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    Entries in Iraq (152)

    giovedì
    set042014

    Il blitz di Renzi in Iraq rischia di attirare il terrorismo sull'Italia

    giovedì
    lug032014

    Guerra in Iraq: trappola per l'Occidente

    martedì
    giu172014

    Imprevedibilità dei sistemi complessi

    Il mondo globalizzato, dalle frontiere aperte, percorso da masse migranti, da istantanei scambi di merci e capitali, in un flusso continuo e frenetico, dove la volatilità di realtà virtuali di monete elettroniche produce la solidità del dominio imperiale, è un sistema sempre più complesso, quindi sempre più esposto all’entropia.

    La complessità del sistema è incrementata dal tipo di imperialismo inaugurato dagli USA, diverso dal classico colonialismo. Gli Imperi storici miravano al possesso di territori e popolazioni, al loro sfruttamento, in un quadro di salda amministrazione statale e ferreo controllo militar-poliziesco.

    Gli sviluppi più recenti dell’imperialismo yankee manifestano invece una volontà puramente disgregatrice. Si punta a sfruttare le risorse economiche e strategiche di intere aree geografiche dopo avere frantumato l’organismo statale e dopo aver fomentato ogni sorta di conflitto e rivalità, al fine di distruggere ciò che era saldo, ciò che era istituzione, comunità organizzata, tessuto sociale coeso.

    Lo aveva fatto anche il colonialismo europeo, per esempio rinfocolando i tradizionali conflitti tribali in Africa, ma al fine di ricostituire un forte potere centrale amministrato direttamente dalla potenza coloniale o da governi-fantoccio eterodiretti.

    Ora gli USA privilegiano la distruzione che lascia dietro di sé il caos, la frammentazione che impedisce possibili future rivincite, spesso lasciando al loro destino i governi compiacenti da loro installati. 

    Quanto questa strategia sia pericolosa per tutti, liberando forze che possono ritorcersi contro chi le ha evocate, è particolarmente visibile nel vicino e medio Oriente.

    Comincia a essere convinzione diffusa che le avventure imperiali in Afghanistan, in Iraq, in Libia, nonché la violenta e cinica opera di destabilizzazione della Siria, siano colossali fallimenti. Lo sono nell’ottica di chi pensi che l’obiettivo degli imperialisti fosse quello di abbattere governi forti per sostituirli con un loro controllo totale su organismi statali consolidati. Non sono fallimenti se si pensa che l’obiettivo era invece quello di frammentare, di distruggere, di scatenare uno contro l’altro gruppi etnici, rivalità tribali, fanatismi religiosi. Se si trattava di annientare degli Stati per poter sfruttarne le risorse e intanto renderli inoffensivi, anche nell’interesse di Israele, non dimentichiamolo, quelle aggressioni hanno conseguito notevoli successi.

    Il caso iracheno è il più esemplare. Dopo l’invasione e l’abbattimento del regime di Saddam, vi si sviluppò una resistenza armata micidiale per le forze di occupazione, in un quadro di riscossa patriottica che vedeva sollevarsi sunniti e sciiti, con i curdi unica comunità a usufruire della libertà d’azione permessa dalla liquidazione della compagine statale. A quel punto il jihadismo estremista ha fatto la sua comparsa sulla scena, con stragi indiscriminate di civili che hanno disgustato la massa popolare e hanno scatenato sunniti e sciiti gli uni contro gli altri, frantumando il fronte unitario della resistenza. Per uscire da una trappola in cui essi stessi si erano cacciati, gli americani, oltre a strumentalizzare l’estremismo sunnita, hanno acconsentito che a Baghdad si formasse un governo sciita, correndo il rischio di consegnare almeno una parte della nazione a chi aveva strette relazioni con gli ayatollah iraniani.

