’apparato industriale da lui rappresentato abbia qualcosa da guadagnare, procedendo in tale direzione. E per quanto le incognite non manchino anche a questo riguardo, a cominciare dal nodo fondamentale del credito bancario ridotto ai minimi termini, è un calcolo verosimile: se le uscite pubbliche calano, sui versanti degli interessi sul debito e della spesa sociale, si liberano risorse per abbassare le imposte e incentivare le attività produttive, vedi le infrastrutture. Allo stesso tempo, si profilano ampie privatizzazioni, liberalizzazioni assortite, e ulteriori assottigliamenti delle tutele contrattuali dei lavoratori.

    La scommessa di Squinzi, e dei molti altri che oggi sbandierano gli effetti della crisi per imporre le loro ricette neoliberiste, è che a spegnere le tensioni sociali basterà quel tanto di occupazione che si otterrà uscendo dal periodo più spiccatamente recessivo. Nessuna solidarietà autentica, dunque, ma un’ulteriore forma di sfruttamento, a metà strada tra economia e politica. In nome dei poveri, che potrebbero dare di matto, si chiede/esige un rafforzamento delle imprese, che come sempre terranno per sé la massima parte dei profitti e si limiteranno a spandere le briciole dei salari.

    Più che di larghe intese, bisognerebbe parlare di larghi interessi: non così larghi, però, da ricomprendere l’intero popolo italiano.  


     

    martedì
    apr092013

    LARGHE INTESE: «TANTO TEMPO FA, NEL 1976…»

    L’occasione, o il pretesto, è stato il ventennale della morte di Gerardo Chiaromonte. Il quale fu tra i principali artefici della trasformazione del PCI in Pds, avvenuta tra la fine del 1989 e l’inizio del 1991, e che anche in tali frangenti si trovò al fianco di Giorgio Napolitano.

    Ecco quindi che quest’ultimo, nell’intervenire a un convegno sulla figura dell’amico, non ha perso l’occasione di suggerire un parallelo tra certe vicende del passato remoto e quanto sta accadendo oggi. Filo conduttore: le soluzioni “atipiche” alle fasi di particolare difficoltà, quando gli intoppi parlamentari si vanno a innestare su un quadro economico che è a sua volta instabile.

    Allora era il 1976. E, dice Napolitano, la sfida cui venne chiamato il Pci fu quella di «non chiudersi in un orizzonte ideologico e in un quadro internazionale che non erano quelli della sinistra europea. Al di là di ogni discorso ristretto all'area delle forze di sinistra, il senso di una funzione e responsabilità nazionale democratica guidò Gerardo nella grande crisi e svolta del 1976, impegnandolo in prima linea al fianco di Enrico Berlinguer nella scelta e nella gestione di una collaborazione di governo con la Democrazia Cristiana dopo decenni di netta opposizione. E ci volle coraggio per quella scelta di inedita larga intesa e solidarietà, imposta da minacce e prove che per l'Italia si chiamavano inflazione e situazione finanziaria fuori controllo e aggressione terroristica allo Stato democratico come degenerazione ultima dell'estremismo demagogico».

    Gli agganci al momento attuale sono palesi. E infatti i media mainstream hanno subito interpretato il discorso/pistolotto di Napolitano come una lode alle “larghe intese” caldeggiate da Berlusconi e in via di accettazione, tra un mugugno e l’altro, anche da parte del Pd. Benché permanga una forte resistenza a un vero e proprio governo di grande coalizione, si va però espandendo l’apertura a un qualche tipo di accordo col PdL. Allo scopo, evidentemente, di non tornare subito alle urne e, soprattutto, di rassicurare i referenti della finanza internazionale.

    Una strategia nella quale, come abbiamo ricordato molte altre volte, Napolitano svolge un ruolo di prim’ordine. Del resto, anche se la vulgata mediatica lo ha presentato come il primo ex comunista giunto alla presidenza della Repubblica, il suo percorso nelle file del Pci si discostò ben presto dalle matrici originarie, portandolo su posizioni socialdemocratiche. Che gli valsero, unitamente agli altri seguaci di Amendola, l’ironico appellativo di “miglioristi”.

