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La WebRadioNotizie, talk, live, e musica dalla redazione del Ribelle
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    Entries in lavoro (240)

    giovedì
    lug242014

    Il momento è propizio, per radere al suolo "il lavoro"

    L'Europa economica, vedremo, adesso sarà costretta a muoversi sul serio. La Commissione europea e la Banca Centrale Europea, a questo punto, non possono più tardare dal mettere sul tavolo ciò che hanno in mente di tirare fuori dal cappello a cilindro: i dati provenienti dall'economia tedesca sono allarmanti, e hanno validità per ben oltre la sola Germania.

    Che essa non potesse continuare a crescere indisturbata, e a esportare e un "resto dell'Europa" e a un "resto del mondo" che non ha più denaro neanche per comperare i prodotti made in Germany era cosa che prima o poi anche i più scettici avrebbero dovuto ammettere. Che la battuta di arresto arrivi proprio nel momento in cui da più parti si continua a ripetere che dopo le varie cure dimagranti imposte ai tanti Paesi si fosse iniziato a prendere la strada della ripresa ha però l'effetto di un fulmine a ciel sereno.

    Dunque la Germania ristagna. Figuriamoci come sono messi "gli altri". Dell'Italia, nel particolare, è persino superfluo ormai quasi continuare a dire: i dati relativi al debito pubblico e al rapporto con il Pil sono eloquenti. E i vari annunci fatti in merito agli zero virgola di crescita ripetuti sempre in modo così presuntuoso sino a qualche mese addietro - per intenderci, in "zona insediamento Renzi" - stanno lasciando il posto alla più classica pletora di aggiornamenti in peggio. Sino al ridicolo 0,3% di questi ultimi giorni, che ovviamente sarà soggetto a ulteriori ritocchi (facile immaginare al ribasso) da qui alla fine dell'anno. Tutti gli errori sulle previsioni fatte negli ultimi cinque anni naturalmente non impediscono ai vari governi, e l'ultimo in carica non fa eccezione, di fare ulteriori previsioni roboanti per i 2015. Per l'anno prossimo, dunque, in cui è previsto un Pil di addirittura l’1,5%. In base a quale evento non è dato sapere. Per quanto riguarda questo, di anno, e soprattutto i mesi che abbiamo davanti, sarà invece il momento di vedere appunto "le carte" (metafora quanto mai azzeccata) attraverso le quali dai piani alti si penserà di poter far ripartire la situazione.

    Beninteso, non vi è alcuna correlazione diretta, come invece tentano da sempre di convincerci, tra lo stato dell'economia reale e i vari valori di spread dei Paesi: basti su tutti il valore di spread attuale dell'Italia, ben sotto i 200 punti, nel momento in cui dal lato dei conti pubblici il nostro Paese si trova in situazione ben peggiore di quanto non fosse invece al momento in cui lo spread veleggiava oltre i 500 punti con l'obiettivo, ormai praticamente dimostrato, di far cadere l'allora governo in carica onde permettere, attraverso il golpe Napolitano, l'insediamento di Mario Monti prima e di Enrico Letta poi sino a Renzi. Tutti personaggi, certamente i primi due in modo diretto ma anche il terzo in virtù della sua spendibilità alla causa, molto ben visti dagli ambienti della speculazione finanziaria internazionale. 

    L'Italia rasa al suolo dagli inviati del Bilderberg, ad ogni modo, non si è affatto ripresa. E siccome il "lavoro" necessario alla sua definitiva capitolazione sociale deve essere terminato, una nuova ondata di crisi, questa volta comprendente anche la Germania, servirà alla bisogna.

    All'orizzonte ci sono due cose sopra ogni altra. Da una parte le "misure non convenzionali" tanto e sempre sbandierate dalla BCE e ora in prossimità di essere sul serio rese pubbliche e adoperate. Dall'altra parte il denaro che Juncker ha promesso di stanziare a livello europeo. Questa pioggia di liquidità, però, non arriverà gratis, o quanto menò sarà di certo più costosa di quella messa in atto per anni dalla Federal Reserve per gli Stati Uniti. Ma se mentre per quanto attiene alla Banca Centrale Europea il tutto si risolverà facilmente a favore delle Banche così come è sempre avvenuto (e in ogni caso ne sviscereremo i dettagli non appena se ne saprà di più) per quanto riguarda i Paesi sottomessi alla Commissione Europea si tratterà di cedere su un punto fondamentale che sino a ora non è stato del tutto consegnato in mano ai padroni del vapore. Per ricevere il denaro si dovrà accettare la "riforma" delle "riforme", quella di cui si parla spesso senza entrare nei dettagli, quella applicata a macchia di leopardo in tanti luoghi d'Europa eppure mai imposta sul serio come invece "i padroni" auspicano.