    La complessità di questi intrecci ha aperto brecce in cui sono entrate le ambizioni di potenze subimperialiste come l’Arabia Saudita o la Turchia, magari utilizzando i soldi e l’influenza mediatica del Qatar. Così oggi abbiamo un’offensiva jihadista sunnita che, puntando su Baghdad, minaccia gli interessi iraniani, costituisce una base territoriale da cui continuare ad alimentare la sovversione in Siria, tende a estromettere la Russia dall’area, sottraendole gli alleati iraniano e siriano. Tutti obiettivi di primaria importanza per gli USA e per Israele, che infatti non sembrano fare molto per bloccare l’avanzata jihadista.

    D’altra parte gli estremisti del jihad puntano scopertamente alla creazione di un califfato nell’area iracheno-siriana, uno Stato che finirebbe col minacciare quella stessa Arabia Saudita che ora arma e finanzia i tagliagola islamisti, la Giordania docile pedina dell’Impero, e, in prospettiva, lo stesso Israele.

    Il quadro si fa ulteriormente complesso se vi collochiamo la Turchia, protettrice dei Fratelli Musulmani che invece sono invisi all’Arabia Saudita, una Turchia, tassello fondamentale della catena di comando dell’Impero, che rischia di finire nel tritacarne di un viluppo di contraddizioni ormai fuori controllo.

    Il vecchio Mubarak, amico degli Usa che poi lo abbandonarono al suo destino come meritano i servi, osò ammonire Bush alla vigilia dell’attacco all’Iraq con parole profetiche: “state attenti perché aprirete le porte dell’inferno”. Il vecchio Mubarak conosceva la realtà di quei tribalismi, di quei fanatismi, di quelle astuzie levantine, di quelle trappole seminate sul cammino di personaggi di una incompetenza sorprendente, i Bush, gli Obama, le Condolize, le Hillary, i Kerry... 

    Nella grande geopolitica dei rapporti fra potenze, intanto gli americani e la NATO giocano la carta ucraina per spingere la Russia verso l’Asia e allentare i suoi rapporti con l’Europa, perché l’UE resti agganciata agli USA anche nel XXI secolo e garantisca così il protrarsi della supremazia dell’Occidente.

    Ma le vicende medio-orientali e la stessa decisione della Russia di raccogliere la sfida, dimostrano come la complessità crescente del sistema-mondo renda gli sviluppi successivi sempre più aleatori.

    L’imprevedibilità dei sistemi complessi è una legge della fisica che vale anche nel mondo della politica e dell’economia. Saperlo suona minaccioso perchè apre prospettive di disastri epocali, ma è anche consolante per chi sopporta a fatica lo squallore dei tempi che stiamo vivendo: può accadere tutto in qualunque momento, perché non c’è trama occulta di potentati nascosti che possa controllare un sistema di forze che interagiscono in modo turbinoso. Può anche succedere che questa baracca putrida crolli proprio quando la riteniamo inattaccabile.

    Luciano Fuschini     
    mercoledì
    dic112013

    Oggi come ieri: la propaganda come arma di inganno di massa

    Come si può legittimare una guerra? Non si potrebbe, eppure le grandi potenze riescono a far passare le operazioni militari per missioni umanitarie. Come fanno? Con uno dei trucchi più vecchi al mondo: la propaganda di guerra.

    Quando si parla di propaganda di guerra si pensa subito, almeno in Italia, al fascismo o al nazismo. Più in generale, alla Prima e alla Seconda guerra mondiale. Conflitti diversi e tuttavia i temi della propaganda furono gli stessi. Dall’una e dall’altra parte, si trasmise il messaggio che i propri soldati erano gli eroi e i soldati nemici dei macellai senza scrupoli.

    Si usarono tutti i mezzi di comunicazione del tempo: manifesti, giornali, cartoline, francobolli e più tardi la radio. Al di là delle ideologie politiche, note alla cronaca, c’era un comune denominatore: le nazioni giocarono sul concetto di “bene e di male”, di “giusto e sbagliato”. Sullo sfondo, la menzogna.

