La Rai targata Monti: via “La Storia siamo noi”
Tutto sbagliato, nella decisione di rimuovere dal palinsesto Rai della prossima stagione La Storia siamo noi. E, ancora di più, nel modo in cui il comunicato dell’azienda cerca di giustificare la scelta, presentandola come un esito naturale e “inevitabile” dei contratti in essere. Per poi spargere, nel tentativo di rabbonire gli utenti delusi, delle rassicurazioni a dir poco generiche.
Il ragionamento, chiamiamolo così, si articola su tre punti. Uno: «Si è chiusa l’esperienza della struttura che curava le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il budget previsto è stato speso, quindi l’esperienza è finita». Due: «È chiaro, però, che il rapporto della Rai con la cultura e la storia continuerà su Rai Educational grazie alla direttrice Silvia Calandrelli e ai nuovi progetti in cantiere, come l’appuntamento condotto da Paolo Mieli e il programma dedicato alla Prima guerra mondiale, che sarà trasmesso anche in HD». Tre: «Per quanto riguarda le persone che lavoravano con Minoli, si stanno riposizionando nelle varie strutture dell’azienda. Minoli era già in pensione per raggiunti limiti d’età, gli era stato fatto un contratto per curare gli eventi legati all’Unità d’Italia. Non è escluso che in futuro la sua esperienza non possa portare a nuove collaborazioni come autore».
Argomentazioni risibili. E parecchio ipocrite. Quando si decide di eliminare un programma di qualità, che per di più ha buoni ascolti e costa relativamente poco, bisognerebbe avere il coraggio di entrare nel merito e di dire che non lo si vuole più perché si è deciso di sostituirlo con qualcos’altro.
La scusa dei contratti che giungono al termine, e dei relativi budget che si sono esauriti, è appunto una scusa. Nemmeno brillante. O almeno ingegnosa. Tutti i contratti, per loro natura, hanno una durata prefissata e dei fondi limitati e corrispondenti allo scopo: ma nulla vieta di rinnovarli, col dovuto anticipo. E se poi non lo si vuole fare è doveroso, gestendo una struttura che si fregia della qualifica di servizio pubblico e che perciò è foraggiata da quell’odiosa gabella che è il canone RAI, dirlo chiaro e tondo. Non solo assumendosene una generica e obbligatoria responsabilità amministrativa, ma fornendo delle valutazioni di natura prettamente editoriale. E indicando esattamente con quale altra trasmissione di intende rimpiazzare quella che si va a sopprimere.
La Rai, al contrario, non fa nessuna di queste cose. A quasi un anno dall’insediamento del ticket manageriale voluto da Mario Monti, con la presidenza all’ex Bankitalia Annamaria Tarantola e la direzione generale all’ex Bank of America Luigi Gubitosi, si rifugia nel comunicato di maniera. Spedisce in archivio “La Storia siamo noi”, che pur rientrando nell’informazione mainstream ha degli spunti di interesse ed è condotto con una professionalità di gran lunga superiore alla media, e assicura «che il rapporto con la cultura e la storia continuerà su Rai Educational». Per poi citare a mo’ di esempio, con malcelato orgoglio, «il programma dedicato alla Prima guerra mondiale, che sarà trasmesso anche in HD».
Forse, non hanno capito che la Storia cui si riferisce il programma di Minoli non è quella remota, di un secolo fa e magari oltre, ma la mistura di passato prossimo e di presente che ci riguarda da vicino. E che dovremmo imparare, appunto, a osservare in modo diverso dalla semplice cronaca: non come flusso incessante, e pressoché indistinto, ma come vicende specifiche da mettere a fuoco e da analizzare. Vicende interconnesse tra di loro, non di rado, e tuttavia suscettibili di essere inquadrate a una a una. Compiutamente. Pervenendo a delle conclusioni precise. Traendone insegnamento per comprendere la realtà in cui siamo tuttora immersi.
Cause ed effetti, anziché azioni e reazioni. E se non cogliete la differenza, è la conferma che il problema esiste.
(fz)
[Redazione]
Parziale marcia indietro, rispetto alle notizie iniziali. La Rai, per bocca del suo dg Gubitosi, ha precisato che «La Storia siamo noi non chiude. Termina semplicemente il contratto con Giovanni Minoli che era andato già in pensione tre anni fa ed aveva avuto un contratto triennale per i 150 anni dell'Unità d'Italia che scade il 31 maggio». Poiché «il format è comunque di proprietà della Rai» le prossime serie verranno realizzate dal personale assunto, in quanto «noi ora tendiamo a impiegare le forze interne e non a rinnovare i contratti di chi va in pensione».
Ovviamente non si può affermare già adesso, e con assoluta certezza, che il cambio di gestione si risolverà in uno snaturamento, ma il rischio esiste eccome. Minoli ha una professionalità verificata e, nei limiti delle sue caratteristiche, un grado di autonomia che difficilmente si potrà ritrovare nei giornalisti che sono alle dipendenze dell’azienda. E che, giocoforza, devono stare bene attenti a non inimicarsi i dirigenti, o coloro che li hanno scelti.
Una cosa, dunque, è dire che continuerà a esistere un programma intitolato “La Storia siamo noi”, e tutt’altro che sarà, nella sostanza, lo stesso programma che è andato in onda finora.
Disinformazione,
Mario Monti,
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Nella bozza accolta la proposta di Monti. Il Premier: L'Italia deve utilizzare i margini del patto. Lettera a leader per attuare immediato sostegno a occupazione. 'Ora considerare consolidamento per la crescita'. 'Necessario focalizzarsi su misure concrete'. Barroso: non ci sono contraddizioni con le richieste italiane"