    È il momento di farla passare, adesso. Proprio per mezzo della nuova ondata di crisi ormai piombata sul vecchio continente - che questo stop della Germania non è altro che lo squillo di tromba. Si tratta della riforma europea sul "mercato" del lavoro. 

    In Italia Renzi è l'uomo giusto per farla passare, quasi senza che gli italiani se ne accorgano. 

    E ovviamente in cambio dell'ennesima illusione, che questa volta non sarà solo opera del Presidente del Consiglio, ma verrà corroborata, appunto, anche dai piani alti d'Europa.

    Nello specifico del nostro Paese, la cosa prenderà le sembianze della flessibilità sui conti, ovvero della possibilità di sforare i parametri di rapporto tra deficit e Pil. L’Europa è costretta a rivedere tali parametri: praticamente nessun Paese potrà rispettarli, vista la situazione, e dunque per poter andare avanti dando la parvenza che tutto può continuare senza crollare del tutto, tali parametri saranno allargati. Ciò che sino a ieri era impossibile anche solo pronunciare ora verrà palesato come possibile, anzi, indispensabile.

    Naturalmente tale concessione non sarà indolore, ma verrà anzi messa in opera a patto che i Paesi svolgano alcuni compiti a casa molto precisi. Uno su tutti, come detto, il definitivo smantellamento delle tutele sul lavoro. Da noi la cosa offrirà il destro al governo per portare avanti lo scempio del Jobs Act promesso da Renzi a suo tempo. 

    In altre parole, pur di avere la concessione sulla revisione dei conti, cioè più margine, e più flessibilità sul rapporto deficit/Pil, l’Italia sarà costretta a varare l’unica riforma annunciata - o sarebbe meglio dire minacciata - dal governo in carica. Riforma venduta a tutti come indispensabile per far ripartire l’occupazione ma soprattutto vista con enorme favore da tutti gli attori internazionali della speculazione che pur di continuare a rastrellare sangue dalle vene dei cittadini coglieranno la palla al balzo per sprofondare nell’incertezza, nel lavoro sottopagato, non protetto né tutelato, milioni e milioni di persone.

    Il momento è adattissimo, adesso, per farla passare. Altrimenti l’Europa non ci concederà maggiore flessibilità e torneranno i fantasmi - ci diranno - della troika e del commissariamento…

    A meno di colpi d’orgoglio e di moti finalmente rivoluzionari, che non sono all’orizzonte, gli italiani accetteranno supini anche questo altro esproprio sulla propria pelle. 

    Valerio Lo Monaco
    venerdì
    mag092014

    Il mercato non crede a Marchionne

    Il piano industriale di Fiat-Chrysler da qui al 2018, presentato da Sergio Marchionne a Detroit, non ha convinto gli esperti del settore e la Borsa dove il titolo ha registrato un forte crollo. Un crollo che, in maniera molto significativa, ha interessato anche la Exor, la holding della famiglia Agnelli.

    Nel 2018, ha assicurato il manager canadese in pullover, con residenza fiscale in Svizzera, produrremo complessivamente in tutto il mondo 7,5 milioni di auto rispetto ai 6 milioni attuali. Saremo uno dei primi cinque gruppi del settore. Il presente è difficile ma il futuro è radioso. Indietro non si torna, se avanzo seguitemi, eccetera. Investiremo, ha garantito Marchionne, ben 55 miliardi di euro per rinnovare il nostro parco macchine. Se si pensa che il piano industriale promesso per la Fiat in Italia prevedeva 22 miliardi di euro distribuiti in quattro anni, per rinnovare completamente la gamma dei modelli da offrire alla clientela, è lecito nutrire qualche perplessità sugli impegni di Marchionne che è stato scelto dagli Agnelli per gestire la loro progressiva uscita dal settore dell'auto, finanziariamente troppo impegnativo, e il passaggio a settori nei quali il giro dei quattrini sia più veloce e remunerativo.

