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    Entries in lavoro (252)

    martedì
    nov182014

    Marx: la diagnosi era giusta (ma non la terapia)

    Il ruolo della finanziarizzazione dell’economia nell’attuale crisi è un dato di fatto indiscutibile. I guasti causati da una moneta senza Stato è un altro dato di fatto. L’assenza di una moneta sovrana determina pesanti condizionamenti che sono stati ampiamente analizzati e discussi.

    Tuttavia l’impressione è che si insista fin troppo sugli aspetti finanziari e monetari per non ammettere che perlomeno nella diagnosi delle cause strutturali delle crisi, i fatti danno ragione a Marx. 

    L’economista e filosofo tedesco individuava essenzialmente tre contraddizioni interne al sistema, che lo avrebbero fatto implodere.

    La prima è quella fra il carattere sociale della produzione nelle grandi fabbriche e l’appropriazione privata da parte del capitale.

    La seconda è la periodica sovrapproduzione di beni (merci) che il mercato non riesce ad assorbire data la limitata capacità di consumo di masse proletarie sottopagate.

    La terza è la caduta tendenziale del Saggio del Profitto, apparentemente paradossale in un sistema tutto improntato al profitto: infatti la legge della concorrenza obbliga a introdurre macchinari che sostituiscano manodopera, nella logica dell’abbattimento dei costi e della costante ricerca di innovazioni, ma il profitto è garantito dallo sfruttamento del lavoro umano, non dall’automazione verso cui tende il sistema. 

    La prima contraddizione è trascurabile in quanto fondata su presupposti più sociologici e filosofici che economici. Le altre due trovano clamorosa conferma negli anni che stiamo vivendo.

    Le crisi disastrose di sovrapproduzione furono evitate nel periodo glorioso del capitalismo, i trenta o quaranta anni di politiche economiche sostanzialmente keynesiane.

    Quelle politiche furono garantite da condizioni oggi non riproducibili e furono anche decise per sconfiggere la sfida del collettivismo sovietico concedendo a salariati e stipendiati di livello medio-basso redditi e provvidenze assistenziali tali da consentire alti livelli di consumo. Era una forzatura della logica del capitale, determinata dalla minaccia del cosiddetto comunismo. Non a caso subito dopo il crollo dell’URSS è iniziato lo smantellamento sistematico dei livelli di reddito e delle protezioni sociali, anche tramite l’ingabbiamento dei sindacati e la massiccia immigrazione che hanno abbattuto le potenzialità contrattuali di salariati e stipendiati.

    La tendenza alla caduta del Saggio del Profitto è forse la vera minaccia al sistema. La progressiva automazione del lavoro, non solo nelle fabbriche e nell’agricoltura ma anche nei servizi, è un fenomeno evidente e inarrestabile, ma il capitale ha bisogno di manodopera per riprodursi. Il massiccio afflusso di immigrati non sarà eterno e sarà contrastato dalle dinamiche demografiche, nonché dalle reazioni di rigetto delle popolazioni autoctone.

    Qui stanno le cause immediate, più profonde di quelle finanziarie e monetarie, della crisi che si sta incartando su sé stessa. Negarle per non fare concessioni ai marxisti è operazione insensata.

    Il marxismo ha fallito nelle terapie, non nella diagnosi.

    Ha fallito quando ha prospettato il collettivismo di uno Stato onnipotente, quando ha fantasticato su un’umanità riscattata e rinnovata attraverso la semplice socializzazione dei mezzi di produzione, quando ha immaginato una classe operaia compatta e dotata di coscienza di classe pronta a prendere il potere, quando ha elaborato una filosofia della storia che sarebbe pervenuta  a una fase in cui gli operai avrebbero utilizzato il formidabile apparato produttivo creato dalla borghesia capitalista per garantire abbondanza di beni a tutti, superando la divisione del lavoro e fondando l’utopia riassumibile nella formula “da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni”: la realtà che va chiarendosi ai nostri occhi non è quella della creazione dei presupposti per “i domani che cantano”, ma quella di un continuo degrado ambientale, culturale, morale, una perdita di umanità che era stata profetizzata più dai critici della modernità dal versante antiprogressista che dalle scuole del marxismo. Se ci fosse una classe operaia come quella immaginata da Marx, erediterebbe le macerie di un mondo devastato, non la poderosa macchina produttiva che cambiando manovratore possa assicurare benessere ed elevazione culturale a tutti.

    Occorre andare oltre il marxismo e vedere nelle origini lontane della modernità le cause di fondo del disastro economico, sociale, morale che ci affligge. Tuttavia chi voglia operare qui e ora, in una direzione politica e di proposta concreta, deve partire dalla riflessione sulle cause immediate della decadenza economica: la crisi di sovrapproduzione e soprattutto l’ombra incombente della caduta del Saggio del Profitto. Di euro, di signoraggio, di speculazione sui derivati, è bene parlare ma non per far perdere di vista ciò che è più essenziale.

    Luciano Fuschini

    venerdì
    nov142014

    Strategia, Nemico, Malafede: i tabù che fanno da alibi

    L’elenco potrebbe essere espanso moltissimo, ma l’importante è fissarne il filo conduttore. Fissarlo. Memorizzarlo. Capirlo.

    Il filo conduttore è che appunto non c’è nulla di casuale in quello che sta accadendo in Occidente da almeno 35 anni, ossia dall’avvento in parallelo della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli USA. Diciamo Occidente perché il campo d’azione accomuna sia l’Europa sia gli Stati Uniti, ma il fronte principale è il nostro: il “vecchio continente” dove l’attacco liberista, o neoliberista, non era stato ancora sferrato con la medesima brutalità che Oltreoceano, invece, è prassi corrente già da lunghissimo tempo. E che infatti laggiù, nella cosiddetta “più grande democrazia del mondo”, equivale a una norma non scritta, talmente consolidata da non essere più percepita nella sua effettiva natura di arbitrio e sopraffazione – che dà luogo a una schiavitù appena un po’ mascherata – nemmeno dalla stragrande maggioranza di coloro che la subiscono.

    In teoria sembrerebbe ovvia, la conclusione da trarre a fronte di un assalto sistematico ai danni della generalità dei cittadini: se esiste questo attacco, deve esistere anche chi lo ha deciso e lo porta avanti. Se sussiste una contrapposizione deliberata e insanabile, che tende a concentrare nelle mani di un’oligarchia alquanto ristretta una sempre maggiore ricchezza, e dunque un sempre maggior potere, essa va riconosciuta come un conflitto. E chi ha voluto tale conflitto va identificato come un nemico.

    È questo il pezzo mancante (metà tabù e metà segreto di Pulcinella) in ogni “analisi” economica e politica da parte degli attori istituzionali e paraistituzionali che dominano la scena. I governi, i partiti, i sindacati, nonché i commentatori embedded dei media a più larga diffusione, discutono all’infinito dei singoli aspetti ma si guardano bene dal ricomporre il quadro complessivo, denunciando la strategia che vi è sottesa. L’unico richiamo a una visione d’insieme è quello sbagliato, e capzioso: è l’appellarsi alla globalizzazione in atto spacciandola per un fenomeno naturale, o comunque inarrestabile, al quale ci si può soltanto adeguare/inchinare/prostrarsi, sperando di riceverne in cambio un posticino a tavola. O anche solo sotto la tavola, a racimolare le briciole del banchetto altrui.

    Di esempi se ne potrebbero citare a migliaia, e basta pescare negli archivi del Ribelle per averne a iosa, ma per rimanere sulle notizie di attualità ecco le dichiarazioni rilasciate ieri dalla neo segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan: «Lo sciopero  è l'ultimo strumento per ottenere risultati», mentre la strada privilegiata deve essere quella «della contrattazione, del confronto, del dialogo, partendo dai problemi del mondo reale». 

    Come no? Il «dialogo», il «confronto», la «contrattazione». Si è visto, in tutti questi anni, anzi decenni, a cosa hanno portato queste modalità di rapporto. O di atteggiamento. O di assoggettamento.

    Hanno condotto ad assecondare, uno dopo l’altro, tutti i processi di erosione e rimozione delle precedenti conquiste nel campo della tutela dei lavoratori, fino a sgretolare l’idea stessa del lavoro (in barba all’articolo 1 della Costituzione) come fondamento autentico, e non meramente retorico, della Repubblica italiana.

    Per dialogare bisogna essere in due, ed essere entrambi in buonafede. Entrambi desiderosi di perseguire il bene comune. Entrambi convinti che sia l’economia a dover soddisfare i bisogni dei popoli, e non che i popoli si debbano immolare sull’altare dei totem liberisti del Pil e della prosperità, pressoché a senso unico, delle banche, degli speculatori finanziari e delle multinazionali.

    Se la buonafede non c’è, c’è invece il suo opposto: la malafede. Se la solidarietà non c’è, c’è invece il suo opposto: l’ostilità.

    Se non c’è l’onestà intellettuale di riconoscere il conflitto in corso c’è la connivenza col nemico.

    Federico Zamboni
      
    giovedì
    ott302014

    Pd: manganello e olio di Renzi

    Le manganellate di ieri ai metalmeccanici non rappresentano solo un evento gravissimo, ma la dimostrazione pratica di una situazione politica e sociale ormai estremamente chiara. E non solo per come ha sintetizzato il tutto il segretario della Fiom, Landini, che con parole inequivocabili ha dichiarato, anzi giustamente urlato, che «questo Paese esiste perché c'è gente che paga le tasse. Altro che palle, Leopolde e cazzate varie. Basta slogan, hanno rotto le scatole. Che diano l'ordine di colpire chi c'è da colpire: in un Paese di ladri, di corruzione, se la vengono a prendere con noi». 