    A distanza di anni, poco è cambiato. Sono mutati i mezzi di comunicazione, ma non la sostanza. Si utilizza ancora la propaganda di guerra. E lo si fa in maniera ancora più sofisticata e efficiente. Al riguardo, Ángeles Díez, professoressa di Scienze politiche e di Sociologia all’Università di Madrid, ha tenuto, pochi giorni fa, una lezione all’Accademia del pensiero critico del “Socialismo 21”, a Parigi.

    Autrice dei libri “Manipulación y medios en la sociedad de la información" e “Ciudadaníacibernética, la nueva utopía tecnológica de la democracia”, la Díez definisce i media come delle armi nelle mani dei potenti che li usano per diffondere guerre e controllare il potere. La politologa va oltre e sostiene che i colossi dei media sono «la guerra e il potere». La cosa più assurda è che spesso gli interessi degli imprenditori che possiedono i cosiddetti mass media non ruotano nemmeno intorno al settore della comunicazione, ma a quello del petrolio e ad altre aree dell’economia. La Diez fa un esempio: le industrie militari, le imprese dei medium di massa e delle relazioni pubbliche sono quelle che muovono più soldi al mondo: «Siamo di fronte a un grande business».

    Che cos’è la propaganda? Secondo la professoressa spagnola, «è un sistema complesso cui non partecipano solo i mezzi di comunicazione, ma coinvolge tutti gli spazi sociali (scuole, strade, caffè)» con lo scopo di indurre a specifiche attitudini e azioni. Tra le varie tecniche di persuasione, c’è quella di «vendere» la guerra come «umanitaria». È successo, ricorda la Díez, per la prima volta in Jugoslavia (1999) e in seguito nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Costa d’Avorio, Libia e Siria.

    Cosa significa “guerra umanitaria”? In primo luogo, «fare appello alle emozioni e alla buona coscienza delle persone, ma anche presentare il conflitto in termini manichei come una guerra tra il bene e il male». Per poter successivamente passare all’individuazione, personalizzazione e demonizzazione del nemico, che incarna il male assoluto, come accaduto con Saddam Hussein, Muammar Gheddafi o Bashar al-Assad.

    C’è, inoltre, una particolare attenzione alla ricerca di un eufemismo per non impiegare mai l’uso della parola “guerra”: Operazione di Polizia Internazionale, Missione umanitaria, Operazione antiterrorismo.

    Nello stesso tempo, si moltiplicano gli appelli  alla “libertà” e alla “democrazia”. Ángeles Díez ricorda come, già nel 1981, lo scrittore Julio Cortázar lanciò l’allarme, ripreso dal quotidiano El País, sulla manipolazione delle parole. In primis, gli Stati Uniti si sono appropriati di termini come “democrazia” e “libertà” per secondi fini. O meglio ancora per portare la guerra in giro per il mondo.

    A differenza della manipolazione delle parole, la propaganda di guerra contiene un carico più profondo, perché, come sottolinea la politologa, «non si appella alla ragione, ma ai sentimenti emotivi e umanitari, che vengono strumentalizzati». La promozione della guerra si fonda, in ogni caso, sull’emotività. In primo luogo, si utilizzano come base dei fatti accertati (altrimenti la manipolazione sembrerebbe troppo grossa, anche se durante la guerra in Iraq si preferì la menzogna). Ad esempio, è un dato di fatto che in Siria siano state usate armi chimiche. Ma il passo successivo è quello di attribuirne l’uso, senza alcuna prova, a Bashar al Assad. È anche certo che in Siria ci siano state manifestazioni pacifiche represse dal governo, ma la propaganda trasforma queste proteste in “rivoluzioni”. «Queste sono le stesse persone che parlano e mettono l’etichetta di primavera araba in Tunisia e in Egitto, e che diffondono il termine di rivoluzione arancione», afferma la professoressa spagnola.

     

    Pertanto, il punto fondamentale da cui si parte è la ricerca della “giusta causa”, un fatto reale condannabile dal punto di vista etico e politico, come ad esempio l’invasione del Kuwait, la repressione della popolazione albanese del Kossovo, l’attentato alle Torri Gemelle.