    Da quando i governi, su imposizione dell'Unione Europea, hanno tagliato i contributi pubblici all'auto, per gli Agnelli la vita si è fatta complicata, per modo di dire, ed è stato necessario prendere atto che non si poteva più pretendere di essere mantenuti dallo Stato. Che gli Agnelli non dovranno scucire quattrini è stato peraltro confermato dalla precisazione di Marchionne che non ci sarà bisogno di un aumento di capitale. Curioso, perché il debito del gruppo è salito oltre 13 miliardi di euro. Peraltro, nemmeno il primo trimestre del 2014 è andato bene considerato che il gruppo ha registrato perdite per 300 milioni di euro a fronte dei 30 milioni di utile del 2013.

    C'è da domandarsi allora dove troverà i soldi Marchionne per finanziare i suddetti investimenti che, a rigor di logica, dovrebbero essere presi dalle casse del gruppo. Il manager svizzero non intende vendere i gioielli di famiglia, Ferrari, Maserati e Alfa Romeo, per fare cassa e ridurre l'indebitamento. Anzi, i tre marchi rappresentano e rappresenteranno il fiore all'occhiello del gruppo e le auto prodotte in Italia saranno destinate non solo al tradizionale mercato nord americano ma anche e soprattutto a quello asiatico dove milioni di nuovi ricchi sognano di poter guidare una macchina italiana di lusso.

    Bontà loro, gli azionisti di Fiat-Chrysler, Agnelli in testa, rinunceranno ad incassare i dividendi. I conti sono quello che sono. Quanto alla distribuzione delle vendite, 3,1 milioni di auto saranno vendute in Nord America (grazie alla rete di distribuzione della Chrysler), 1,8 milioni in America Latina (grazie ai due stabilimenti brasiliani), 1,5 milioni in Europa, Africa e Medio Oriente e 1,1 in Asia. La produzione dovrebbe, il condizionale è d'obbligo, aumentare anche in Italia con un livello di utilizzazione degli impianti pari al 100% contro il 50% attuale.

    Il punto è che le fabbriche italiane stanno registrando un cambiamento epocale. A Mirafiori già si produce con il marchio Fiat un Suv come la Freemont (ex Chrysler) destinata più che altro al mercato Usa. Mentre a Melfi verrà prodotta, in 200 mila esemplari, la Jeep che per le sue peculiarità non è vettura destinata molto al mercato italiano.

    Marchionne non ha voluto comunque dettagliare quali linee produttive saranno installate nei singoli stabilimenti. In Polonia, a Tychy, verrà prodotta la nuova Punto, attualmente realizzata a Melfi. La Panda dovrebbe continuare ad essere prodotta a Pomigliano, come era stato promesso. La 500 continuerà ad essere realizzata in Polonia e la monovolume 500L in Serbia.

    Resta comunque la realtà di un gruppo che, almeno sul fronte italiano, continuerà ad essere posizionato sui primi due segmenti di mercato (il segmento A, quello delle cittadine, Panda e 500 e il segmento B, quello delle utilitarie, la Punto) e sui segmenti alti, quello delle auto di lusso (Ferrari, Maserati e le sportive dell'Alfa Romeo) ma completamente assente da quello delle intermedie. Come il segmento C (le famigliari) da tempo immemorabile presieduto dalla Golf della Volkswagen. E si tratta del segmento che assicura i più ampi profitti e che spiega il successo globale del gruppo tedesco.

    Siamo così di fronte ad un gruppo che sta abbandonando l'Italia per produrre le auto dei settori bassi in Paesi dove il costo del lavoro è molto minore che da noi. Una scelta che è stata giustificata con la teoria falsa che gli operai italiani siano meno produttivi di quelli stranieri. Una balla che anche i sindacati collaborazionisti hanno di fatto avallato accettando i nuovi contratti aziendali basati sul taglio delle pause, con gli straordinari e i premi di produzione a farla da padroni in busta paga.


    Irene Sabeni
    mercoledì
    apr302014

    Cinque motivi per cui non festeggeremo il 1° Maggio. 