    Traduzione: quelli che auspicavano una maggiore tutela dei lavoratori, o comunque delle fasce deboli della popolazione, mantenendo però l’impostazione esistente. Un miglioramento, appunto, in chiave sindacale, ma di un sindacalismo tutt’altro che rivoluzionario e destinato, per la sua rinuncia preventiva a scardinare i presupposti capitalistici del sistema produttivo occidentale, a rifluire in una dimensione meramente contrattuale. Blande concessioni dei proprietari in cambio di una crescente acquiescenza dei loro dipendenti. Fino a dimenticarsi che il massimo profitto dell’impresa, o piuttosto degli azionisti che la controllano, va di per sé in direzione opposta agli interessi dei salariati.

    Visti i trascorsi, dunque, gli ultimi anni di Napolitano, approdato al Quirinale nel 2006 al posto di Ciampi, non potevano che confermare la sua vicinanza (peggio: la sua affinità) ai voleri di Washington. Un orientamento che ha avuto il proprio culmine nel golpe legalizzato con cui si è imposto Mario Monti come presidente del Consiglio, subito dopo la nomina a senatore vita, ma che ovviamente persiste in questo scorcio conclusivo del settennato.

    Fino all’ultimo giorno, che ormai è alle porte, il “compagno che volle farsi re (sia pure di un regno satellite e con una monarchia a termine)” continuerà a fare tutto ciò che è in suo potere affinché l’Italia prosegua nel cammino intrapreso sotto il governo tecnico. Lui si compiace di definirlo «il senso di una funzione e responsabilità nazionale democratica», ma di propriamente nazionale, e di autenticamente democratico, non c’è nulla.

    La nazione implica una piena sovranità. La democrazia una totale libertà di scelta da parte dei cittadini. Mentre in questa sottomissione alla Troika ci sono soltanto vassallaggio e ubbidienza.

     

     

    sabato
    apr062013

    DEBITI PA: OK. MA LA COPERTURA?

    E dunque è arrivato il via libera, da parte del governo Monti, per l'annosa questione relativa al pagamento di parte dei debiti della Pubblica Amministrazione alle imprese.

    I dettagli dell'operazione, ovvero come funzionano questi pagamenti, con una tranche immediata, si fa per dire, nell'ordine dei 7 miliardi e il resto annunciato, cioè circa 40 miliardi, nell'arco dei prossimi dodici mesi, è spiegata sui molti giornali, come ad esempio La Repubblica, (qui).

    Almeno questa è la previsione. Cosa significa? Diverse cose. E soprattutto che ci sono alcune zone d'ombra che ci pare opportuno segnalare. In modo particolare perché invece, a quanto pare, non è che per ora si siano levate in altra sede, dove ovunque, invece, si loda il comportamento del governo e si dà amplificazione alle dichiarazioni di velata polemica con le quali Mario Monti si sta togliendo qualche sassolino dalla scarpa dopo aver "portato a casa" il provvedimento.

    Intanto non si parla di aumento dell'Irpef, come era stato ventilato nei giorni scorsi. Buona notizia, naturalmente. Almeno per ora, visto che l'aumento dell'aliquota di prelievo locale verrà comunque maggiorata il prossimo anno (si prevede circa il triplo di adesso). E poi - altra dichiarazione roboante - l'aumento previsto per la Tares sarà spostato al conguaglio di fine 2013, dunque per le prime rate in arrivo non ci saranno ulteriori balzelli da sommare per i cittadini. Dopo, come sappiamo, scatterà l'aumento di 0.30 centesimi per metro quadro. Anche qui, sembrerebbe, una parziale buona notizia. Non fosse che si tratta, come dovrebbe essere evidente, dell'ennesimo spostamento in là di pagamenti che sono già "a registro". A fine anno, del resto, ci sarà un altro governo. E forse un governo scaturito addirittura da altre votazioni rispetto a quelle appena concluse. "Che se la veda lui" a quel punto, insomma. E noi tutti, naturalmente.

