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    Entries in Israele (122)

    venerdì
    ott032014

    Tigri di carta?

    Ci sono informazioni che accogliamo distrattamente, mentre meriterebbero grande attenzione per trarne conclusioni che possono mettere in discussione convinzioni diffuse.

    È il caso del dato secondo cui tutto l’apparato aero-navale e missilistico che sta conducendo l’offensiva americana contro ISIS, costa dieci milioni di dollari al giorno. Il Pentagono aggiunge che tale cifra è probabilmente insufficiente.

    Ne discende che la guerra supertecnologica nella quale USA, NATO e Israele non hanno rivali, deve risolversi in poche settimane o al massimo pochi mesi, altrimenti i costi diventano insostenibili.

    Nel recente conflitto fra Israele e Hamas, ogni missile antiaereo del tecnologicissimo sistema con cui lo Stato ebraico ha neutralizzato i razzetti dei nemici, poco più che petardi, è costato centomila dollari. Migliaia sono stati i petardi scagliati da Hamas, migliaia i costosissimi missili antiaerei di Israele.

    La seconda considerazione da fare riguarda  il vero e proprio terrore che tutto lo schieramento occidentale prova all’idea di poter subire forti perdite di vite dei suoi soldati.

    Anche a questo proposito il modo più convincente di argomentare è il confronto fra le cifre, per misurare la distanza fra il sentire odierno, in un Occidente in piena decadenza civile e morale, e quello di poco più di 50 anni fa.  

    La campagna che portò le forze anglo-americane a conquistare la Sicilia, nell’estate del 1943, fu considerata una delle più facili nella seconda guerra mondiale, eppure costò alle forze alleate circa dieci mila morti, cifra allora considerata come “perdite lievi”.

    Nella guerra del Viet Nam, durata quasi un decennio, gli USA ebbero circa 50.000 morti, in media 5.000 all’anno. Quelle perdite furono considerate tanto intollerabili che provocarono ondate di proteste in tutte le grandi città americane. Intanto le vittime vietnamite si contavano a milioni, ma la resistenza continuava tenace, uguagliata o perfino superata soltanto dall’attuale eroismo dei pashtun afgani, l’etnia che alimenta la guerriglia talebana. Gli Usa persero la guerra del Viet Nam dopo aver vinto tutte le battaglie, e la persero per l’insostenibilità dei costi e per la ribellione dei giovani che bruciavano le cartoline-precetto con l’ordine di partire per il fronte. Da allora le guerre americane furono combattute da volontari e mercenari, eppure l’idea di morire in battaglia è sempre meno tollerata.

    Ne discende che l’Occidente è imbattibile se le guerre odierne si risolvono in poco tempo. Una guerra di lunga durata lo vede perdente, per l’enormità dei costi di una tecnologia da fantascienza e per il il rifiuto dell’idea della morte (quella propria ovviamente; le cifre dei morti altrui lasciano indifferenti).

    Le prove di quanto asserito sono numerose.

    La prima guerra del Golfo finì in pochi mesi col trionfo della coalizione guidata dagli USA, perché fu condotta soprattutto dal cielo con bombardamenti massicci sulle forze irachene. L’allora presidente degli Usa, Bush senior, fermò saggiamente le sue truppe sulla strada di Baghdad sia per non favorire troppo l’Iran abbattendo il suo acerrimo nemico Saddam, sia per evitare le perdite che avrebbe comportato la penetrazione in una metropoli come la capitale irachena.

    La seconda guerra del Golfo, quella scatenata nel 2003 da Bush junior, è finita in un completo fallimento per la guerriglia urbana che ha inchiodato sul terreno per lunghi anni l’esercito americano, per i costi che hanno reso abissale il debito pubblico e per le perdite che una guerra di quel tipo comportava.

    La campagna della NATO contro la Serbia si è conclusa con pieno successo nell’arco di due mesi, perché i bombardamenti su Belgrado e la distruzione delle infrastrutture serbe hanno indotto quel governo alla resa.

    L’invasione dell’Afghanistan ha messo gli occupanti davanti a una guerriglia logorante che dura da 13 anni e che li costringe ad abbandonare il Paese per evitare che i costi e le perdite lievitino ulteriormente.

    Israele ha sbaragliato gli eserciti arabi in una serie di guerre in cui la sua tecnologia bellica aveva ragione in poco tempo del nemico in scontri fra aereo ed aereo, carro armato e carro armato.