    1. Lavorare dovrebbe servire a vivere, non il contrario. Perciò dovrebbe essere considerato alla stregua del denaro: un mezzo da maneggiare col dovuto senso del limite. Il lavoro, dicevano gli antichi Greci che a saggezza battevano alla grande noi moderni, è una pena (un fardello, un peso, un male necessario ma pur sempre un male). Altro che festa. 
    2. Un tempo lavorare forniva perlomeno una coscienza di classe, faceva sentire degna la fatica del lavoro anche all’ultimo degli onesti sfruttati. Oggi è mortificante fare la questua agli imprenditori per contratti a singhiozzo e paghe da fame. Il lavoro parcellizzato, precarizzato, senza prospettive, appeso ai capricci del mercato è peggio della schiavitù, che almeno durava. Abbiamo scambiato le punizioni corporali con l’angoscia esistenziale. 
    3. L’occupazione, dicono i sindacalisti, dovrebbe avere garanzie e diritti uguali per tutti. Il contratto, dicono gli imprenditori, non deve avere garanzie e diritti uguali per tutti. Entrambi non dicono che a furia di inseguire modelli di produzione del passato non è possibile né garantire tutti né tanto meno assicurare la giustizia sociale. Bisognerebbe produrre, consumare, lavorare meno e meglio. Non chiedere, pretendere, sgobbare di più e basta. 
    4. I politici che magnificano il lavoro come valore, in Italia, sono di tre tipi. Ci sono quelli che passano la vita a parlarne ma non lo hanno mai praticato. Ci sono quelli che hanno solo e sempre lavorato diventando mostruosamente ricchi e poi si fanno eleggere per diventare ancora più ricchi. E ci sono quelli che ne fanno una religione ideologica fermando le lancette al Settecento di Smith e all’Ottocento di Marx. Consigliamo di riscoprire l’otium, la bellezza, il sesso, l’arte. E la Grande Politica fatta di ideali, comunità e vita quotidiana, e non di spread, rating, deficit, fiscal compact, bonus, job’s act. Fuck you. Ma il lavoro è nemico del pensiero e «come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidigia, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, sognare, al preoccuparsi, all'amare, all'odiare» (Friedrich Nietzsche).
    5. Il lavoro abbrutisce: beato chi non lavora, ben messo è chi pratica un mestiere. Lavorare fa pensare in termini economici, di costi/benefici, di perdite/guadagni. Disumanizza, specialmente ora che dipende da tecnologie alienanti e da ritmi parossistici. Il lavoro a dosi massicce ed eretto a senso della vita è una fregatura. Per tutti: poveri e ricchi. Anzi, più per i ricchi, i benestanti, i superlavoratori contenti come citrulli nel passare gli anni a lavorare più di quanto non dormano la notte (Paul Lafargue e Bertrand Russel, teorici dell’ozio, concordano nel fissare la giornata lavorativa ideale a non più di quattro ore). Un tempo esistevano i mestieri in cui il valore della fatica era nobilitato dalla creatività, da quel quid di tocco personale e di autonomia negli orari che rendevano un’attività parte integrante della propria realizzazione, parte della vita. Penso agli artigiani, che oggidì resistono malamente alla pressione dei mercati mondiali. Lungi da noi fare dell’ingenuo primitivismo, ma gli studi sull’età della pietra dimostrano che i supposti “selvaggi” dedicavano all’accaparramento di cibo non più di cinque ore al giorno, vivendo in un ambiente di abbondanza data dalla ricchezza di frutti, animali e beni naturali. Ora, pensiamo un attimo alla parabola storica che ne è seguita: spostando via via il baricentro della società verso la produzione per ricavare un profitto in denaro, si sono moltiplicate ed estese a dismisura ingiustizie, asocialità, alienazione, nevrosi, disagio. Fino ad arrivare agli estremi di oggi, dove l’angoscia diffusa per avere di che campare è direttamente proporzionale al prosperare di imperi finanziari in mano ad una manciata di persone in tutto il globo. I semi-umani bestiali, incivili, animali da soma siamo noi. 
    Alessio Mannino 
    lunedì
    apr142014

    Per l’Fmi il Def di Renzi va bene. Per noi un po’ meno

    Matteo Renzi vuole accelerare su tutto. Dalle riforme istituzionali a quella elettorale, fino agli interventi per rilanciare l'economia e la domanda interna. Se in Italia l'ex sindaco viene accusato di eccessivo decisionismo (insomma di craxismo) e di tendenze autoritarie, all'estero, al contrario, lo si sospetta di essere eccessivamente parolaio e di non fare i conti con un sistema ingessato, come quello italiano, che ha sempre fatto di tutto per bloccare il cambiamento. 