    Ma torniamo all'oggetto del provvedimento di oggi. Ci sono delle zone d'ombra, come detto.

    Intanto appare macroscopico il fatto che non si parli di copertura. E che non se ne parli neanche dopo il preventivo altolà dell'Ue su tutta questa manovra. Cosa significa? Che la copertura evidentemente si è trovata, ma che semplicemente non la si è comunicata all'opinione pubblica in questo momento. L'Europa la conosce sicuramente. Noi la "conosceremo" più tardi, c'è da starne sicuri.

    Secondo punto: rimangono completamente fuori da questo provvedimento tutte le aziende con meno di venti dipendenti, ovvero le più piccole e i liberi professionisti. Quasi che questi non abbiano crediti da vantare con lo Stato. Perché? Come rileva la Cgia, i debiti di queste realtà, numerosissime, non sono conteggiati in tale provvedimento, visto che, sempre secondo l'associazione degli artigiani, nel caso lo fossero, l'importo complessivo del debito sarebbe di 120 miliardi, dunque non di 90 come conteggiato dalla Banca d'Italia. E certamente non 40 come previsto da questo provvedimento. 

    Terzo punto: nel provvedimento si nota la facoltà degli enti di provvedere anche subito al pagamento di fatture arretrate alle imprese, per le situazioni già definite - attenzione - "se hanno disponibilità". Questo è il punto: quanti hanno disponibilità, cioè denaro in cassa, per poter pagare? Beninteso, i casi di enti che hanno disponibilità ma non possono operare pagamenti per rispettare i tetti stabiliti è numeroso. Si parla, almeno il governo parla, di un totale di 14 miliardi disponibili. E questo via libera a qualcosa servirà. Ma è altresì chiaro che nella congiuntura attuale, quelli che invece disponibilità non la hanno, e parliamo di Comuni e Province soprattutto, saranno altrettanto numerosi se non addirittura di più. Per questi è aperto l'accesso alla richiesta di prestiti al fondo istituito dal governo, di 26 miliardi, per un totale, appunto, di 40. Ma il dato è che per questo fondo, Comuni e Province, ad esempio, dovranno fare richiesta mediante dei prestiti. Che andranno rimborsati. In altre parole, si può accedere al fondo chiedendo un prestito allo Stato, che poi fatalmente graverà sulle casse degli enti con i relativi tagli ai servizi locali. E questa tutto è fuorché una buona notizia.

    E dunque, visto che la coperta è corta, come sapevamo, cosa ha fatto di realmente positivo il governo? Non è dato sapere. E non c'è stato uno straccio di cronista che si sia azzardato a porre la domanda.

    Riepiloghiamo. Ok al pagamento di questi 40 miliardi previsti (senza anticipazione dell'Irpef regionale e della Tares comunque spostate a fine anno/inizio 2014) spalmati nell'arco di 12 mesi, ma senza sapere dove si andrà a prendere questi denari (se non mediante altri debiti contratti da Comuni e Province); fuori le imprese con meno di 20 dipendenti e i liberi professionisti; e dubbio su quali e quanti siano gli enti in grado realmente di fare dei pagamenti immediati, cioè senza fare ricorso ai prestiti.

    È notizia da dare con l'enfasi che stiamo vedendo in giro?

    venerdì
    apr052013

    MONTI CONVOCA IL CONSIGLIO DEI MINISTRI NEL WEEK END. PATRIMONIALE ? - CONTROLLO DEI CAPITALI ? - FALLIMENTO DI UNA GRANDE BANCA ? OPPURE...

