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    LETTERE E RISPOSTE
    OPINIONI DEI LETTORI

    Entries in MoVImento 5 Stelle (207)

    lunedì
    dic152014

    Discutere la Nato intanto. E poi l'Euro

    La campagna referendaria di M5S contro l’euro è partita. Valgono poco le obiezioni di quanti rilevano la non praticabilità di un referendum di questo tipo con le attuali regole costituzionali. Infatti il significato dell’iniziativa è tutto politico ed è legittimo utilizzare una raccolta di firme come pretesto per stimolare un dibattito e far prendere coscienza di un problema.

    L’obiezione più consistente è un’altra.

    Si promuovono battaglie politiche quando c’è una fondata speranza di vincerle, non quando la sconfitta è certa.  Andare incontro a una sconfitta certa significa recare danno a quella stessa causa che si voleva promuovere. 

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    martedì
    dic022014

    Bravo, Grillo. Un M5S così è l’ideale per il sistema

    «Sono un po’ stanchino» ha scritto venerdì scorso Beppe Grillo sul suo blog. E siccome era un po’ stanchino, dichiarava di aver capito di non bastare più e proponeva, perciò, una sorta di direttorio allargato e composto da cinque parlamentari del M5S, che sono Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco e Carlo Sibilia.

    L’innovazione, manco a dirlo, è stata avallata a grandissima maggioranza con una delle solite consultazioni lampo effettuate on-line e riservate agli “iscritti certificati”. Dei 37.127 che hanno votato, 34.050 si sono schierati per il sì e appena 3.077 per il no. Detto in termini percentuali, il 91,7 di favorevoli e l’8,3 di contrari. In pratica un trionfo. Ma un trionfo di chi? E, soprattutto, a quale scopo e con quali prospettive?

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    venerdì
    nov282014

    M5S nella tempesta. Perché la confusione genera infezione

    Preliminarmente: non c’è proprio nulla di cui gioire, per i ripetuti e crescenti scricchiolii che arrivano dal MoVimento 5 Stelle. Tra i diversi litiganti, infatti, l’elemento comune sembra essere simile. La mancanza di una piena limpidezza sia nelle motivazioni che nei comportamenti, in un sovrapporsi di zone d’ombra che non permette nemmeno lontanamente di riconoscere con certezza dove siano le ragioni e dove i torti.

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    mercoledì
    nov192014

    Colpo di scena: Grillo non è indigente

    Qualcuno è più sguaiato, qualcun altro è più subdolo. Alla prima tipologia appartengono il Giornale e La Stampa, che addirittura pubblicano pari pari il medesimo articolo limitandosi a cambiargli il titolo e, nel caso del quotidiano torinese, omettendo di firmarlo. Nella seconda, invece, rientrano il Corriere e Repubblica.

    La finalità, comunque, è sostanzialmente la stessa: mettere in cattiva luce Beppe Grillo, sbandierandone sia i redditi relativi al 2013, sia alcune altre informazioni di rilievo fiscale. Informazioni che sono apparse sul sito del Parlamento, al pari di quelle relative agli altri tesorieri e presidenti di partito che non sono né deputati né senatori, e che nel loro insieme compongono la “Dichiarazione per la pubblicità della situazione patrimoniale”. Ovvero, una sorta di riassunto del modello Unico, che della versione integrale riproduce solo il Quadro N (in cui si determina l’imposta complessiva) e che elenca i beni immobili, quelli mobili iscritti in pubblici registri, le partecipazioni societarie e gli incarichi di amministratore e sindaco in società.

    Bene. Che cosa emerge da tutto ciò? Emerge, si fa per dire, che l’anno scorso Grillo ha conseguito un imponibile lordo di 147.531 euro, cui corrisponde un netto di 91.511; che è proprietario di una villa con terreno di pertinenza e di tre appartamenti, due dei quali all’estero (Francia e Svizzera), nonché dei relativi box o posti auto e di un ulteriore box in Val d’Aosta; che possiede una Mercedes Classe A del 2002 e uno scooter Suzuki Burgman del 2001; che detiene dieci azioni della Banca Popolare Etica e che controlla pressoché da solo, rispettivamente al 98 e al 99 per cento, la società semplice Bellavista, di cui è anche amministratore, e la S.r.l Gestimar.

    Come si vede, la fotografia di una situazione relativamente ordinaria, considerando che parliamo di un professionista dello spettacolo con alle spalle una trentina d’anni di carriera, e di successi. Magari andrebbe approfondita la parte relativa alle società, entrambe di natura immobiliare, ma se non lo si fa, e se non si sollevano delle questioni specifiche o, peggio, delle accuse circostanziate, c’è da ritenere che si tratti  di investimenti personali senza niente di strano, fino a prova contraria.

    Così, in mancanza di meglio, il tentativo di screditamento deve accontentarsi del poco o nulla che ha sotto mano. Da un lato, perciò, si richiama l’attenzione sul fatto che il leader del MoVimento 5 Stelle gode di una ricchezza non trascurabile e nettamente superiore a quella della stragrande maggioranza degli italiani, lasciando intendere che in questo c’è qualcosa di antitetico rispetto alle infuocate arringhe contro la “Casta” e altri super ricchi di varia estrazione. Dall’altro, con l’eccezione del Corriere, si fa espresso riferimento a quanto dichiarato da Grillo circa un anno fa, affermando che «il mio 730 è a zero da quattro anni, sono l’unico che fa politica e ci ha rimesso dei soldi». La contraddizione, secondo i censori di turno, dovrebbe essere lampante e indiscutibile: gli oltre 147 mila euro di reddito 2013 non assomigliano neanche un po’ allo zero vantato durante il V Day 3 di Genova.

    Formalmente è vero. Nella sostanza no, per niente. Per chi sia in buona fede è chiarissimo che Grillo intendeva dire, e sottolineare, che a causa dell’impegno col M5S ha dovuto rinunciare alla sua consueta attività lavorativa e ai relativi guadagni a sei zeri. Che poi abbia delle proprietà, e degli introiti, è un altro paio di maniche. Anche perché, altrimenti, non si capisce di cosa vivrebbe.

    Chi ci segue abitualmente lo sa: a Grillo e al MoVimento 5 Stelle non abbiamo mai fatto sconti, sia sul piano delle posizioni teoriche che su quello delle iniziative concrete. E nel nostro osservatorio semi permanente non sono mancate le critiche alla gestione, tanto “giornalistica” quanto commerciale, del celeberrimo blog.

    Non sono certo le requisitorie, a darci fastidio. Le maldicenze sì, invece.

    Federico Zamboni

     

    Link agli articoli citati:

    Corriere della Sera

    Il Giornale

    La Stampa

    Repubblica

    mercoledì
    ott152014

    M5S: ma basta, con le «scimmie dal culo pelato»

    Stile Madonna, si potrebbe dire. Nel senso della showgirl americana, naturalmente. E, più in particolare, del “mitico” saluto che rivolse al pubblico italiano in apertura dello show del 1987 a Torino, quando esordì con la doppia domanda «Siete pronti? Siete caldi?» per poi prendere atto dell’entusiastico «Sììììììì» dei fan e aggiungere, bontà sua, un trionfale (ma mal accentato) «Ànch’io!».