    Quando si è trattato di affrontare una guerriglia di lunga durata, i costi e le perdite crescenti hanno interrotto le operazioni belliche con risultati ambigui. È successo nel 2006 nello scontro con gli Hezbollah libanesi, è successo a Gaza nel 2008 e nei mesi scorsi. Il rapporto di mille a uno fra la potenza di fuoco di Israele e quella dei suoi nemici non è stato sufficiente quando si è trattato di proseguire in un’offensiva che avrebbe portato i soldati con la stella a sei punte nelle viuzze di una metropoli densamente popolata, e col costo astronomico dei bombardamenti aerei e del sistema antimissilistico.

    Il presidente Mao definiva l’imperialismo “una tigre di carta”. Krusciov, impegnato in trattative per il disarmo con gli USA, aveva buon gioco nel ribattere che quella tigre di carta aveva i denti atomici.

    Nemmeno l’attuale armamento dell’Occidente, senza confronti nel mondo, è una tigre di carta, ma i suoi costi e un materiale umano infiacchito dalla decadenza dei costumi sono fattori di debolezza su cui il nemico può contare. Quelli dell’ISIS lo sanno, ma lo sanno anche i veri competitori dell’Impero anglo-israelo-americano, che non sono i guerrieri di Allah bensì russi, cinesi e iraniani.

    Luciano Fuschini
    martedì
    dic172013

    Israele. Anche lì c’è la paura del “diverso”

    giovedì
    nov212013

    Attenti a Israele!

    I bombaroli pregano rivolti alla Mecca, ma l’armeria sta a Tel Aviv. E si vede in trasparenza. Il primo ministro israeliano scalpita contro Obama.

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    mercoledì
    nov132013

    Israele fa dietrofront su progetto nuovi insediamenti

    Per opportunità o per opportunismo. Il Premier israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l'annullamento del progetto di costruzione di 24.000 nuovi…

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    giovedì
    nov072013

    Israele perseguita gli immigrati africani

    mercoledì
    nov062013

    ISRAELE E LA NSA SOCI NEL CRIMINE

    DI JUSTIN RAIMONDO
    antiwar.com

    Alcuni documenti suggeriscono che ci sia Israele dietro i tentativi di intercettare la Francia – ma gli USA si prendono la colpa

    Non è stato il governo degli USA a intercettare le comunicazioni dell’'ex presidente francese Nicolas Sarkozy (1), secondo i documenti top secret scoperti da Edward Snowden e pubblicati da Le Monde – sono stati gli israeliani (2).

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    lunedì
    ott282013

    Netanyahu si piega agli ultra-sionisti di “focolare ebraico”. Liberazione di prigionieri in cambio di nuove colonie

    Liberazione di prigionieri palestinesi in cambio di nuove colonie. È questa la decisione presa dal governo di Benjamin Netanyahu attualmente formato da ministri appartenenti a 5 diversi partiti: dai sionisti conservatori del suo partito Likud e dagli ultranazionalisti religiosi di HaBayit HaYehud, passando per i laici centristi diYesh Atid e per i progressisti di centro-sinistra di HaTnuah fino ai sionisti laici nazionalisti di Israel Beytenu. La Knesset ha annunciato domenica sera la liberazione di 26 detenuti che, secondo un comunicato ufficiale, si sarebbero macchiati di crimini terroristici prima degli accordi di Oslo del 1993 fra Israele e l’Olp. Si tratta in realtà del secondo scaglione dei quattro totali previsti la scorsa estate, di fatto, in tutto riacquisteranno la libertà 104 reclusi palestinesi.

    Tuttavia, forte dei suoi seggi (12 su 120) e della sua partecipazione al governo, Netanyahu ha dovuto confrontarsi con l’opposizione del partito nazionalista “Focolare ebraico” (in ebraico, HaBayit HaYehud). Per mantenere la sua promessa in vista dei falsi negoziati di pace e far fronte alle proteste dell’estrema destra sionista Bibi ha dovuto accontentare tutti. I prigionieri palestinesi (gli altri 52) saranno liberati, in compenso la Knesset ha garantito il rilancio di nuovi progetti edilizi ebraici in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Annunci in tal senso ancora non sono giunti, ma secondo il quotidiano Maariv il governo israeliano si accinge a pubblicare appalti per la costruzione di 1.500 alloggi nel rione di Ramat Shlomo (quartiere situato su una collina al nord di Gerusalemme) e altri 200 alloggi in Cisgiordania.

