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    Entries in Mario Monti (152)

    lunedì
    giu162014

    Grillo annaspa. E legittima Renzi

    Non ne fa più una giusta, Beppe Grillo. Vedi quest’ultimissima sortita che è apparsa ieri sul suo blog e che ha per titolo «Legge elettorale: Renzi, batti un colpo». In pratica, un invito al presidente del Consiglio a confrontarsi, quantomeno su questo specifico tema, anche col M5S. Spiegazione del cambio di atteggiamento: «Renzi è stato legittimato da un voto popolare e non a maggioranza dai soli voti della direzione del Pd».

    Una corbelleria che sconfina nella mistificazione. Nelle odierne società occidentali c’è un’abissale differenza tra l’esito delle urne e una legittimazione autenticamente democratica. Una differenza che lo stesso Grillo non può ignorare (altrimenti ne parli a voce con Massimo Fini oppure si legga, o rilegga, qualcuno degli innumerevoli interventi scritti da Chomsky al riguardo) e che deriva da decenni e decenni di manipolazione mediatica. Mediatica, beninteso, nel senso più ampio del termine, che va molto al di là dei tipici organi di informazione e che non si limita certo ai singoli messaggi, estendendosi invece ai modelli mentali, ivi inclusi quelli inconsci. Modelli cognitivi con cui si addestrano i cittadini a percepire e a interpretare la realtà in base a schemi prefissati, che guarda caso sono quelli funzionali agli scopi di chi detiene il potere.

    Nei confronti di Renzi, dunque, i giudizi non devono cambiare di una virgola, in forza dei risultati delle Europee. I motivi di estraneità, di avversione, di totale rifiuto come interlocutore politico, rimangono inalterati e, semmai, escono rafforzati dal fatto che egli stesso si è rafforzato, grazie all’ottusità di chi ha votato in massa il Pd. L’aspetto decisivo, per identificarlo come una creatura dell’establishment, sta nei suoi programmi politici, riducendo a una colpa accessoria l’assenza di un’investitura elettorale prima dell’ascesa a Palazzo Chigi. Simmetricamente, perciò, non può essere il recentissimo exploit ad accreditarlo in termini diversi.

    Benché resti giusto stigmatizzare l’artificiosità della sua nomina a capo del governo, così come quella dei suoi predecessori Enrico Letta e Mario Monti, bisogna stare attenti a non farlo da ingenui. Un conto è denunciare le forzature di Napolitano & C., ma tutt’altro è credere-illudersi-illudere che la chiave di volta risieda nelle procedure: il vero problema è che l’establishment concepisce il voto come una controfirma “popolare” delle proprie decisioni, per cui lo utilizza sempre in modo strumentale. Quando il clima è favorevole vi ricorre volentieri, esaltandone la supposta sovranità; quando viceversa teme il prevalere del malcontento – che manifestandosi in modo troppo massiccio potrebbe diventare inequivocabile e mettere a rischio la pantomima parlamentare – dilaziona la resa dei conti quanto più possibile. Nella speranza, purtroppo non infondata, che la tempesta si quieti e si ripristini, più o meno, il consueto tran-tran.

    Tornando a Grillo, questo suo goffo tentativo di dialogare con Renzi è l’ennesima mossa sbagliata. Rozza nella forma e contraddittoria nella sostanza. Se fino a ieri hai campato di aut-aut, dal tonante «Arrendetevi, siete circondati» del 2013 all’iperbolico «Vinceremo col 100 per cento» del 2014, non è che oggi puoi cambiare radicalmente approccio e fare finta di nulla, come se si trattasse di un dettaglio secondario.

    La questione del rapporto con gli altri partiti è cruciale: poiché essi, nel loro insieme, costituiscono il paravento “democratico” di un potere che è all’opposto oligarchico, e di matrice economico-finanziaria, ogni forma di dialogo, in vista di decisioni condivise, equivale di per sé a un riconoscimento della loro ipotetica buona fede. In altre parole, implica una legittimazione.

    Una scelta che non riguarda la tattica, ma la strategia.  

    Federico Zamboni
    giovedì
    feb062014

    Moody's e S&P sotto accusa. E Mario Monti no?

    venerdì
    ott182013

    Monti si dimette da se stesso. Per tornare più austero di prima  

    Come uno dei peggiori reduci della Prima Repubblica: nel gruppo misto a fare numero e battitore libero. Teoricamente. Mario Monti si è dimesso dal partito che aveva fondato in prima persona. 

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    Contenuto nella Raccolta settimanale del 19/10/2013
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    Ribelle 19 Ottobre 2013
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    mercoledì
    lug032013

    "Figli di..."

    C’era una volta, tanti e tanti anni fa (nel 1981), in un Paese tanto, tanto lontano (l’Italia), un Re (la banca d’Italia) che voleva spadroneggiare con spavalderia, in lungo e in largo, nelle terre del suo dominio. Ma il Re aveva un Ministro buono (lo Stato, il Tesoro) che aveva su di lui una qualche influenza (nel decidere gli interessi con cui si faceva prestare il denaro) e che riusciva a convincerlo spesso ad aiutarlo quando i suoi debiti diventavano insostenibili. Ma poi il Ministro buono morì, e il Re poté tornare a essere un tiranno.

    Sembra così assurdo il paragone tra i giorni d’oggi e l’Italia di trent’anni or sono che a parlarne sembra quasi di raccontare una favola, una visione onirica.

    E’ un dato di fatto: quando nel 1981 la Banca d’Italia smise – ex lege Andreatta – di rifinanziare il debito pubblico nazionale (da essa stressa generato) acquistando i titoli di Stato non collocati, il debito nazionale finì nelle fauci degli squali dei mercati internazionali. Le conseguenze di questa scellerata prassi possono, a seconda delle complesse dinamiche della finanza, tardare o meno, ma non possono che essere nefaste. Ecco perché quello di ieri di Repubblica  e del Financial Times sull’ennesimo “scandalo derivati” (e sulle perdite miliardarie che graverebbero sul Tesoro in virtù di contratti “derivati” di tipologia “interest rate swap” sottoscritti alla fine degli anni Novanta con banche private per rientrare nei “parametri di ingresso” dell’Euro), tutto è fuorché uno scoop.