di Rita Pennarola 

'Lo vedete Monti che accarezza il cane e che 'sale in politica' con Fini e Casini? Ma cosa dice? - ha aggiunto Grillo - E' in preda al panico. E tutti hanno paura, ecco perche' si stanno unendo come il trenino dell'amore'"




NON ARCHIVIEREMO NIENTE
Oggi no. Oggi non parleremo dei singoli partiti, e dei relativi leader-capibanda, né tantomeno delle loro misere diatribe, che in massima parte sono solo contrapposizioni di facciata o comunque legate, anziché a vere differenze sui valori sostanziali, a lotte per il potere tra le diverse fazioni.
Oggi, ribaltando il senso e gli scopi delle raccomandazioni quanto mai ipocrite sul silenzio elettorale, lasceremo da parte le questioni di merito e andremo a focalizzare un aspetto di portata assai più ampia. Che pur essendo parte integrante della messinscena del voto “democratico”, va molto al di là della competizione in corso. O di qualsiasi altra occasione analoga, già alle nostre spalle o di là da venire.
Il trucco, che abbiamo richiamato nel sottotitolo, è collaudatissimo. E infatti si prova a utilizzarlo anche stavolta. Il presupposto generale, in questa vera e propria truffa che prosegue a oltranza per il semplice e inquietante motivo che continua a funzionare, è far sembrare che la realtà politica sia in perenne mutamento. E che, a indirizzarla, sia la volontà dei cittadini.
Le applicazioni pratiche sono pressoché infinite, ma il perno su cui esse ruotano è l’idea (la mistificazione) che tutto ciò che accade sia percepito come un singolo “episodio” in attesa di ulteriori sviluppi. Alla stregua di una fiction, ci si deve appassionare alle vicende del momento – le vicende messe in onda a uso e consumo degli spettatori – senza mai pervenire a giudizi conclusivi su ciò che viene raccontato. La finalità non è far capire il senso della storia nel suo complesso, ma enfatizzarne gli innumerevoli andirivieni: paradossalmente, quanto più ci si concentra sul racconto, tanto meno lo si comprende. Quanto più ci si lascia risucchiare dalla curiosità, nei confronti della puntata in corso, e tanto meno si avvertirà il bisogno di soffermarsi su quelle che l’hanno preceduta, se non come prologo narrativo-emotivo a ciò in cui ci si trova immersi adesso. La partecipazione psichica è massima. La consapevolezza critica è minima, o nulla.
Forti di questo tipo di coinvolgimento, che i più accorti tra i manipolatori conoscono perfettamente e che gli altri si limitano a utilizzare in maniera empirica (poiché un abile imbonitore, in fin dei conti, è non meno efficace di uno psicologo con tutti i crismi), le oligarchie che controllano l’informazione di massa stanno già lanciando, in queste ultime ore, l’invito a dimenticare la campagna elettorale. Per proiettarsi invece verso quello che sta per farvi seguito, dall’esito del voto in poi.
Benché si dia atto che lo scontro fra i contendenti è stato di infimo livello, per l’inconsistenza delle tesi e la volgarità dei battibecchi reciproci, si vorrebbe che gli italiani accantonassero all’istante quelle palesi dimostrazioni di cialtroneria, riducendole a sbavature occasionali che non inficiano la legittimità politica sia dei rispettivi interpreti, sia dell’intera filodrammatica.
Assurdo.
La conclusione corretta deve essere opposta. E ancora prima deve essere, appunto, una conclusione. Ciò che è emerso negli ultimi due mesi, infatti, non è per nulla un incidente di percorso, che in fondo può capitare a tutti e che non deve colpevolizzare più di tanto chi se ne renda responsabile, ma è l’esito inevitabile di determinate caratteristiche. Sia dei singoli esponenti che delle rispettive organizzazioni.
Sostenere che bisogna voltare pagina, e guardare a ciò che accadrà di qui in avanti, equivale a un inganno in piena regola. Il futuro che ci attende è nel segno di una totale omogeneità con il passato, almeno per quanto riguarda i politici di lungo corso alla Berlusconi-Bersani-Casini e gli pseudo tecnici alla Monti, e quindi va considerato proprio in questa chiave. Che esclude ogni nuova apertura di credito, nei confronti di questa massa di “pregiudicati per gravi e ripetuti attacchi contro gli interessi del popolo italiano”, e che al contrario sollecita la chiusura definitiva dell’istruttoria a loro carico. In vista della formulazione, semmai non vi si avesse già provveduto, dell’unico verdetto ragionevole: la condanna a un ostracismo a vita e senza possibilità di appello.
Federico Zamboni