    DI FUNNYKING
    rischiocalcolato.it

    Bene signori e signori, nella vita di un blogger capita a volte di doverci mettere la faccia e rischiare la sonora figuraccia, questo è uno di quei momenti, seguite il mio ragionamento e consideratelo pure un inutile delirio:

    • L’Antefatto: E’ acclarato che il presidente della repubblica Giorgio Napolitano ha deciso di “congelare” in carica il Governo Monti attraverso lo stratagemma della “commissione di saggi” dopo avere avuto un colloquio telefonico con il governatore della BCE, Mario Draghi. ( link, è lo stesso Draghi a confermare)

     

    • Il Fatto: Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha chiesto ai Ministri in carica di tenersi pronti per un Consiglio dei ministri nel week-end (il prossimo 6-7 Aprile), formalmente per emettere un provvedimento sul rimborso dei crediti dello Stato verso le imprese italiane:

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    giovedì
    apr042013

    PA: le aziende in attesa. Appunto

    Lo spostamento di qualche giorno per la riunione governativa sulla decisione di rendere operativo il pagamento da parte dello Stato alle aziende di una fetta di debiti che esso ha presso di loro da mesi e anni è eloquente.

    È nel merito di questa decisione che risiede il motivo più importante. Presa ieri nel corso del pomeriggio, dove prima era stata fatta slittare alla serata e alla fine spostata a data da destinarsi - anche se si parla di non oltre lunedì - la motivazione ufficiale non tiene. Secondo una nota trapelata si parla della necessità di sistemare alcuni dettagli nel testo da licenziare. In realtà il motivo è un altro: trovare la copertura.

    Complicazioni di palazzo

    Certo, come è solito nel nostro Paese, tutte le bozze di accordi di questo tipo presentano tante criticità e soprattutto sono estremamente complicate. Tipico bizantinismo per rendere complesso l'accesso all'incasso delle fatture emesse quando in ordine di principio la cosa è di semplicità assoluta. L'azienda ha fatto un lavoro e lo ha fatturato allo Stato. Dunque lo Stato deve pagare. 

    E invece no, la bozza licenziata dalla ragioneria dello Stato sarebbe, a detta di chi la ha letta, estremamente complicata.

    Riporta Linkiesta:

    Sono quattro le criticità rilevate da chi ha esaminato a fondo il documento. Primo: la creazione di tre fondi separati per liquidare i debiti della Pa: uno per i Comuni (2 miliardi), addirittura gestito dal ministero dell’Interno e non da quello dell’Economia, uno per Regioni e Province (9 miliardi) e un altro per le Asl (15 miliardi). Cosa significa in concreto? Un esempio: un’impresa che lavora per conto di Comune e Asl, ad esempio una società informatica, deve attivare due procedure distinte presso due diversi ministeri. Secondo, le tempistiche della certificazione dei crediti da parte del settore pubblico: l’onere della prova spetta alle imprese, che nella bozza circolata ieri sera avevano 20 giorni di tempo per registrarsi sulla piattaforma del Tesoro. Peccato che non è chiaro in che ordine e in quanto tempo i crediti siano effettivamente conteggiati e saldati. Un’incertezza insostenibile: le stime parlano di 4 mesi almeno. Terzo, la creazione – a fronte della possibilità di sforare il patto di stabilità – la creazione di una sorta di “secondo patto di stabilità” dai parametri ben più stringenti. Quarto, i tagli ai ministeri per finanziare gli interessi di mora sui ritardi degli enti locali. (Qui l'articolo originale)

    Ma il punto principale, ribadiamo, è la copertura.

    Si è parlato, anzi si sono urlate a gran voce, delle cifre che lo Stato avrebbe messo sul tavolo per tentare se non di risolvere almeno di contribuire pesantemente su una situazione, quelle dei debiti verso le imprese, non più sostenibile. Teoricamente, come sappiamo, 40 miliardi divisi in due blocchi, uno entro la fine dell'anno, che per le aziende peraltro è data ancora molto lontana viste le necessità quotidiane con le quali devono invece immediatamente confrontarsi, e l'altra nel 2014, in un periodo ancora non meglio specificato.