    Non è uno scoop né la notizia in sé né tantomeno la sua tempistica:  già all’inizio del 2012 il governo italiano, per estinguere parzialmente questa esposizione debitoria derivante dai suddetti derivati, pagò senza batter ciglio (in un momento in cui gli italiani subivano una pressione fiscale senza precedenti) a una banca d’affari privata, la “sciocchezza” di tre miliardi di euro.

    All’epoca al governo c’era Mario Monti. Vicepresidente della banca d’affari in questione, la Morgan Stanley, era Giovanni Monti. Già, “figlio di”.

    Fabrizio Fiorini
    martedì
    giu252013

    CONDANNATO SILVIO, L’ITALIA RIMANE IL SOLITO SCHIFO

    Chi ha tempo da perdere si balocchi pure con le discussioni di giornata: la politicizzazione o meno della magistratura, e in particolare di quella milanese; la rilevanza giudiziaria delle “festicciole” di Arcore costellate di ragazze a dir poco disinvolte; l’indignazione dei berluscones, tra un Giuliano Ferrara che chiama alla protesta in piazza (piazza Farnese... un salottino nel pieno centro di Roma) e intanto pubblica sul Foglio un titolone (provocatorio, ça va sans dire) che suona «Siamo tutti puttane», un Maurizio Gasparri che ribadisce la sua fedeltà assoluta al boss con un incondizionato «Al nostro leader confermiamo il nostro sostegno, in ogni momento e per ogni decisione», e un mucchio di altri che si precipitano a indignarsi-costernarsi-prostrarsi nell’ora (forse) fatale del Silvicidio. Eccetera eccetera eccetera, visto che la diatriba è in piedi da quasi vent’anni e di argomenti sui quali intrattenersi ce ne sono a iosa.

    Chi invece non abbocca, ed è determinato a vedere al di là della superficie, si risparmi il disturbo e si concentri, una volta di più, sulle questioni davvero importanti. Le trasformazioni socioeconomiche in atto. Il governo “di larghe intese” che è la prosecuzione, con un blando restyling, di quello di Mario Monti. Il livello miserrimo delle classi dirigenti e dei media che fanno loro da cassa di risonanza, senza mai sbugiardarne in via definitiva la pochezza, l’ipocrisia, l’asservimento a interessi che tutto sono tranne che quelli della popolazione nel suo insieme.

    Messa in questi termini, la condanna di ieri di Berlusconi non è solo marginale. È irrilevante. Come dimostrano al massimo grado le vicende parlamentari degli ultimi due anni, dalle dimissioni del novembre 2011 in poi, la contrapposizione tra centrodestra e centrosinistra è una mera messinscena per nascondere le loro sostanziali, e obbligate, convergenze di carattere strategico. Un accordo sotterraneo, ma tutt’altro che invisibile, che certamente lascia spazio alle numerosissime lotte di potere tra le diverse fazioni, cordate, camarille, che si contendono i privilegi materiali e immateriali derivanti dal controllo di questo o quel pezzetto dell’immane puzzle che intreccia le istituzioni pubbliche e le imprese private. Tuttavia, dietro il perpetuo incontro-scontro dei diversi egoismi, la logica è comune, e trascende le vittorie o le sconfitte degli uni o degli altri.

    Berlusconi, o per meglio dire il berlusconismo, è servito ad accelerare la disgregazione collettiva, tanto economica quanto culturale ed etica, che doveva preludere al nuovo assetto che si sta imponendo. Ora, nel consolidarsi di questo processo, va progressivamente accantonato come forza di governo e ridotto a (pseudo) opposizione, secondo il classico e ingannevole schema del bipolarismo.

    Considerata l’età ormai avanzata del Cavaliere, che il prossimo 29 settembre compirà 77 anni, e la palese mancanza di una personalità in grado di sostituirlo al vertice del PdL, la direzione di marcia va verso un compattamento in chiave centrista del quadro politico. E ciò per il semplice motivo, semplice ma agghiacciante, che la linea viene dettata dalla finanza internazionale, per cui il dibattito interno deve essere il più possibile fittizio.

    Il resto è il solito teatrino. Avanspettacolo nel caso di Ruby e delle altre figuranti in servizio ad Arcore. Parodia nei capipopolo occasionali alla Ferrara. E lo stesso, con le opportune variazioni, vale sull’altro lato del buffet: vedi il governo “meticcio” di Enrico Letta, che ha la sua massima novità nella ministra Kyenge. Cianciando dello ius soli, si prova a nascondere il vero leitmotiv: lo ius soldi.

    Federico Zamboni
    lunedì
    mag272013

    DEFICIT: GRAZIE UE CHE CI HAI DETTO BRAVINI...

    Riassunto delle puntate precedenti. Per parecchi anni eravamo stati cattivi, quando più e quando meno, non rispettando i parametri di Maastricht. Di conseguenza, a forza di essere così discoli ci siamo consegnati all’inevitabile destino dei reprobi: una bella punizione che ci costringesse d’autorità, visto che non eravamo in grado di farlo da soli, a rientrare nei ranghi. Tuttavia, poiché le autorità Ue sono certo severe ma pur sempre a scopi educativi, quelle sanzioni non sono state irrogate subito, bensì rinviate a un momento successivo. Un avvertimento, in pratica. Ultimativo, per forza di cose, e però non ancora equivalente a una condanna senza appello.