    Grillo l’ha affrontato così, il suo ruolo di Lider Maximo in occasione della Festa del MoVimento 5 Stelle che si è svolta nello scorso fine settimana al Circo Massimo. Ancora una volta, ha puntato quasi tutto sull’emotività e poco o nulla sull’approfondimento. E benché sia ovvio che comizi e affini non costituiscano lo spazio adatto a esporre tesi complesse, questa elementare verità non può diventare un alibi indiscriminato per, come si dice a Roma, “buttarla in caciara”. A maggior ragione, poi, se lo squilibrio tra forma e sostanza non è affatto l’eccezione ma la regola.

    La forma è trascinante e corre su direttrici chiarissime, che continuano a essere quelle del Vaffa-Day del 2005 e si imperniano, quindi, su una contrapposizione assoluta ai partiti e agli altri poteri che hanno dominato a proprio vantaggio la società italiana; la sostanza arranca e si disperde su traiettorie che sono confuse e spezzate, come d’altronde è inevitabile quando non si faccia riferimento a un progetto economico, e macroeconomico, coerente e compiuto. Stando così le cose, le parole d’ordine abbondano ma le chiavi di lettura scarseggiano. L’entusiasmo si alimenta di sé stesso ma diventa bulimico: più che nutrirsi si ingozza. E rischia continuamente l’indigestione, o l’ubriachezza.

    Grillo, sia per non perdere terreno ai fini elettorali, sia a causa delle ricorrenti turbolenze che attraversano il MoVimento, ha come priorità il rinsaldamento della compattezza interna e cerca di ottenerla galvanizzando gli aderenti e i simpatizzanti, nella speranza che l’effetto duri il più a lungo possibile e si perpetui anche dopo che il suo ultimo comizio-show si è concluso. L’obiettivo non è sbagliato in sé stesso, visto che assai di frequente, e purtroppo, i seguaci sono appunto delle persone che seguono il capo, purché lo vedano stagliarsi, congruamente ingigantito dalla suggestione collettiva, al di sopra di chiunque altro. Ciò che non quadra, e che solleva, o conferma, i peggiori dubbi sulle vere intenzioni di Grillo & Casaleggio, è il fatto che il coinvolgimento emotivo venga inseguito in maniera così rozza, esponendosi ottusamente alle requisitorie sprezzanti di chi, per convenienza o per omologazione, si ostina ad appoggiare l’establishment. Vedi, per citare solo un caso, la ricognizione che ha fatto l’Espresso all’indomani della chiusura della kermesse romana, sotto un titolo che si commenta da sé: «#Italia5Stelle: il peggio del Circo Massimo. Dal tartufo di Grillo alla biga di Casaleggio».

    La domanda da porsi è inequivocabile: credono davvero, i vertici e i sostenitori del M5S, che l’aggressività sia incompatibile con delle analisi degne di tal nome, ed esposte con un frasario, e un immaginario, meno triviali? Credono davvero che perderebbero la loro immagine di nemici irriducibili del “sistema” se la smettessero di usare metafore dozzinali come quella delle «scimmie dal culo pelato»?

    Al Circo Massimo ci si è richiamati, come valori politici fondanti, all’onestà e alla comunità. Benissimo. Peccato, però, che queste siano soltanto delle precondizioni. E peccato che, nel lanciare iniziative come il referendum sull’Euro, non ci si prenda mai la briga di affiancare al proclama di turno degli studi dettagliati sulle conseguenze che ne deriverebbero.

    Qualche “fuck” in meno, e molte “faq” in più, e la credibilità del MoVimento avrebbe tutto da guadagnarci.

    Federico Zamboni
    lunedì
    giu232014

    Bilancio su Grillo. Con “outlook” negativo

    Sette anni esatti dall’annuncio, nel giugno 2007, del primo V-Day, che poi si svolse il successivo 8 settembre. E quasi cinque dalla costituzione ufficiale, il 4 ottobre 2009, del MoVimento 5 Stelle.

    In assoluto non sono moltissimi, ma sembrano comunque abbastanza per una valutazione complessiva dell’attività politica di Beppe Grillo. Specialmente in una fase, come quella attuale, in cui la crisi del 2007-08 ha fatto emergere con ancora più forza la questione fondamentale del nostro tempo: il rapporto tra società ed economia “di mercato”. Ossia, se ci fosse bisogno di esplicitarlo, tra la libertà di autodeterminazione dei singoli governi, e quindi dei rispettivi popoli, e i condizionamenti imposti dal modello dominante, incardinato sugli interessi delle oligarchie che gestiscono la finanza internazionale. 

    Il problema immediatamente connesso è ovvio: è il giudizio che bisogna dare – e l’atteggiamento che si deve tenere – nei confronti dei partiti. Quei partiti che si accapigliano su tutto ma che alla resa dei conti non smettono mai di assecondare l’odierno assetto delle democrazie occidentali, sull’asse che lega i vertici di USA e UE. Ben prima dei giudizi specifici, perciò, il punto da affrontare è quello della loro credibilità o meno come rappresentanti degli interessi popolari, nella prospettiva non già di una mera attenuazione nelle iniquità esistenti ma di un loro superamento. Il quale implica, naturalmente, la rimozione delle cause profonde che hanno determinato tali disparità, che sono talmente forti, deliberate e persistenti da costituire delle vere e proprie ingiustizie e da esigere che i responsabili di una sopraffazione così cinica e insistita vengano quantomeno identificati/denunciati con estrema chiarezza, in attesa di poterli neutralizzare come meritano.

    Con la stessa chiarezza, pertanto, va tracciata la linea di demarcazione tra chi sta da una parte e chi sta dall’altra. Tra la “casta”, verrebbe da dire concentrandosi sull’Italia e adeguandosi a certi schemi correnti, e chi la combatte. Ma si tratta di un’espressione equivoca, e fuorviante. La chiave di volta del disastro italiano non risiede nel malgoverno esercitato a colpi di privilegi ingiustificati e di autentiche ruberie da codice penale: per quanto gravi, e da sanzionare duramente, queste condotte non sono altro che fenomeni collaterali. La colpa essenziale, la colpa “storica”, consiste nell’aver lasciato che le sovranità nazionali venissero sacrificate ai diktat finanziari, lanciati ora dalle banche centrali, ora da quello che potremmo definire “il fronte della speculazione”, includendovi tanto gli operatori di Borsa quanto i media più o meno specializzati, le agenzie di rating e ogni altro soggetto che si dia da fare per puntellarne le attività – e il terrificante potere.

    Lungo questo discrimine, dunque, va giudicato anche Beppe Grillo. Che in questi anni si è certamente scagliato contro molti degli abusi in corso, mettendo nel mirino anche alcune misure-capestro sovrannazionali come il Fiscal compact e sollecitando un referendum sulla permanenza dell’Euro, ma che tuttavia si è sempre astenuto dal tracciare un quadro complessivo delle sue chiavi di lettura e dei suoi obiettivi. A tutt’oggi non è dato sapere, con la dovuta certezza, se lui e il M5S rifiutino il modello neoliberista in quanto tale, o se invece si accontentino di auspicarne una variante migliorativa. Una versione “light” che pur introducendo qualche limite all’azione dei privati a caccia di lucro, e pur esercitando un controllo assai più stringente sui politici, rimanga imperniata sui principi/dogmi dello sviluppo infinito e della ricerca incessante del profitto.