    Ora, che lo Stato abbia a disposizione questa somma è poco probabile, visto lo stato disastrato dei nostri conti e il fatto che non si riesce a trovare denaro neanche per tante altre cose. Che poi la possa effettivamente utilizzare è ancora un altro discorso. Non è un caso che Monti sia stato al telefono con l'Europa lungamente, ieri e nei giorni scorsi, per cercare di convincere Bruxelles a concederci la possibilità di sforare nei nostri conti per poter dare seguito ai proclami fatti in tal senso nei giorni scorsi. E dall'Europa, come sappiamo, non sono giunte buone notizie, visto che sino a ieri sera continuavano ad arrivare da varie parti, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale, diverse comunicazioni riguardanti il nostro spread e il fatto che rappresenta un fattore di grave stabilità per le finanze italiane e per le stesse aziende. Come a dire, da una parte, che seppure sarebbe doveroso dare i denari che devono ricevere, dall'altra parte non si può non considerare che sforando i patti il nostro spread salirebbe con conseguenze per le aziende stesse. Insomma, come era facile immaginare, pensare di tirare fuori 40 miliardi dal nulla, anche se per darli alle aziende ed evitare ulteriore recessione, non è misura che lo Stato disastrato economicamente nel quale viviamo può prendere autonomamente. Sempre dall'Europa, e di fatto dalla troika, deve passare.

    Se i soldi ci fossero stati e fosse stato possibile davvero utilizzarli per questo obiettivo non saremmo arrivati del resto alla situazione di morosità diffusa dello Stato verso le aziende come è adesso, ma anzi sarebbero stati tirati fuori già da un pezzo. E dunque, per far uscire questi 40 miliardi, oggi si deve trovare la copertura. Che non c'è.

    Il tema Irpef non è affatto uscito di scena

    Come è oltremodo facile supporre, la notizia secondo la quale era allo studio la possibilità di collegare all'interno della norma l'anticipo dell'aumento dell'Irpef da parte delle Regioni già a quest'anno, malgrado le smentite governative, era molto di più che una voce di corridoio. Si fa sempre così, in quegli ambienti: si pensa a una possibilità, ma siccome è veramente grossa da far digerire, la si lascia solo trapelare senza ammetterla esplicitamente, e quindi si verifica l'effetto che fa sulla politica e sull'opinione pubblica. Se le voci contrarie non sono poi molte, allora si va avanti e la si fa digerire, se invece si alza il tiro delle proteste e dell'indignazione, si dichiara semplicemente che "la notizia era priva di fondamento". E si prende tempo per trovare una altra soluzione. Appunto.

    Verificata l'impossibilità (per ora) di abbinare alla norma l'anticipo Irpef, il Governo Monti ha dovuto  dunque puntualmente prendere altro tempo. In questi giorni non sta limando il testo come annunciato, ma sta trovando un'altra copertura per poter erogare questi soldi. Cioè una nuova formula, più o meno nascosta, attraverso la quale lo Stato per dare alle imprese dovrà togliere da qualche altra parte. Si tratta di capire quale, a questo punto. Sempre che non torni fuori in ogni caso la procedura dell'Irpef.

    lunedì
    apr012013

    PASQUA (POLITICA) SENZA RESURREZIONE

    I partiti l’hanno presa male, la decisione di Napolitano di mettere insieme un gruppo di “saggi” con l’incarico di formulare «proposte programmatiche in materia istituzionale e in materia economico-sociale ed europea».

    Benché la dichiarazione ufficiale non manchi di specificare che quel compito andrà svolto «stabilendo contatti con i presidenti di tutti i gruppi parlamentari», e benché nel numero dei prescelti si trovino alcuni deputati e senatori, è del tutto evidente che si tratta di una conferma dell’approccio che portò alla nomina di Monti a presidente del Consiglio. Con i politici che formalmente affiancano i tecnici, ma che in realtà vi si accodano.