    Era l’ottobre 2009, quando venne avviata la procedura per infrazione legata al deficit eccessivo. All’epoca ci trovavamo al 5,3 per cento, in rapporto al Pil, ossia quasi al doppio della soglia massima che è pari al 3. Quello stesso anno il dato finale salì al 5,5. Poi cominciò a scendere: nel 2010 passò al 4,5 e nel 2011 al 3,8. Nel 2012, infine, si è attestato esattamente sul limite superiore consentito, mentre per il 2013 dovrebbe calare di un ulteriore decimale e chiudere al 2,9.

    A fronte di tutto questo, appunto, la Commissione Ue si è convinta a bloccare l’iter, con una decisione che dovrebbe essere ufficializzata mercoledì prossimo ma che ormai è data per acquisita. Un “perdono”, o se si preferisce una sospensione condizionale della sentenza, che dà respiro al governo in carica e consente a non pochi commentatori, impazienti di farlo, di riprendere a tessere gli elogi di Mario Monti. Perché lodando lui – e le sue politiche improntate al rigore che hanno indubbiamente contribuito a raggiungere tali risultati, benché a carissimo prezzo in termini di recessione e di aumento della pressione fiscale – si mira a rafforzare la credibilità dell’attuale esecutivo, che al di là delle polemiche alla Brunetta si muove in una sostanziale continuità con quello, “tecnico”, che lo ha preceduto.

    La chiave di lettura di quanto viene affermato ora dai media mainstream è dunque spiccatamente propagandistica. Un perfetto circolo vizioso in cui si ruota intorno a un perno arbitrario, come i suddetti parametri, innalzato però al rango di dogma incontestabile. L’attenzione del pubblico, perciò, viene concentrata solo sulle dinamiche successive alla fissazione di quei criteri, creando appunto uno schema autoreferenziale: la Ue ci mette sotto accusa per la mancata osservanza dei vincoli, noi ci sottomettiamo ai suoi diktat e ritorniamo in carreggiata, la Ue ci riconosce l’ubbidienza, noi festeggiamo lo scampato pericolo.

    Il messaggio destinato all’opinione pubblica è che, adesso sì, sta andando tutto per il verso giusto. Eravamo stati cattivi, però ci siamo emendati. Il nostro ravvedimento è stato apprezzato (ma guarda) e ora, finalmente, possiamo tornare ad avere qualche margine di manovra per incentivare la crescita. Alcuni miliardi di euro, forse ben dodici, che dovrebbero alleviare lo stato disastroso dell’economia interna.  

    Come scrive Repubblica, ciò «permette a Letta di aprire la vera partita europea su due fronti. Primo, beneficiare della flessibilità ottenuta per il Paesi virtuosi, partita fondamentale che si gioca da qui a luglio quando a Bruxelles si voterà sulla “Golden Rule” stabilendo quali (e secondo quali parametri) sono le spese che generano crescita (l'Italia vuole inserire anche quelle che aumentano l'occupazione) che non vengono conteggiate nel deficit. (…) In secondo luogo lo stop alla procedura per deficit permette a Letta di presentarsi al summit di fine giugno con maggiore forza politica per ottenere misure Ue a sostegno della crescita e dell'occupazione giovanile».

    Nulla di nuovo: la crisi è servita come pretesto per imporre modifiche strutturali, vedi la Riforma Fornero che infatti la Commissione Ue ci chiede/intima di realizzare appieno, mentre le loro ripercussioni negative vengono mitigate da spiccioli di uno pseudo nuovo keynesianesimo.

    Nessuna revisione del modello complessivo, che è imploso nel 2007-08, e nessuna redistribuzione della ricchezza. Solo un po’ di investimenti pubblici, da contabilizzare in modo da non farli rientrare nel deficit, per fingere che il ciclo negativo sia giunto al termine. Tanto per cambiare, un palliativo. Ossia una dilazione. Ossia una truffa.


    (Di questo argomento, tra gli altri, parleremo nella puntata odierna di Noi Nel Mezzo, a partire dalle 16 e 30 qui sul sito del Ribelle)

    giovedì
    mag162013

    La Rai targata Monti: via “La Storia siamo noi”

    Tutto sbagliato, nella decisione di rimuovere dal palinsesto Rai della prossima stagione La Storia siamo noi. E, ancora di più, nel modo in cui il comunicato dell’azienda cerca di giustificare la scelta, presentandola come un esito naturale e “inevitabile” dei contratti in essere. Per poi spargere, nel tentativo di rabbonire gli utenti delusi, delle rassicurazioni a dir poco generiche.

    Il ragionamento, chiamiamolo così, si articola su tre punti. Uno: «Si è chiusa l’esperienza della struttura che curava le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il budget previsto è stato speso, quindi l’esperienza è finita». Due: «È chiaro, però, che il rapporto della Rai con la cultura e la storia continuerà su Rai Educational grazie alla direttrice Silvia Calandrelli e ai nuovi progetti in cantiere, come l’appuntamento condotto da Paolo Mieli e il programma dedicato alla Prima guerra mondiale, che sarà trasmesso anche in HD». Tre: «Per quanto riguarda le persone che lavoravano con Minoli, si stanno riposizionando nelle varie strutture dell’azienda. Minoli era già in pensione per raggiunti limiti d’età, gli era stato fatto un contratto per curare gli eventi legati all’Unità d’Italia. Non è escluso che in futuro la sua esperienza non possa portare a nuove collaborazioni come autore».

    Argomentazioni risibili. E parecchio ipocrite. Quando si decide di eliminare un programma di qualità, che per di più ha buoni ascolti e costa relativamente poco, bisognerebbe avere il coraggio di entrare nel merito e di dire che non lo si vuole più perché si è deciso di sostituirlo con qualcos’altro.