    Ciò che resta indefinito, quindi, è proprio l’aspetto cruciale. E da questo mancato chiarimento derivano, per forza di cose, le contraddizioni e le divergenze anche interne che si sono manifestate soprattutto negli ultimi sedici mesi, dopo il grande successo alle Politiche del febbraio 2013 e il massiccio ingresso in Parlamento. Il filo conduttore è noto, ma vale la pena di ribadirlo: da un lato c’è chi vorrebbe un atteggiamento “costruttivo”, nel segno della disponibilità a collaborare con gli altri partiti e nel presupposto che la presenza nelle assemblee elettive perderebbe, in caso contrario, la massima parte del suo valore, rendendo pressoché inutili i consensi ricevuti e deludendo le speranze degli elettori meno oltranzisti; dall’altro lato, invece, c’è chi preferisce mantenere un atteggiamento di drastica contrapposizione, che può tranquillamente spingersi, come si è visto nei famigerati incontri in streaming con Bersani e con Renzi, a farsi beffe dell’interlocutore di turno.

     

    La domanda da porre, tuttavia, non è chi abbia ragione e chi torto, fra gli opposti schieramenti. L’interrogativo deve andare ad appuntarsi sulle motivazioni dell’una o dell’altra scelta: ed è lo stesso nodo, infatti, che nel mio articolo di lunedì scorso ho richiamato tra le righe, rimproverando a Grillo di essersi dichiarato pronto a confrontarsi col governo sulla legge elettorale in quanto «Renzi è stato legittimato da un voto popolare e non a maggioranza dai soli voti della direzione del Pd». Come ho scritto, questa asserita legittimazione è vera solo in apparenza, e solo a patto di attribuire un effettivo valore democratico alle elezioni, europee o nazionali che siano.

    Grillo, quindi, ha preso lucciole per lanterne. E non è sufficiente, ad assolverlo, l’ipotesi che lo abbia affermato senza pensarlo, nell’intento di far credere che la propria decisione di parlare direttamente col presidente del Consiglio (che viceversa aveva trattato da completo cialtrone nel faccia a faccia del febbraio scorso) sia l’esito naturale, o persino obbligato, dell’exploit ottenuto dal Pd il 25 maggio. Che la mossa non sia molto accorta, d’altronde, lo confermano le reazioni dello stesso Renzi e del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi. Un classico gioco delle parti: mentre il primo si è ben guardato dal rigettare l’offerta, fissando anzi l’incontro per mercoledì prossimo, la seconda si è affrettata a precisare che «esiste un accordo fra le forze di maggioranza e Fi ed eventuali modifiche saranno prese in considerazione solo se ci sarà condivisione con chi ha già contribuito a questo percorso. Non si cambia partner all’ultimo momento».

    Appunto: Renzi & C. sono disposti a chiacchierare con chiunque, purché alla fine siano gli altri a convergere su certe linee guida, che non sono del Pd in quanto Pd, bensì del Pd in quanto referente dell’establishment economico. Essendo questi, i binari su cui instradare le relazioni tra il presidente del Consiglio e ogni altra forza politica, va da sé che sulle questioni di maggior rilievo, ivi inclusa la legge elettorale, non esiste nessun margine di manovra per deviare dalle rotte prefissate. Quale mai dovrebbe essere, d’altronde, la possibile mediazione tra un disegno fortemente maggioritario come l’Italicum di Renzi & Berlusconi e un impianto nettamente proporzionale, benché "selettivo" e con tendenza «a sovra-rappresentare le forze politiche più grandi e sotto-rappresentare le forze più piccole, consentendo loro di esistere ma diminuendone il potere ricattatorio», come il Democratellum di Grillo?

    La settimana scorsa, per di più, Grillo ha rincarato la dose: «Diciamo fin da ora ai cittadini italiani che non c'è alcuna preclusione da parte del MoVimento 5 Stelle ad affrontare anche un tavolo di trattative sulle riforme costituzionali. Vogliamo lavorarci in modo rapido e responsabile, non c'è da parte nostra nessuna intenzione di ritardare il processo. Il vaglio finale dei nostri iscritti al portale sarà la garanzia della partecipazione democratica, valore fondante del MoVimento 5 Stelle».

    Strano, perché avevamo avuto l’impressione che su temi di questa natura, e di questa portata, il M5S fosse antitetico al resto dei partiti. E che fosse consapevole, quindi, della oggettiva impossibilità di pervenire a delle sintesi di reciproca soddisfazione.

    Dopo il Grillo che lancia ultimatum al fulmicotone, invece, eccone qua un altro che si mostra impaziente di sedersi a un «tavolo di trattative sulle riforme costituzionali», sorvolando sul fatto che gli toccherà discuterne con gli stessi personaggi che fino a un mese fa prometteva di voler cacciare in malo modo. Se si tratta di una simulazione, finalizzata a far passare Renzi come il cattivaccio che non fa tesoro dei garbati suggerimenti del M5S, essa rientra nella tattica, pur essendo assai dubbio che vada a segno e pur ponendosi in contraddizione – in stridente contraddizione – coi messaggi lanciati in precedenza, e non una ma mille volte.

    Se al contrario si tratta di un riposizionamento, che mette fine all’epoca del “Tutti a casa”, allora è una decisione strategica: al posto della rivoluzione, la collaborazione. Che è il vero significato, e non da oggi, della cosiddetta “opposizione”.

    Al posto dello scontro frontale, come sarebbe inevitabile con personaggi omologatissimi e infidi alla Renzi, un sereno confronto, per ottenere quel che si può. Magari non molto, almeno per ora, ma poi si vedrà.

    Anche se il quando, ahimè, è impossibile precisarlo.

    Federico Zamboni 
    lunedì
    giu162014

    Grillo annaspa. E legittima Renzi

    Non ne fa più una giusta, Beppe Grillo. Vedi quest’ultimissima sortita che è apparsa ieri sul suo blog e che ha per titolo «Legge elettorale: Renzi, batti un colpo». In pratica, un invito al presidente del Consiglio a confrontarsi, quantomeno su questo specifico tema, anche col M5S. Spiegazione del cambio di atteggiamento: «Renzi è stato legittimato da un voto popolare e non a maggioranza dai soli voti della direzione del Pd».

    Una corbelleria che sconfina nella mistificazione. Nelle odierne società occidentali c’è un’abissale differenza tra l’esito delle urne e una legittimazione autenticamente democratica. Una differenza che lo stesso Grillo non può ignorare (altrimenti ne parli a voce con Massimo Fini oppure si legga, o rilegga, qualcuno degli innumerevoli interventi scritti da Chomsky al riguardo) e che deriva da decenni e decenni di manipolazione mediatica. Mediatica, beninteso, nel senso più ampio del termine, che va molto al di là dei tipici organi di informazione e che non si limita certo ai singoli messaggi, estendendosi invece ai modelli mentali, ivi inclusi quelli inconsci. Modelli cognitivi con cui si addestrano i cittadini a percepire e a interpretare la realtà in base a schemi prefissati, che guarda caso sono quelli funzionali agli scopi di chi detiene il potere.