    Inoltre, la propaganda di guerra si basa su delle “matrici di conoscenza” già costituite. Vale a dire, strutture mentali già costruite. Ad esempio, quando un media parla di “regime siriano”, lo spettatore lo assimila alla “dittatura” per via delle “matrici di conoscenza” precedentemente stabilite e così qualsiasi immagine di omicidi o di edifici distrutti saranno messe in conto al dittatore siriano.

    Un altro elemento, sottolinea Ángeles Díez, che contribuisce al successo della promozione della guerra, è la proliferazione di eufemismi. Parole come “regime”, “intervento militare” o “aiuto agli insorti” nascondono altre realtà, anche più oscure. Ma l’opinione pubblica è cieca e crede a quanto le si dice.

    Per i conflitti in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, i media hanno descritto questi Paesi come una minaccia per l’intero pianeta e i loro governanti come dittatori criminali che bombardano e massacrano il proprio popolo. Le dinamiche sono, dunque, sempre le stesse. La premessa “intramontabile” è quella di diffondere notizie di un malcontento diffuso fra la popolazione e rivolto contro i tiranni, inventando fatti irreali. Durante l’invasione dell’Iraq nel 2003 si parlò di un’opposizione interna contro Saddam Hussein, ma nessun media riuscì a immortalare la sua esistenza, come dimostra la bassa presenza del pubblico quando, a conclusione della guerra, fu abbattuta la sua statua. Altro esempio, nessun media ha mai trasmesso le manifestazioni di massa a sostegno del governo siriano. Al contrario, si è presentata l’opposizione come “pacifica” e “non-violenta” . Oggi «sappiamo esattamente chi sono i cosiddetti ribelli siriani», rimarca la Díez: tutto tranne che dei pacifisti.

    Altri richiami classici della propaganda di guerra, l’esistenza di una “guerra civile” e un confronto interno, la cui unica responsabilità ricade su un dittatore che in nessun modo si impegna a negoziare. Infine, vi è una popolazione tenuta sotto il giogo del regime che reclama un intervento militare della Nato, le Nazioni Unite e di altre organizzazioni.

    Tutti questi elementi, dice Ángeles Díez, li ritroviamo nei testi e nei discorsi di coloro che si proclamano esportatori della democrazia. Ad esempio, Obama in occasione della 68esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite sulla Siria è molto simile a Bush nel frastuono della guerra in Iraq: «Quello che sta accadendo in Siria è una cosa che avevamo visto prima»; «Le manifestazioni pacifiche dell’opposizione sono state represse dalla dittatura»; «Non tollereremo l’uso di armi di distruzione di massa massiccia».

    Tra i meccanismi di disinformazione c’è infine la «saturazione delle immagini con un forte impatto emotivo», in grado di far scattare i meccanismi mentali che regolano la rabbia e l’aggressività, in modo da rendere cieca l’opinione pubblica ad ogni discorso razionale. Come quando gli Usa invasero l’Afghanistan. In quell’occasione, i media riproposero più volte al giorno sugli schermi televisivi la sequenza dell’aereo che si schianta sulle Torri Gemelle per rinnovare di continuo lo shock emotivo.

    Secondo Ángeles Díez, «i media sono i principali meccanismi di distruzione di massa». Di conseguenza, incalza la politologa, dovremmo chiederci perché si punta il dito contro Bashar al-Assad e quali sono gli interessi dietro questi media. In particolare, ci dovremmo chiedere perché «ci sono pochissime voci dissenzienti sul conflitto siriano». Quando El País (il periodico che è nelle mani del capitale nordamericano, sottolinea Díez) titola che i profughi siriani chiedono un bombardamento della Nato o descrivono come «rivoluzionari» gli oppositori siriani, «è molto difficile da contraddirlo». Tanto è vero, che se i media come Tele Sur diffondono una versione differente da quella ufficiale, li si accusa di essere «sovversivi» e complottistici.

    Il teorema è: chi non è mio amico è necessariamente amico del mio nemico.