    La scusa dei contratti che giungono al termine, e dei relativi budget che si sono esauriti, è appunto una scusa. Nemmeno brillante. O almeno ingegnosa. Tutti i contratti, per loro natura, hanno una durata prefissata e dei fondi limitati e corrispondenti allo scopo: ma nulla vieta di rinnovarli, col dovuto anticipo. E se poi non lo si vuole fare è doveroso, gestendo una struttura che si fregia della qualifica di servizio pubblico e che perciò è foraggiata da quell’odiosa gabella che è il canone RAI, dirlo chiaro e tondo. Non solo assumendosene una generica e obbligatoria responsabilità amministrativa, ma fornendo delle valutazioni di natura prettamente editoriale. E indicando esattamente con quale altra trasmissione di intende rimpiazzare quella che si va a sopprimere.

    La Rai, al contrario, non fa nessuna di queste cose. A quasi un anno dall’insediamento del ticket manageriale voluto da Mario Monti, con la presidenza all’ex Bankitalia Annamaria Tarantola e la direzione generale all’ex Bank of America Luigi Gubitosi, si rifugia nel comunicato di maniera. Spedisce in archivio “La Storia siamo noi”, che pur rientrando nell’informazione mainstream ha degli spunti di interesse ed è condotto con una professionalità di gran lunga superiore alla media, e assicura «che il rapporto con la cultura e la storia continuerà su Rai Educational». Per poi citare a mo’ di esempio, con malcelato orgoglio, «il programma dedicato alla Prima guerra mondiale, che sarà trasmesso anche in HD».

    Forse, non hanno capito che la Storia cui si riferisce il programma di Minoli non è quella remota, di un secolo fa e magari oltre, ma la mistura di passato prossimo e di presente che ci riguarda da vicino. E che dovremmo imparare, appunto, a osservare in modo diverso dalla semplice cronaca: non come flusso incessante, e pressoché indistinto, ma come vicende specifiche da mettere a fuoco e da analizzare. Vicende interconnesse tra di loro, non di rado, e tuttavia suscettibili di essere inquadrate a una a una. Compiutamente. Pervenendo a delle conclusioni precise. Traendone insegnamento per comprendere la realtà in cui siamo tuttora immersi.

    Cause ed effetti, anziché azioni e reazioni. E se non cogliete la differenza, è la conferma che il problema esiste.

    (fz)

    lunedì
    mag132013

    PROF. NAPOLITANO, GLI SCOLARETTI FANNO BARUFFA

    Vabbè: si litiga pure all’oratorio, e nelle sagrestie, e magari nei conclavi. Figurarsi, quindi, se non si può litigare nell’abbazia di Sarteano, e per di più tra un gruppetto di ospiti del tutto momentanei. Che lì, del resto, non avrebbero mai dovuto arrivarci: essendo le motivazioni addotte – quelle di «conoscerci meglio», tra i membri del neonato governo Letta – schiettamente risibili. E perciò, nel loro piccolo, anche un tantino inquietanti.

    A essere ridicola, infatti, è l’idea stessa che ci sia bisogno di passare uno o due giorni insieme, come studentelli che devono fare  amicizia per forza perché così vuole il preside, per lavorare nel medesimo esecutivo. Il quale, c’è da supporre, dovrebbe poggiare su premesse ben più solide, e ragionate, e stabili, delle simpatie o antipatie individuali.

    Certo: quella che si è aggregata su input di Napolitano è un’accozzaglia quanto mai eterogenea, la cui unica ragion d’essere, peraltro poderosa e pressoché inderogabile, è l’obbedienza alla Troika. Ossia ai potentati finanziari internazionali che hanno nelle banche e affini il loro asse portante. Allo stesso tempo, quindi, ci troviamo di fronte a persone che si odiano cordialmente, nella guerra per la conquista del potere, ma che sono costrette a collaborare a causa di interessi superiori.

    La dinamica, coi dovuti aggiornamenti più o meno di facciata, è la stessa che si va svolgendo dal novembre 2011 in poi, con l’imposizione di Mario Monti alla presidenza del Consiglio. Una dinamica che su queste pagine abbiamo indicato fin dall’inizio e ribadito di continuo. Un quadro neo feudale in cui i dissidi sui singoli territori sono ammessi, o tollerati, solo a condizione di non interferire con i piani dell’imperatore.

    Il vassallo Berlusconi, e la fitta corte che gli si muove intorno, sono di sicuro una presenza ingombrante e sgradita, rispetto al desiderio di accreditare la classe dirigente come un’élite, sia pure non scopertamente elitaria ma fintamente alla mano, di individui competenti, morigerati e addirittura sensibili alle difficoltà della cittadinanza.

    Tuttavia, egli e il suo ampio codazzo sono funzionali a un altro scopo: allontanare l’attenzione, e quindi i termini dello scontro politico, dai temi davvero cruciali del modello economico, in modo da convogliare i dissidi nel bacino artificiale della contrapposizione tra berlusconiani e anti berlusconiani.

    Le tensioni che sono emerse pubblicamente nelle ultime ore, a partire dal fatto che il vice premier Alfano e altri ministri del centrodestra hanno partecipato alla manifestazione di Brescia organizzata dal PdL a sostegno del proprio leader, rientrano in questo schema. Di qua le liti a go-go sulle questioni secondarie, benché gonfiate ad arte per farle apparire decisive: vedi Letta che minaccia le dimissioni se i suddetti Alfano & C. interverranno di nuovo a iniziative di partito così schierate, poiché «le ricadute negative sul governo sono superiori alle capacità di tenuta dell’esecutivo». Di di là la convergenza strategica su quelle essenziali, che riguardano appunto le politiche economiche. Uno schema di cui, forse, non tutti i diretti interessati sono consapevoli appieno, ma che ai più alti livelli è non soltanto chiaro ma perseguito con la massima lucidità. Con la massima premeditazione, si potrebbe dire.

    A cominciare, ovvio, dal “preside” di questa scolaresca alquanto mediocre e parecchio litigiosetta, che si ritrova obbligata a studiare insieme per non essere bocciata anzitempo. Pazienza, se di tanto si prendono o si prenderanno a male parole, o se saranno lì lì per venire alle mani.