    Nei confronti di Renzi, dunque, i giudizi non devono cambiare di una virgola, in forza dei risultati delle Europee. I motivi di estraneità, di avversione, di totale rifiuto come interlocutore politico, rimangono inalterati e, semmai, escono rafforzati dal fatto che egli stesso si è rafforzato, grazie all’ottusità di chi ha votato in massa il Pd. L’aspetto decisivo, per identificarlo come una creatura dell’establishment, sta nei suoi programmi politici, riducendo a una colpa accessoria l’assenza di un’investitura elettorale prima dell’ascesa a Palazzo Chigi. Simmetricamente, perciò, non può essere il recentissimo exploit ad accreditarlo in termini diversi.

    Benché resti giusto stigmatizzare l’artificiosità della sua nomina a capo del governo, così come quella dei suoi predecessori Enrico Letta e Mario Monti, bisogna stare attenti a non farlo da ingenui. Un conto è denunciare le forzature di Napolitano & C., ma tutt’altro è credere-illudersi-illudere che la chiave di volta risieda nelle procedure: il vero problema è che l’establishment concepisce il voto come una controfirma “popolare” delle proprie decisioni, per cui lo utilizza sempre in modo strumentale. Quando il clima è favorevole vi ricorre volentieri, esaltandone la supposta sovranità; quando viceversa teme il prevalere del malcontento – che manifestandosi in modo troppo massiccio potrebbe diventare inequivocabile e mettere a rischio la pantomima parlamentare – dilaziona la resa dei conti quanto più possibile. Nella speranza, purtroppo non infondata, che la tempesta si quieti e si ripristini, più o meno, il consueto tran-tran.

    Tornando a Grillo, questo suo goffo tentativo di dialogare con Renzi è l’ennesima mossa sbagliata. Rozza nella forma e contraddittoria nella sostanza. Se fino a ieri hai campato di aut-aut, dal tonante «Arrendetevi, siete circondati» del 2013 all’iperbolico «Vinceremo col 100 per cento» del 2014, non è che oggi puoi cambiare radicalmente approccio e fare finta di nulla, come se si trattasse di un dettaglio secondario.

    La questione del rapporto con gli altri partiti è cruciale: poiché essi, nel loro insieme, costituiscono il paravento “democratico” di un potere che è all’opposto oligarchico, e di matrice economico-finanziaria, ogni forma di dialogo, in vista di decisioni condivise, equivale di per sé a un riconoscimento della loro ipotetica buona fede. In altre parole, implica una legittimazione.

    Una scelta che non riguarda la tattica, ma la strategia.  

    Federico Zamboni
    martedì
    giu032014

    Europee 2014: dopo l'avvilimento, che fare?

    Poche storie. I risultati delle elezioni europee sono il peggio che ci si potesse attendere.

    L’astensione dal voto, che credo doverosa come scelta morale, non ha il minimo rilievo politico.

    Il Parlamento europeo sarà ancora dominato da PPE e socialisti, la zuppa e il pan bagnato.

    L’unico voto dirompente è stato quello degli inglesi che hanno dato il primo posto al partito di Farage; può essere dirompente perché, dato il sistema elettorale inglese col maggioritario puro, le percentuali di quel partito gli darebbero la maggioranza assoluta.

    Il 25% del Front National francese non è sufficiente. Nel ballottaggio previsto dal sistema francese, la marmaglia centrista di gollisti, liberali e socialisti agiterebbe lo spettro del fascismo e vincerebbe.

    Lo stesso vale per Syriza in Grecia, il partito di Tsipras. La marmaglia centrista gli sbarrerebbe il passo agitando lo spettro del comunismo.

    Quanto alla piccola Ungheria, in Europa conta quanto il due di coppe quando la briscola è di denari.

    Il calo dei partiti governativi in Germania e in Spagna è fisiologico e non lascia prevedere alcuna svolta reale.

    Per venire a noi, è chiarissimo da molti anni che si vota più la persona che il partito, secondo le pessime modalità dei nostri padroni americani. Era chiarissima la grande popolarità di Renzi, uno che sa vendere la sua povera merce come pochi altri nel mondo. Uno che è molto più abile e intelligente di come lo rappresenta Crozza. Se l’apparato del PD e la vecchia guardia dei militanti di provenienza PCI avessero capito dove soffiava il vento, lo avrebbero proposto come candidato alla presidenza del Consiglio già in occasione delle elezioni politiche di un anno fa, e avrebbe stravinto come oggi.

    M5S paga la sua incapacità di fare politica. Un leader italiano che ha scelto di portare i suoi in Parlamento, cioè dentro le istituzioni, non può urlare che non vuole dialogare con nessuno perché aspetta di avere la maggioranza assoluta, addirittura il 100%, per mandare tutti a casa a pedate sul sedere. Se lo fa, è fuori dal mondo e fuori di testa.

    Come mai trionfa la palude del conservatorismo dopo 6 anni di crisi sistemica?

    Intanto abbiamo esagerato la portata della crisi nei suoi aspetti economico-finanziari. Quando Berlusconi diceva che i ristoranti erano pieni, aveva ragione. Erano e sono pieni. Le strade sono un fiume ininterrotto di automobili di grossa cilindrata con una sola persona a bordo, il guidatore. Nelle domeniche di sole si riempiono di motociclette rombanti e costosissime. I luoghi di divertimento sono affollati. Le Agenzie di viaggio continuano a prosperare.

    La crisi ha accentuato le distanze fra i benestanti e i poveri, ma la maggioranza della popolazione mantiene il tenore di vita, altissimo, di prima. Possiamo negarlo ma sarebbe negare l’evidenza. I tanti che hanno visto diminuire i loro redditi sono ancora convinti che le cose miglioreranno, quando i nuvoloni passeggeri saranno sfilati via.

    Il fatto è che l’egemonia culturale liberal-social-democratica è assoluta e quasi incontrastata. La grande massa vede negli USA e nella NATO i difensori della nostra libertà. La grande massa è pienamente convinta che solo il libero mercato può rimettere in moto l’economia.

    L’antieuropeismo non paga. Per l’opinione pubblica l’UE significa che si può viaggiare comodamente senza noiosi controlli alle frontiere e negli aeroporti, per i giovani l’Europa unita è un’occasione di incontri, di esperienze, di studio e di lavoro.

    L’anti euro non paga. La moneta unica è comoda per chi viaggia, cioè per quasi tutti. La grande maggioranza della popolazione ha un gruzzoletto in banca. Queste persone sono convinte che il loro malloppo è più sicuro se è espresso da una moneta forte. Gli economisti hanno un bello spiegare che la svalutazione non comporta necessariamente l’inflazione. I risparmiatori capiscono immediatamente che il ritorno alle monete nazionali comporterebbe la loro svalutazione e quindi un’inflazione che taglierebbe i loro soldini dall’oggi al domani. Questi sono i messaggi che passano, non le analisi di Bagnai.