    Francesca Dessì
    venerdì
    nov222013

    Iraq: autobomba in mercato, decine morti

    Attentato a nord-est di Baghdad, ancora sangue nel Paese

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    mercoledì
    nov202013

    Iraq: attentati a Baghdad

    Sette esplosioni hanno scosso questa mattina Baghdad, uccidendo almeno 24 persone e ferendone una settantina. Colpite soprattutto zone sciite, ma…

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    giovedì
    nov142013

    Iraq: due attentati a sud Baghdad,8 morti

    Partecipavano alle celebrazioni del Giorno dell'Ashura

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    giovedì
    nov142013

    Iraq: due attentati a sud Baghdad,8 morti

    Partecipavano alle celebrazioni del Giorno dell'Ashura

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    giovedì
    nov142013

    Iraq:due attentati a sud Baghdad,8 morti

    Partecipavano alle celebrazioni del Giorno dell'Ashura

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    giovedì
    nov142013

    Nassiriya. Il problema è politico, non “umano”

    È il tipico caso in cui, tra i due litiganti, non ha ragione nessuno dei due. Di qua i numerosissimi imbonitori dell’establishment impegnati, per l’occasione, a celebrare il decennale della Strage di Nassiriya; di là una deputata del M5S, Emanuela Corda, che al pari di svariati suoi colleghi di partito (pardon: di movimento) dà fiato alle trombe senza riflettere un granché: una bella tirata altisonante, affermando che nel novero delle vittime del massacro andrebbe ricompreso anche l’attentatore suicida, e poi si vedrà.

    Si è visto, infatti. Le sue parole sono state subito enfatizzate, e strumentalizzate, facendo finire nel mirino dell’FLP (Fronte Liberista Patriottico) sia lei che il MoVimento. Che orrore! Che scandalo! Che mancanza di rispetto sia per gli “eroi” caduti sul campo, a maggior gloria dell’Italia, e a maggior vantaggio degli USA, sia per i loro famigliari tutti!

    Chi tuonava di qua, chi tuonava di là, e ben presto ai censori in servizio permanente effettivo si sono aggiunti quelli di complemento. Per esempio, ieri mattina ai microfoni di Radio 24, Luca Dini e Paola Saluzzi. Entrambi assai autorevoli, del resto: lui è il direttore di Vanity Fair, lei la conduttrice dello spazio pomeridiano di Sky Tg24. L’accorata indignazione del momento li affratella, ma sanno ritagliarsi degli exploit da solisti. «Uno schiaffo in faccia ai famigliari delle vittime», rimbrotta lui. Lei è ancora più drastica: «Hai avuto un fratello morto a Nassiriya? No. E allora stai zitta».

    Una dialettica da Domenica In, ma al loro intervistatore va bene così. E quindi non lo sfiora nemmeno l’idea, il dubbio, la consapevolezza che la lapidaria intimazione della Saluzzi andrebbe semmai ribaltata: è proprio se «hai avuto un fratello morto a Nassiriya» che faresti meglio a stare zitto, o almeno a domandarti dieci-cento-mille volte se quel coinvolgimento così diretto, e doloroso, non ti privi della lucidità necessaria ad andare al di là dell’ovvio. Fino a diventare capace di affrancarti dagli schemi correnti, secondo i quali gli eserciti occidentali sono sempre e comunque i “buoni”, mentre quelli che osano ostacolarli, quand’anche a difesa della loro patria invasa, sono invariabilmente i “cattivi”.  

    Ed è appunto questo, il tema che Emanuela Corda avrebbe dovuto mettere al centro del suo intervento, invece di sfiorarlo o poco più. Perché questo, e solo questo, è il vero nodo politico di tutta la vicenda: non la commozione a senso unico, che ne è solo un riverbero emotivo, ma l’interpretazione capziosa che accredita gli USA e i loro alleati/servi come i paladini del Bene.