    La situazione è chiara perché il dato che emerge è esattamente quello che era facile aspettarsi. Che si era verificato già altre volte e che però, adesso, sarà fatalmente replicato altrove e più frequentemente: da una parte chi è arroccato nei palazzi a sterminare il tessuto sociale ed economico del Paese, ben difeso dalle forze di Polizia che hanno appena ricevuto il contentino economico dallo Stato (sblocco degli stipendi), dall'altro il resto dell'Italia. Non è una esagerazione, parlare del "resto dell'Italia", perché se oggi sono i metalmeccanici a trovarsi in una situazione del genere, ieri erano altre categorie e domani saranno altre ancora. Il fatto è che le politiche attuali non potranno che precipitare nella disperazione sempre più numerose realtà lavorative italiane. Operai di varie aziende, differenti ordini professionali e lavoratori di ogni grado, visto l'avvitarsi su se stessa della situazione generale, non potranno che aumentare nelle piazze. E le tensioni non potranno che crescere.

    Non solo. La difesa da parte delle forze dell'ordine - le quali si trovano e sono costrette (per ora...) a dover operare in difesa di un ordine pubblico che pure, probabilmente, contestano esse stesse - è la parte armata, letteralmente, di una strategia di guerra che la politica sta portando avanti anche in altri modi. Perché unicamente come strategia di guerra - contro il popolo - deve essere chiamata la decisione di agire senza dare alcuno spazio neanche al colloquio con le rappresentanze sociali. Figuriamoci con la gente in piazza.

    Il rifiuto totale del Governo Renzi di fare marcia indietro su qualsivoglia decisione presa deve essere letto in questa chiave. I sindacati non vengono considerati in nessun modo. Ai disoccupati in piazza si dice chiaramente che devono piegarsi a perdere ogni diritto e che nulla si può fare di differente rispetto a quanto il Governo sta facendo sotto dettatura dell'Europa della tecnocrazia. E oltre a questo li si picchia. Letteralmente: “chi chiede lavoro viene manganellato".

    Solo per rimanere al caso italiano, al momento abbiamo: un Capo dello Stato che deve confrontarsi con magistratura e dichiarazioni dei mafiosi per la trattativa Stato-Mafia che è evidente a chiunque dotato di buon senso che ci sia stata, un governo in carica non eletto da alcuna consultazione pubblica, una politica economica e sociale dettata dalle Banche e dalla speculazione internazionale che sta radendo al suolo il Paese, il rinnego di qualsiasi tipo di dialogo con le parti sociali, e le forze dell'ordine sulle strade a picchiare duro contro i propri stessi concittadini.

    Se non è regime questo, allora non si capisce più che senso si voglia dare alle parole della nostra lingua.

    Ma ancora, notavamo negli ultimi giorni in scambi di opinioni varie con colleghi e amici: il Partito Democratico sta mettendo nel proprio stato di servizio, cioè sta scrivendo sulla propria storia e su quella del Paese, anche un altro aspetto, oltre al macello sociale del quale si sta rendendo responsabile: non solo si oppone a qualsiasi tipo di opposizione esterna, ma sta operando anche per inglobare dentro se stesso, e dunque depotenziare e rendere innocua, qualsiasi altro tipo di opposizione.

    I fatti recenti delle divergenze interne al Pd, con i vari Cuperlo e soprattutto Civati e Fassina (che si lamentano ma non "rompono") sono la prova certa di una strategia di nullificazione di qualsiasi tipo di altra possibilità. Perché anche le voci più dissidenti nei confronti di Renzi, anzi voci con contenuti del tutto opposti a quelli del segretario Pd e Presidente del Consiglio, vengono pur sempre incanalate all'interno della stessa forza politica. Che a parole marcia in direzioni opposte, anche fisicamente (alcuni alla Leopolda e altri in piazza con i lavoratori) ma alla fine confluisce dritta e ordinata, allineata e coperta, verso lo stesso obiettivo. I dissidenti a parole vanno apertamente contro le politiche del loro segretario, ma nessuno di loro, realmente, pensa a qualsivoglia mozione di sfiducia oppure di scissione. 

    Il risultato finale è quello di imbrigliare all'interno dello stesso partito governo e opposizione - sempre "a parole", è il caso di ribadirlo - per poi però continuare diritto sulla medesima strada. 

    Se i Renziani fanno la parte dei cattivi e di quelli che tengono la barra "a dritta" verso le norme terribili che stanno mettendo in atto passo passo, gli altri stanno di fatto tenendo le file unite tenendo all'interno dello stesso partito voci e umori fortemente contrarie all'azione del partito stesso. Il risultato è quello di far percepire che è possibile ostacolare l'operato di Renzi pur rimanendo all'interno del Pd, e dunque continuando a portargli voti e consensi, con il risultato finale di riuscire a tenere in piedi una forza politica dal largo consenso elettorale la quale però va verso una direzione diametralmente opposta a quella per la quale è stata votata.

    Il Pd ha governo e opposizione al suo interno. È il nuovo "partito unico" d'Italia. E non ha ostacoli di sorta a comprometterne il cammino - anche perché gli eventuali ostacoli vengono rimossi a suon di manganellate, come abbiamo visto.

    Le responsabilità più grandi, per quanto sta succedendo, sono ascrivibili a due aree ben precise. Da una parte quella politica, ovvero i dissidenti del Pd che in ogni caso remano a favore di quanto sta facendo Renzi, se non riescono o non vogliono, come pare, togliergli forza e comando. Dall'altra parte quella larga maggioranza degli italiani votanti che a questo Pd, a Matteo Renzi e a tutto quello che lo presiede e che ne consegue, hanno dato la loro fiducia e il loro voto.

    Che non si dimentichi quanto sta avvenendo. E che non si dimentichino i responsabili, politici e dal punto di vista elettorale, di ciò che il Pd è stato messo in grado di fare.

    Domani, a cose fatte, in Italia saranno presto pronti quasi tutti, come sempre, a dichiararsi "non responsabili" di quanto avvenuto in passato, ma oggi sappiamo bene chi sono, li incontriamo nei bar e nelle strade, nelle case e in ogni situazione pubblica e personale nella quale possiamo guardarli negli occhi mentre difendono con forza il fatto di aver votato per questo Pd. Ecco, se non altro, almeno noi, non dimentichiamoli.

    Valerio Lo Monaco
    mercoledì
    ott292014

    Dove è finito il lavoro di massa?

    Riproponiamo all'attenzione di tutti un commento di un nostro lettore storico - Bruno Di Prisco - che vale quanto e più di un articolo stesso. Sicuri che possa essere, oltre che di lettura interessante, anche spunto per ulteriori approfondimenti sul tema, da parte di tutti.

    red

     

    Caro Lo Monaco, con questo articolo tocchi una delle questioni fondamentali del nostro tempo: il venir meno della necessità del lavoro di massa, ovvero del medium attorno al quale si era organizzata – e in parte ancora si organizza – la nostra società.

    Mi si permetta una citazione da “Dialettica dell’Illuminismo” di Adorno e Horkheimer: “Da quando i mezzi di sussistenza di coloro che sono ancora necessari per la manovra delle macchine si possono ancora riprodurre con una parte minimale del tempo di lavoro che è a disposizione dei padroni della società, il residuo superfluo, e cioè l’enorme maggioranza della popolazione, è addestrata come guardia supplementare del sistema, destinata a fungere, ora e in futuro, come materiale per i suoi piani grandiosi. Sono foraggiati come armata dei disoccupati…La miseria…cresce all’infinito insieme alla capacità di sopprimere durevolmente ogni miseria. Impenetrabile ad ogni singolo è la selva di cricche ed istituzioni…che provvedono alla continuazione indefinita dello status quo. Un proletario è già agli occhi del bonzo sindacale…niente più che un esemplare in soprannumero, mentre il bonzo, da parte sua, non può fare a meno di tremare di fronte alla prospettiva della sua liquidazione”.

    Queste parole, scritte negli anni Quaranta, descrivono perfettamente l’oggi, persino nell’individuazione delle particolarità umane: il bonzo sindacale non è forse uno dei personaggi principali della commedia umana odierna? A cosa si deve tanta capacità predittiva? Certamente i due autori erano persone intelligenti e acute; certamente la loro capacità di prendere in considerazione la totalità, le sue connessioni, la relazione tra particolare ed universale – eredità idealistica - consentì loro analisi ed estrapolazioni particolarmente pregnanti. Di primaria importanza, però, fu che in quel periodo essi – non per loro volontà, ma costretti ad andarvi in esilio in quanto ebrei – vissero negli Usa, paese ove il capitalismo monopolistico, la società totalmente amministrata e la società di massa erano giù sufficientemente maturi da permettere, a chi ne avesse voglia e capacità, di delinearne gli sviluppi futuri. Non a caso in Dialettica dell’Illuminismo c’è un’analisi demolitrice ancor oggi valida dell’industria culturale, né è un caso che i due autori, assieme ad altri esponenti emigrati negli Usa della Scuola di Francoforte, misero a punto in questo periodo valutazioni e ricerche che tanti anni dopo nulla hanno perso della loro significanza. Mi limito a citare Minima Moralia, Meditazioni sulla vita offesa, dello stesso Adorno, ove tanti temi della cultura critica odierna sono già svolti con grande perspicuità.