    Tale iniziativa non stupisce affatto. Sono anni che prosegue senza sosta l’incremento d’insediamenti israeliani all’interno dei territori occupati della West Bank (Cisgiordania). Secondo gli ultimi dati raccolti dalla Ong israeliana, Peace Now, ci sarebbe stato un aumento del 70 per cento rispetto allo scorso anno. I numeri che emergono dal rapporto sono impressionanti: si parla di almeno 1.708 nuove abitazioni costruite tra gennaio e giugno, di cui l’86 per cento in aree in cui non sono richiesti bandi di gara, in una delle zone a più alta densità abitativa del mondo. Insediamenti letteralmente “illegali” poiché violano l’articolo 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra secondo cui “La potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”.

    La Cisgiordania è infatti, secondo gli accordi di Oslo, divisa in 3 zone: A, B, C. Accordi, ricordati come una tappa cruciale nel processo di pace ma che in realtà sancirono la resa del popolo palestinese. Gli obiettivi raggiunti da Arafat e Rabin spaccarono e organizzarono il territorio della West Bank (Cisgiordania) nella maniera seguente: l’area A, a controllo e amministrazione palestinese. L’area B a controllo militare israeliano ma con amministrazione palestinese. Ed infine l’aerea C, a controllo e amministrazione israeliana. Inutile dire che l’area A è la più piccola della tre, con appena il 17% di porzione di territorio. Cosa più importante però è che le campagne e le strade tra una città ed un’altra sono zone C, perciò controllate amministrativamente e militarmente dagli Israeliani, di fatto le zone palestinesi sono ghettizzate (per passare da una zona A ad una zona B ad esempio o da un villaggio all’altro della zona A bisogna passare dalla zona C), e il più delle volte circondate da mura di cemento. La colonizzazione dell'intero territorio attraverso la costruzioni di nuove case nelle zone A. Gli insediamenti sono silenziosi, passano inosservati, permettono di popolare aree abitate maggiormente da palestinesi. La guerra totale di Israele contro gli Stati arabi non ha più senso dal momento che allo Knesset tutto è permesso, persino violare il diritto internazionale

    Sebastiano Caputo

     

     

     

     

    venerdì
    ott182013

    Israele bypassa ancora una volta il diritto internazionale: crescono gli insediamenti 

    Continua senza sosta l’incremento d’insediamenti israeliani all’interno dei territori occupati della West Bank.

    Secondo gli ultimi dati raccolti dalla Ong israeliana, Peace Now, ci sarebbe stato un aumento del 70 per cento rispetto allo scorso anno. I numeri che emergono dal rapporto sono impressionanti: si parla di almeno 1.708 nuove abitazioni costruite tra gennaio e giugno, di cui l’86 per cento in aree in cui non sono richiesti bandi di gara, in una delle zone a più alta densità abitativa del mondo.

    Buona parte delle nuove colonie si trovano in porzioni di terra al di là del confine stabilito nei colloqui di Ginevra, in territorio palestinese. La questione sembrerebbe di poco conto, simile ad altre già sperimentate nel corso degli anni, ma il piano E1 significa qualcosa di diverso. Quest’area rappresenta l’unico punto di congiunzione tra la porzione settentrionale e quella meridionale della Cisgiordania, di fatto con le nuove costruzioni denunciate nel rapporto di Peace Now, Israele tenderebbe ad avere un controllo permanente dell’area, chiudendola di conseguenza alla popolazione palestinese. Come sostiene buona parte dell’elite politica palestinese, la realizzazione dell’insediamento sarebbe un serio ostacolo alla soluzione politica del conflitto secondo il modello “due popoli, due Stati”, in realtà mera utopica soluzione politica sbandierata da una comunità internazionale che tace quando Israele, come in questa vicenda, viola il diritto internazionale.