    Inoltre – e qui si passa dal caso specifico al tema generale della comunicazione politica, che non può non tenere conto dei tempi e dei modi in cui si svolge – la “cittadina” Corda era tenuta a sapere che, dicendo quel che ha detto in quel posto (il Parlamento) e in quel giorno (il decennale della strage), sarebbe stata immediatamente attaccata nel modo più aggressivo e sdegnato. Tanto per riaffermare il dogma della superiorità morale dell’Occidente, quanto per screditare, tramite lei, il M5S nel suo insieme. Prima di andare all’assalto, quindi, si sarebbe dovuta chiedere  dieci-cento-mille volte se il gioco valesse la candela. Se cioè quella sua pietosa istanza di commemorazione XXL, al fine di far ottenere una briciola di ricordo, e di compianto, anche a favore dell’esecutore materiale della strage, giustificasse il vespaio che ha suscitato.

    Da parte nostra la risposta è evidente. Per così poco no, non ne valeva la pena. A maggior ragione se poi, di fronte al fuoco di fila degli Scandalizzati di ogni ordine e grado, non si trova di meglio che rifugiarsi in una variante dell’omologazione occidentale: «Sono contraria a qualunque fanatismo e nella mia idea di società, laica e plurale, non c'è spazio per il fondamentalismo religioso e per l'affermazione delle proprie idee attraverso l'uso della violenza», e perciò «se le mie parole hanno soltanto minimamente offeso i familiari delle vittime di Nassiriya, chiedo scusa loro perché questo non era in alcun modo mia intenzione».

    Suvvia, un ultimo sforzo. Delle scuse ancora più esplicite e poi mancherà solo un abbraccio collettivo, in favore di telecamera, per far sì che anche questa puntata della fiction (pardon, del talkshow) possa lietamente concludersi.

    Federico Zamboni
    giovedì
    nov142013

    I nostri “eroi” sacrificati sull’altare degli USA

    Non è equilibrismo, seppure sia vero che di questi tempi è richiesto schierarsi con sempre maggiore nettezza sulle cose del mondo. Ma può essere concesso fregarsene bellamente di ragioni e sentimenti altrui nel giudicare una tragedia? Perché pare che se non ci si esprime con affettata retorica nazionalista sull’anniversario della strage di Nassiriya si è delle bestie senza cuore.

    Il dispiacere per la perdita di vite umane dovrebbe essere condiviso, ma quando diventa più intenso per esclusivi vincoli “di passaporto” ci si dovrebbe interrogare sulla cosa. Lo schierarsi nettamente non dovrebbe essere sul ricordo di morti “nostri” contrapposti ai morti “altri”, particolarmente in una situazione come quella irachena di 10 anni fa. Da un lato celebrazioni patriottarde alla “grazie ragazzi” e “i nostri eroi”, dall’altra scherno e riduzione di 19 vite a “mercenari senza onore”. Non viene contemplato nulla che non venga tagliato con l’accetta, e giù a ululare contro chi, come la deputata Emanuela Corda ha “osato” affermare che nessuno conosce il nome dell’uomo che allora si è immolato contro la base italiana, che ha deciso di morire e portarsi dietro le vite di coloro che per lui non erano altro che occupanti.

    Non è pacifismo del piffero, quello delle bandierine arcobaleno per intenderci, né antimilitarismo d’accatto, il criticare celebrazioni che volutamente e colpevolmente nascondono la vera causa di quella strage di 10 anni fa. Ma in questo paese è da eretici chiedersi che diavolo ci facevano i militari italiani nel sud dell’Iraq e rispondersi col disincanto di chi sa bene che andava rispettato il patto di sangue con Washington e in subordine fatta la guardia ai pozzi dell’Eni. Patrimonio che andava difeso da orde di iracheni che incredibilmente non capivano che assieme all’uranio impoverito gli occidentali, rappresentati anche dai militari con lo scudetto tricolore, portavano libertà e democrazia.

    Tanto è stato l’impegno internazionale per quelle genti che oggi, quotidianamente, in Iraq saltano in aria decine di persone in attentati settari dei quali 11 anni fa non si intravedeva ombra. «Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell'attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari; a volte ricordiamo anche i 9 iracheni che lavoravano nella base italiana, ma non troppo spesso. Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage. Un'ideologia criminale lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico, e lo aveva mandato a morire». Queste le parole della deputata dei 5 Stelle. Se questa è la celebrazione di un kamikaze c’è da intendersi bene sul significato di alcune parole del vocabolario italiano.