    L’ostilità verso gli immigrati ha presa quando il cittadino-elettore pensa alle bande che scorrazzano per le nostre città rubacchiando, sporcando e pretendendo l’elemosina. Ma cade quando considera che ormai in quasi ogni famiglia c’è un vegliardo rincoglionito, che costa una percentuale altissima del reddito che potrebbe essere destinato ai giovani, bisognoso di badante. E le badanti sono rumene, ucraine, marocchine, tunisine; e cade quando nota che nei cantieri si parla albanese, moldavo, arabo. Chi vuole risparmiare, compra all’emporio gestito dai cinesi. Possiamo abbandonarci alle ostilità viscerali, ma la realtà è che la decadenza europea è la causa di quell’invasione che è l’immigrazione, più che esserne l’effetto. Siamo stati invasi perché siamo un continente alla deriva, non siamo alla deriva perché siamo stati invasi. Siamo stati invasi perchè siamo vecchi e stremati da 50 anni di abbondanza.

    Ha poca presa anche la richiesta di un posto di lavoro stabile e sicuro. La mentalità dominante fra i giovani vede con orrore l’impiego, fino alla pensione, a due passi dalla casetta di papà e mammà. Il precariato e la mobilità sono visti dai giovani come un’opportunità più che come una condanna.

    Dobbiamo convincerci che la mutazione antropologica c’è stata e ha creato guasti terrificanti. Non c’è la percezione che la crisi è profonda ed epocale, una crisi morale e di civiltà prima ancora che economica. 

    Allora, che fare? Niente più di ciò che stiamo facendo. Continuare a predicare la verità rivolgendoci a quelle minoranze che ancora ricercano e ascoltano. Sono in atto movimenti sotterranei profondi nella grande geopolitica. Questa è la forza delle cose. Quei movimenti tellurici che i più non avvertono, quotidianamente cambiano gli equilibri strategici impercettibilmente, finché verranno alla luce in modo prorompente. Dopo la lunga incantazione ipnotica, il risveglio può essere rapido. In quel momento sarà stato utile aver fatto un’opera di presa di coscienza verso minoranze che si attiveranno, a meno che quei moti della geopolitica non preparino una grande guerra generalizzata. Allora i nostri appelli, come gli effimeri trionfi elettorali, saranno fuscelli spazzati via dal turbine.

    Luciano Fuschini
    venerdì
    mag302014

    Grillo, tempo di cambiare: largo ai giovani e sovranità 

    Restiamo coi piedi per terra. Un risultato elettorale, anche per noi miscredenti dell’urna, va interpretato per le spinte sociali e le motivazioni politiche che esprime, non con piagnucolamenti isterici o psicologismi da bignami. Né con invettive auto-assolutorie e moralistiche. Queste europee vanno analizzate per quel che sono, non per confermare o smentire i nostri pregiudizi.

    • Il primo partito resta l’astensione: 42% degli aventi diritto. Che è composta, come sempre, da due tipi di non-elettore: l’astenuto, che non vota per indifferenza, ignoranza o pigrizia, e l’astensionista, che non vota per scelta consapevole. Danneggia e ha danneggiato soprattutto il Movimento 5 Stelle, primo candidato a rappresentare la vastissima area del rifiuto integrale. Rispetto alle tornate europee del 2004 (27%) e del 2009 (34%), l’aumento del non voto indica un progressivo distacco degli italiani dall’ideale europeo, diventato un Leviatano monetario e finanziario che ha profondamente deluso quello che era il popolo più europeista dell’Unione. 
    • Sommata l’astensione alle percentuali dei partiti no euro, eurocritici o euroscettici (M5S, Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lista Tsipras), la protesta diretta e indiretta contro l’Ue-Bce è maggioranza assoluta nel Paese. 
    • Ha stravinto Matteo Renzi, il dottor Dulcamara (udite udite, o rustici) al governo. Non il Partito Democratico. La trasversale e interclassista fetta di società italiana che ha dato il 42% dei voti alle liste Pd l’ha dato in realtà al marketing politico del premier salito a Palazzo Chigi con una manovra di palazzo. Mettendo insieme l’elettorato caninamente fedele al richiamo di partito (nonostante tutte le figuracce in serie del Pd in questi anni), una piccola ma significativa parte di chi alle politiche 2013 aveva votato M5S per mancanza di altre “novità”, la moltitudine sensibile al voto di scambio degli 80 euro e, soprattutto, i transfughi dal Pdl-Forza Italia e da Scelta Civica (piccoli e medi imprenditori, artigiani, commercianti, professionisti) ipnotizzati dall’”uomo del fare” e dal Job’s act molto cool e molto liberista, ammucchiando tutto si arriva alla maggioranza relativa che ha lasciato di stucco tutti, a cominciare dai democrat. L’agente, il movente e il collante di questo blocco neo-democristiano fondato sulle slides è solo e soltanto lui, il Berluschino aggiornato ai tempi, molto più pericoloso dell’originale perché non affetto da satirismo, condanne, età ottuagenaria e logoramento dopo vent’anni di mancate “rivoluzioni liberali”. 
    • Il 42% dei votanti equivale al 23% dell’intera popolazione italiana. Meno di 1 su 4. I pidioti, dopo la sbornia del primo giorno, sgonfino presto la boria molto poco democratica.
    • Chi ha fatto una campagna elettorale su pochi elementi fortemente simbolici, semplici e chiari ha avuto soddisfazione: gli 80 euro di Renzi, il no euro della Lega. Chi si è limitato ad una campagna “contro” ma sovraccarica, confusa, testimoniale o ambigua è stato bastonato: il M5S con la sua debolezza sulla moneta unica (attaccare il Fiscal Compact ecc è programmaticamente eccellente, ma non “passa”, non “arriva”: la materia è troppo complessa e troppo poco conosciuta), Forza Italia mezza oppositrice e mezza alleata del governo, Fratelli d’Italia replica inutile della Lega o puro nostalgismo di passate “fiamme”. 
    • Il Movimento 5 Stelle è Grillo e Grillo è il Movimento 5 Stelle, ma Grillo non può ripetere lo stesso schema politico-elettorale ogni anno. Serviva un’idea-forza propositiva: il cavallo di battaglia sovranista andava cavalcato fino in fondo, la bandiera del no all’euro doveva essere sua. I valenti ragazzi che si son fatti le ossa in questi mesi sono stati mandati avanti troppo tardi e troppo timidamente, mentre è stato messo in vetrina televisiva un Casaleggio totalmente inadatto a far presa su chiunque al di fuori degli elettori già fidelizzati, e Beppe ha clamorosamente toppato andando a Vespa nel vano tentativo di ammaliarne i terrorizzati o schifati spettatori (al limite era meglio mandarci un giovane, brillante ma con l’aria meno “estremista”, come Di Maio o Di Battista). A posteriori siamo bravi tutti a escogitare soluzioni, è vero, ma questi errori sono figli di limiti strutturali su cui scriviamo da molto tempo: la mancanza di un’avanguardia dirigente e pensante interna, l’assenza di un pensiero spregiudicato ma sufficientemente coerente, l’incapacità di andare oltre la giusta ma riduttiva “questione morale” (l’onestà: benissimo, ma un onesto può anche essere un perfetto imbecille), l’organizzazione ormai oggi inaccettabilmente virtuale e minimale, quell’”uno vale uno” da lasciare solo come slogan, perché nei fatti è una sesquipedale idiozia. 
    • In politica bisogna ragionare secondo logiche politiche, un misto di scacchi e tecnica militare. Usando “centro” “sinistra” e “destra” come campi tematici, si può dire che oggi il Pd occupa quasi totalmente il centro e la sinistra (aprendo qui uno spazio, di pura testimonianza ma maggiore rispetto a quando il Pd aveva “qualcosa di sinistra”, per i ritornanti rossoverdi etichettati Tsipras), mentre la destra è frammentata e i 5 Stelle sono l’unica forza anti-sistema che tuttavia paga proprio l’alea di minaccia tripolare che ha fatto accucciare i “moderati” sotto il grembiulino eurocratico di Renzi. Se vuole conquistarsi un futuro, Grillo dovrà prosciugare i voti di destra, perché a sinistra e tanto meno al centro non becca più un voto che sia uno. 
    • Un dato correttissimo ma sottovalutato lo ha enunciato Grillo nella sua ammissione di sconfitta: c’è un’Italia anagraficamente vecchia, fatta di pensionati, che tutto pensa tranne che alla “rivoluzione”. Detto che i grillini dovrebbero una buona volta mettersi in testa che le rivoluzioni non passano dalle elezioni ma eventualmente - e strumentalmente - anche dalle elezioni, gli anziani che sostentano i figli e soprattutto i nipoti con il welfare familiare costituiscono una porzione numericamente ampia che fa da freno ad ogni possibile slancio e assalto al potere. Siccome il tempo della rivolta - momento essenziale (anche se non bastevole) di un processo rivoluzionario - è ben al di là da venire, il Movimento 5 Stelle potrà sperare di costruire l’egemonia politica solo occupando tutto l’occupabile che non sia già occupato da Renzi e dal Pd. Come Farage in Gran Bretagna contro i Tories e la Le Pen in Francia contro i neo-gollisti, l’obbiettivo non può che essere la distruzione di ogni rivale fra gli avversari di Renzi. Il che implica una decisa sterzata in senso identitario, anti-immigrazionista (che non significa razzista, beninteso) e, come già detto, sovranista. Senza per questo sacrificare la carica libertaria, democratico-diretta e sociale propria del movimento. Autocritica e intelligenza politica: senza, il grillismo è destinato a soccombere al conformismo dell’Italietta paurosa, masochista, teledipendente (lo stratosferico dato di 230 mila preferenze alla Moretti si spiega solo così) e reazionaria. 
    Alessio Mannino
    martedì
    mag272014