    Il Preside li sorveglia. Pronto, prontissimo, a rimbrottarli come si conviene. Come conviene ai proprietari, soprattutto esteri, di questo scalcagnato ITG, Istituto Tecnico Globalizzato, che sta diventando l’Italia.    

    Federico Zamboni
    giovedì
    mag092013

    CAMPA SILVIUCCIO CHE LA CASSAZIONE ARRIVA

    Condannato in primo grado, condannato in secondo. Due verdetti identici che in assoluto – o in astratto – farebbero pensare a un quadro accusatorio limpido e giuridicamente ineccepibile. Ma che invece, in uno Stato come il nostro in cui nulla è mai sicuro quando si tratta di processi che coinvolgono gli uomini di potere, vanno accolti con estrema cautela, se non con totale scetticismo. Mettendo in conto fin d’ora che, nonostante la perfetta omogeneità dei due pronunciamenti, la Cassazione possa ravvisare chissà quali vizi procedurali, o errori logici, e mandare tutto all’aria.

    Se questo timore è fondato in generale, visti i numerosi precedenti, lo è a maggior ragione per quanto riguarda Berlusconi. Dal novembre 2011, all’indomani delle sue sorprendenti dimissioni che spianarono la strada all’avvento di Monti a Palazzo Chigi, l’ipotesi assai credibile è che vi sia stato un accordo, diciamo così “stragiudiziale”, che gli garantisse l’incolumità processuale in cambio di un atteggiamento più accomodante sul piano politico.

    Nel gennaio successivo Umberto Bossi sembrò negarlo, affermando che il leader PdL «Non è stato furbo e non ha chiesto nemmeno una buonuscita dopo che ha lasciato il governo», ma come scrivemmo allora (qui) sia il rimprovero del Senatur, sia la mancanza di reazioni indignate a quella sortita obiettivamente gravissima, implicavano che in generale non si trovasse affatto strano che quell’accordo segreto ci fosse stato davvero. O che avrebbe potuto esserci.

    Ora, fatalmente, la questione torna di attualità. La sentenza di appello, infatti, ha irrogato quattro anni di reclusione, da ridurre però a uno solo per effetto dell’indulto, e soprattutto cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, che di per sé comportano la perdita delle cariche elettive già ottenute (nel suo caso quella di senatore, sempre che la giunta di Palazzo Madama conceda il via libera). L’esito che si prospetta, dunque, è l’estromissione di Berlusconi dalla politica in prima persona, sia come candidato premier che in qualunque ruolo istituzionale. Un risultato che, giocoforza, riattizzerebbe le faide interne al centrodestra e riaprirebbe la corsa alla successione, con dinamiche presumibilmente analoghe a quelle che si sono scatenate nell’autunno scorso. Quando, in vista delle primarie del PdL, divamparono gli odi reciproci ed emerse in maniera ancora più netta la pochezza delle seconde, e terze, e quarte linee. Accomunate dall’ambizione. Screditate dalla sicumera.

    Uno scenario che tuttavia rimane inverosimile. Berlusconi, a modo suo e checché ne pensino gli ingenui, è oggi un puntello del sistema, inteso in chiave internazionale. Lo attesta il modo in cui ha assecondato i disegni di Napolitano, nonché la riconferma di Re Giorgio al Quirinale: dapprima liberando la presidenza del Consiglio per consentire la nomina di Monti, poi sostenendone l’azione di governo negli aspetti fondamentali, e infine caldeggiando/stringendo l’intesa col Pd che ha portato alla formazione del governo Letta. O Letta-Alfano. O Letta-Berlusconi, appunto.

    Credere che tutto questo possa essere compromesso a colpi di sentenze significa non averne colto la natura strategica. Come si dice, ubi maior minor cessat. Ovvero, in chiave più attuale, ubi Troika Italia cessat. E la Cassazione, ovviamente, opera in Italia.

    In questa Italia.

    Federico Zamboni
    martedì
    apr022013

    Ah ah ah: Pizzarotti come Monti

    Senti senti. L’Huffington Post “made in Italy” dedica il titolo di apertura al sindaco di Parma e la butta sul sarcastico: «Rigore a 5 Stelle». Chi è già informato di suo sa benissimo di cosa si tratta. E sa anche che la questione è vecchia. È stata già sollevata a suo tempo, ivi inclusa la sciagurata intervista realizzata da Giulia Innocenzi per Servizio pubblico di Santoro (dove è stata trasmessa in una versione così abbreviata da risultare del tutto fuorviante), e ha già ricevuto tutti i chiarimenti necessari dal diretto interessato.

    Invece, traendo spunto da un articolo del Sole 24 Ore, la “Brigata Annunziata” ci ritorna daccapo come se niente fosse. E fin dal sottotitolo ne dà una lettura sbilenca. Mentre la premessa è una ricognizione oggettiva, «La lezione di Parma per l’Italia. Nel primo anno di governo, Pizzarotti aumenta le tasse del 20% per non tagliare i servizi sociali e per tenere sotto controllo il debito», la conclusione non lo è affatto: «Una ricetta montiana per il partito più innovativo».

    Puro veleno. O, se si preferisce, puro avvelenamento. Si prende una coincidenza superficiale, che di per sé riguarda un singolo aspetto, e la si trasforma in una affinità decisiva. La constatazione di fatto diventa di colpo una sintesi. Un messaggio. Una rivelazione. Visto? Bei discorsi in astratto, ma all’atto pratico anche il M5S si è dovuto piegare alla dura legge delle necessità. Esattamente come Monti, appunto.

    Roba da terza elementare, alla scuola della logica. O del buon giornalismo. E per quanto dopo, con calma, il testo dell’articolo aggiusti un tantino il tiro, riconoscendo «che tutto deriva da un governo all'insegna dell'emergenza», la tesi portante rimane la stessa: le promesse della campagna elettorale non hanno retto alla prova dei fatti. Come si legge testualmente, e proprio in chiusura, «[Pizzarotti] ha sperimentato in prima persona la difficile arte di amministrare quando non ci sono soldi e anzi solo debiti».