    D’altro canto, come abbiamo già sottolineato sabato scorso a ridosso dell’annuncio, l’obiettivo di Napolitano è continuare nella medesima direzione seguita dal novembre 2011 in poi. In mancanza di un nuovo governo, quindi, al Quirinale va più che bene mantenere in sella quello uscente. Il quale, come si è compiaciuto di rimarcare il capo dello Stato, è «tuttora in carica, benché dimissionario e peraltro non sfiduciato dal Parlamento».

    Un’affermazione che va totalmente rovesciata: l’esecutivo, in quanto dimissionario, deve essere tolto di mezzo al più presto e astenersi, nel frattempo, da qualunque atto che ecceda l’ordinaria amministrazione; più che «non sfiduciato», inoltre, esso non è mai stato “fiduciato” dal nuovo Parlamento, per cui la sua legittimazione politica è nulla. Il fatto che se ne resti a Palazzo Chigi non può essere spacciato in alcun modo come un pregio, ma andrebbe inquadrato per ciò che è davvero. Ossia la conseguenza deteriore, e di per sé inaccettabile, di un’impasse politica altrettanto anomala.

    Un vantaggio non già "in difesa" dell’Italia dalle turbolenze speculative dei mercati, ma a tutela dell’establishment finanziario che ha nella Troika il suo braccio operativo. Al posto del caos, o presunto tale, la marcia ordinata dei prigionieri ubbidienti.


    sabato
    mar302013

    Intanto (ancora) Monti

    Napolitano non molla e rimarrà al suo posto sino all'ultimo giorno, dunque la barra rimane a dritta, ovvero sulla rotta tracciata dall'Europa. Nel comunicato di oggi non è affatto un caso che il Presidente della Repubblica abbia sottolineato con forza che c'è ancora un governo operativo, «non sfiduciato» che va avanti per gli affari correnti come, appunto, quello di mettere in pratica gli accordi e le direttive economiche «concordate con l'Ue».

    E il nome di Mario Monti, in tal senso, per l'Europa delle Banche e per Napolitano che ne ha avallato le politiche di macelleria sociale messe in opera nel nostro Paese, sono una garanzia.

    Intanto si attendono i nomi delle persone che comporranno «i gruppi ristretti», secondo il disegno del Presidente, che dovranno provare a stilare proposte in grado di essere portate avanti e votate dal Parlamento.

    Ma attenzione, l'errore più grave sarebbe quello di credere che non sia successo nulla. Non è affatto così. La situazione di stallo attuale è una azione a tutti gli effetti. Perché ha delle conseguenze ben precise che continuano a essere portate avanti: non si modifica di un millimetro la nostra linea economico-politica nei confronti dell'Europa che ci sta dissanguando.

    giovedì
    mar212013

    E Monti vara l'ultima beffa

    mercoledì
    mar132013

    Caso Marò. L’India minaccia «conseguenze»

    Il premier indiano Manmohan Singh ufficializza quello che era nell’aria: il suo governo non accetterà passivamente la decisione di trattenere qui in Italia Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Anche il tweet parla di «conseguenze» sulle relazioni tra i due Stati, qualora «non venga mantenuta la parola».

    qui la notizia Sky Tg24
    lunedì
    mar112013

    DIPENDENTI PUBBLICI FOTTUTI

    Il governo Monti prosegue imperterrito coi suoi tagli lineari. Ovverosia indiscriminati. Ovverosia ottusi

    Della questione abbiamo già parlato una decina di giorni fa (qui), ma dando notizia dell’aspetto diciamo così concettuale: la decisione, da parte del governo Monti, di cristallizzare i contratti della Pubblica Amministrazione, con effetti anche retroattivi che portavano l’ampiezza del blocco all’intero periodo dal 2011 al 2014 compreso.

    Adesso, a completare il quadro, arrivano i calcoli su quale sarà l’impatto concreto sui lavoratori.

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