    Europee 2014: gli italiani preferiscono il partito delle Banche

    Se l’Italia è l’unico Paese europeo al di là della Germania dove le forze euroscettiche non sono riuscite a ottenere dei risultati incoraggianti il motivo è uno solo: in Italia, le istanze contrarie a questa Europa che ci ha messo in ginocchio, sono affidate a forze ed esponenti politici incapaci.

    Incapaci nel senso più politico del termine. Non si tratta solo di incapacità nella comunicazione, e non si può ovviamente additare alla sola complicità dell’informazione con i poteri forti nel nostro Paese, pur evidente, la motivazione principale di non essere riusciti a far capire, o almeno percepire, all’opinione pubblica, la necessità, sopratutto a livello europeo, di scegliere dei partiti che potessero almeno tentare di cambiare le carte in tavola. Il punto è che un partito politico vero, cioè preparato e attendibile, sulle posizioni contrarie a questa Europa e all’Euro, in Italia non c’è.

    Ben oltre l’exploit di Marine Le Pen in Francia e quello degli anti-Ue in Gran Bretagna, infatti, anche negli altri Paesi europei come Spagna e Grecia si sono imposte, e con numeri finalmente interessanti, forze politiche di chiara matrice euroscettica: il numero dei seggi per esponenti contrari alla situazione attuale è triplicato. E persino in Germania, dove ve ne sarebbe apparentemente minore motivo, è riuscito a ottenere un discreto risultato il partito contrario all’Europa delle Banche. Solo da noi ha aumentato i consensi il partito guidato da uno dei personaggi politici più insulsi e vacui degli ultimi decenni. Un partito, il Pd, ormai espressione diretta delle politiche eterodirette dall'Europa finanziaria e usuraia. Da noi, come solo in Germania, appunto, ha vinto un partito già al governo: come se stesse governando bene, come se le cose stessero andando per il verso giusto. Come dire: agli italiani la situazione va bene e premiano perciò anche in Europa chi li sta già guidando a casa propria. Oppure pensano che veramente il Pd possa invertire la rotta attuale del declino inesorabile. 

    Il “Renzie’s Show” (copyright Crozza) ha avuto successo sia per l’atavica inclinazione degli italiani nel cadere trappola di illusioni di vario tipo sia per l’assoluta inadeguatezza delle forze politiche a esso teoricamente contrarie. Ma se per Berlusconi era chiaramente difficile ottenere numeri di un certo rispetto, e se per la Lega era addirittura impossibile anche solo sperarlo, il vero perdente assoluto nella dinamica interna è ovviamente il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo.

    Si dirà (e lo diranno a più non posso, vedrete): è possibile considerare perdente un partito che ottiene oltre il 20% dei voti di chi si è recato alle urne?

    La risposta è semplice, logica: sì, un partito che si crede e veicola come “rivoluzionario”, come appunto quello di Grillo, in una occasione storica favorevole come questa, per via del sentire comune sull’Europa nel nostro Paese e in tutto il vecchio continente, avrebbe dovuto sfondare. E invece viene ridimensionato rispetto alle elezioni Politiche precedenti e addirittura doppiato dal Partito Democratico: è la fotografia di una sconfitta totale.

    Ancora di più per il motivo, squisitamente elettorale, che era proprio all’interno del Pd che Grillo puntava a rastrellare voti per la sua causa. Il rifiuto alla Le Pen di qualche mese addietro, che gli aveva teso la mano nella crociata continentale euroscettica, andava letto esattamente in questa ottica: Grillo non poté aderire al richiamo della leader del Front National proprio perché puntava a prendere voti dalla pancia del Pd. La “manovra” ha avuto effetti del tutto irrilevanti, con una duplice aggravante, anzi triplice.

    In primo luogo non si è riusciti nell’intento e si ha anzi perso dieci punti percentuali rispetto alle elezioni Politiche precedenti del febbraio 2013. In secondo luogo si è ottenuto di rafforzare ancora di più il partito che ci porterà al collasso economico seguendo i diktat dell’Europa (ce ne accorgeremo a brevissimo). E in terzo luogo, cosa forse ancora più importante soprattutto in chiave di medio e lungo termine, si è perduta (speriamo solo temporaneamente) la possibilità di veder nascere e andare avanti un Partito Politico - del quale non c’è traccia, beninteso - che veramente potesse (e possa) riuscire a impostare un discorso serio in merito all’Europa, all’Euro, e al rapporto dell’Italia con essi.