    Basta questo, però, per assimilare le misure adottate a Parma a quelle prese, su scala nazionale, dal governo tecnico imposto da Napolitano? Niente affatto. La differenza (la discriminante) è appunto nel resto della “ricetta”, che non si esaurisce nell’aumentare le tasse per fronteggiare il disavanzo ma ricomprende, come dovrebbe essere ovvio, ciò che si intende fare una volta che si sarà usciti dalla fase più critica.

    Per quanto i programmi economici del M5S siano abbastanza vaghi, non c’è ombra di dubbio che essi abbiano ben poco a che spartire con quelli di Mario Monti. Magari, se non ne è convinta, la Annunziata può chiedere direttamente a lui, la prossima volta che si sentono o che si vedono. Tra appartenenti al comitato esecutivo del prestigioso Aspen Insitute, quali sono entrambi, c’è da supporre che si capiranno al volo.

    Federico Zamboni
    venerdì
    mar152013

    Monti: 'Chiesta flessibilità sul bilancio'

    "Nella bozza accolta la proposta di Monti. Il Premier: L'Italia deve utilizzare i margini del patto. Lettera a leader per attuare immediato sostegno a occupazione. 'Ora considerare consolidamento per la crescita'. 'Necessario focalizzarsi su misure concrete'. Barroso: non ci sono contraddizioni con le richieste italiane"

    da Rainews

    domenica
    feb242013

    NON ARCHIVIEREMO NIENTE

    Un altro luogo comune da sfatare: dimenticarsi delle brutture della campagna elettorale e voltare pagina  

    Oggi no. Oggi non parleremo dei singoli partiti, e dei relativi leader-capibanda, né tantomeno delle loro misere diatribe, che in massima parte sono solo contrapposizioni di facciata o comunque legate, anziché a vere differenze sui valori sostanziali, a lotte per il potere tra le diverse fazioni.

    Oggi, ribaltando il senso e gli scopi delle raccomandazioni quanto mai ipocrite sul silenzio elettorale, lasceremo da parte le questioni di merito e andremo a focalizzare un aspetto di portata assai più ampia. Che pur essendo parte integrante della messinscena del voto “democratico”, va molto al di là della competizione in corso. O di qualsiasi altra occasione analoga, già alle nostre spalle o di là da venire.

    Il trucco, che abbiamo richiamato nel sottotitolo, è collaudatissimo. E infatti si prova a utilizzarlo anche stavolta. Il presupposto generale, in questa vera e propria truffa che prosegue a oltranza per il semplice e inquietante motivo che continua a funzionare, è far sembrare che la realtà politica sia in perenne mutamento. E che, a indirizzarla, sia la volontà dei cittadini.

    Le applicazioni pratiche sono pressoché infinite, ma il perno su cui esse ruotano è l’idea (la mistificazione) che tutto ciò che accade sia percepito come un singolo “episodio” in attesa di ulteriori sviluppi. Alla stregua di una fiction, ci si deve appassionare alle vicende del momento – le vicende messe in onda a uso e consumo degli spettatori – senza mai pervenire a giudizi conclusivi su ciò che viene raccontato. La finalità non è far capire il senso della storia nel suo complesso, ma enfatizzarne gli innumerevoli andirivieni: paradossalmente, quanto più ci si concentra sul racconto, tanto meno lo si comprende. Quanto più ci si lascia risucchiare dalla curiosità, nei confronti della puntata in corso, e tanto meno si avvertirà il bisogno di soffermarsi su quelle che l’hanno preceduta, se non come prologo narrativo-emotivo a ciò in cui ci si trova immersi adesso. La partecipazione psichica è massima. La consapevolezza critica è minima, o nulla.

    Forti di questo tipo di coinvolgimento, che i più accorti tra i manipolatori conoscono perfettamente e che gli altri si limitano a utilizzare in maniera empirica (poiché un abile imbonitore, in fin dei conti, è non meno efficace di uno psicologo con tutti i crismi), le oligarchie che controllano l’informazione di massa stanno già lanciando, in queste ultime ore, l’invito a dimenticare la campagna elettorale. Per proiettarsi invece verso quello che sta per farvi seguito, dall’esito del voto in poi.

    Benché si dia atto che lo scontro fra i contendenti è stato di infimo livello, per l’inconsistenza delle tesi e la volgarità dei battibecchi reciproci, si vorrebbe che gli italiani accantonassero all’istante quelle palesi dimostrazioni di cialtroneria, riducendole a sbavature occasionali che non inficiano la legittimità politica sia dei rispettivi interpreti, sia dell’intera filodrammatica.

    Assurdo.

    La conclusione corretta deve essere opposta. E ancora prima deve essere, appunto, una conclusione. Ciò che è emerso negli ultimi due mesi, infatti, non è per nulla un incidente di percorso, che in fondo può capitare a tutti e che non deve colpevolizzare più di tanto chi se ne renda responsabile, ma è l’esito inevitabile di determinate caratteristiche. Sia dei singoli esponenti che delle rispettive organizzazioni.

    Sostenere che bisogna voltare pagina, e guardare a ciò che accadrà di qui in avanti, equivale a un inganno in piena regola. Il futuro che ci attende è nel segno di una totale omogeneità con il passato, almeno per quanto riguarda i politici di lungo corso alla Berlusconi-Bersani-Casini e gli pseudo tecnici alla Monti, e quindi va considerato proprio in questa chiave. Che esclude ogni nuova apertura di credito, nei confronti di questa massa di “pregiudicati per gravi e ripetuti attacchi contro gli interessi del popolo italiano”, e che al contrario sollecita la chiusura definitiva dell’istruttoria a loro carico. In vista della formulazione, semmai non vi si avesse già provveduto, dell’unico verdetto ragionevole: la condanna a un ostracismo a vita e senza possibilità di appello.