    Ma torniamo a bomba, al ‘lavoro’. Nel mondo capitalistico-borghese, il lavoro è stato considerato la chiave che garantiva l’accesso alle risorse. Chi non lavora non mangia” sostiene, non a torto, la saggezza popolare. A ciò si univa – per la maggioranza della popolazione e per il mantenimento del sistema stesso – la necessità del lavoro, il che consentiva e facilitava anche il controllo sociale e il mantenimento dello status quo, in quanto chi controllava l’accesso la lavoro, controllava l’accesso alle risorse, ergo la società. Questo non creava problemi, in quanto per lungo tempo il lavoro della maggioranza è stato produttivo, cioè produceva più di quel che consumava. Ora, con l’avvento delle macchine – e ancor più con le recenti innovazioni automatizzanti, che consentono a sempre meno persone d produrre sempre di più – è necessario che sempre meno lavorino affinché la società si riproduca (o, ciò che interessa ai padroni, si riproduca lo status quo). Quindi, il lavoro – o per meglio dire, il lavoro di massa – non è più necessario, e non per la volontà maligna di qualcuno o perché il mondo è cattivo, ma ontologicamente.

    Ergo, il lavoro non ha più, in primis, una funzione produttiva, ma gli è rimasta quella di controllo sociale, ovvero di attività che permette l’accesso alle risorse, controllate dai padroni. In ciò, però, sorge un contraddizione difficilmente sanabile. Ovvero, il lavoro di massa costa – stante l’attuale architettura sociale – più di quel che produce: a dirla chiara, ostacola l’accumulazione del capitale, ovvero ‘la miseria aumenta, nonostante ci siano i più ampi mezzi per sopprimerla”. Per non mandare a ramengo l’architettura sociale, cioè per non stravolgere il dominio dei padroni, si continua a legare l’accesso alle risorse al lavoro controllato, ma, ormai, la maggior parte dei lavori sono lavori inventati, lavori non necessari, degradanti non in sé, ma poiché sono, in modo trasparente, degli artifizi, fattispecie superate.

    Ne segue, logicamente, che questo lavoro ‘inventato’, che nulla produce, ma che pure ci deve essere, avrà a disposizione sempre meno risorse, altrimenti il capitale non si accumula, ma, così facendo, vien meno l’altro corno del ‘lavoro’, ovvero il suo comando di controllo sociale, poiché non garantisce più la sopravvivenza della maggioranza. A questo punto, non ci sono molte opzioni. 1) o si garantisce la sopravvivenza della maggioranza e l’accesso alle risorse astraendo dal lavoro, ma così i padroni sono costretti a rinunciare a una ormai comoda e collaudata formula di controllo e riproduzione della società, il che li porta ad instaurare ‘la selva di cricche ed istituzioni’ di cui parlano Horkheimer ed Adorno, per ‘foraggiare i disoccupati” senza, però, alcuna garanzia che la situazione non possa prima o poi pericolosamente traballare, e in fondo traendone – i padroni – la conclusione che dei ‘superflui’ si può tranquillamente fare a meno ed evitare di prendersene cura; oppure 2) rendere, paradossalmente, il lavoro sempre più costrittivo e sempre meno remunerativo, integrandolo con provvidenze extra, che possono venire sia dallo stato che dalla ‘charity’ privata, conseguibili solo con la sottomissione più totale al sistema. Efficace sì, ma in contrasto con l’ideologia ‘democratica’ che è l’ideologia di legittimazione dei padroni: cosa che a lungo, ma anche non lungo, andare potrebbe provocare problemi. Ai padroni, si capisce. La Ue fa testo, in questo senso.

    In realtà è l’intera civiltà borghese – uso questa definizione tradizionale per chiarità di discorso: è lecito avere più di qualche dubbio sull’esistenza ancor oggi di una borghesia propriamente detta - ad esser in crisi. Perché? Perché il ‘lavoro’ per il mondo borghese non è una cosa qualunque, ma un concetto quasi sacrale. Si pensi a quanto dice Weber ne L’Etica Protestante e lo Spirito del Capitalismo: sono il lavoro indefesso e la rinuncia continua che garantiscono l’accumulazione, segno, sul piano mondano, di quella grazia divina che garantisce la salvezza. Il lavoro è l’ascesi e la santificazione del borghese. Sotto certi spetti, chi non lavora – oltre a non mangiare – non è nemmeno del tutto umano, perché al di fuori della possibilità di salvezza. Il ’lavoro’ è ciò che permette al mondo di mantenersi, segno di benevolenza divina e manifestazione della superiorità borghese rispetto all’improduttivo aristocratico (l’accusa di improduttività è l’anatema massimo del borghese, la sua scomunica: non a caso, la sentiamo riecheggiare in tutte le salse, amplificata dai media, contro chi non si adegua). Ne segue che se si degrada il lavoro del proletario, e lo si rende inutile, diventa inutile anche il lavoro del borghese, ma soprattutto s’inabissa il ‘lavoro’ tout court. Ergo, tutta la questione del lavoro è assolutamente dirimente per la legittimità del sistema vigente, il quale non sa, e secondo me, non può uscire da questa contraddizione.

    Perché? Il perché è stato detto molto tempo fa. In estrema sintesi, i mezzi di produzione sviluppati dalla borghesia hanno reso obsoleti i rapporti sociali da questi stessi mezzi generati lungo l’arco di secoli. Se non è più necessario il lavoro, e non lo è, perlomeno non lo è nelle forme in cui l’abbiamo conosciuto negli ultimi due-tre secoli, non è necessaria nemmeno l’architettura sociale che sull’organizzazione di questo lavoro si erige. E mi sembra che siamo proprio a questo punto. I padroni lo sanno e se ne stanno andando a vivere nelle loro smart cities murate, serviti dalle macchine e dai robot (cfr. l’articolo di Fini sulla Scienza in questa sede), straimpippandosene del resto, e combattendo mere battaglia di retroguardia.

    So che persone di grande ingegno e sensibilità sociale non vedevano l’ora che finisse questo ‘sistema’ tanto squilibrato, anche perché certi che, concluso esso, il vettore della storia avrebbe puntato, se non verso il bene, certo verso il meglio. Io, che sono in mezzo allo sfacelo, tutte queste sicurezze non ce l’ho: in primo luogo, vivere in epoche di trapasso non è piacevole, e, poi, non sono affatto sicuro si vada verso il ‘meglio’, o il meno ‘peggio’. Anzi, alcune delle più riuscite e plausibili estrapolazioni del futuro – Mondo Nuovo di Huxley, per esempio: e, a livello di letteratura popolare, anche Il Sole Nudo di Asimov, dove viene raffigurato un pianeta colonizzato dagli uomini, abitato da poche migliaia di persone che vivono ciascuna per conto suo, servite da legioni di androidi, ed incapaci di affetti e sentimenti (guarda un po’, la perfetta immagine del narcisista oggi dominante) – inducono a pensieri tutt’altro che ottimistici.

    Certo, è possibile che il mio pessimismo sia frutto dell’infelice contingenza. Lo spero proprio, caro Lo Monaco. Il pensiero che chi verrà dopo di me starà peggio è veramente duro da digerire.

    Saluti. 

    Bruno Di Prisco

    martedì
    ott282014

    Quell'inutile difesa di (questo) lavoro novecentesco

    Maurizio Landini si batte come un leone, bisogna ammetterlo. Con capacità e convinzione. E con efficacia mediatica fuori dal comune. Non come la moscissima Camusso, praticamente incapace di suscitare la benché minima scintilla in chicchessia tanto in piazza quanto, soprattutto, in televisione.

    Landini invece il suo mestiere lo sa fare benissimo. Il punto è che si tratta di un mestiere in rottamazione, tanto quello del lavoratore. Che quasi non c’è più.

    Beninteso, la Fiom riguarda i metalmeccanici, e il suo primo esponente fa il suo mestiere, sempre attento a non sgarrare di un millimetro rispetto al suo mandato (anche se sono in molti, ad augurarselo, nella classe lavoratrice, sperando in quel “Partito Landini” di cui si parla sempre più insistentemente). La difesa dei metalmeccanici da parte della Fiom è certamente più evidente rispetto a quella dei sindacati di qualsiasi altro settore lavorativo. E Landini si guarda bene, come è giusto che sia, dal far percepire con nettezza il successivo passo politico che pure molti si aspettano.

    Senonché ad ascoltarlo, cercando di ragionare più a fondo del particolare nel pure quale si cimenta, si è facilmente preda dello sconforto. Perché se da una parte ci sono le sacrosante rivendicazioni degli operai, e dall’altra quelle rapaci delle industrie che delocalizzano e riducono la forza lavoro per aumentare i profitti e i dividendi degli azionisti, sopra ogni altra cosa è con il mondo che ci troviamo di fronte che tanto gli uni quanto gli altri si devono confrontare. E quel mondo ci dice - da tempo - che è proprio il lavoro a essere agli sgoccioli. Soprattutto quel lavoro manuale che appare oggi la contesa della scontro.

    È almeno un decennio ormai che le “fabbriche” non producono utili in modo persistente, che i lavoratori vengono emarginati e resi più poveri e che la spirale discendente di quel sistema, in altri tempi si sarebbe detto del fordismo, si avvita sempre più indistricabilmente su se stessa.

    Oggi dove ci sono i macchinari, gli investimenti materiali e la necessità della forza lavoro ci sono i debiti. Dove nel business regna il virtuale e la finanza, dunque nulla di materiale, ci sono gli utili. Tanto che gli imprenditori che possono quanto meno diversificano i propri settori di intervento smantellando il più possibile il regno materiale per lanciarsi nella speculazione di quello virtuale.

    Così da una parte abbiamo governi (e quello di Renzi ne è un fulgido esempio) che operano per facilitare tale smantellamento, e dall’altra i lavoratori di una classe in via di estinzione che combattono per perdere meno terreno possibile, ma sopra a tutto c’è l’inesorabile cambiamento del mondo del lavoro e della produzione nel suo complesso che non lascia scampo a battaglie di sorta. Perché il risultato finale è già scritto nella pietra.

