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Il BLUFF del Jobs Act

di Sara Santolini

Introduzione

«È una giornata storica, un giorno atteso per molti anni da un’intera generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari ma non al precariato: superiamo l’articolo 18 e i co.co.co., nessuno sarà più lasciato solo, ci saranno più tutele per chi perde il posto e parole come mutuo, ferie, diritti e buonuscita entrano nel vocabolario di una generazione che ne era stata esclusa»

Le parole pronunciate da Matteo Renzi, presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana dal 22 febbraio 2014, al via libera dei primi due degli otto decreti attuativi del Jobs Act, suonano come autentica propaganda. Risultavano tali già durante la conferenza stampa nella quale sono state pronunciate, e lo risultano ancora più chiaramente oggi, mentre la nuova legge sul lavoro dispiega i suoi effetti. Lo diciamo subito: il precariato è la regola, i contratti capestro sono ancora facilmente applicabili grazie alle mille deroghe inserite nei decreti, la cassa integrazione non è più per tutti gli ex dipendenti, la concessione di un mutuo è quasi del tutto esclusa con un contratto a tutele crescenti - che in quanto tale non garantisce la continuità del reddito - i diritti sono stati calpestati alla luce del sole e sacrificati sull’altare della convenienza delle aziende. 

La Germania ha perso nel 2014 il primo posto, a tutto vantaggio della Cina, come primo Paese esportatore del mondo. Non si tratta tanto di un fallimento tedesco quanto di un successo fisiologico cinese dovuto alle dimensioni della propria economia raggiunte dall'ex Celeste Impero. L'economia tedesca è infatti rivolta essenzialmente all'esportazione e per supportare tale impostazione, oltre all'eccellenza della sua produzione, è necessario che il costo del lavoro sia contenuto e che i dipendenti siano licenziabili in tempi brevissimi. 

Il successo tedesco è basato soprattutto su questi componenti.

Il Jobs Act (ma che palle questa fissazione, tipica di un Paese colonia, di utilizzare termini anglofoni) è stata presentata da Renzi e dai suoi fidi scudieri come la panacea di tutti i mali. L'occupazione ripartirà, questa la tesi sostenuta, perché le imprese saranno più invogliate ad assumere se saranno messe in condizione di licenziare. Un principio a dir poco folle ma che ormai è stato fatto passare come se fosse la cosa più naturale del mondo. 
La delocalizzazione all'estero per molte aziende italiane si è rivelata controproducente. Sì, d'accordo, in Paesi come Turchia, Cina, Corea, Romania e India, il costo del lavoro è ancora molto più basso che in Italia e poi non ci sono sindacalisti intransigenti ed invasivi, tipo Maurizio Landini, che ancora svolgono il proprio mestiere e che pretendono di difendere alla lettera i diritti di chi lavora. Figuriamoci