    S.C

    mercoledì
    ott162013

    Israele e l'atomica "democratica"

    martedì
    ott152013

    Nucleare iraniano. A Ginevra incognite e déjà vu

    Prende il via oggi a Ginevra la due giorni di negoziati per un accordo sul nucleare iraniano. Al tavolo il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Germania) e la Repubblica Islamica. Sono i primi colloqui sul nucleare da quando Hassan Rohani è diventato il presidente dell’Iran ad agosto. Il neo capo dello Stato iraniano ha detto di voler raggiungere un accordo entro sei mesi. Tuttavia è difficile aspettarsi qualche reale passo avanti. A dispetto dell’immagine di Rohani, che viene dipinto in Occidente come un moderato, è difficile prevedere degli avanzamenti nella due giorni di Ginevra. I negoziatori occidentali hanno più volte richiesto che l’Iran fermi la produzione e l’accumulazione delle riserve di uranio arricchito al 20% - visto come la volontà di dotarsi di arma nucleare – e che porti all'estero alcune delle sue riserve. Tuttavia Abbas Araqchi, il negoziatore del ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, domenica ha ribadito che non verrà accolta nessuna richiesta che contempli per l’Iran l’abbandono delle sue riserve di uranio arricchito: «Non permetteremo che neanche un grammo di uranio vada fuori del paese», ha affermato, citato dalla tv iraniana. Nel suo profilo Facebook, il ministro Zarif si è detto «pieno di speranza che da mercoledì possiamo giungere ad accordo su una roadmap», ma la realtà dei fatti non sembra essere troppo lontana dalla politica intransigente dell’era Ahmadinejad. La delegazione iraniana sta andando a Ginevra per offrire le minime concessioni necessarie a ottenere il massimo possibile sulla sospensione delle sanzioni, soprattutto quelle che negano all’Iran l’accesso al sistema bancario internazionale. Queste concessioni potrebbero includere una promessa di maggiore trasparenza nella quale è probabile che alla comunità internazionale sia accordato un più ampio accesso ai siti nucleari iraniani, nonostante occorre ricordare che l’Aiea ha sempre avuto ampio accesso ai siti di arricchimento. La palla è quindi in mano all’Occidente, che dipingendo Rohani come un moderato da contrapporre al suo “tirannico” predecessore, potrebbe fare in realtà dei passi indietro per cercare di smuovere una situazione che nella realtà è cristallizzata da anni. Secondo Bloomberg l'amministrazione Obama potrebbe “ricompensare” eventuali “concessioni” da parte di Teheran col disgelo di alcuni assets iraniani presenti nelle banche occidentali. In questo caso la Casa Bianca potrebbe affermare, e tecnicamente a ragione, di non aver ceduto sulle sanzioni. Un trasferimento una tantum di soldi all’Iran non segnalerebbe necessariamente un cambio permanente di strategia, anche se scuramente non piacerebbe a Israele che da tempo cerca di scatenare una reazione statunitense contro Teheran. Gli attacchi, in questo momento di vera o presunta distensione, provengono solo da Tel Aviv: lunedì, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha infatti dichiarato che sarebbe sbagliato allentare le pressioni su Teheran e che ogni mossa che legittima il governo iraniano fortifica solamente i suoi «elementi intransigenti» e l’Ayatollah Ali Khamenei, che sarà «percepito come il vincitore».

    giovedì
    ott102013

    Lampedusa: vergogna, Unione Europea!

    lunedì
    set302013

    Siria: e risoluzione fu

    martedì
    set172013

    Il segreto dei gas israeliani

    Mentre a Ginevra c'e' l'accordo USA-Russia sui gas siriani, Thierry Meyssan racconta la storia della corsa alle armi chimiche-batteriologiche: il caso Israele

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    venerdì
    set132013

    Obama schiaffeggiato in prima pagina, sul NYT

    venerdì
    set132013

    Nel labirinto del Medio Oriente

    giovedì
    set122013

    L'OLOCAUSTO AMERICANO - MILIONI DI CITTADINI USA MORTI PREMATURAMENTE E UN COSTO DI $40MILA MILIARDI A CAUSA DI ISRAELE

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    Countercurrents

    Il tremendo costo finanziario israeliano imposto agli americani ha raggiunto l'enorme quota di 40mila miliardi di dollari odierni. Ma il prezzo umano da pagare riguarda le morti evitabili di milioni di americani, omicidio di massa passivo di americani in un olocausto americano inflitto dalla perversione fiscale di sleali neo-conservatori americani (Neocon) e di imperialisti sionisti "OnePercenters" impiegando $8mila-10mila miliardi nella pulizia etnica e in omicidi di massa attivi e passivi di musulmani all'estero a favore dell'apartheid israeliano invece di tenere gli americani al sicuro a casa.

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    giovedì
    set122013

    CIA: armi chimiche in mano israeliana dal 1983

    Un reportage di Foreign Policy svela documenti dell'intelligence USA, secondo i quali Israele produce sarin e gas chimici da trent'anni.