    Per intenderci: non è licenziando i lavoratori che si può indurre le fabbriche a produrre di più e non è lottando per tenere un posto di lavoro in più che si può arginare l’emorragia di senso e il funzionamento di una società dei consumi in decadenza irreversibile. Naturalmente è superfluo sottolineare che una società che licenzia e precarizza pone le basi per la sua assoluta impossibilità di riprendere a funzionare, altro che ripresa.

    Il labirinto di inutilità all’interno del quale si muove l’attuale diatriba sul lavoro ha come unico effetto, pertanto, quello di non lasciare tempo né spazio mentale per cercare di immaginare come potrebbe essere quella “nuova società”, quel “nuovo paradigma” che è invece indispensabile inventare, tentare, sperimentare e promuovere. Così il tutto si risolve in una classe lavoratrice asserragliata in trincea, la quale perde terreno passo passo inesorabilmente, e la classe imprenditoriale di vecchio stampo che avanza: sul deserto. Perché se è vero che i lavoratori diventano sempre più schiavi, è vero altresì che qualunque industriale i suoi prodotti, realizzati a costi inferiori quanto si vuole, con lavoratori-schiavi quanto si riesce, a qualcuno dovrà pur venderli, poi. E vendere nel deserto non è certo possibile.

    Landini, per tornare a chi più di altri appare in grado di proporre qualcosa che valga la pena di essere ascoltata, ci prova. Ma in una direzione che non porta da nessuna parte. Perché posto che il sistema della merce è agli sgoccioli, di lavoro, di occupazioni, la nostra società ha e avrà comunque bisogno. Ed è di nuovi lavori, di nuove occupazioni (cioè di una nuova società) che è indispensabile discutere, non di come trattenere i lavoratori all’interno di un sistema che ha già ampiamente dimostrato di non riuscire più a funzionare.

    Un solo esempio: che senso ha continuare a lottare per 200 o 500 posti di lavoro in più o in meno in una fabbrica di automobili che nessuno vuole più e neanche riesce a comperare ove ancora le volesse? Non sarebbe forse il caso di lottare affinché gli stabilimenti che una volta producevano automobili oggi si convertano nel produrre qualcosa di cui oggi c’è (e ci sarà) effettivo bisogno?

    Di materia e di oggetti, di meccanismi e di tecnologia, a meno di ritornare all’età della pietra, nel mondo ci sarà sempre bisogno. Anche Leonardo era ingegnere e meccanico. Il punto è capire su quale settore valga la pena puntare. Quale sia necessario portare avanti. Quale sia indispensabile inventare del tutto. E quale vada abbandonato.

    Non è di un nuovo modello di automobile che abbiamo bisogno. O di un nuovo telefonino o di un televisore a 4 o 5D, ma di servizi e opere che magari puntino al recupero, alla messa in sicurezza dell’esistente, alla riduzione dei consumi, degli sprechi e degli scarti. Non abbiamo bisogno di aggrapparci all’ultima catena di montaggio che produce marmitte per automobili che poi restano invendute. Bisognerebbe riconvertire i lavoratori in occupazioni delle quali c’è realmente bisogno. Solo al caso italiano abbiamo un Paese che crolla pezzo a pezzo dal punto di vista idrogeologico, abbiamo un Paese che cade in frantumi dal punto di vista urbanistico e che dipende energeticamente dagli altri. E che accumula scorie che nessuno ha ancora trovato il modo di eliminare e soprattutto di non produrre.

    È un Paese, il nostro, che potrebbe sopravvivere quasi solo di vento e di sole, e di turismo quasi in ogni borgo. E allora è nell’energia che non produce scorie che le “industrie” dovrebbero investire, e nelle tecnologie che potrebbero usufruirne. È nel ripristino di strade e collegamenti per far raggiungere ai turisti i posti più incantevoli (disseminati ovunque) che si dovrebbe puntare. Non esiste quasi altro Paese al mondo dove vi sia una così alta concentrazione di paesaggi, di cultura, di storia, dove vi sia clima tanto favorevole e cultura alimentare che tutto il mondo ci invidiano, dove in luogo di puntare ancora a testa bassa al mondo delle merci sia invece possibile virare decisamente verso un futuro con meno oggetti ma con più servizi funzionanti, con più bellezza, con più benessere. Non parliamo naturalmente di cementificazione, quanto di riqualificazione dell’esistente. Che è enorme e ha altissimo valore. Attraverso il quale fare dell’ospitalità e del buon vivere la occupazione non alienante, non inquinante e non distruttiva per dare un lavoro a tutti.

    Ma questo necessita di visione, di prospettiva e di volontà. Tutti aspetti dei quali la nostra classe di intellettuali, di imprenditori e di politici appare del tutto priva. 

    Valerio Lo Monaco
    lunedì
    ott272014

    Magic Matthew, il furbetto della Leopolda

    Chiaro e tondo. E schifoso. Il Matteo Renzi che parla alla Leopolda accantonando ogni residua cautela, fino ad affermare pari pari che «il mondo è cambiato, il posto fisso non c’è più», è l’immagine perfetta dell’arroganza neoliberista. Che si traveste da chirurgo benefico per essere libera di amputare a piacimento.

    È la versione odierna del vecchio “Ronnie” Reagan e della vecchia “Maggie” Thacher, che puntavano il dito contro i costi della Pubblica amministrazione per concludere che a essere sbagliati non sono soltanto gli sprechi, ma l’ampiezza dell’intervento pubblico in sé. Guarda caso, proprio oggi fanno cinquanta anni esatti dal celebre discorso “Un’occasione per scegliere” che lo stesso Reagan tenne il 27 ottobre 1964 per appoggiare Barry Goldwater, l’allora candidato repubblicano alla Casa Bianca, e guarda caso ieri il Giornale di Berlusconi lo ha ricordato con toni enfatici e con due articoli celebrativi, uno dei quali intitolato Stato, tasse, ricchi: le 7 idee di Reagan che salverebbero l’Italia di oggi.

    Come sottolineò nel 1982 il giornalista del Washington Post Lou Cannon, nella biografia dedicata all’ex attore hollywoodiano ed ex governatore della California che intanto, due anni prima, si era ormai trasformato nel neo Presidente degli USA, «le parole di Reagan erano radicali, ma il suo modo di fare era rassicurante, ricco di battute». Vi ricorda qualcosa? Vi ricorda qualcuno?

    Il marketing politico di Renzi (ovvero dei suoi consiglieri, se non proprio dei suoi ghostwriter) punta di continuo sulle frasi ad effetto, che all’apparenza possono sembrare distillati di puro buon senso ma che in effetti sono mistificazioni da rigettare in toto. L’assunto è che il presente vada accettato così com’è. E che al futuro, quindi, si debba guardare nei medesimi termini, di avallo completo e indiscriminato. Un atteggiamento succube, lo definirebbe giustamente chi sia ancora in grado di dare giudizi di merito. Un trucco, per nulla inedito, che serve a nascondere l’asservimento alle oligarchie dominanti, facendo finta che l’attuale assetto del mondo, o perlomeno di quella sua vastissima parte che è stata plasmata dall’Occidente di matrice USA, sia l’esito di un processo spontaneo. E in quanto spontaneo, libero. E in quanto libero, democratico.

    Nella propaganda renziana, invece, questa sottomissione totale si ribalta in un grande atto, simulato, di combattività e di realismo. Il dinamicissimo Matteo sforna immagini seducenti a raffica, come in una riedizione “made in Wall Street” dei Baci Perugina. Ogni dolcetto, o presunto tale, una frasetta suggestiva. Tipo queste due, per rimanere sul mega auto spot messo in scena nella quinta edizione della Leopolda: «Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino».

    Magic Matthew! Accucciato ai piedi della globalizzazione come un cane ben addestrato. E pronto a gettarsi alle calcagna del futuro come un segugio fedele che non vuole restare indietro di un millimetro, rispetto ai suoi padroni.

    Guardatelo bene, mentre abbaia così baldanzoso e mentre scodinzola tutto contento di quello che è e di ciò che spera di ottenere. Ascoltatelo con la dovuta attenzione. E maledite tutti i giornalisti che non gli fanno notare, ad esempio, che il punto non è scegliere tra gli arcaici telefoni a gettone e i modernissimi iPhone, ma stabilire chi accidenti si vuole chiamare. E per dirgli cosa.

    Federico Zamboni
    lunedì
    set292014

    Articolo 18: una storia in cui perdono tutti

    Non c'è praticamente niente che non si sia detto dell'articolo 18. Parte integrante dello "Statuto dei lavoratori", amato (almeno a parole) dai sindacati e odiato dalle aziende, è passato dal rappresentare l'ultimo baluardo contro il libero arbitrio delle imprese a essere considerato una norma gravida di differenziazioni e ingiustizie sociali.

    Ma andiamo con ordine. L'articolo recita: «Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullità del licenziamento perché discriminatorio [...], ovvero intimato in concomitanza col matrimonio [...], o in violazione dei divieti di licenziamento [...] in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, [...] ovvero perché riconducibile ad altri casi di nullità previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito [...], ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro» e poi segue con una serie di condanne, dal pagamento dell'indennità come risarcimento a quello dei contributi, con pene per mancanza di giustificato motivo soggettivo o giusta causa solo per imprese con più di 15 lavoratori (5 se si parla di imprese agricole).

    Insomma, se ad esempio un datore di lavoro licenzia in favore di un parente o di una segretaria più giovane e attraente, perché i dipendenti sono iscritti a un sindacato o peggio ancora non vogliono proprio piegarsi ai cambi unilaterali di contratto e così via, non c'è nessuno che potrà dargli ragione.