    Al nuovo governo è stato concesso il beneficio del dubbio e i primi giudizi sono sostanzialmente positivi, limitandosi a riferirsi alle dichiarazioni di facciata. Così il  Fondo Monetario Internazionale, dopo una prima sommaria analisi, ha giudicato con favore il Def (Documento di economia e finanza) del governo. Anche perché, come direbbe Razzi, il Fmi sostiene da tempo l'idea di abbassare le tasse attraverso il taglio della spesa. 

    Riferendosi al riequilibrio dei conti, e quindi al taglio del debito pubblico, un portavoce del Fmi ha auspicato che i tagli annunciati non rappresentino una tantum ma siano la regola dei prossimi anni. L'organismo usuraio di Washington giudica con favore che Renzi e il ministro dell'Economia, Padoan (ex dirigente dello stesso Fmi e dell'Ocse) abbiano posto l'accento sulla necessità delle “riforme” che sono funzionali a sostenere una crescita economica che in Italia è ancora troppo bassa rispetto alla media europea. Ma poi, il Fmi chiede che alle parole seguano i fatti. E tanto per dimostrare quale sia la riforma più impellente, si cita quella del mercato del lavoro che deve essere “liberalizzato”. Termine che, come ben sappiamo, significa la più totale deregolamentazione; la diffusione della flessibilità e del precariato, con la più ampia libertà di licenziamento da parte delle imprese; la fine dei contratti nazionali di categoria e la loro sostituzione con contratti aziendali nei quali le buste paga registreranno l'incidenza crescente degli straordinari e dei premi di produzione. Con lo stakanovismo innalzato a regola di vita. 

    Il Fmi, come tanti gruppi similari, sostenitori del mercato unico globale, non prova alcuna remora a sostenere che le regole che valgono in Cina debbano valere anche in Italia. E pazienza se in Cina lo schiavismo in molte aziende è la regola sulla quale vigilano le milizie del partito comunista. Un capitalismo di Stato feroce e disumano ma che evidentemente piace ai tecnocrati del Fmi, dei quali molti vengono dai Paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Una peculiarità che non gli ha impedito di sposare la filosofia del Fmi che è la stessa di altre strutture similari come la Banca Mondiale e l'Ocse. Una filosofia che vede nella finanza l'elemento centrale dell'economia. Tanto che il Fmi è arrivato a giudicare con favore, non avevamo dubbi in proposito, l'annuncio della Banca centrale europea (guidata dall'ex Goldman Sachs, Mario Draghi) di essere pronta ad immettere altra liquidità (si parla di mille miliardi di euro) nel sistema finanziario (quindi alle banche) per fare ripartire l'economia dell'Eurozona. Una soluzione che il Fmi giustifica lamentando il differenziale (gap) tra le potenzialità dell'economia europea e la sua crescita effettiva. Una soluzione che, è appena il caso di dirlo, non servirà allo scopo dichiarato perché, come successo per i mille miliardi precedenti prestati dalla Bce alle banche europee (novembre 2011-marzo 2012), essi non finiranno alle imprese e ai cittadini, ma serviranno alle banche stesse per coprire i debiti effetto delle proprie speculazioni. 

    Questo scenario futuro è ben chiaro anche ai politici italiani ma nessuno di loro, specie i neo convertiti al Libero Mercato, sembra preoccuparsene troppo. Non è il caso per costoro lamentare la stretta creditizia o criticare l'intoccabile Mario Draghi. Quello che dicono il Fmi e la Bce deve essere infatti preso come vangelo. E se ci chiedono di ridurre il lavoro a merce, bah, cosa volete che sia. È la tendenza in atto in buona parte del mondo. Ed anche l'Italia dovrà adeguarsi.

    Irene Sabeni
    giovedì
    apr032014

    La ripresa... della disoccupazione

    La disoccupazione al 13% è di fatto una non notizia. Una non notizia perché è davanti agli occhi di tutti la continua chiusura di imprese di ogni tipo. E perché ognuno di noi conosce qualcuno che in questo ultimo anno ha perduto il lavoro.