    Federico Zamboni  

    mercoledì
    feb202013

    Monti candida la Bonino al Quirinale: il Bilderberg sul Colle?

    mercoledì
    feb202013

    Dopo Monti c'è solo Monti

     

    A meno di risultati clamorosi, il prossimo governo, magari tricefalo - sinistra-centro-destra - sarà sempre alle sue dipendenze

    Se Monti critica apertamente, come fosse un politicante qualsiasi di vecchia data, tutto quanto proviene dai suoi (sedicenti) diretti avversari alle urne, vedi ad esempio la lettera di Berlusconi sull'Imu (comunque indifendibile, sia chiaro) è in ogni caso sulla "grande coalizione" che punta per portare avanti tutto quanto iniziato a suo tempo.

    A vedere dai dati, comunque, tutto quello che il governo tecnico ha messo sul tavolo nella precedente legislatura si può sintetizzare come un fallimento sia dal punto di vista prettamente economico sia soprattutto da quello sociale. Per gli italiani, s'intende. Per la speculazione è stato un (ancora parziale) successo.

    Monti o meno, comunque, se la coalizione che dovesse uscire vincente dalle urne non sarà in grado di optare per una visione politica differente, e dunque provare a imprimere un nuovo corso al Paese (è ovviamente un dubitativo ironico e retorico, lo sappiamo) bisogna dunque domandarsi, e rispondersi con buona plausibilità, che cosa ci troveremo di fronte. L'ipotesi di un Monti-bis su queste pagine è praticamente data per certa da sempre, vista l'assoluta incapacità da parte dei partiti tradizionali, che vincano o meno, di provare a fare qualsiasi cosa. Ed è dunque l'Agenda Monti che ci aspetta, per qualunque sarà il Presidente del Consiglio e i Ministri.

    Dopo il voto sarà una pletora infinita di commenti sui risultati - qui al Ribelle ce la caveremo con lo speciale di Noi Nel Mezzo, in diretta Lunedì 25 pomeriggio, interamente dedicato ai risultati delle Politiche 2013 - ma poi verrà la volta delle consultazioni e quindi del giuramento del nuovo governo. Una noia infinita come sempre, e soprattutto, in questo caso, di utilità pressoché nulla visto che comunque vada sarà sempre Monti e i suoi superiori internazionali ad avere il boccino in mano.

    Lo stesso Monti non ne ha fatto mistero: «Ho sempre avuto la visione che per risolvere i gravissimi problemi dell’Italia serva un consenso piuttosto largo. Per questo mi sono dichiarato spesso a favore di grandi coalizioni, anche quando era quasi una bestemmia dirlo».

    Oggi, più che una bestemmia è, per Monti ma anche per tutti gli altri, una mera necessità. A meno di grandi eventi dalle prossime elezioni non potrà che uscire un accrocco istituzionale, dove i soliti partiti, pur di vivacchiare un'altra legislatura, o almeno parte di essa e pur di far fuori politicamente il MoVimento 5 Stelle che comunque entrerà in Parlamento, si metteranno assieme con un assortimento, e degli accostamenti, veramente da far accapponare la pelle (e girare nelle tombe tanti esponenti di un tempo).

    Quando Monti finge di prendere le distanze dal Pd - «Non mi sento condannato a governare con loro. Ripeto, non abbiamo nulla in comune con la coalizione di sinistra, così come non abbiamo niente in comune con la destra» - lo fa ovviamente a solo vantaggio di taccuini, microfoni e telecamere in prossimità delle elezioni, dove non è affatto certo che riuscirà a superare il 10% fatidico. E dunque almeno sino a domenica deve menare forte. Ma per il resto, sa bene che superato lo scoglio di tale percentuale, una volta dentro sarà comunque attorno a lui che ruoterà tutto il balletto - che potrebbe essere addirittura tricefalo (destra-sinistra-centro).

    Il che avvalorerebbe ancora una volta la percezione, e la realtà, della presenza di un unico blocco da rimuovere in toto, per via politica o per altra via, rispetto "al resto". Tutto il resto.

    E comunque soggetto della messinscena sarà lo stesso. La prospettiva, con Monti, è quella di soli sacrifici a favore delle Banche e della speculazione.

    lunedì
    feb182013

    Caro Senatore Monti, vuole rispondere anche a noi oppure no?

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    Mario Monti Claudio Messora LUltima Parola Commissione Trilaterale Stati Uniti dEuropa


     Caro Senatore Monti,
     
     visto che lei si è lamentato, meravigliandosene, di non avere trovato interlocutori disponibili al confronto, ma si è guardato bene dal venire anche una sola volta, durante la sua campagna elettorale, a L'Ultima Parola, per confrontarsi davvero con la pancia del Paese, allora la mia domanda ieri sera ho dovuto porgliela così, di fronte a una sagoma di cartone con il suo volto.
     

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    giovedì
    feb142013

    Monti: non solo Bilderberg

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    monti-bruegeldi Rita Pennarola – La Voce delle Voci.

    Non solo Bilderberg. O la Trilateral. Non bastavano nemmeno gli Illuminati alla collezione di Mario Monti, fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi rimbalzato quotidianamente sul web per le sue conclamate appartenenze a logge supermassoniche mondiali.

    Lui, il premier, fin dal 2004 aveva fondato in Europa una compagine tutta sua. Si tratta di Bruegel, un nome che fa discutere fin dal suo primo apparire. Per Monti e i suoi, si tratta di un semplice acronimo (Brussels European and Global Economic Laboratory). Per i più sospettosi, evocare il grande artista fiammingo del Cinquecento, noto per la rappresentazione dei ciechi, è l'implicito riferimento a quel panorama occulto della finanza mondiale che i cittadini non possono - e non devono mai - vedere.