    Il ragionamento si inceppa quando il Governo decide di cambiare strada, anzi di fare della modifica dell'articolo 18 un vero e proprio obiettivo per, dice, "far ripartire l'Italia". 

    E allora, facciamo finta che sia vero, che l'Italia possa "ripartire" con questa norma, intendendo con questo termine il ritorno a un passato di (sovra)produzione e "benessere" economico in cui ancora esisteva una classe media degna di questo nome. Facciamo finta e tiriamo due somme. Cosa significa la modifica dell'articolo 18 per lavoratori e imprese?  Ogni anno in Italia su 40mila casi ci sono circa 3000 reintegri a tenore dell'articolo in questione, quindi presumibilmente quelle 3000 persone non verrebbero più riassunte e andrebbero di anno in anno a ingrossare le file della disoccupazione. Poche, secondo il ragionamento di chi l'art.18 vorrebbe abolirlo- senza considerare che tali sentenze fanno sicuramente da deterrente per la cattiva condotta dei datori di lavoro che in loro assenza si sentirebbero senz'altro molto più liberi di poter licenziare "senza giusta causa". Così però, si dice, si sentirebbero allo stesso modo liberi di assumere senza che questo significhi per loro restare legati per sempre al dipendente, anche quando non serva più e diventi un costo inutile. Ma, allora, ad averlo o no, quel "contratto", non cambia nulla: il lavoro diventa una semplice merce, un costo da aggiungere al business plan, cercando di tenerlo il più basso possibile aumentandone però la produttività. A quel punto saremo tutti uguali, dipendenti e partite iva, spazzini e dottori, tutti pedine dello stesso scacchiere - ancora di più di quanto non lo siamo già. 

    Certo è che in Italia già ci sono forti disparità anche tra chi un contratto ce l'ha e chi no, ma la responsabilità non è dell'articolo 18. Piuttosto, sarebbe forse utile cancellare tutte le forme contrattuali e non, che, aggirandolo, hanno sì creato disparità tra lavoratori "vecchi" e "giovani", stabili e precari, assunti o meno. In ogni caso sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano, e che distolgono l'attenzione dalle reali disuguaglianze di questo Paese - anzi, di questo mondo. 

    Spostare lo sguardo dalle ingiustizie sociali ed economiche cui il mercato e la politica ci costringono, con il 50% della ricchezza concentrata nelle mani del 10% della popolazione, alle ineguaglianze di trattamento tra lavoratori - per di più colpevolmente provocate - può avere il solo scopo di creare l'ennesima illusione: che sia giusto togliere a tutti quelle tutele. E questo senza entrare nel merito delle singole norme, e di quelle questioni che invece avrebbero richiesto interventi per evitare l'invidia sociale che oggi rende ogni considerazione sulle assunzioni una "guerra tra poveri", tra dipendenti pubblici e privati, più o meno garantiti sul lavoro, o, peggio ancora, tra chi percepisce da anni una baby pensione e chi non ne avrà mai una.

    Ma non finisce qui. Anche le aziende hanno tutto da perdere dalla concentrazione degli sforzi del Governo sullo Statuto dei lavoratori. O meglio, quelle che hanno da perdere sono le piccole e medie aziende, quelle che per tradizione sono l'ossatura portante dell'economia italiana e che questa crisi sta spazzando via.

    Lasciando stare quelle non interessate dall'articolo 18 perché sotto la soglia dei 15 (o 5) dipendenti, nelle altre la perdita della stabilità nel lavoro è in realtà deleteria. I lavoratori d'esperienza, capaci di capire e intervenire nelle emergenze e comprendere i meccanismi e i flussi di lavoro della singola impresa non si trovano facilmente: solo laddove il lavoratore è un numero, il lavoro è molto poco specializzato e l'errore facilmente assimilabile la facilità al licenziamento è davvero conveniente, anche a livello economico, per l'impresa. In sostanza stiamo parlando di colossi dell'industria, di gruppi di produzione, di grosse multinazionali che, se non bastassero i meccanismi del mercato, non hanno che da guadagnare dalle difficoltà delle piccole imprese - spesso d'eccellenza - disseminate sul territorio italiano ma purtroppo più impegnate a cercare di far concorrenza alle merci straniere che a valorizzare il proprio lavoro. C'è da domandarsi se non sarebbe più adatta alle esigenze della piccola e media impresa italiana una discussione sulla pressione fiscale oltre che, dall'altra parte, sull'evasione fiscale.

    Infine, non si può considerare vitale per la ripresa occupazionale una norma che mina le fondamenta dei rapporti tra dipendenti e impresa. Si apre così la strada al ricatto, alla rappresaglia e, in sintesi, a una forma di schiavitù sottile e maligna: quella dell'assunzione al ribasso. 

    Fermo restando che la crisi strutturale ha ormai creato schiere di lavoratori più o meno specializzati di tutte le età disposti a mettere sotto le scarpe qualsiasi pretesa di tutela e reddito pur di portare a casa qualche soldo - perché non si ha alcuna libertà di scelta se non si mangia - nulla vieta che si assumano quelli più disperati, e sempre con la spada di Damocle del licenziamento tra le mani. Torna in mente una frase tristemente celebre: "è il libero mercato, e tu ne fai parte!"*.

    Sara Santolini 

    *dal film "Wall Street", 1987, diretto da Oliver Stone

    giovedì
    set182014

    Nasce la “Generazione 300 euro”

    La Generazione 1000 euro è ormai solo un lontano ricordo. Ciò che non più tardi del 2006 (data di uscita di questo fortunato libretto concepito originariamente on-line nel 2005 da Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa) era considerato già un punto di arrivo peraltro difficilmente raggiungibile, rappresenta oggi un vero e proprio miraggio. E siamo a quasi un decennio dai fatti. Incorvaia e Rimassa nel frattempo sono passati dai 30 ai 40 anni, e le cronache relative al mondo del lavoro, ancora prima del prossimo - annunciato - intervento di Renzi (per quanto attiene all’Italia), ci parlano di una situazione da rivedere drasticamente al ribasso.

    Ben oltre, o meglio, ben più al ribasso rispetto ai mini-jobs tedeschi, è la realtà della Grecia che deve farci riflettere. Lì, la situazione lavorativa è la diretta conseguenza delle richieste fatte a suo tempo dalla Troika e perpetrate sino ai giorni nostri. 

    Una recentissima inchiesta condotta dall’istituto del lavoro del principale sindacato greco GSEE parla chiarissimo: i salari greci, per chi ne ha, sono crollati proprio attraverso i cosiddetti “contratti di lavoro flessibile” tanto cari anche dalle nostre parti.

    Lì, “i lavori di contratti flessibile" sono considerati i contratti part-time, la riduzione degli orari di lavoro e i cosiddetti lavori in rotazione. E l’altissimo tasso di disoccupazione sta forzando sempre di più i lavoratori soprattutto del settore privato ad accettare tali condizioni. 

    Il che ha determinato la vera e propria nascita di una nuova generazione, quella da 300 euro.

    Un lavoratore su tre nel settore privato guadagna un salario da 440 euro lordi, ovvero, appunto, 300 euro netti al mese. Con occupazione saltuaria, a rotazione, e senza alcuna garanzia, al bene ribadirlo.

    Ora, quando anche da noi si sente parlare dei buoni effetti che avrebbe il varo del Job Act di Renzi, varrebbe la pena prendere in considerazione a cosa sta portando negli altri Paesi, e in particolare modo proprio in Grecia, dove il laboratorio a cielo aperto è in corso permanente.

    (vlm)

    martedì
    set162014

    Storie di ordinaria schiavitù

    (L'immagine non si riferisce a Valerio Sardo)Cronaca, per una volta. Cronaca sociale. Vicenza: muore a 87 anni, in fabbrica.

    Si chiamava Valerio Sardo, e aveva dunque poco meno di 90 anni - novanta anni - ma lavorava ancora. In una fabbrica. 

    Avrebbe ovviamente dovuto essere fuori dal lavoro, ma la magra pensione che percepiva non gli permetteva di vivere una vecchiaia almeno ai limiti della decenza. E dunque era tornato al lavoro, presso la stessa azienda per la quale aveva prestato servizio decenni. Con un contratto da consulente, stavolta. Per arrotondare l'assegno mensile elargito dallo Stato.

    L'incidente - si suole chiamarlo così - è avvenuto alle acciaierie Valbruna. Naturalmente tutta l'attenzione si è spostata sulla dinamica dell'accaduto, e le sigle sindacali dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil , dunque Fiom, Fim e Uilm, hanno deciso di bloccare lo stabilimento al fine di verificare quanto accaduto e provvedere alla messa in sicurezza dell'impianto. Sigle e comunicati che non vogliono dire molto, e che dicono ancora meno se contribuiscono, come è facile constatare, a perdere di vista il fatto crudele della vicenda.

    Valerio Sardo, di anni 87, lavorava ancora in fabbrica. È stato schiacciato da un muletto in manovra. Nel parco rottami dell'azienda.

    Nel parco rottami, appunto.

    (vlm)

    martedì
    set092014

    Lavoro: la guerra "italiani vs extracomunitari" non è ancora iniziata

    Un recente studio condotto da ImpresaLavoro fa emergere un dato inquietante che va interpretato molto al di là della ovvia prima considerazione. I dato è questo: in Italia gli extracomunitari sono più occupati dei cittadini italiani.

    Il tasso di attività tra i cittadini residenti è del 59,9% mentre quello degli extracomunitari arriva al 60,1%. Non solo: ad arrotondare ancora di più la prima percezione lo studio rileva che anche gli stranieri comunitari hanno maggiore capacità di collocamento. Questi ultimi si attesterebbero a un tasso di occupazione di addirittura il 65,3%.