    Il dato del 13% si riferisce a febbraio scorso e rappresenta una impennata non da poco rispetto ai senza lavoro di febbraio 2013 (11,9%).

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    giovedì
    mar202014

    Lavoro: appalti low cost, prodotto low value

    lunedì
    mar172014

    Più innovazione non porta più occupazione

    venerdì
    feb212014

    Le sfide impossibili: la disoccupazione

    martedì
    feb112014

    FRONTE DEL LAVORO su RAZ24 con Filippo Ghira

    Controra un programma di Valerio Lo Monaco dalle 15 alle 17 tutti i giorni su raz24.com

    Filippo Ghira
    nato a Roma nel 1955. Laureato in Scienze politiche è giornalista professionista dal 1999. Attualmente è capo servizi agli Interni nel quotidiano Rinascita. In precedenza ha lavorato nelle redazione de l?Umanità, l?Avanti e del Giornale d?Italia.

    Cast: La Voce del Ribelle

    Tags: lavoro, italia, news, filippo ghira, valerio lo monaco, raz24, Entertainment, Politica, Events, Current, Title and Media

    lunedì
    feb032014

    Lavoro: il ritorno dei “padroni delle ferriere” in Europa

    giovedì
    gen162014

    Lavoratori partecipi alle imprese: la politica senza cultura e senza memoria

    giovedì
    dic122013

    Il lavoro è schiavitù. Ripensiamolo

    lunedì
    dic092013

    Sfiduciati e disoccupati

    venerdì
    nov292013

    Lavoratori sfruttati, pensionati poveri

    venerdì
    nov222013

    Germania: la cancelliera Merkel apre a introduzione salario minimo

    La formazione del governo tedesco passa per il salario minimo: la cancelliera Angela Merkel ammette che dovrà fare una concessione ai…

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    lunedì
    nov182013

    Scuola, cresce l'esercito dei precari

    122mila insegnanti e 15mila tra amministrativi, tecnici ed ausiliari. Un aumento del 10 per cento in un anno. L'Anief richiama le indicazioni della Ue: le ragioni finanziarie non giustificano l'abuso dei contratti a termine

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    mercoledì
    nov132013

    Disoccupazione Italia sale al 12,5%, giovani al 40,4%

    Continua ad aumentare la percentuale di under 25 senza lavoro: in Italia sono il 40,4% (contro il 40,2% del mese precedente, e nell'area euro il 24,1% (contro 24%). Padoan, capoeconomista dell'Ocse: il 2014 sarà l'anno della ripresa

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    giovedì
    nov072013

    I MINI-JOBS ALL'ITALIANA

    DI CLAUDIO MARTINI
    il-main-stream.blogspot

    Nella puntata di Ballarò del 22 ottobre scorso la trasmissione di Giovanni Floris fece quello che probabilmente sarà ricordato come il primo servizio giornalistico della sua storia: un'inchiesta sulla diffusione dei mini-jobs in Germania. Andatela a cercare. È molto interessante. La giornalista descrive quello dei mini-jobs come un "meccanismo infernale", una specie di "tunnel", "dal quale è difficile uscire". Il fatto è che la retribuzione prevista da tali contratti è talmente ridicola (nella maggior parte dei casi sotto i 500 euro al mese) da non garantire la sussistenza del lavoratore che la riceve; conseguentemente, per vivere, questi lavoratori hanno assoluto bisogno di percepire tutta una serie di aiuti e sussidi da parte dello Stato, che comprendono redditi di integrazione del misero salario, aiuti per il pagamento dell'affitto, buoni per il mantenimento dei figli ecc ecc.

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    giovedì
    nov072013

    Spagna. Tv Valencia in rivolta contro la chiusura con 1.600 licenziamenti

    Il direttivo della Radio Televisione Valenciana e i giornalisti si ribellano contro la decisione del governo autonomo della provincia spagnola di…

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    mercoledì
    ott302013

    Ripensare la società del lavoro. Proposte

    Un articolo sui temi del lavoro che Alberto Castagnola, economista, ha inviato a Comune.info. La possibilità di aprire un confronto con altri punti di vista.

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