    La realtà è che anche solo la semplice considerazione che allora ci fossero delle ragioni inascoltate “dall’altra parte” e che queste abbiano innescato la miccia della bomba umana diventa un delitto contro la memoria dei caduti. Hanno diritto di celebrare quelle vittime i parenti, gli amici che li hanno amati in vita e che li hanno persi per sempre. Troppi altri ne usano la tragedia per continuare ad anestetizzare le coscienze e convincere gli italiani che abbiamo anche noi i nostri eroi vittime del terrorismo, che siamo dunque in comunione con gli altri paesi occidentali minacciati dal terrore, e come tali dobbiamo difenderci inviando truppe a migliaia di chilometri, in luoghi lontani dai nostri confini nazionali tanto quanto dai nostri interessi strategici.

    Dopotutto al Qaeda non ha fatto saltare la metropolitana di Roma. Non abbiamo vittime civili da mettere sul piatto delle nazioni occidentali colpite al cuore da bombe indiscriminate e allora gettiamo l’asso Nassiriya. Ma i madrileni  e londinesi che il destino ha voluto fossero a bordo dei treni colpiti negli attacchi del 2004 e del 2005 sono eroi tanto quanto i militari italiani uccisi dieci anni fa. Cioè non lo sono.

    I 19 restano vittime, ancora una volta, della retorica usata da ogni governo succedutosi dal quel 2003. E per tutti quelli che cadono ancora nella trappola sarebbe opportuno riflettere: quei soldati non sono tornati in patria sugli scudi ma dentro feretri usati per rinsaldare la venefica alleanza a perdere con gli Stati Uniti d’America.

    Alessia Lai
    mercoledì
    nov132013

    Iraq: attacchi a vigilia Ashura,25 morti

    Comunità sciita teme nuove violenze in celebrazioni

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    mercoledì
    nov132013

    Iraq: attacchi,uccisi 8 pellegrini sciiti

    Tre bombe a Baquba, a nord di Baghdad, durante processione

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    lunedì
    nov112013

    CRIMINI CONTRO LUMANITÀ IN IRAQ: enrgia e impatto ambientale

    DI SOUAD N. AL-AZZAWI
    GlobalResearch

    Nel 2009, dopo sei anni di occupazione, con una popolazione che si aggira intorno ai 30 milioni di individui e una domanda di 6800-7500 MW [2], la disponibilità di energia elettrica è di soli 3300 MW. Per intenderci, l'Iraq non può raggiungere i 9925 MW di produzione che aveva negli anni 80; la popolazione riceve solo il 30% dell'energia che gli veniva fornita dal governo prima dell'occupazione. La rete elettrica irachena era stata creata nel 1917 [1].

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    lunedì
    nov112013

    Iraq: almeno 7 morti in attacchi al nord

    Da inizio anno sono morte 5.500 persone, 964 solo ad ottobre

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    venerdì
    nov082013

    Iraq:doppio attentato kamikaze,16 morti

    Colpita base militare a nord di Baghdad

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    martedì
    nov052013

    Iraq: almeno 10 morti in nuovi attacchi

    Le vittime da inizio gennaio 2013 hanno superato quota 5.500

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    mercoledì
    ott232013

    Iraq:almeno 26 morti in catena attentati

    Bilancio provvisorio. Le vittime sono in gran parte poliziotti

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    venerdì
    ott182013

    Strage di civili in Iraq: contractors USA sotto accusa

    Nuove accuse di omicidio colposo per quattro contractors USA sospettati di aver ucciso dei civili a Baghdad, riaprono un'antica ferita tra Stati…

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    venerdì
    ott182013

    Iraq: almeno 53 morti in catena attentati

    Da inizio ottobre le vittime sono salite a quota 380

    Leggi tutto

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