    Commento comune vuole che ciò sia evidente per un motivo principale: gli stranieri sono più propensi ad accettare lavori cosiddetti “umili” e soprattutto ad accettare dei salari ridotti rispetto a quelli che si aspetta e pretende un italiano.

    Il che è vero, naturalmente, ma vale la pena andare più in là, e per la precisione portare il ragionamento sino in fondo.

    Intanto bisogna considerare, a monte, che il tasso di occupazione del nostro Paese è bassissimo, non arriva neanche al 60%. Ciò da solo dovrebbe far riflettere sulle eventuali capacità di ripresa economica di una comunità che, eliminando i lavori precari, quelli part time e quelli full time ma con salari appena sufficienti per la sopravvivenza, pretende di riprendere a correre con appena un 30% scarso di occupati veri. È, il nostro, un Paese che si avvia praticamente a vivere di pensionati. Almeno fino al punto in cui l’Inps sarà in grado di erogare le pensioni.

    In secondo luogo, e tornando al dato relativo agli extracomunitari (e a quello dei comunitari) che sono più occupati degli italiani, spingendo il ragionamento più avanti del proprio naso, e prendendo per buono il motivo delle minori richieste salariali di questi ultimi e dell’accettazione dei lavori più modesti, nel nostro Paese si prospettano non più di due alternative.

    O a un certo punto, o prima o poi, anche questi nuovi lavoratori intenderanno mettere in opera dei comportamenti e delle rivendicazioni per sollevare il proprio salario, e dunque forniranno una spinta in direzione uguale a quella di tutti gli altri italiani, oppure, viceversa, saranno questi ultimi, per necessità imprescindibile, a doversi adeguare al ribasso. Ancora più di adesso (superfluo rammentare, di passaggio, il caso attuale delle Forze di Polizia con contratti bloccati dal 2009).

    Le possibilità di un italiano che oggi decide di non accettare condizioni di lavoro che invece un extracomunitario accetta, perché magari riesce ancora a vivere grazie alla pensione e al welfare offerto dai propri genitori, sono ovviamente con data di scadenza. Naturale e generazionale. A un certo punto, l’italiano tipo, per vivere dovrà entrare in competizione proprio con l’extracomunitario (o lo straniero comunitario) che attualmente è già occupato

    Lo scontro facile da prevedere non sarà dunque solo quello generazionale, ma anche relativo alla cittadinanza. Cioè brutalmente etnico, cosa che invece adesso, per la verità, è appena sotto traccia, almeno per certi tipi di lavori (ancora oggi sono rarissimi i casi di un italiano e di un extracomunitario in lotta per un posto da raccoglitore di pomodori a 7 euro al giorno). E le prospettive, come detto, sono due: una unione di intenti per forzare al rialzo le condizioni di lavoro e i salari, oppure un ulteriore livellamento verso il basso. In zona di nuovo schiavismo da ventunesimo secolo, per intenderci.

    (vlm)

    mercoledì
    set032014

    La disoccupazione fa 40 (per cento)

    Dunque si è toccata quota quaranta. Come era facile prevedere, nulla di tutto quanto fatto sino a ora dal Governo Monti in poi, passando per quello Letta e approdando infine a quello Renzi, è servito per invertire una tendenza inesorabile. Secondo l’ultimo bollettino dell’Ocse, la disoccupazione giovanile in Italia, per quanto attiene agli under 25, ha toccato la fatidica soglia del 40%.

    Si tratta di un numero dalle valenze non solo psicologiche, nel senso che a livello di percezione sociale è facile prevedere che questo dato, pur enorme e rotondo, non sortirà alcun effetto ulteriore di sdegno e preoccupazione in una popolazione ormai assuefatta e ipnotizzata, senza alcun segno di reazione, al ripetersi delle comunicazioni sui numeri generali e sempre più negativi relativi alla crisi.

    Il dato parla chiaro: rispetto al periodo pre-crisi, la disoccupazione giovanile è addirittura raddoppiata, visto che si era, nel 2007, al 20,3%.

    Non solo: la disoccupazione generale continuerà a crescere per tutto il 2014, arrivando, secondo previsioni, a quota 12,9% contro il 12.6% del 2013. E solo nel 2015 - e si tratta pur sempre di ennesime previsioni - dovrebbe scendere al 12,2%. Il verbo usato per indicare questo dato dai media di massa è perentorio: la disoccupazione “scenderà” nel 2015. Come se fino a ora fosse stata rispettata una sola previsione.

    Naturalmente, val bene ribadirlo, si tratta di un dato che rileva i soli iscritti all’ufficio di collocamento, mentre sommandolo all’enorme mole di persone sfiduciate, e non iscritte, dunque non rilevate ufficialmente nel dato di disoccupazione, il livello totale degli inoccupati è sensibilmente superiore.

    Con buona pace dei vari “sblocca Italia” che Renzi si ostina a rivendere al mercato dell’opinione pubblica. E con tutto quello che ciò comporta a livello di Pil e in ultima analisi a ulteriori manovre in arrivo.

    Da ultimo, ma forse più importante di tutti, c’è da rilevare il fatto che non tarderanno ad arrivare i “consigli non richiesti”, da parte di media asserviti e sedicenti esperti del mondo del lavoro, per cavalcare questi ultimi dati dell’Ocse al fine di spingere verso il varo del “Jobs Act” di cui tanto si parla da mesi. E che fa presagire, ovviamente, l’ennesimo stadio di evoluzione della strategia di cinesizzazione del mondo del lavoro anche in Italia.

    (vlm)

    mercoledì
    set032014

    "Se potessi avere"... 400 euro al mese

    Per la riforma del lavoro, in Italia, si prenderà fatalmente a esempio il sistema Hartz tedesco. Nulla di più facile, vista la provenienza e il marchio di fabbrica dell’unica economia attualmente ancora almeno un po’ funzionante in Europa, che prendere in prestito da chi, si dirà, i compiti a casa li sa fare e bene.

    Da noi si prospetta dunque, e nella migliore delle ipotesi, un sistema alla Hartz. Riforma che prende il nome dell’ex consigliere d’amministrazione della Volkswagen che sotto al governo Schroeder, tra il 2003 e il 2005 diede vita a una serie di provvedimenti sul mercato del lavoro.

    Vulgata comune vuole che la Germania abbia rilanciato il welfare attraverso sussidi di disoccupazione universali, purché si dimostri di essere in cerca attiva di lavoro. Ma anche che all’interno della rivoluzione tedesca vi siano i “buoni per la formazione”, i “job center” e le agenzie interinali funzionanti.

    La verità più importante è un’altra però, ovvero l’introduzione dei Minijob: contratti di lavoro precari, poco tassati, ma senza diritto a pensione né ad assicurazione sanitaria, e con salari di massimo 400 euro. 

    In altre parole: contratti di schiavismo salariato. Che è quello che ci aspetta anche in Italia.

    Ciò che viene mantenuto rigorosamente nascosto è invece l’effetto a medio e lungo termine che tale politica del lavoro comporta e che comporterà anche in Germania: se nel breve termine ciò determina il poter rilevare una occupazione più alta - se di “occupazione” si può parlare con lavori precari da 400 euro al mese - nel medio e soprattutto nel lungo periodo gli effetti di ex lavoratori che si troveranno senza pensione e con l’impossibilità di curarsi è aspetto che non viene affrontato in nessun ordine e grado. Per ora, sull’immediato, la cosa funzionicchia, e se ci sono storture macroscopiche queste verranno fuori più in là. E i problemi saranno di altri governi, in altre “ere geologiche…”. 

    In Germania tale riforma ha facilitato le assunzioni portando il costo del lavoro a livelli tanto bassi da rendere i tedeschi secondi esportatori dopo la Cina. La Cina, appunto.

    Ma si tratta di lavori che hanno anche indebolito i consumi interni, ovviamente.

    Ora, la Cina ha iniziato ad aumentare i salari interni proprio per venire incontro alle nuove esigenze di crescita, visto che il suo export diminuisce. La Germania ha introdotto il salario minimo (e abbiamo visto quanto “minimo”) per rispondere alla stessa esigenza, mentre l’Italia, da ultimo, verrà spinta a introdurre i MiniJobs (per come li si vorrà chiamare) sperando in risibili risultati immediati ma innescando enormi problemi già nel medio futuro.

    (vlm)

    giovedì
    lug242014

    Il momento è propizio, per radere al suolo "il lavoro"

    L'Europa economica, vedremo, adesso sarà costretta a muoversi sul serio. La Commissione europea e la Banca Centrale Europea, a questo punto, non possono più tardare dal mettere sul tavolo ciò che hanno in mente di tirare fuori dal cappello a cilindro: i dati provenienti dall'economia tedesca sono allarmanti, e hanno validità per ben oltre la sola Germania.

    Che essa non potesse continuare a crescere indisturbata, e a esportare e un "resto dell'Europa" e a un "resto del mondo" che non ha più denaro neanche per comperare i prodotti made in Germany era cosa che prima o poi anche i più scettici avrebbero dovuto ammettere. Che la battuta di arresto arrivi proprio nel momento in cui da più parti si continua a ripetere che dopo le varie cure dimagranti imposte ai tanti Paesi si fosse iniziato a prendere la strada della ripresa ha però l'effetto di un fulmine a ciel sereno.