    Ma chi è e cosa fa Bruegel? Loro si definiscono naturalmente e senza alcun imbarazzo i filantropi dell'economia europea. Nel senso che solo grazie al loro insegnamento potremo avere nel vecchio continente i grandi economisti di domani.

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    mercoledì
    feb132013

    Monti vs Grillo: Vade retro, populista!

    mercoledì
    feb132013

    GRECIA: LO SPAURACCHIO MILLE USI

    Prima lo hanno utilizzato per imporre i governi rigoristi. Adesso Monti lo rispolvera in chiave anti M5S

    Ci sarà anche in questo lo zampino di David Axelrod, l’aggressivo e navigatissimo spin doctor in prestito dagli USA (e da Obama) per sostenere la campagna elettorale di Mario Monti?

    Forse sì, ma solo per quanto riguarda i tempi con cui si è sferrato l’attacco. Sul piano sostanziale, invece, non c’era alcun bisogno di suggeritori esterni. L’utilizzo strumentale della Grecia, come esempio concreto, e drammatico, della catastrofe cui vanno incontro gli Stati che non applicano per filo e per segno le politiche finanziarie gradite alla Trojka, va avanti ormai da anni.

    Sull’eventualità che si tratti di un disastro preparato, o incentivato, ad hoc si può discutere, ma resta il fatto che tra le altre forme di sfruttamento della crisi ellenica c’è anche la sua strumentalizzazione in chiave propagandistica. Come ricorda Alessio Mannino, nell’editoriale che pubblichiamo qui a fianco, la Grecia costituisce un caso esemplare di rovesciamento della realtà. Ossia di mistificazione. Prima l’hanno spinta verso il baratro del totale dissesto dei conti pubblici, in modo da farle sfiorare il default. Poi le hanno addebitato l’intera responsabilità dell’accaduto, e lasciato che sprofondasse in una gravissima recessione.

    Gli scopi erano innanzitutto finanziari, ma tra i vantaggi collaterali c’è stato, e continua a esserci, anche questo: avere costantemente sotto mano una situazione spaventosa da mostrare/esibire ai popoli degli altri Stati con un forte indebitamento, e in particolare agli altri quattro che rientrano nei cosiddetti Piigs, affinché osservassero la pessima fine che li attendeva qualora non avessero prontamente accettato di rivedere le proprie politiche economiche. Tagliando drasticamente le uscite, ovvero la spesa sociale, e liberalizzando/privatizzando a più non posso.

    Al di là del caso specifico, del resto, l’artificio dialettico è ben noto. Ed è quello che si potrebbe definire del “male maggiore”, per cui si paventa un’alternativa terribile per indurre all’accettazione del cosiddetto “male minore”.

    Le frasi pronunciate ieri da Monti sono solo una variazione sul tema: «Grillo, per una volta, vada in una piazza greca anziché nelle piazze italiane e vedrà la disperazione, la protesta e anche piazze piene di neofascisti. Se lui vuole con le sue urla e il suo populismo dannoso trasformarci nella Grecia faccia pure. Io non voglio avere niente a che fare con questo populismo».

    Allo spauracchio del default finanziario, con la dissoluzione della ricchezza nazionale, si affianca lo spauracchio aggiuntivo di una sorta di default democratico, con la perdita delle libertà odierne. La causa di tutti i mali diventa il populismo, che semmai va rubricato tra gli effetti del degrado, sia politico sia economico, determinato dalle patologie liberiste e speculative.

    Niente di nuovo, per chi abbia aperto gli occhi. Ma i più restano mezzi ipnotizzati, o ipnotizzati completamente, ed è a loro che guardano, fiduciosi e sprezzanti, i Monti e gli Axelrod dell’Occidente filo americano.

    Federico Zamboni

    martedì
    feb122013

    Grillo a Monti: la Grecia l'hanno creata quelli come lui

     "'Lo vedete Monti che accarezza il cane e che 'sale in politica' con Fini e Casini? Ma cosa dice? - ha aggiunto Grillo - E' in preda al panico. E tutti hanno paura, ecco perche' si stanno unendo come il trenino dell'amore'"

    da Rainews

    lunedì
    feb112013

    MAMMA MIA, CHE TONI “ASPRI”

    Battibecchi a distanza e accuse da quattro soldi, per mascherare il vuoto sulle tematiche davvero importanti

     

    Chi lo dice in un modo e chi in un altro, ma adesso il leitmotiv dei media omologati è questo: la campagna elettorale che si “accende” a suon di polemiche tra i diversi leader, in un crescendo di attacchi reciproci.

    Per esempio: Monti che accusa Berlusconi di «comprare voti» e Berlusconi che replica definendo «indecente» non solo la singola dichiarazione ma il Professore come persona. E ancora, per limitarci alla baruffa del momento ma senza dimenticare tutti gli altri episodi più o meno analoghi, lo stesso Monti che sottolinea l’avversione dei vertici UE per Berlusconi, e quest’ultimo che ribatte con un lapidario «cazzate».

    Roba che andrebbe liquidata per ciò che è – un cumulo di quisquilie e diversivi, tra mestieranti che sono pronti a tutto pur di tenersi alla larga dalle questioni cruciali – e che invece viene innalzata a tema del giorno. In maniera tale che il pubblico abbocchi: simpatizzando con Tizio e antipatizzando con Caio, in attesa di recarsi ai seggi e scaricare, nell’urna, tutta l’emotività che avrà accumulato nel frattempo.

    Salvo poi, per cinque anni o quello che sarà, subire gli effetti concreti della sua inguaribile superficialità. Della sua incapacità di fare almeno il primo passo nella direzione giusta: uscire dalla folla che tiene gli occhi inchiodati sugli sketch del dibattito ufficiale e rivolgere lo sguardo altrove.

    Le risposte verranno dopo. Intanto, bisogna imparare daccapo a farsi delle vere domande.

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