    Non si tratta di dare addosso a Grillo in questa fase dove pure è semplicissimo, come peraltro faranno quasi tutti. Le nostre posizioni in merito sono note da anni e anni ormai: la critica che facciamo e che abbiamo sempre fatto relativamente al MoVimento 5 Stelle è squisitamente analitica e politica. E sul solco di quella critica costruttiva, almeno così l’abbiamo sempre intesa (si prega nel caso di leggere cosa abbiamo scritto in tal senso in ogni circostanza, su questo giornale) si situa l’amara considerazione del momento. 

    Soprattutto a livello europeo, e dunque prettamente strategico su temi fondanti di politica internazionale e di macroeconomia, cioè, sinteticamente, di Europa e moneta sovrana, il MoVimento 5 Stelle non ha lo straccio di una analisi degna di tale nome, e dunque figuriamoci la possibilità di concepire un programma politico da cercare di veicolare. Se a questo aggiungiamo il tiro al bersaglio fatto da stampa e televisioni del nostro Paese, il risultato non poteva che essere quello che è stato. 

    Tra gli sterili, e per molti, "preoccupanti", proclami di Grillo e le illusioni di Renzi, gli italiani, al solito, hanno preferito lasciarsi prendere ancora in giro dalla politica tradizionale. Come se la storia non avesse insegnato nulla. 

    La corsa alle elezioni Politiche, in Italia, adesso non ha più senso: il Partito Democratico non ha motivo di andare alle urne. Il 40% e oltre ottenuto a queste europee è un risultato che non si era quasi mai verificato dal dopoguerra in poi. Il Pd ora ha praticamente mano libera. Renzi ha mano libera (sia internamente sia in Parlamento). E la userà per le manovre draconiane che serviranno per rispettare il Mes e il Fiscal Compact che incombono. Altro che 80 euro al mese. Incamerato il voto europeo, adesso verrà la volta della vera faccia dell'era Renzi. Gli altri partiti della vecchia politica sono fortemente malandati e non ci pensano un solo istante a minacciare nuove elezioni. Non lo faranno prima di aver avuto il tempo di stringere nuove alleanze di antica memoria in grado di garantirgli, ancora una volta, e sempre allo stesso modo, di mettere insieme un blocco con qualche speranza di percentuali rilevanti.

    L’onda di Grillo è drasticamente ridimensionata, come se la speranza e l’indignazione che a febbraio 2013 gli aveva conferito quasi un terzo dei voti si fosse trasformata nella constatazione che nel MoVimento 5 Stelle manca soprattutto la Politica (questa volta con la P maiuscola) e anche - chi è addetto ai lavori lo sa - dei professionisti della comunicazione che possano portarla avanti davanti alle telecamere, dietro ai microfoni e attraverso le tastiere. Non basta, non può bastare la "buona volontà" e la "faccia pulita" dei grillini, politici o informatori che siano, per sopperire alla mancanza di professionalità nell'uno e nell'altro ambito.

    Al MoVimento di Grillo servono analisti e giornalisti (sì, professionisti della comunicazione) e un pensiero Politico (sì, ancora una volta con la P maiuscola) da comunicare alla gente. E un veicolo (o più veicoli) degni e professionali per portarlo avanti. Non basta più - non sono mai bastati e non potevano bastare - persone semplicemente motivate e blogger in pigiama. Serve un progetto politico e chi possa veicolarlo alle persone in modo chiaro ed efficace. Alle arringhe e agli attacchi gli italiani preferiscono le illusioni. Almeno il 40% di chi è andato a votare.

    Valerio Lo Monaco 
    venerdì
    mag232014

    Fiero di essere populista

    Che paura, il populismo. Re Giorgio, essendo re e non solo presidente della repubblica, ha invitato gli italiani a recarsi alle urne per sconfiggere «i populismi». Soltanto ventiquattr’ore prima aveva detto che non sarebbe entrato a gamba tesa nel dibattito politico, cosa che per altro fa da almeno tre anni facendo e disfacendo governi sulla testa degli elettori, che devono “ubbidir votando” e cuccarsi i Monti, i Letta e i Renzi per volontà sua, di  Sua Maestà quirinalizia. 

    Ma cos’è, questo populismo? E’ il socialismo rurale nella Russia della seconda metà dell’Ottocento: non direi, è leggermente datato, ci ha pensato Lenin buonanima a seppellirlo con le sue aristocrazie proletarie. E’ il coevo People’s Party statunitense degli Stati centrali e agricoli: neanche questo, di recente negli Usa è stato affibbiato il marchio al Tea Party reo di costituire una destra non allineata ai grandi interessi finanziari. E’ il movimento argentino fondato dal simpatizzante fascista Peron e reso quasi mainstream da sua moglie Evita: la coppia Kirchner che ne è la replica degli anni 2000 è denominata così perché ha ripudiato il liberismo eterodiretto dall’Fmi restituendo sovranità al paese. E’ il ventennio berlusconiano in Italia fondato sulla concentrazione del potere mediatico e sul suo uso e abuso dell’immaginario (la “massaia” del qualunquista Mike Buongiorno, gli yuppies, il mito del benessere e del successo): nemmeno, con Berlusconi siamo all’illusione pura che malcela i propri affari e gli affari propri, che è quanto di più terra terra esista sulla faccia della Terra. 

    Lasciamo perdere la Storia, che non è magistra vitae di niente per il semplice fatto che non viene studiata. Il termine è una di quelle parole manipolate, vilipese, stirate e stiracchiate, interpretate in mille modi a seconda di come faccia comodo. I politologi liberali,  spacciati per seri e scientifici quando non sono che ideologizzati al cubo almeno quanto i loro sconfitti avversari marxisti, ne fanno un sinonimo di “demagogia”, cioè un consapevole raggiro del popolo per accaparrarsene il favore e conquistare il potere. In questo senso, oggi nell’Europa che si accinge a rinnovare la tribuna simbolica del parlamento di Bruxelles sono accusati di demagogia Grillo in Italia, Farage in Inghilterra, la Le Pen in Francia, solo per stare ai più famosi. 

    Populista sarebbe chi, in sostanza, si appella al popolo “buono” contro l’establishment “cattivo”.  E rincorre tutti gli istinti, specialmente i più bassi, del popolaccio minuto e straccione, per definizione scontento. Messa infantilmente così, non è un’analisi: è una caricatura. Piena di snobismo e orrore per l’incolto e l’inclita, per chi non ha studiato, per la gente supposta non solo ignorante, ma anche stupida, animalesca, irresponsabile, anche un pochino brutta a vedersi. Diciamo pure repellente, con quel sudore che le cola sulla fronte e quelle manacce sporche di lavoro. Con quella sua inspiegabile incapacità di comprendere che se viene spremuta di tasse e subissata di obblighi internazionali, è per il suo bene. Bifolchi ingrati, questi uomini e queste donne della strada: invece di portare gioiosamente il fardello e rendere grazie all’Euro, al rigore, ai mercati, all’economia padrona e ai partiti suoi servitori, s’incarogniscono pure, gli screanzati. Hanno la faccia tosta di credersi nel giusto e nutrire un radicato senso di vomito per politici, banchieri, grand’industriali, gazzettieri, camerieri e comari che se la cantano e se la suonano e intanto arraffano, spartiscono, carriereggiano e puttaneggiano. Col consenso di chi dà loro credito, che è ancora un parte consistente, benché sempre più minoritaria, dello schifatissimo “popolo”. 