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    mercoledì
    set112013

    Undici Settembre, ma 1973

    mercoledì
    set042013

    Obama vs Assad. L’Impero del Bene colpisce ancora

    La pretesa degli USA di essere i “buoni” è arcinota: le altre nazioni fanno quello che fanno per i propri interessi, talvolta accettabili e talaltra no; loro, gli Stati Uniti d’America, agiscono invece per ragioni innanzitutto etiche, a difesa dei cosiddetti diritti universali.

    Il paradosso, come avviene spesso (e non certo per caso), è che per quanto il fenomeno sia di pubblico dominio e ne siano state ripetutamente svelate le mistificazioni  – vedi ad esempio l’invasione dell’Iraq che venne giustificata con le temutissime, ma inesistenti, armi di distruzione di massa – il trucco continua a funzionare. O, quantomeno, non si è ancora arrivati a sbugiardarlo una volta per tutte. Benché non manchino le denunce approfondite, da Chomsky a Massimo Fini e a moltissimi altri, e benché non manchino neppure i sarcasmi, alcuni dei quali ormai proverbiali come l’epiteto di sceriffi, o gendarmi, planetari, la condanna è ancora assai lontana dal trasformarsi in una sentenza definitiva.

    Forte del suo potere economico, militare e mediatico, dal quale discendono innumerevoli connivenze internazionali, Washington insiste imperterrita a seguire il suo copione vincente. La lista dei cattivi è sempre aperta, tal quale l’elenco dei ricercati-wanted nel vecchio Far West, e alla Casa Bianca c’è sempre un giustiziere pronto a demonizzare i reprobi di turno e ad ergersi a paladino dell’Occidente: qualcuno viene dalle schiere dei Repubblicani, come Reagan e i due Bush, e qualcun altro da quelle dei Democratici, come Johnson, Clinton e, adesso, Obama. Una convergenza, nel modo di pensare e di agire, che dovrebbe essere illuminante, e acquisita a sua volta in via permanente nell’ambito di un giudizio non convenzionale sulla “più grande democrazia del mondo”.

    Nel caso specifico della Siria, quindi, ci troviamo di fronte alla replica di uno schema collaudatissimo. Che, se non fosse drammatico e carico dei più foschi timori di escalation, apparirebbe grottesco. Le succitate armi di distruzione di massa di Saddam diventano le armi chimiche di Assad, e per entrambe si accampa il possesso di prove inoppugnabili che tuttavia, ohibò, non sono considerate tali dalla quasi totalità degli altri governi. Sbandierando queste (presunte) certezze, Washington si ritiene non solo in diritto ma addirittura in dovere di sanzionare il reo, il tiranno sanguinario, il folle fratricida. E perciò, con una tipica decisione unilaterale, si appresta a farlo anche in assenza dell’approvazione dell’Onu e in spregio del parere contrario di due membri, la Russia e la Cina, che fanno parte del Consiglio di sicurezza e che pertanto possono esercitare il veto contro le risoluzioni dell’Assemblea. Lo stesso veto, d’altronde, che gli Usa hanno utilizzato in parecchie occasioni per bloccare le iniziative a carico di Israele.

    La questione andrebbe perciò rovesciata: non è l’Onu che deve decidere se appoggiare o no gli Usa, ma sono questi ultimi che si pongono oggettivamente fuori dalle Nazioni Unite, laddove agiscano senza il consenso generale. Un’istanza di espulsione che è certo irrealistica, nel contesto odierno, ma che serve a ricordare quale abissale distanza vi sia – e sia stata scavata – tra la politica statunitense e il diritto internazionale. Da un lato si enfatizza/strumentalizza la legalità, quando fa comodo, e dall’altro la si scavalca di slancio, quando fa più comodo appellarsi alla (propria, ipotetica, ipocrita) morale.

    Criminali loro a operare così. Quasi altrettanto colpevoli, però, quelli che non si ribellano alla messinscena, lasciando che la farsa si risolva in tragedia.

    Federico Zamboni

     

     

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    Ribelle 7 Settembre 2013
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    venerdì
    lug192013

    Netanyahu contro Ue, altre 1000 case in colonie

    Il premier d'Israele reagisce con rabbia alle nuove linee guida europee che escludono cooperazione con gli insediamenti israeliani costruiti illegalmente nei Territori

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