    Dunque la Germania ristagna. Figuriamoci come sono messi "gli altri". Dell'Italia, nel particolare, è persino superfluo ormai quasi continuare a dire: i dati relativi al debito pubblico e al rapporto con il Pil sono eloquenti. E i vari annunci fatti in merito agli zero virgola di crescita ripetuti sempre in modo così presuntuoso sino a qualche mese addietro - per intenderci, in "zona insediamento Renzi" - stanno lasciando il posto alla più classica pletora di aggiornamenti in peggio. Sino al ridicolo 0,3% di questi ultimi giorni, che ovviamente sarà soggetto a ulteriori ritocchi (facile immaginare al ribasso) da qui alla fine dell'anno. Tutti gli errori sulle previsioni fatte negli ultimi cinque anni naturalmente non impediscono ai vari governi, e l'ultimo in carica non fa eccezione, di fare ulteriori previsioni roboanti per i 2015. Per l'anno prossimo, dunque, in cui è previsto un Pil di addirittura l’1,5%. In base a quale evento non è dato sapere. Per quanto riguarda questo, di anno, e soprattutto i mesi che abbiamo davanti, sarà invece il momento di vedere appunto "le carte" (metafora quanto mai azzeccata) attraverso le quali dai piani alti si penserà di poter far ripartire la situazione.

    Beninteso, non vi è alcuna correlazione diretta, come invece tentano da sempre di convincerci, tra lo stato dell'economia reale e i vari valori di spread dei Paesi: basti su tutti il valore di spread attuale dell'Italia, ben sotto i 200 punti, nel momento in cui dal lato dei conti pubblici il nostro Paese si trova in situazione ben peggiore di quanto non fosse invece al momento in cui lo spread veleggiava oltre i 500 punti con l'obiettivo, ormai praticamente dimostrato, di far cadere l'allora governo in carica onde permettere, attraverso il golpe Napolitano, l'insediamento di Mario Monti prima e di Enrico Letta poi sino a Renzi. Tutti personaggi, certamente i primi due in modo diretto ma anche il terzo in virtù della sua spendibilità alla causa, molto ben visti dagli ambienti della speculazione finanziaria internazionale. 

    L'Italia rasa al suolo dagli inviati del Bilderberg, ad ogni modo, non si è affatto ripresa. E siccome il "lavoro" necessario alla sua definitiva capitolazione sociale deve essere terminato, una nuova ondata di crisi, questa volta comprendente anche la Germania, servirà alla bisogna.

    All'orizzonte ci sono due cose sopra ogni altra. Da una parte le "misure non convenzionali" tanto e sempre sbandierate dalla BCE e ora in prossimità di essere sul serio rese pubbliche e adoperate. Dall'altra parte il denaro che Juncker ha promesso di stanziare a livello europeo. Questa pioggia di liquidità, però, non arriverà gratis, o quanto menò sarà di certo più costosa di quella messa in atto per anni dalla Federal Reserve per gli Stati Uniti. Ma se mentre per quanto attiene alla Banca Centrale Europea il tutto si risolverà facilmente a favore delle Banche così come è sempre avvenuto (e in ogni caso ne sviscereremo i dettagli non appena se ne saprà di più) per quanto riguarda i Paesi sottomessi alla Commissione Europea si tratterà di cedere su un punto fondamentale che sino a ora non è stato del tutto consegnato in mano ai padroni del vapore. Per ricevere il denaro si dovrà accettare la "riforma" delle "riforme", quella di cui si parla spesso senza entrare nei dettagli, quella applicata a macchia di leopardo in tanti luoghi d'Europa eppure mai imposta sul serio come invece "i padroni" auspicano.

    È il momento di farla passare, adesso. Proprio per mezzo della nuova ondata di crisi ormai piombata sul vecchio continente - che questo stop della Germania non è altro che lo squillo di tromba. Si tratta della riforma europea sul "mercato" del lavoro. 

    In Italia Renzi è l'uomo giusto per farla passare, quasi senza che gli italiani se ne accorgano. 

    E ovviamente in cambio dell'ennesima illusione, che questa volta non sarà solo opera del Presidente del Consiglio, ma verrà corroborata, appunto, anche dai piani alti d'Europa.

    Nello specifico del nostro Paese, la cosa prenderà le sembianze della flessibilità sui conti, ovvero della possibilità di sforare i parametri di rapporto tra deficit e Pil. L’Europa è costretta a rivedere tali parametri: praticamente nessun Paese potrà rispettarli, vista la situazione, e dunque per poter andare avanti dando la parvenza che tutto può continuare senza crollare del tutto, tali parametri saranno allargati. Ciò che sino a ieri era impossibile anche solo pronunciare ora verrà palesato come possibile, anzi, indispensabile.

    Naturalmente tale concessione non sarà indolore, ma verrà anzi messa in opera a patto che i Paesi svolgano alcuni compiti a casa molto precisi. Uno su tutti, come detto, il definitivo smantellamento delle tutele sul lavoro. Da noi la cosa offrirà il destro al governo per portare avanti lo scempio del Jobs Act promesso da Renzi a suo tempo. 

    In altre parole, pur di avere la concessione sulla revisione dei conti, cioè più margine, e più flessibilità sul rapporto deficit/Pil, l’Italia sarà costretta a varare l’unica riforma annunciata - o sarebbe meglio dire minacciata - dal governo in carica. Riforma venduta a tutti come indispensabile per far ripartire l’occupazione ma soprattutto vista con enorme favore da tutti gli attori internazionali della speculazione che pur di continuare a rastrellare sangue dalle vene dei cittadini coglieranno la palla al balzo per sprofondare nell’incertezza, nel lavoro sottopagato, non protetto né tutelato, milioni e milioni di persone.

    Il momento è adattissimo, adesso, per farla passare. Altrimenti l’Europa non ci concederà maggiore flessibilità e torneranno i fantasmi - ci diranno - della troika e del commissariamento…

    A meno di colpi d’orgoglio e di moti finalmente rivoluzionari, che non sono all’orizzonte, gli italiani accetteranno supini anche questo altro esproprio sulla propria pelle. 

    Valerio Lo Monaco
    venerdì
    mag092014

    Il mercato non crede a Marchionne

    Il piano industriale di Fiat-Chrysler da qui al 2018, presentato da Sergio Marchionne a Detroit, non ha convinto gli esperti del settore e la Borsa dove il titolo ha registrato un forte crollo. Un crollo che, in maniera molto significativa, ha interessato anche la Exor, la holding della famiglia Agnelli.

    Nel 2018, ha assicurato il manager canadese in pullover, con residenza fiscale in Svizzera, produrremo complessivamente in tutto il mondo 7,5 milioni di auto rispetto ai 6 milioni attuali. Saremo uno dei primi cinque gruppi del settore. Il presente è difficile ma il futuro è radioso. Indietro non si torna, se avanzo seguitemi, eccetera. Investiremo, ha garantito Marchionne, ben 55 miliardi di euro per rinnovare il nostro parco macchine. Se si pensa che il piano industriale promesso per la Fiat in Italia prevedeva 22 miliardi di euro distribuiti in quattro anni, per rinnovare completamente la gamma dei modelli da offrire alla clientela, è lecito nutrire qualche perplessità sugli impegni di Marchionne che è stato scelto dagli Agnelli per gestire la loro progressiva uscita dal settore dell'auto, finanziariamente troppo impegnativo, e il passaggio a settori nei quali il giro dei quattrini sia più veloce e remunerativo.

    Da quando i governi, su imposizione dell'Unione Europea, hanno tagliato i contributi pubblici all'auto, per gli Agnelli la vita si è fatta complicata, per modo di dire, ed è stato necessario prendere atto che non si poteva più pretendere di essere mantenuti dallo Stato. Che gli Agnelli non dovranno scucire quattrini è stato peraltro confermato dalla precisazione di Marchionne che non ci sarà bisogno di un aumento di capitale. Curioso, perché il debito del gruppo è salito oltre 13 miliardi di euro. Peraltro, nemmeno il primo trimestre del 2014 è andato bene considerato che il gruppo ha registrato perdite per 300 milioni di euro a fronte dei 30 milioni di utile del 2013.

    C'è da domandarsi allora dove troverà i soldi Marchionne per finanziare i suddetti investimenti che, a rigor di logica, dovrebbero essere presi dalle casse del gruppo. Il manager svizzero non intende vendere i gioielli di famiglia, Ferrari, Maserati e Alfa Romeo, per fare cassa e ridurre l'indebitamento. Anzi, i tre marchi rappresentano e rappresenteranno il fiore all'occhiello del gruppo e le auto prodotte in Italia saranno destinate non solo al tradizionale mercato nord americano ma anche e soprattutto a quello asiatico dove milioni di nuovi ricchi sognano di poter guidare una macchina italiana di lusso.

    Bontà loro, gli azionisti di Fiat-Chrysler, Agnelli in testa, rinunceranno ad incassare i dividendi. I conti sono quello che sono. Quanto alla distribuzione delle vendite, 3,1 milioni di auto saranno vendute in Nord America (grazie alla rete di distribuzione della Chrysler), 1,8 milioni in America Latina (grazie ai due stabilimenti brasiliani), 1,5 milioni in Europa, Africa e Medio Oriente e 1,1 in Asia. La produzione dovrebbe, il condizionale è d'obbligo, aumentare anche in Italia con un livello di utilizzazione degli impianti pari al 100% contro il 50% attuale.

    Il punto è che le fabbriche italiane stanno registrando un cambiamento epocale. A Mirafiori già si produce con il marchio Fiat un Suv come la Freemont (ex Chrysler) destinata più che altro al mercato Usa. Mentre a Melfi verrà prodotta, in 200 mila esemplari, la Jeep che per le sue peculiarità non è vettura destinata molto al mercato italiano.

    Marchionne non ha voluto comunque dettagliare quali linee produttive saranno installate nei singoli stabilimenti. In Polonia, a Tychy, verrà prodotta la nuova Punto, attualmente realizzata a Melfi. La Panda dovrebbe continuare ad essere prodotta a Pomigliano, come era stato promesso. La 500 continuerà ad essere realizzata in Polonia e la monovolume 500L in Serbia.