    Ma gli altolocati non sopportano l’idea che esista una fetta altrettanto rilevante di popolino che la fiducia in loro l’ha persa e si rifugia nell’astensione o, crimine dei crimini, nel voto alle forze “populiste”. Osano mettere in discussione la moneta unica delle banche, la sudditanza ai gangsters delle Borse, i sacri parametri del Pil e del deficit, perfino in qualche caso la stessa democrazia delegata ed elitaria. Sono pericolosi agenti del caos, distruttori e nichilisti, nemici della patria (“chi critica è disfattista”, ha detto un noto premier democratico in puro stile autoritario). 

    Populista, adesso, vuol dire una cosa sola: essere contro l’oligarchia al potere (la trojka finanza-politica-media) e per il popolo, inteso come cittadinanza di liberi e uguali, che il potere se lo riprende per rifondarlo sul principio di sovranità, diretta e senza autorità superiori. Il popolo è sovrano, no? Dunque il populismo è un diritto e un dovere. 

    Alessio Mannino
    giovedì
    mag222014

    Europee 2014: il terrore corre sul voto

    Le elezioni per il nuovo Parlamento europeo assumono in Italia un significato di autentico regolamento dei conti. Dopo la sua apparizione su La7 da Mentana, Beppe Grillo ha fatto il bis nel salotto di Vespa e secondo gli esperti del settore, anche se non brillantissimo, avrebbe fatto un'ottima figura, aumentando le sue possibilità di fare il boom di voti. 

    Lo confermerebbero i sondaggi, i cui risultati secondo un'idiota consuetudine italiana, dettata dalla legge, non si possono conoscere nella settimana precedente alle elezioni. Lo testimoniano le dichiarazioni di Renzi e soci che già mettono le mani avanti sostenendo che se anche ci fosse il sorpasso del 5 Stelle ai danni del PD, esso non avrebbe un grande significato politico, trattandosi di elezioni europee. Insomma non si tratterebbe di un giudizio sull'operato del governo e sulle sue regalie agli italiani, ad incominciare dagli 80 euro in più in busta paga. Siamo il governo del fare, del fare per crescere, come dice l'ex sindaco di Firenze facendo il verso all'inno di Forza Italia. 

    Gli italiani, dicono quelli del PD, hanno percepito che soltanto con il vento di novità promesso dal nuovo governo, l'Italia potrà cambiare grazie alla riduzione del peso della burocrazia, grazie a meno tasse e al taglio della spesa pubblica improduttiva. Ora e sempre “spending review”. Sarà. 

    Gli italiani in questa fase sono portati, per forza di cose, a ragionare con la pancia. L'economia infatti è a pezzi, la povertà e la disoccupazione sono in aumento e non si vedono possibilità di invertire la tendenza al declino del nostro Paese. La paura di milioni di italiani è quella di dover pagare sulla propria pelle le ruberie cinquantennali e la cialtronaggini di una classe politica che continua a nascondere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi, rifiutandosi di vedere quello che è di per sé evidente. I diritti degli italiani non sono tutelati, la giustizia e la magistratura sono quello che sono. La giustizia civile e penale hanno tempi interminabili. Intere regioni sono in mano alla delinquenza. E non si tratta soltanto delle quattro tradizionali del Sud. Ormai Ndrangheta e Mafia la fanno da padrone anche in Piemonte come in Lombardia. Lo Stato è assente e a questa debolezza congenita si aggiunge la percezione fondata di una invasione in corso del nostro Paese da parte di un esercito di extracomunitari che diminuisce le possibilità degli italiani di trovare un lavoro e di conseguenza ne aumenta le paure. È inutile quindi che Renzi parli della necessità di premiare il merito e la professionalità perché il Paese legale e reale va nella direzione opposta. 

    Due giorni fa, nell'auto di un postino romano sono stati trovati pacchi di posta per diversi quintali, con corrispondenza risalente a diversi anni fa. Altra posta, ha ammesso il postino, è stata bruciata. In un altro Paese, in un Paese “normale”, dove chi fa il suo lavoro fa semplicemente il suo dovere, il postino sarebbe stato licenziato in tronco, i sindacati e i colleghi di lavoro avrebbero applaudito e il giudice del lavoro non avrebbe avuto niente da eccepire sul licenziamento. Invece, da quello che si è letto sui giornali, il licenziamento in tronco è soltanto una ipotesi estrema. E questo fa la differenza tra l'Italia e gli altri Paesi. Un eccesso di garantismo che premia e tutela i lavativi. 

    È su queste cose che il 5 Stelle basa le sue fortune. Sulla rabbia dei cittadini per queste autentiche ingiustizie. Sulla rabbia dei cittadini che vogliono essere finalmente tali e non essere più sudditi di una banda di criminali che hanno taglieggiato il nostro Paese e che vogliono continuare a farlo, arricchendosi alle nostre spalle. 

    I sondaggi e le relative indiscrezioni non lo dicono, ma la sensazione, basata sugli umori di amici e di conoscenti, è che Grillo farà il pieno di voti. Chi scrive prevede che il 5 Stelle prenderà tra il 35 e il 40% dei voti. La rabbia degli italiani è enorme e a fronte di tutto questo, il PD non trova di meglio che ventilare la candidatura di Giuliano Amato per la successione di Napolitano che dovrebbe togliere il disturbo entro fine anno. Amato, ossia proprio il capo di quel governo che nel 1992 introdusse il prelievo forzoso del 6 per mille sui conti correnti bancari. Una autentica rapina che nessuno ha dimenticato (o forse già molti la hanno dimenticata?). Vedremo davvero, comunque, come gli italiani accoglieranno le visite di Amato in questa o quella città. Secondo noi a sassate o, bene che gli vada, con il tiro di uova marce. Ma davvero Renzi è così al di fuori della realtà, ed è così privo di memoria, da voler candidare uno come Amato? Oppure è una scelta imposta? Da chi?

    Irene Sabeni
    martedì
    mar252014

    Europee: unica chance, MoVimento 5 Stelle. Con tanti dubbi

    martedì
    mar182014

    Sì alle Macroregioni ma in un'Europa unita e neutrale

    mercoledì
    mar052014

    M5S: illusione, delusione, e qualche speranza

    venerdì
    feb282014

    M5S, un anno dopo: Un'occasione persa

    lunedì
    feb172014

    Professione indignato a targhe alterne

    martedì
    feb042014

    Tutti contro Grillo. Mistificando regolarmente il linguaggio

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    gen312014

    Elogio del “boia”

    mercoledì
    gen222014

    Maggioritario & bipartitismo. Che altro?

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