    Resta comunque la realtà di un gruppo che, almeno sul fronte italiano, continuerà ad essere posizionato sui primi due segmenti di mercato (il segmento A, quello delle cittadine, Panda e 500 e il segmento B, quello delle utilitarie, la Punto) e sui segmenti alti, quello delle auto di lusso (Ferrari, Maserati e le sportive dell'Alfa Romeo) ma completamente assente da quello delle intermedie. Come il segmento C (le famigliari) da tempo immemorabile presieduto dalla Golf della Volkswagen. E si tratta del segmento che assicura i più ampi profitti e che spiega il successo globale del gruppo tedesco.

    Siamo così di fronte ad un gruppo che sta abbandonando l'Italia per produrre le auto dei settori bassi in Paesi dove il costo del lavoro è molto minore che da noi. Una scelta che è stata giustificata con la teoria falsa che gli operai italiani siano meno produttivi di quelli stranieri. Una balla che anche i sindacati collaborazionisti hanno di fatto avallato accettando i nuovi contratti aziendali basati sul taglio delle pause, con gli straordinari e i premi di produzione a farla da padroni in busta paga.


    Irene Sabeni
    mercoledì
    apr302014

    Cinque motivi per cui non festeggeremo il 1° Maggio. 

    1. Lavorare dovrebbe servire a vivere, non il contrario. Perciò dovrebbe essere considerato alla stregua del denaro: un mezzo da maneggiare col dovuto senso del limite. Il lavoro, dicevano gli antichi Greci che a saggezza battevano alla grande noi moderni, è una pena (un fardello, un peso, un male necessario ma pur sempre un male). Altro che festa. 
    2. Un tempo lavorare forniva perlomeno una coscienza di classe, faceva sentire degna la fatica del lavoro anche all’ultimo degli onesti sfruttati. Oggi è mortificante fare la questua agli imprenditori per contratti a singhiozzo e paghe da fame. Il lavoro parcellizzato, precarizzato, senza prospettive, appeso ai capricci del mercato è peggio della schiavitù, che almeno durava. Abbiamo scambiato le punizioni corporali con l’angoscia esistenziale. 
    3. L’occupazione, dicono i sindacalisti, dovrebbe avere garanzie e diritti uguali per tutti. Il contratto, dicono gli imprenditori, non deve avere garanzie e diritti uguali per tutti. Entrambi non dicono che a furia di inseguire modelli di produzione del passato non è possibile né garantire tutti né tanto meno assicurare la giustizia sociale. Bisognerebbe produrre, consumare, lavorare meno e meglio. Non chiedere, pretendere, sgobbare di più e basta. 
    4. I politici che magnificano il lavoro come valore, in Italia, sono di tre tipi. Ci sono quelli che passano la vita a parlarne ma non lo hanno mai praticato. Ci sono quelli che hanno solo e sempre lavorato diventando mostruosamente ricchi e poi si fanno eleggere per diventare ancora più ricchi. E ci sono quelli che ne fanno una religione ideologica fermando le lancette al Settecento di Smith e all’Ottocento di Marx. Consigliamo di riscoprire l’otium, la bellezza, il sesso, l’arte. E la Grande Politica fatta di ideali, comunità e vita quotidiana, e non di spread, rating, deficit, fiscal compact, bonus, job’s act. Fuck you. Ma il lavoro è nemico del pensiero e «come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare» (Friedrich Nietzsche).
    5. Il lavoro abbrutisce: beato chi non lavora, ben messo è chi pratica un mestiere. Lavorare fa pensare in termini economici, di costi/benefici, di perdite/guadagni. Disumanizza, specialmente ora che dipende da tecnologie alienanti e da ritmi parossistici. Il lavoro a dosi massicce ed eretto a senso della vita è una fregatura. Per tutti: poveri e ricchi. Anzi, più per i ricchi, i benestanti, i superlavoratori contenti come citrulli nel passare gli anni a lavorare più di quanto non dormano la notte (Paul Lafargue e Bertrand Russel, teorici dell’ozio, concordano nel fissare la giornata lavorativa ideale a non più di quattro ore). Un tempo esistevano i mestieri in cui il valore della fatica era nobilitato dalla creatività, da quel quid di tocco personale e di autonomia negli orari che rendevano un’attività parte integrante della propria realizzazione, parte della vita. Penso agli artigiani, che oggidì resistono malamente alla pressione dei mercati mondiali. Lungi da noi fare dell’ingenuo primitivismo, ma gli studi sull’età della pietra dimostrano che i supposti “selvaggi” dedicavano all’accaparramento di cibo non più di cinque ore al giorno, vivendo in un ambiente di abbondanza data dalla ricchezza di frutti, animali e beni naturali. Ora, pensiamo un attimo alla parabola storica che ne è seguita: spostando via via il baricentro della società verso la produzione per ricavare un profitto in denaro, si sono moltiplicate ed estese a dismisura ingiustizie, asocialità, alienazione, nevrosi, disagio. Fino ad arrivare agli estremi di oggi, dove l’angoscia diffusa per avere di che campare è direttamente proporzionale al prosperare di imperi finanziari in mano ad una manciata di persone in tutto il globo. I semi-umani bestiali, incivili, animali da soma siamo noi. 
    Alessio Mannino 
    lunedì
    apr142014

    Per l’Fmi il Def di Renzi va bene. Per noi un po’ meno

    Matteo Renzi vuole accelerare su tutto. Dalle riforme istituzionali a quella elettorale, fino agli interventi per rilanciare l'economia e la domanda interna. Se in Italia l'ex sindaco viene accusato di eccessivo decisionismo (insomma di craxismo) e di tendenze autoritarie, all'estero, al contrario, lo si sospetta di essere eccessivamente parolaio e di non fare i conti con un sistema ingessato, come quello italiano, che ha sempre fatto di tutto per bloccare il cambiamento. 

    Al nuovo governo è stato concesso il beneficio del dubbio e i primi giudizi sono sostanzialmente positivi, limitandosi a riferirsi alle dichiarazioni di facciata. Così il  Fondo Monetario Internazionale, dopo una prima sommaria analisi, ha giudicato con favore il Def (Documento di economia e finanza) del governo. Anche perché, come direbbe Razzi, il Fmi sostiene da tempo l'idea di abbassare le tasse attraverso il taglio della spesa. 

    Riferendosi al riequilibrio dei conti, e quindi al taglio del debito pubblico, un portavoce del Fmi ha auspicato che i tagli annunciati non rappresentino una tantum ma siano la regola dei prossimi anni. L'organismo usuraio di Washington giudica con favore che Renzi e il ministro dell'Economia, Padoan (ex dirigente dello stesso Fmi e dell'Ocse) abbiano posto l'accento sulla necessità delle “riforme” che sono funzionali a sostenere una crescita economica che in Italia è ancora troppo bassa rispetto alla media europea. Ma poi, il Fmi chiede che alle parole seguano i fatti. E tanto per dimostrare quale sia la riforma più impellente, si cita quella del mercato del lavoro che deve essere “liberalizzato”. Termine che, come ben sappiamo, significa la più totale deregolamentazione; la diffusione della flessibilità e del precariato, con la più ampia libertà di licenziamento da parte delle imprese; la fine dei contratti nazionali di categoria e la loro sostituzione con contratti aziendali nei quali le buste paga registreranno l'incidenza crescente degli straordinari e dei premi di produzione. Con lo stakanovismo innalzato a regola di vita. 

    Il Fmi, come tanti gruppi similari, sostenitori del mercato unico globale, non prova alcuna remora a sostenere che le regole che valgono in Cina debbano valere anche in Italia. E pazienza se in Cina lo schiavismo in molte aziende è la regola sulla quale vigilano le milizie del partito comunista. Un capitalismo di Stato feroce e disumano ma che evidentemente piace ai tecnocrati del Fmi, dei quali molti vengono dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una peculiarità che non gli ha impedito di sposare la filosofia del Fmi che è la stessa di altre strutture similari come la Banca Mondiale e l'Ocse. Una filosofia che vede nella finanza l'elemento centrale dell'economia. Tanto che il Fmi è arrivato a giudicare con favore, non avevamo dubbi in proposito, l'annuncio della Banca centrale europea (guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi) di essere pronta ad immettere altra liquidità (si parla di mille miliardi di euro) nel sistema finanziario (quindi alle banche) per fare ripartire l'economia dell'Eurozona. Una soluzione che il Fmi giustifica lamentando il differenziale (gap) tra le potenzialità dell'economia europea e la sua crescita effettiva. Una soluzione che, è appena il caso di dirlo, non servirà allo scopo dichiarato perché, come successo per i mille miliardi precedenti prestati dalla Bce alle banche europee (novembre 2011-marzo 2012), essi non finiranno alle imprese e ai cittadini, ma serviranno alle banche stesse per coprire i debiti effetto delle proprie speculazioni. 

    Questo scenario futuro è ben chiaro anche ai politici italiani ma nessuno di loro, specie i neo convertiti al Libero Mercato, sembra preoccuparsene troppo. Non è il caso per costoro lamentare la stretta creditizia o criticare l'intoccabile Mario Draghi. Quello che dicono il Fmi e la Bce deve essere infatti preso come vangelo. E se ci chiedono di ridurre il lavoro a merce, bah, cosa volete che sia. È la tendenza in atto in buona parte del mondo. Ed anche l'Italia dovrà adeguarsi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    apr032014

    La ripresa... della disoccupazione

    La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

    Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%).

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    giovedì
    mar202014

    Lavoro: appalti low cost, prodotto low value

    lunedì
    mar172014

    Più innovazione non porta più occupazione

    venerdì
    feb212014

    Le sfide impossibili: la disoccupazione

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